La Madonna del Monte – Fra storia e leggenda
Se devo credere ai vecchi, mi faccio una realtà che ha il sapore del tempo e la fragranza della vita; ma la storia, strappata dal cuore di chi l’ha fatta viva nelle ore lunghe di un sacrificio, ha il volto di una Madonna: ecco allora la verità del monte della Madre di Dio.
E’ recente il decreto del vescovo di Pontremoli che pone la Madonna del Monte Protettrice degli Emigranti Lunigianesi, ma la devozione e la confidenza nella Vergine sono antiche come la nostra fede; penso, quindi, sia doveroso dare qualche cenno sulla tradizione che riguarda il nostro Santuario.
Fuori c’era tanta neve e la fiamma rossastra diventava rosea, distesa sul bianco dei campi; c’erano delle chiazze quasi di sangue fra tanto biancore: ma in quelle notti lontane quel colore di neve parlava di innocenza, quelle deformi branchie insanguinate, disegnate dal fuoco, davano maggior conferma di verità. Di là dai monti, di fronte al mare, un uomo pensava alla morte. Avevano detto che lui aveva ucciso un altro uomo…..Si erano avvicinati alla sua casa: era povera, ma racchiudeva la sua donna ed i suoi bimbi, cioè tutte le sue ricchezze. L’uomo accusato, condannato, non c’era più, aveva baciato i bimbi, non aveva promesso alla sposa di tornare ma ella attendeva.
I fanciulli in un canto della stanza, avvolti nella lana, dormivano uno presso l’altro; nel sonno erano buoni e parevano angioli, proprio di quelli del Paradiso. Poi si erano svegliati e chiamavano la mamma: questo nome, nell’infanzia, ha il sapore del pane, ma non c’era chi loro lo desse e lo spezzasse. Piangevano e sfamati dal pianto riprendevano a dormire. Presso di loro la madre vegliava e le lacrime sue producevano nelle occhiaie un segno nero luttuoso e tetro.
Quell’uomo fuggiva lontano e la sua fuga era per la vita; era partito solo nella notte; s’era trovato sotto i piedi una strada, la batteva; camminava proprio come il pellegrino: aveva la sacca sulle spalle, il bastone tra le mani e sotto la luna le gocce di rugiada sul suo vestito sembravano componenti di una silenziosa collana di conchiglie. Aveva toccato il monte, lo riconobbe, e poi giù verso la degradante catena montana. Ormai era stanco, aveva fame e si fermò ai piedi di un albero. Attorno era silenzio e pace, il vento non urlava e le cattiverie del mondo, lassù, tra il cielo e la valle non si sentivano. Quell’uomo però pensava…..Davanti a lui un albero battuto dal fulmine era spoglio e sembrava uno scheletro contro l’azzurro scuro del cielo e i due rami che si divaricavano dal tronco tracciavano ampia, come d’un sepolcro, l’ombra di una croce.
Ma l’uomo non aveva paura dei fantasmi, era innocente. Quella croce, apparsagli lungo la via della sua fuga, gli ricordava un morto ma non era lui l’assassino. Sul monte e di fronte a quella quasi spettrale visione il suo pensiero corse a Dio. Sapeva che il Dio della bontà e della giustizia aveva detto NON AMMAZZARE e che gli uomini che volevano ordine e tranquillità, avevano scritto: ” Chi uccide, sia ammazzato”. Egli credeva e a Dio ubbidiva e, da uomo giusto qual’ era, rispettava gli uomini. Ma non era certo che gli uomini di legge avrebbero creduto alla sua parola per quell’assassinio che non lo toccava minimamente.
L’uomo era seduto ai piedi di quell’albero quando, ad un tratto, credette di sognare vedendo una stella staccarsi dal cielo, solcare la notte e fermarsi sopra un pilastro rustico, dove una sottile corona di rovi piegati dal vento incorniciava un’immagine. In quel giorno, nella riviera da cui egli fuggiasco si era allontanato, avevano trovato il colpevole. La verità era stata finalmente conosciuta ed il nostro uomo non era più, di fronte alla legge degli uomini, un essere cattivo e spregevole. A quella certezza si inginocchiò a pregare sul monte, a ringraziare Dio della bontà e della misericordia: non era più un fuggiasco ma solo un pellegrino.
Di questo innocente non si conosce altro; Personalmente l’ho rivisto tante volte, orante sotto l’albero battuto dal fulmine e che faceva da Croce. Quell’immagine che lui venerò rimase tra la gente della nostra terra e i contadini dei monti indovinarono nella visione dell’errante la volontà del cielo: da lassù , sopra la rocca di Mulazzo, scesero con umiltà a chiedere al Marchese, loro padrone, di poter costruire una chiesetta da dedicare alla Madonna.
La risposta fu affermativa e siccome non erano numerosi chiesero ed ottennero aiuti dalla gente viciniore. In modo molto primitivo tracciarono col ferro un segno quadrato sulla terra: era il solco che segnava le fondamenta. Nel Lazio aveva adoperato l’aratro per marcare la cinta delle mura; sui monti nostrani un semplice piccone sradicava il muschio liberava dai cespugli il luogo che doveva servire da tempio.
Gli uomini lavoravano e la loro fatica era una preghiera. A sera, stanchi, avevano la consuetudine di nascondere i loro attrezzi sul luogo. La mattina tornavano in massa per riprendere l’unica ed identica fatica. Ma un giorno non trovarono più i loro attrezzi che la sera prima avevano allogato con sicurezza. Pensarono subito a qualche ladro e si trovarono obbligati a continuare con ferri ed attrezzi nuovi. Intanto il quadrato di pietra cresceva massiccio sul monte. La fatica crescente li induceva a perseverare e la volontà di ultimare presto e bene aumentava. Avevano mantenuto il sistema di non riportare a casa i loro attrezzi e si erano preoccupati di trovare un posto ancora più sicuro per nasconderli di notte. Una mattina purtroppo scoprirono che i ferri del mestiere erano stati nuovamente sottratti. Si diedero a cercarli per ogni dove, anche a valle, ma senza risultato. Cominciarono a pensare a qualcosa di strano, forse ad un fattore sovrumano, forse ad un segno del Cielo che non voleva in quel luogo il tempio della Madonna. Ad un tratto, quasi da un’arca santa, svolazzò senza rumore d’ali una colomba bianchissima che volteggiò sul luogo e poi scese verso la valle. I lavoratori la videro posarsi sul monte di Pozzo. In quel volo conobbero e ravvisarono il segno di Dio. Scesero dalla loro cima verso il monte della colomba e scorsero di nuovo la bianca e silenziosa messaggera. Era una guardiana di pace e custodiva un fascio di ferri da lavoro.
Gli uomini segnarono un nuovo confine, collocarono nuove pietre e costruirono la Chiesa. Quel tempietto è il Santuario di oggi.
O nella solitudine infinita
certo esilio dell’anime….
don Piero Lecchini
Tratto da Voci di Val di Magra, Arti Grafiche Boatti, 1969