Per la prima volta la “Deputazione” ha spostato, per ragioni di ricerca e di studio, la sede delle adunanze in questa parte del territorio della Sezione di Pontremoli, che si incurva sul fianco orientale del Golfo di Genova, nella regione del monte Gottero, in un addensato complesso montano, ciò che, di per sé, viene a coordinarsi con le altre più vaste attività che, mediante le iniziative specializzate delle Sezioni di Parma e di Piacenza, si stanno da tempo svolgendo nella corrispondente regione del versante padano dell’Appennino e, specialmente, nel territorio veleiate (1).
Questa parte dell’Appennino settentrionale è, senza dubbio, di notevole importanza per le indicazioni di geografia storica rivolte allo studio della Liguria antica, specialmente rispetto a quel travaglioso periodo di trasformazioni territoriali, seguito al movimento di convergenza e di addensamento delle stirpi linguistiche verso i più interni rifugi dei gioghi montani, sotto la pressione della sistematica avanzata della conquista romana, intorno al vasto massiccio appenninico largamente disteso tra l’Arno e il Po. I minori nodi montani e le molteplici anguste valli ad essi connesse furono, infatti, nelle lunghe vicende di quelle guerre, i naturali baluardi di difesa, di rifugio, di resistenza etnica di quei popoli indomiti, come nei casi, ben noti, dei Friniati e degli Apuani.
E’ assai facile osservare quanto, sotto un tale aspetto, sia caratteristico questo tratto montagnoso che forma un tipico complesso di isolamento demografico, dal quale convergono, da vari centri, più dorsali articolate a raggiera, dando origine, nei superiori bacini del Taro e della Magra, ad un addensamento di anguste valli e vallette, come, per esempio, quelle del Ceno, della Gotra, dal Tarodine, del Verde, della Gordana, della Vara e dei loro numerosi affluenti.
Tali condizioni orografiche sono state le evidenti cause del lungo e conservatore isolamento storico della regione, come testimoniano le non ancora cancellate tracce dei sistemi naturali delle comunicazioni, i caratteri arcaici degli assetti demografici, le indicazioni della toponomastica, ma, soprattutto, la resistenza di quel gruppo di dialettiche si sogliono indicare come liguri-lombardi, ben individuati nell’alto Appennino piacentino, o già piacentino, specialmente delle alti valle del Ceno e delle convalli dell’alto Taro , dell’estremo bacino nord-ovest della Magra e della Vara. E’ dunque evidente nel territorio suddescritto la perdurante attività di un forte substrato ligure (2).
E’ perciò naturale che, come si è già accennato, anche le ricerche storiche sul veleiate, dal piacentino, e gli studi sulla Lunigiana, risalendo la Val di Magra, vengano ad incontrarsi nel territorio di questo nodo importante dell’Appennino ligure. Ed è altrettanto naturale che, a questo proposito, si tengano presenti gli studi del nostro non dimenticato Presidente, Giovanni Mariotti, non tanto per la feconda opera archeologica di illustratore di Veleia, quanto per le sue ricerche che si sono avvicinate a questo territorio, come quelle che lo portarono ad individuare le vicende del conciliabolo ligure di Rubiano, alla confluenza del Ceno col Taro e dove poté anche studiare le testimonianze di antichi culti liguri, dei quali rinvenne inoltre le tracce anche sull’alto del monte Penna, forse riferibili al diffuso culto delle cime, del quale se ne palesa qualche indizio in questa stessa valle della Gordana, sulla vetta del monte Burello (3).
Quanto allo svolgimento delle proposte indagini territoriali e demografiche, è evidente che esse si avvantaggeranno meglio, per le intuizioni che se ne potranno trarre, dal riferimento al complesso degli assetti territoriali che ci è offerto nel loro aspetto arcaico della vita montana e rurale, da un documento diretto, quale é la ben nota “Tavola di bronzo della Polcevera” (sec. II a.C.), nel versante meridionale dell’Appennino ligure, che non da quello ben più vasto offerto dalla celebre “Tavola alimentaria di Veleia” (sec. II d.C.), che rappresenta una fase molto posteriore e progredita di quegli assetti consolidatisi, attraverso una forte romanizzazione, presso i Liguri della valle Padana occidentale (4).
