I CASTAGNAI: UN MESTIERE DELLA TRADIZIONE


Il pan di Lunigiana, tra antiche stele, culti mariani e potenti signori

Considerato che l’intera Val di Magra appare ancor oggi ricoperta per quasi 3/4 da selve di castagni, in una regione, la Toscana, che sino a 80 anni fa deteneva, in Italia, il primato assoluto nella produzione delle castagne, dobbiamo innanzitutto chiederci a quando risalga la presenza di questa pianta in Lunigiana.

Augusto Cesare Ambrosi, autore dell’essenziale Corpus delle Statue-stele lunigianesi, ha notato che in tutta la fascia di montagna, sede dei ritrovamenti delle statue-stele (monumenti di pietra di tradizione megalitica, che vanno dal Neolitico all’Età del Ferro), dal livello del mare ai settecento metri d’altezza, è sempre il castagno a caratterizzare il paesaggio. E, dal momento che questi antichi monumenti di pietra arenaria sono per lo più venuti alla luce proprio nella fase della trasformazione a colture cerealicole o viticole di vecchie selve di castagni, è stato logico stabilire una stretta relazione tra il castagneto e le statue-stele, come a boschi sacri ove si svolgeva il culto delle pietre antropomorfe.

Ancor oggi, del resto, un alone di sacralità pare avvolgere il castagno, in relazione a feste, sagre, fiere ed eventi miracolosi di certi santuari mariani, si che non è raro trovare nei boschi del territorio di Zeri delle “Maestà” poste a coronamento di grossi fusti di castagno. Proprio su un castagno apparve la Madonna del Gaggio (comune di Podenzana) e agli inizi del ‘900 il vescovo di Massa, dando credito alla leggenda, che voleva inserito nell’altare maggiore il legno su cui era apparsa Maria, fece aprire una breccia che mise in luce effettivamente un tronco di castagno, oggi protetto da una solida lastra di vetro. meno di ottant’anni fa ebbe breve vita a Filattiera il culto della “Madonna di Valle”, su cui esistono solo testimonianze orali. Una pastorella del luogo aveva asserito di aver udito forti colpi provenire dall’interno di un castagno e, contemporaneamente, di aver visto delinearsi su di esso l’immagine della Madonna. Pochi giorni dopo, abbattuto l’albero dai proprietari su consiglio della chiesa locale, il culto popolare era cessato.

Se, tuttavia, recenti ricerche paleobotaniche farebbero piuttosto pensare a una circostanza casuale, dovuta alla coincidenza degli insediamenti antichi (e attuali)con l’habitat del castagno, è certo che duemila anni prima della nostra era, il castagno era presente in Lunigiana allo stato spontaneo , come componente mista del cerreto o querceto e, più in alto, del faggeto e dell’abetaia. Ma è in epoca romana che, in concomitanza con la soppressione delle specie dominanti, furono introdotte le varietà domestiche oggi conosciute: il fenomeno si sarebbe poi sempre più intensificato negli ultimi secoli dell’Impero e per tutto il Medioevo (pare accertato che l’impianto dei castagneti da frutto, nella forma sistematica quale è giunta sino a noi, sia stata iniziata soprattutto successivamente all’anno Mille), sino a giungere quasi alle soglie del ‘900.

Era sufficiente che in una qualsiasi località esistesse un pianoro, un pendio sottovento, o un terreno a pascolo, perchè si stabilisse un piccolo nucleo familiare, il quale aveva proprio nella castagna la base più sicura per l’alimentazione. nella sua Storia del paesaggio agrario italiano, Emilio Sereni ha sottolineato come, dopo le invasioni barbariche e l’età carolingia, fosse avvenuto un progressivo “isolamento delle campagne dalle città decadute, e a mano che – con l’ereditarietà dei feudi maggiori e minori – il contado stesso andrà frazionandosi in giurisdizioni e signorie indipendenti, l’anarchia feudale farà del castello la forma che, per tutta l’Italia, dominerà il paesaggio delle nostre campagne”.

