
Varoli Davide nasce a Torrano il 21 marzo 1861 da Giuseppe ed Annunziata Magnani; si sposa con Verri Maria in data 18 settembre 1884. Hanno due figli, Giuseppe nato il 18 agosto 1899 e Pietro nato il 18 ottobre 1901.
Abita lontano da Torrano, in alto sul Monte Burello, nella Anfarnia (Fargna), vicino al sito dove sono situati il Forno del Diavolo e la Tecchia del sangue, sui quali si sviluppa la leggenda della pastorella di Torrano.
I sentimenti di paura e di mistero che permeano sia la leggenda che i luoghi di riferimento devono aver influito sull’esistenza della famiglia, tanto che nel 1918 il Varoli farà innalzare su un masso– vicino alla vetta – una piccola maestà sul luogo dove un suo pastorello disse di aver visto il Diavolo; sulla lapide farà incidere la seguente frase: “Ut – spiritus Domini – renovet faciem terrae – David Varoli posuit – A.D. MCMXVIII”.
Dice di lui Fra Ginepro (appellativo dietro cui si celava il sacerdote Don
Luigi Focaccia):
Uno degli ultimi cantastorie fu un certo Davide Varoli, bizzarro, esuberante di
fantasia.
Amava cantare filastrocche sue e di altri autori, più audace e brillante se bevuto
il vino gagliardo degli Stretti di Giaredo.
Il suo cavallo di battaglia era la famosa filastrocca Gosto e Mea con questo
preambolo:
Un contadin vivea nei tempi andati
In un villaggio presso Pontedera,
che in sconto cred’io dei suoi peccati
ebbe in moglie una femmina ciarliera.
Ella Mea nominossi, ed egli Gosto
come fa fede il libro del Prevosto.
Non sappiamo se questo spirito bizzarro scrisse altro di sua vena; è certo che sapeva tenere in allegria anche l’uomo più musone. Gosto e Mea era una filastrocca molto divertente la cui storia ancora oggi viene rappresentata a teatro.
Racconta la storia di due anziani e poveri contadini, che vanno a letto dimenticandosi di chiudere l’uscio di casa e nessuno dei due vuole alzarsi per andare a chiuderlo. Dopo un lungo battibecco, Gosto propone che chi dei due dirà la prima parola dovrà alzarsi.
Nessuno dei due fiata più, al mattino i paesani notano la porta aperta, entrano in casa, i due sono ancora a letto, immobili, li scambiano per morti, chiamano il medico ed il parroco, è tutto un susseguirsi di dialoghi e momenti comici finché il parroco decide di assegnarsi le lenzuola, la coperta nuova ed il sacco, quale ricompensa per la messa cantata al funerale. Al che Mea si mette seduta sul letto e prorompe in un grido “il materasso no, ho
appena rifatto il guscio!” e Gosto “oh vai a chiudere l’uscio, vai” anche lui
alzandosi a sedere sul letto.
Raccontano che un giorno il Varoli venne convocato dal Sindaco; era
evento ben raro essere chiamati direttamente dal Sindaco per cui il Varoli si
mise il vestito della festa e scese a Pontremoli a piedi, preoccupatissimo sul
motivo della chiamata, rimuginando durante tutto il percorso. Si presentò
alla segretaria del Sindaco la quale lo pregò di accomodarsi e di attendere.
Sempre più teso il Varoli si sedette. Arrivò infine il Sindaco e gli chiese: “Siete voi il poeta di Torrano? Raccontateci una filastrocca!”. Il Varoli a quel punto si alzò in piedi e sbottò:
C’au pia n’azidentu
Tutti quanti a sei chi drentu
Cumpresu u Presidentu
E presa la porta, senza salutare se ne andò. Purtroppo i rapporti con la
moglie con l’andar del tempo si guastarono, litigata dopo litigata,
finché un giorno il Varoli decise di vendere tutte le proprietà che ave-
va a Torrano e si trasferì con il figlio a Careola. Morì a Pontremoli all’Ospizio.