DON PIERO LECCHINI *

Don Piero prete e partigiano

La figura di don Piero, vista sotto ogni angolatura, è un monumento di grandezza e una cattedra di insegnamento. La sua bontà che sapeva comprendere anche i cuori più duri, il suo sorriso che sapeva nascondere i dolori più atroci, la sua disponibilità ad ogni invito dei confratelli, la sua viva intelligenza, la sua parola brillante e, soprattutto, la sua azione continua di prete e di combattente per la libertà, furono le doti che lo distinsero e che faranno parlare di lui ancora a lungo.

“La mitezza era la sua bandiera; e se anche subito dopo la guerra si fece fotografare in divisa di Cappellano partigiano con tanto di “Beretta” nella fondina, tutti sappiamo che non avrebbe mai potuto adoperare quell’arma” (don P. Tarantola”).

“Il suo spirito di bontà profonda e di fraternità insieme umana e sacerdotale fu suo ispiratore nei tristi anni della guerra nei quali purtroppo vennero a conflitto i figli della stessa terra. Il prestigio che aveva acquistato nella lotta partigiana gli fu prezioso strumento di riconciliazione e di salvezza per tante povere esistenze” (Mons. Vescovo).

Queste nobili espressioni trovano conferma in quello che egli stesso ha scritto per “Stole Insanguinate”, opuscolo che tratta appunto del contributo del clero pontremolese alla guerra di Liberazione.

“Febbraio 1944. Fui accusato da elementi locali (Mulazzo) fascisti di sobillare i coscritti a non presentarsi alla chiamata alle armi. Avvertito dal Commissario Prefettizio di Mulazzo e dal Ten. dei CC. di Pontremoli che dovevo essere arrestato, scelsi la via dei monti. Il 18 marzo 1944, recatomi a Pontremoli per conferire con Mons. Sismondo su cose riguardanti il Magg. Gordon Lett, fui arrestato da due brigatisti neri di Pontremoli sul ponte della SS. Annunziata e tradotto al Comando delle Brigate Nere di San Pietro ( Istituto Magistrale).

Nella notte riuscii ad evadere e alle 11 del 19 marzo raggiunsi la mia parrocchia di Pozzo. Nel settembre del 1943 avevo già incontrato ufficiali inglesi fuggiti da un campo di concentramento ed avevo indicato loro luoghi sicuri di rifugio.

In una notte tempestosa del settembre 1943, mi si presentarono alla canonica otto carabinieri cui diedi alloggio e vito e fornii mezzi e indicazioni per raggiungere il loro paese di origine; così pure numerosi militari e sbandati trovarono aiuto da me e dai miei parrocchiani.

Durante i rastrellamenti del giugno-luglio, feci opera di persuasione tra i parrocchiani perché accogliessero con generosità e carità i fuggiaschi delle valli, gran parte dei quali furono ospitati per gran tempo. Provvidi con cura alla loro assistenza religiosa recandomi tutti i giorni a celebrare la S. Messa alla Madonna del Monte.

Dal 4 luglio feci parte delle Brigata Internazionale svolgendo le mansioni di Cappellano Militare, facilitato nel mio compito dal fatto che la formazione non aveva qualifiche di politica eversiva e i “ragazzi” erano buoni e onesti. Ogni domenica celebravo per loro: la permanenza, il contatto umano e sacerdotale ha avuto notevole influenza sulla loro condotta. Non fui mai armato ma portavo le regolamentari stellette e croce rossa sul petto poiché eravamo stati accolti dall’Esercito del Sud. Un certo prestigio ottenuto ha fatto si che fossi consultato anche in occasioni drammatiche e riuscii sempre a far valere i principi morali di giustizia vera.

In un processo difesi una donna, certa Tecla, la quale invece che a morte fu condannata…..al taglio dei capelli.

Mi adoperai perché venissero liberati alcuni prigionieri (il dottor Buttini, il dott. Accatino, don Francesco Rossi)e fossero evitate alcune esecuzioni sommarie: sempre coadiuvato, in quest’opera meritoria, dal colonnello Emilio Ricci e dal prof. Giacomo Baldini.

Feci dirottare dall’ammasso comunale a favore degli sfollati i contingenti di carne e di farina.

Messomi a contatto con il Prefetto ottenni che molte frazioni non venissero private delle tessere annonarie.

Prestai assistenza a non pochi feriti e moribondi, riportai in luoghi sacri partigiani e civili caduti in combattimenti.

Dietro proibizione ai parroci del luogo e alla popolazione civile, recuperai e diedi sepoltura ad un aviatore neozelandese con un gruppo di partigiani volontari di Pozzo, sfidando i pattuglioni tedeschi che prestavano accanita guardia.

Impedii rappresaglie al momento della Liberazione e tenni testa con uno squadrone al designato progetto di far saltare la diga di Teglia, consegnandola agli Alleati.

Trovatomi a rivestire anche la carica di Comandante, con alcuni volenterosi della mia parrocchia riuscii il 24 aprile, a disinnescare l’apparecchiatura che doveva far saltare il ponte provvisorio di Migliarina.

Tutto questo lavoro compiuto non era frutto di parole ma di meditata fraternità umana e cristiana”. (Stole Insanguinate, di don Bruno Ghelfi).

don Bruno, Il Corriere Apuano, ottobre 1982