Così, in Lunigiana, i Malaspina avevano trasformato la Val di Magra in feudi rurali che, nelle loro alterne vicende, sono potuti giungere sino all’età napoleonica (fa eccezione il libero comune di Pontremoli con il suo distretto rurale, emancipatosi anzitempo), chiudendo alle popolazioni ogni altra prospettiva economica che non fosse quella dell’immobile economia curtense.

Anche a causa delle loro interminabili lotte intestine e della progressiva frantumazione ereditaria dei feudi, i Malaspina condannarono gli abitanti della Valle, impossibilitati a darsi un’unificazione economico-sociale, a trovare unicamente negli scarsi prodotti della terra il proprio mezzo di sostentamento. E allora quelle popolazioni, non accentrandosi soltanto intorno ai castelli e nei borghi fortificati, ma – dopo il periodo feudale vero e proprio – disperdendosi anche nelle più sperdute valli e casolari isolati nei boschi, trovarono nel castagno un sicuro mezzo di sopravvivenza, specialmente durante i non infrequenti periodi di siccità o di carestia.

Ne nacque la necessità di proteggere la coltivazione con norme precise e sanzioni severe, presenti in tutti gli statuti delle varie comunità: da Rocca Sigillina a Tresana, da Equi a Moncigoli, da Gragnola a Pontremoli (1391). Il cronista Giovanni Antonio da Faie di Malgrate scriveva così, nella sua cronaca del ‘400, che le castagne rappresentavano “per i due tersi il pan di Lunigiana”; e ancora successivamente, al tempo delle Signorie e delle dominazioni straniere, da una parte il rapace fiscalismo spagnolo e, dall’altra, il contraccolpo delle nuove scoperte geografiche contribuirono, se possibile, ad accentuare vieppiù l’isolamento e l’impoverimento della Lunigiana , i cui abitanti restarono come abbarbicati ai loro casolari all’ombra dei secolari castagneti, che gli agronomi del ‘600 e del ‘700 ponevano ancora al primo posto tra le culture arboree del territorio.

Gli stessi edifici presenti in Valle appaiono fortemente influenzati e caratterizzati dal rapporto coi castagneti. Lo dimostrano l’ubicazione dei villaggi montani e dei casolari, la struttura di particolari costruzioni temporanee come i “casoni”, nel comune di Mulazzo, e la casa rurale stessa, costruita talvolta col gradile incorporato, uno spazio che funge da cucina ma anche da centro della vita famigliare e luogo di ritrovo per le lunghe veglie invernali.

Un benefico albero tutto da sfruttare

Appartenente alla famiglia delle Fagacee, il castagno può raggiungere i 30 m. di altezza e un tronco di oltre 2 m. di diametro; assai longevo, è in grado di vivere anche oltre mille anni. Le sue radici hanno un potere decalcificante, cosa ben nota agli agricoltori lunigianesi, che integrano con materiale o sostanze a base di calcio i terreni destinati a nuove colture e in precedenza e per lungo tempo dominati dal castagno.

Questa benefica pianta predilige il terreno siliceo e calcareo, cioè acido: il che spiega perché, come si è detto prima, l’area del castagno coincida con quella delle statue-stele che, essendo tutte di arenaria, provengono da un terreno geologico a macigno fortemente acido. Quando sia ben curato (potatura ed estirpazione al suolo di arbusti infestanti), in terreno idoneo per composizione chimica e al giusto grado di umidità ed esposizione solare , il castagno adulto ha un portamento maestoso, con un’ampia chioma formata dal fogliame non particolarmente fitto, ma trasparente e riposante. Di conseguenza si può dire che buona parte della vita comunitaria dei Lunigianesi dei secoli scorsi si sia svolta sotto la sua compiacente ombra. Le chiese, gli oratori, i santuari sorgevano e sorgono la dove cresceva quest’albero e sui prati sottostanti (con la sua ombra che ben consente la crescita dell’erba) avvenivano i giochi dei bambini, le merende, gli incontri d’amore e le transazioni commerciali. Come pure le sagre e le fiere ancora ancora oggi, più note e affollate: quelle di San Genesio a Filetto, di Comano, di San Terenziano a Mignegno di Pontremoli, della Pieve di Bagnone capaci di resistere all’urto incalzante dei tempi moderni, forse anche in virtù della presenza di questo illustre protagonista, che si oppone con disperata tenacia all’inquinamento, alla distruzione e all’abbandono da parte dell’uomo. E sopravvivono ancora in Lunigiana alcuni superbi castagni, fra i quali, in particolare, quelli di Compione, di Iera, della Cervara, di Guinadi, di Bassone, di Codolo, di Rossano e di Bosco di Zeri. D’altra parte, in passato, il castagno era stato veramente tutto per gli abitanti della Val di Magra: cibo, legname da lavoro e da riscaldamento, lettiera per il bestiame, riserva inesauribile di funghi e altri prodotti del sottobosco.

