di Nicola Michelotti

Per effetto del Trattato di Vienna del 9 giugno 1815 Pontremoli era tornata a far parte del Granducato di Toscana ma, avvenuta la Restaurazione, nella popolazione “prese invero a manifestarsi un crescente senso di disagio e di insoddisfazione; non erano pochi coloro che avevano militato sotto le bandiere napoleoniche vivendo l’atmosfera eroica di quegli anni”.
Quel disagio era ancora ben lungi dal mutarsi in fermento e quindi in sommossa perché il governo comunque realizzava opere pubbliche a vantaggio del popolo e della situazione economica del territorio: la trasformazione in pubblico Ospedale del vecchio Convento del Carmine (1818); la ricostruzione del Ponte di Cima e l’allargamento e l’alberatura della strada – oggi via dei Mille – da quel ponte alla salita dei Cappuccini (1825); l’impianto dell’illuminazione pubblica a petrolio (1829).
Nel 1832, anno della visita di Leopoldo II alla città, era stata disposta la costruzione della strada Pontremoli – Aulla-Ceserano, alla quale si dava particolare importanza per il previsto sviluppo economico dell’Alta Lunigiana.
Nel frattempo, si stava realizzando la strada per Parma e sino a Sarzana, ritenuta una via di comunicazione strategica tra la Lombardia e il Tirreno.
Proprio in quell’anno 1832 prendeva a diffondersi la Giovine Italia che Mazzini aveva fondato l’anno prima a Marsiglia; la propaganda di questo movimento giunse anche a Pontremoli e nell’Alta Lunigiana che, proprio per la loro posizione geografica di confine con il Regno Sardo e i Ducati di Parma e di Modena, erano particolarmente soggetti agli influssi delle Società segrete.
La stessa Carboneria aveva in questo ambiente non pochi affiliati, alcuni dei quali appartenevano a famiglie dell’alta borghesia, già noti per aver partecipato ai moti parmensi del 1831.
Intanto, i fermenti in Toscana si facevano sempre più aspri e in Lunigiana lo spirito di agitazione veniva diffuso, negli anni vicini al 1840, da un gruppo di intellettuali pisani, tra i quali l’ing. Rodolfo Castinelli e i fratelli Ruschi (uno dei quali, Leopoldo, sposerà Caterina, la figlia del marchese Luigi Pavesi).
Nel settembre 1847 veniva istituita a Pontremoli la Guardia civica e si issava la bandiera dotata del motto Religione Principe Patria, inneggianti a Pio IX e a Gioberti; nell’autunno dello stesso 1847 venne pubblicato il testo del baratto, gli accordi segreti stipulati a Firenze il 28 novembre 1844, che riguardavano, tra l’altro, il passaggio al Ducato di Parma dei possedimenti granducali ed estensi situati nell’Alta Val di Magra, corrispondenti agli attuali Comuni di Pontremoli, Zeri, Mulazzo, Filattiera, Villafranca e Bagnone.
La reazione si scatenava immediatamente a Pontremoli che si mostrava incredula, tenuto anche conto delle più recenti opere disposte a suo favore dal governo di Firenze, come la sistemazione delle strade del centro cittadino degli anni 1841 e 1843 e l’istituzione del Tribunale di Prima Istanza, già esistito nel periodo napoleonico e ripristinato nel 1840 con motu proprio granducale.
Anche a Fivizzano si era contrari all’idea di essere trasferiti nel Ducato di Modena e in più parti venivano segnalati episodi di ribellione e intolleranza.
La mattina dell’11 ottobre 1847 un gruppo di carbonari e liberali, alla cui testa vi era Leopoldo Ruschi, si recava dal Gonfaloniere Luigi Bocconi in segno di protesta ufficiale; venne istituita una Commissione per rappresentare al Granduca di Toscana la volontà della cittadinanza.
Di tale Commissione facevano parte il Vescovo Mons. Orlandi, lo stesso Gonfaloniere e notabili pontremolesi: il cons. Giovanni Bologna, il gen. Francesco Caimi, il conte Michele Reghini Costa, l’avv. Bernardo Reghini.
Il popolo era spaventato al pensiero di cadere sotto il governo di Carlo Lodovico di Borbone il quale, dagli agitatori politici di quel tempo, era dipinto da tiranno e ritenuto contrario alle riforme.
Il Granduca, ricevendo la Deputazione pontremolese, si rivolgeva al Gonfaloniere dicendo “Caro Bocconi, se potessi comprare, comprerei; ma non siamo noi che facciamo i confini!”.

Alla notizia dell’insuccesso della spedizione a Firenze si organizzarono a Pontremoli manifestazioni e comizi, sotto la regia del rettore della parrocchia cittadina di San Colombano, don G. Matteo Farfarana e del sagrista della Cattedrale, don Luca Pelliccia; venne deciso di mandare una seconda ambasceria la quale, unitamente ai rappresentanti di Bagnone e Fivizzano, si recò a Lucca dove il giorno 14 il Granduca si sarebbe recato per essere festeggiato dai suoi nuovi sudditi; ma anche questa seconda petizione rimase senza risultato.
La conclusione di questi avvenimenti è nota: le proteste e le dimostrazioni di piazza non erano valse a modificare quanto era stato deciso, né aveva dato un contributo effettivo il reclutamento della Guardia Civica “per conservare il buon ordine e la pubblica tranquillità”.
La confusione aumentava con la minaccia “di suonare le campane a martello per chiamare il contado a bruciare Pontremoli”, di disporre affinché un consistente numero di armati si portasse alla Cisa, pronto a fronteggiare le truppe parmensi che si fossero affacciate. Con questo stato d’animo della popolazione, con le posizioni tenute dalle autorità e dal clero locale, Pontremoli non era più – all’alba del 1848 – l’addormentata città di alcuni anni prima ma era ormai matura e pronta a eventi maggiori e pienamente consapevole che gli interessi austriaci non potevano concordare con la nuova linea che si stava tracciando negli stati italiani.
Non appena giungeranno a Pontremoli nella primavera dell’anno 1848 le prime notizie dell’insurrezione di Milano e degli eventi parmensi, il popolo darà luogo a nuovi e più forti tumulti, questa volta decisivi: sotto la spinta dei sempre presenti Ruschi e Castinelli, provvederà a varare un governo provvisorio (formato dall’avv. Vincenzo Bianchi, dal nobile Antonio Bologna, dall’avv. Raffaello Reghini, da don Farfarana e dal dott. Leopoldo Ruschi), il cui primo atto sarà quello di proclamare la destituzione di Carlo Lodovico e di chiedere alla guarnigione parmense l’abbandono della città.
Parma perdeva così la città di Pontremoli ma la riavrà nell’aprile dell’anno dopo e la conserverà per dieci anni, fino al 1859.
Nicola Michelotti, Pontremoli prima dell’unità, tratto da Almanacco Pontremolese 2011, curato e edito da Centro Lunigianese di Studi Giuridici