Il territorio non solo di Zeri, ma della vicina regione, ha conservato, evidenti sino ai giorni nostri, questi caratteri della demografia ruralistica pagense che, nella età antica era stata più attiva e fiorente soprattutto nel lato destro dell’alta val di Magra. Questo tipo di ordinamento ruralistico, comune alle antiche stirpi italiche, era durato, come è noto, più tipicamente presso i Liguri i quali, secondo la ripetuta frase di Strabone “dissipati per pagos vivunt”, conforme alla loro libera indole (5).
Il distretto zerasco si presenta appunto, nel suo largo complesso, come un poco omogeneo raggruppamento di piccoli abitati, suddivisi in vari nuclei, sparsi nella alte valli del Gordana, del Verde, della Teglia, (affluente della Magra) e della Gottera (affluente della Vara). La popolazione era sparsa (vicatim habitantes) nei vari vici o loci, ognuno dei quali aveva un nome suo, come un nome proprio aveva il distretto o pago comprensivo di tutto il territorio.
Nel distretto di Zeri (alta valle della Gordana e della Gottera) si contano tuttavia non meno di 17 di questi abitati di varia importanza, che possono andare dai vici più popolati fino ai più piccoli loci o cà, distinte queste, da nomi di famiglie, dove si può sorprendere il processo iniziale della formazione di nuovi abitati per effetto delle divisioni delle più prospere stirpi. Ne sono derivati toponimi di varia origine come, per notarne qualcuno dei più tipici: Castello (ar castè), Patigno ( (PETINIUS), che è stato il vico più importante presso cui sorse da una cappella forse di derivazione monastica brugnatense, la parrocchia e dove poi ebbe sede il Comune; Coloretta (Clarèida, CORYLETA?), Noce (Nuza), Agnudano (ALNETANU), Chioso (cios, CLAUSU), Conciliara, Bergugliara (Bargugiara), Calzavitello (Cazavedè), Cabiagi, Catosi, Carocchini, ecc. (6).
Quanto si è detto di Zeri si può ripetere di Rossano, distretto meno importante, distribuito nell’alta valle della Teglia, composto di una quindicina di abitati con nomi tratti, nella maggior parte, dalle particolarità dei luoghi, come, per esempio, Lama, Chioso, Montelama, Bosco, Valle, Paretola, Foce, Canale, Colla (valico), Castoglio (monte erto). Altrettanto si potrebbe ripetere degli altri più piccoli distretti, come Arzelato e i casolari delle valli del Verde e della Gordana.
Data la natura dei luoghi e tenuto delle indicazioni offerte, come si è visto, dalla geografia storica, è giustificata la supposizione che si tratti delle tracce di un ordinamento ruralistico arcaico, precedente al pagus romanizzato, costituito da piccoli distretti montani associati da patti federali e sottoposto a un capoluogo fortificato del tipo del Castèlum ligure, capace di svolgere opera di protezione e di rifugio.
Malaguzzi Valeri, nei suoi classici studi sulle costituzioni dell’alta montagna modenese, notando le tracce, nel territorio del pagus Friniatensis (Frignano), di antiche divisioni per castelli, le aveva, con felice acume, ricollegate ” a remotissime istituzioni non toccate dalla colonizzazione romana” (7).
D’altra parte anche nel testo della Tavola della Polcevera, che si riferisce appunto ad una organizzazione di tipo montano e ruralistico, non si parla affatto di pagi e di pagenses ma di casteli e di castelani, come nel caso del castelum Alianum, sullo spartiacque dell’Appennino genovese e dell’altro Castello di Langasco, nell’agro pubblico dei Langenses, come ha supposto Desimoni (8).