A parte i cibi derivati, come il frutto e la farina, anche il legno e le foglie del castagno venivano ampiamente utilizzati. Il legno serviva per pareti divisorie, travi di sostegno, serramenti, pavimenti, telai, solai, mobili, canterani e panche, scranni e seggiole, cassapanche e bigonci, botti e barili, canestri (cavagni), mazzaranghe, arnie (bugi), carbone, pali di sostegno alle vigne, cesti per il bucato, greppie per gli animali, zuffoli e trombette (suei) per i bambini e persino bare (“le salme vennero deposte in due bare di castagno fatte costruire a Chiesa e portate a spalla nella vallata…..”, così ricorda G. Lett, per il 1945). La stessa cenere veniva impiegata per il bucato tradizionale e poi nell’orto come concime, con funzione antiparassitaria delle verdure.

Le foglie, che sono caduche, particolarmente grandi e di varia forma e lunghezza, a seconda della varietà, erano usate come lettiera (in tal caso, sicuramente migliori della paglia, delle stoppie o delle foglie di quercia e di cerro), ma soprattutto – quelle lisce, sottili e lucide di particolare qualità – costituiscono (e tuttora costituiscono), dopo essere state ammollate in acqua tiepida , la base del tagliere su cui viene steso l’impasto molle di farina di castagne, acqua e sale, da far scivolare nei testi (anticamente di terracotta e poi di ghisa) per ottenere la caratteristica torta pattona che, consumata con salsiccia fritta, sanguinaccio o formaggio grasso, è onnipresente nella tradizione della cucina “povera” lunigianese.

Il maggiore dell’esercito britannico Gordon Lett, che tra l’autunno del 1943 e la primavera del 1945 operò nel territorio di Zeri con un battaglione internazionale partigiano, in un suo famoso libro di memorie descrive varie scene di interni rustici, in cui viene servito il caratteristico piatto: “Avvolta in un panno bianco serrava tra le mani la nostra colazione, fatta di pattona…….”. “Seduti sul fieno…..consumavano la nostra cena, fatta di pattona fredda e formaggio….”. ” Dalla valle di Rossano giunse una colonna di muli carichi di frutta, formaggio e pattona“. “Naturalmente portava con sé…..un po’ di formaggio, due uova e una fetta di pattona…….”. “Dina offriva ai nuovi arrivati grosse fette di pattona calda…..”. ” Aperta una madia che stava in un angolo , la donna ne estrasse alcune fette di pattona e un fiasco di vino”. “In aggiunta alle uova e al prosciutto, una fetta di pattona giaceva solitaria su un prezioso piatto di Faenza”. Ma nelle veglie notturne di quei drammatici giorni ( ed è l’unica testimonianza in proposito che abbiamo) le foglie di castagno ebbero anche un altro uso. “Era un godimento squisito fumare tabacco vero, dopo le solite foglie di castagno dissecate…..”.

Renato del Ponte, I Castagnai, in Saperi e mestieri toscani: viaggio nei Musei del lavoro dalle Apuane al Chiarone, pp. 33 – 42