
E’ MORTO DON PIERO
Verso la mezzanotte di sabato 25 settembre ha cessato di battere il cuore generoso e grande di don Piero, il nostro Direttore. Il male che, sul finire di un lungo calvario durato cinque anni, lo aveva assalito con particolare intensità ha avuto ragione del suo fisico prostrato e vinto.
La notizia, anche se purtroppo attesa, ha portato profondo e sincero cordoglio in tutto il Pontremolese, dove don Piero era largamente amato e stimato. E la prova di tanto amore la si è avuta anche dai funerali, svoltisi sul sagrato di Mignegno, con la partecipazione di mons. Vescovo, di quasi tutti i sacerdoti diocesani e di una folla veramente imponente. La sincera commozione che era sul volto di tutti diceva, ben oltre la presenza, quanto grande fosse il rimpianto e il lutto.
Un grave lutto per la Comunità Diocesana, ha detto il Vescovo! Un grave lutto per il nostro Settimanale, la cui direzione assunse in un momento particolarmente travagliato, e che guidò con amoree dedizione per un decennio, anche se negli ultimi cinque anni divette, a causa della malattia, accontentarsi di una vigilanza trepida e attenta sul nostro lavoro. E la prova finale ce l’ha data disponendo per un cospicuo lascito al suo “Apuano”!.
Un grave lutto per la Lunigiana, di cui si sentiva figlio amoroso e di cui amava scrivere e parlare con passione e competenza. Ai suoi funerali abbiamo visto il Sindaco di Mulazzo, con il Gonfalone del Comune: questa presenza ci ha fatto piacere ed avremmo amato vedervi – anche se qualcuno dirà che non è prassi – tutti i Gonfaloni dei Comuni di quest’Alta Lunigiana che egli contribuì a salvare durante la Resistenza e delle cui caratteristiche umane e delle cui virtù antiche era, si può dire, un autentico portatore.
La Resistenza: era una delle esperienze di cui amava parlare con un malcelato orgoglio. Chi scrive ha vissuto con lui, al suo fianco, tutti quei mesi e può dire che, oltre il ministero pastorale di cappellano e di sacerdote (che peraltro adempiva con giovanile baldanza, era lo spirito di tolleranza e di pace che soprattutto caratterizzava la sua militanza. Uomo di parte per necessità militare più che politica, ma uomo di tutti per venire incontro a chi aveva bisogno di lui. E furono in molti – e di tutti non si può fare il nome – a ricorrere a lui in quei giorni e a cui lui salvò la vita, intervenendo, supplicando, qualche volta minacciando, preso chi invece la voleva distrutta. Durante il tempo della lotta e subito dopo, da una parte all’altra, senza distinzione alcuna, come conviene a una sacerdote.
Del resto quella di andare d’accordo con tutti, di accettare tutti con amabilità, di essere pronto per tutti, era la nota profonda del suo carattere: qualche volta un limite, sempre la sua virtù. Beati i miti perché possederanno la terra!
La mitezza era la sua bandiera: e se anche subito dopo la guerra si fece fotografare in divisa di Cappellano partigiano con tanto di “Beretta” nella fondina, io so, tutti sappiamo che non avrebbe mai potuto adoperare quell’arma. Non era capace di uccidere neppure un coniglio. In gioventù (quando ancora c’erano le lepri) lui figlio del vecchio Biagio, cacciatore famoso, si era sentito in dovere di prendere la doppietta e di pagare il permesso di caccia. La voglia della caccia la mantenne per alcuni anni in maniera molto formale, perché gli serviva più che altro per passare qualche giornata serena con gli amici, poi la lasciò perdere.
Ecco: lui amava veramente la compagnia, stare con gli amici, e il suo stare con loro era una cosa meravigliosa, frizzante, resa viva dalla sua intelligenza vivida, dal suo conversare ricco di vena e di humour. Conversatore, come pochi, amava parlare! Parlava nei gruppi, nelle comitive, parlava in Chiesa. Non si è mai tirato indietro, ha detto il Vescovo a proposito del suo lungo servizio nella predicazione. Amava parlare alla gente con quel suo stile inimitabile, con quella sua facondia naturale e, soprattutto, con il condimento saporoso della sua schietta e semplice bontà che traspariva in ogni sua parola.
Mons. Vescovo ha detto degli incarichi che don Piero ha avuto in Diocesi: sono la parte più appariscente del suo sacerdozio. Aggiungerò soltanto che in tutti questi incarichi lui, più la meticolosità del lavoro, prediligeva e privilegiava il rapporto umano e così tutto quello che faceva riusciva comunque.
Un’ultima nota, fra queste buttate giù a caldo: la sua devozione e d il suo attaccamento al Santuario della Madonna del Monte.
Ci teneva al titolo di Abate della Madonna del Monte, riesumato da lui per via dell’antica Prioria benedettina sortavi nel XIII secolo; ma oggi bisogna ricordare che per oltre venticinque anni, tutte le domeniche e feste comandate, d’estate e d’inverno, lui saliva da Pozzo (un’ora andare e un’ora a venire: a piedi e dorso d’asino) per celebrarvi la S. Messa. Un’impresa che noi non ripetiamo più, anche se c’è la strada asfaltata.
Era il suo tributo domenicale alla Madonna che amava e di cui parlava sempre con tanta enfasi e tanto calore.
Anche al Santuario ha voluto legare un cospicuo lascito.
Una grossa fetta della nostra vita se ne va con don Piero: quella della giovinezza, degli anni duri della guerra e della resistenza, gli anni degli entusiasmi e degli errori, gli anni dei sacrifici e delle soddisfazioni. In questa fetta di vita don Piero ha avuto gran parte: per questo il dolore è più forte e il rimpianto più cocente. Ma la sua eredità è altrettanto grande e preziosa: a noi raccoglierla!
d.p., Il Corriere Apuano, 2 ottobre 1982