


La mucca nella buona stagione veniva condotta al pascolo due volte al giorno: dal mattino presto sino a mezzogiorno e nel pomeriggio sino a sera. Condurre la mucca al pascolo era attività assegnata ai ragazzi ed alle donne di casa, essendo un animale tranquillo, socievole e lento nei movimenti poteva essere facilmente guidato anche da un bambino di sette/otto anni. Sino agli anni ’50 del secolo scorso dover condurre le mucche al pascolo era una delle motivazioni maggiormente ricorrente per la mancata frequenza scolastica lamentata dai maestri nei resoconti di fine anno scolastico. Mentre sorvegliavano le mucche le donne filavano la lana o cucivano maglie e calze, mentre i ragazzi si divertivano a cercare nidi di uccelli oppure giocavano con altri ragazzi, al pascolo non si era mai soli!
Quando il freddo intenso o il maltempo non consentiva l’uscita dalla stalla, alla mucca venivano servite razioni di fieno che veniva preparato in estate nei mesi da maggio a luglio e conservato in cascina.


Il taglio dell’erba avveniva con la falce fienaia, attrezzo con un lungo manico di legno dotato di due impugnature su cui era installata perpendicolarmente una lama arcuata. Era un’attività faticosa che solo una lunga esperienza poteva alleggerire, dando al movimento oscillatorio delle braccia una movenza naturale e proficua. La lama doveva essere di frequente affilata con la cote, una pietra che consente di ottenere un risultato omogeneo e preserva la lama stessa. Nella prima metà dell’Ottocento i migranti di Montereggio e Parana si trasformarono da contadini in venditori di cote ed altri piccoli oggetti in varie zone della Lombardia, allora terra straniera. Successivamente trasformarono la merce in vendita da pietre a libri, dando il via al filone dei librai, dapprima con la gerla, poi con le bancarelle ed infine con i negozi.

Per averla sempre a portata di mano il contadino si legava alla cinghia dei pantaloni un contenitore di legno nel quale riporre la cote; di solito il contenitore veniva ricavato svuotando un piccolo tronco di castagno.


Quando il continuo utilizzo o lo scontro con elementi più duri dei fili d’erba rovinavano il filo della lama era necessario ripristinarlo con l’apposito martello ed una piccola incudine portatile. Il contadino si sedeva per terra, a gambe larghe, fissava la punta dell’incudine a terra e appoggiava la lama sull’incudine e ne martellava il “filo” avendo cura di imprimere la giusta forza al martello per assottigliarla in modo corretto.


Ultimato il taglio l’erba veniva sparpagliata con il forcone per agevolarne l’essicazione e nei due giorni successivi rigirata più volte.
Quindi con rastrello e forcone il fieno veniva raccolto in mucchi e caricato sulla “treina” per essere portato a casa e ricoverato in cascina.


Quando la cascina era piena si ricorreva all’antico uso di conservare accumuli di fieno nei prati. Si fissava nel terreno, che doveva essere leggermente in discesa per evitare stagnazione di acqua, un lungo palo attorno al quale si posava in circolo il fieno e lo si pressava con i piedi per renderlo meno permeabile agli eventi atmosferici. In inverno, dopo che si era ricreato posto nella cascina, lo si andava a prelevare con la treina.