Purtroppo la sfuggente etimologia del toponimo Zeri non ci porge aiuto nella non facile ricerca rivolta ad illustrare le vicende passate del suo territorio. Nelle parlate locali la voce Zeri ha una qualche incertezza negli esiti fonetici, Zéri o Zéra, per l’oscillante sonorità della iniziale dentale. Alcuni vecchi eruditi hanno creduto di poter trovare la radice del nome riferendosi alle caratteristiche del luogo: al “giro”, cioè della valle (nel senso fisico e giuridico), della quale il castello è il centro. Altri, invece, hanno voluto riconoscere Zeri, nel Cerri del noto diploma di Federico I, del 1164, nel quale si trovano ricordati i possessi feudali confermati a Obizzo Malaspina, tra i quali, in comitatu lunense si leggono elencati: quartam partes Montis longi, Cerri cum tota curia. E’ discutibile se il Cerri del documento possa corrispondere a Zeri: comunque vi si oppone la fonetica perché, nelle parlate locali, l’iniziale di Zeri, come si è detto, è sonora e non sorda come è invece l’iniziale di Zer, cerro. Foneticamente, dunque, corrisponderebbe meglio, come indicazione della pronuncia popolare, la proposta etimologica precedente. Nelle scritture latine medioevali ricorre la Zirrus, italianizzata in Zirro o Ziro. Nella cronaca di un umanista pontremolese, maestro di grammatica, del secolo XVI, che, usualmente preferiva la dizione Zirrus, vallis Zirri ecc. si trova invece, in un elenco di nomi locali, registrata la voce geri, con l’evidente proposito di avvicinarla alla pronuncia volgare (9).
La voce “Zerasco”, viva nelle parlate locali, in luogo di portare luce sull’argomento, aggiunge un nuovo elemento di incertezza. E’ ben noto, infatti, che il suffisso “-asco” è ritenuto proprio del ligure antico, quale indicazione, nei nomi di luogo, di origine o di appartenenza, come, per fare un esempio, il nl. Langasco della tavola della Polcevera, ritenuto dal Desimoni, un derivato di Lango, nome dell’agro pubblico dei Langensi, nel quale sorgeva il Castelum di Langasco, dove ora si trova la chiesa omonima, già pieve: Lango, Lang-enses, Lang-asco.
Avviene, invece, che nel territorio di Zeri la voce “zerasco”, viva come aggettivo, non si rintracci come nome di luogo, a meno che non si voglia supporre che la voce “castello” non si sia sovrapposta, quale nome di luogo, al precedente toponimo di etimo oscuro. La fortuna delle parole è retta da combinazioni così apparentemente strane che non può sorprendere come attraverso passaggi semantici , dei quali resta per noi, ora, difficile conoscere le ragioni e le vicende, il predetto suffisso che è, appunto, uno di quelli della serie – sc – che si è più largamente propagato ad altre lingue anche moderne, abbia potuto assumere, in fase propriamente italiana, e perdendo le sue caratteristiche originarie determinatamente toponomastiche, le qualità aggettivali più generiche. Ma che non si tratti di una innovazione, ma della trasformazione di un elemento lessicale antico e locale possono farlo supporre la presenza nel territorio di altre testimonianze della toponomastica. Non mancano, infatti, nell’alta Val di Magra toponimi e idronimi di sicura e antica origine ligure come il toponimo Tarasco, e come il nome dei due rii, Morasco e Rodesco, affluenti di sinistra del torrente Verde, nelle parti alte del suo bacino, presso la foce del “Faggio Crociato”, nel territorio di Zeri. Ciò basta per dare il suo valore indicativo originario al suffisso della voce zer-asco (10).
Il “Castrum Zirri” ebbe importanza nel medioevo, nelle mani dei Malaspina, quali discendenti e successori degli Obertenghi e degli Estensi, e, successivamente del Comune di Pontremoli, perché poteva dominare e regolare un nodo di importanti comunicazioni. Il Comune di Pontremoli, nel secolo XIII, ne aveva fatto, collegandolo con la “tanga” o “custodia” delle fortezze di Chiusola e di Godano, in Val di Vara, un valido istrumento per la sicurezza delle sue vitali comunicazioni occidentali, terrestri e montane, specialmente con Genova (11). E’ dunque presumibile nel quadro della geografia storica dei luoghi, che un castelum ligure abbia preceduto, tra questi monti, un castrum di età romana e quello medioevale , svolgendovi una attività per così dire “compitale” , di arcaico ordinamento demografico , sull’incrocio di vie montane da tutelare e mantenere, quali erano appunto, come si è accennato, i vecchi sistemi delle vie naturali preromane, in gran parte abbandonate o sostituite e dimenticate nell’età moderna , ma nelle regioni montane più isolate, perdurate sino ai nostri giorni, delle quali, comunque, non è difficile ritrovare le tracce.
Una di queste comunicazioni era la ricordata trasversale per la valle della Gottera, tra Magra e Vara, collegata a levante anche dall’antico guado del “Groppus de Tabernula”per Surano, consolidata, come si è visto, in età successive dal Comune di Pontremoli quale “via quae vadit Januam” (12). Altra importante comunicazione tra la valle padana, la marina e il territorio lunense si collega al ricordato valido del “Fo crosà” o “Faggio Crociato” o “Foce grande”, più recentemente detto dei “Due Santi”. La foce si apriva ad una via che saliva dalla valle del Tarodine, da Albareto o da Borgotaro, e giungeva al “Castello di Zeri”, per innestarsi alle altre vie che conducevano a Sarzana o a Luni e verso la Toscana. A questa via si associano anche ricordi di avvenimenti militari che, per quanto dell’età comunale, tuttavia, date le condizioni ancora primitive dei luoghi, possono essere indicativi per chiarire situazioni di vita anche di età molto anteriori. Si trattava, al solito, di discordie locali, insorte per rivalità tra i Comuni di Piacenza e di Pontremoli. Nel 1229 il Podestà di Piacenza aveva preparata una spedizione di rappresaglia di 3000 uomini, per dare il guasto alle terre del nemico Comune. La spedizione fu diretta contro il territorio zerasco. Essa partì da Borgotaro sulla fine di agosto, e si diresse contro il Castello di Zeri per impadronirsene e fu presa, appunto, la via del Faggio Crociato. Ma il castello venne validamente difeso, e la spedizione, anche per il maltempo, fallì. Come fallì pure il il tentativo di impadronirsi del vicino castello di Godano.
Un altro episodio più romantico e cavalleresco, giova ad illustrare le condizioni e il funzionamento di quelle comunicazioni montane. L’episodio si riferisce alla venturosa vicenda di Corradino di Svezia, quando nel 1267, riuscito a sfuggire agli agguati tesigli in Lombardia da Carlo d’Angiò e dal partito guelfo, si trasferì da Verona a Pavia e, quindi, imbarcatosi a Vado, riuscì a raggiungere la fedelissima Pisa, per seguire poi la sua fatale avventura, finita tragicamente, sul patibolo di Napoli. L’avevano voluto seguire per via terra, il fedelissimo Federico Duca d’Austria, con altri fedeli tra i quali molti ghibellini fuoriusciti piacentini. Non potendolo fare per via di Montebardone perché presidiata dalle forze di re Carlo, dislocate a Pontremoli e a Sarzana, preferirono tenersi alle vie più sicure della montagna piacentina e, “per Valdetarium, non attingentes Pontremulo” presero la via di Zeri, per continuare poi la via montana della regione del Gottero. Li guidò e accompagnò Alberto Malaspina, ultimogenito di Corrado, il quale “cum ipsis equitavit usque Sarzanam ad civitatem Pisarum”, come è ricordato negli Annales gibellini placentini (13).