IL RASTRELLAMENTO DI CERVARA


Al comando nazifascista di Pontremoli, è noto da tempo, che la zona di Cervara, abitata da gente fierissima, è spesso sede ospitale e sicura di non poche formazioni partigiane. Quella comandata da “Facio” ad esempio, vi è di casa. Naturale del resto, quando si pensi che i giovani Cervarotti, costituiscono la maggioranza assoluta della formazione stessa. “Facio” da buon psicologo, sa d’aver alle sue dipendenze non solo dei guerriglieri veri e propri, ma anche dei figli di famiglia, dei fratelli, dei papà, che per nulla hanno rinunciato ai loro affetti e che spesso, seppur fugacemente, amano ritrovarsi tra i loro cari. Questo lo sa il comandante “Facio”, ma lo sa pure il comando nazi-fascista di Pontremoli. Da qui la decisione, lungamente studiata, di un vasto rastrellamento a sorpresa, con la speranza, vivissima, da parte dei nazi-fascisti, della cattura e dell’annientamento dell’intera banda “Facio”.

Nel volgere della notte, tra il 15 e il 16 aprile 1944, l’attacco all’abitato della Cervara è in segreto e pieno sviluppo. Ecco il piano di avvicinamento sul naturale e morale fortilizio ribelle, che tre colonne di nazifascisti, debbono portare a compimento. Una colonna, proveniente dallo Zerasco e composta di soli “mai morti”, ha il compito di rastrellare, lungo la notte, tutta la vasta zona attraversata e concentrarsi prima dell’alba a nord e nord-ovest della Cervara; una seconda costituita da un battaglione di “decimini” e in gran parte di tedeschi, muovendo dai monti, soprastanti il paese di Bassone, deve piazzarsi a ventaglio e a sud della località, mentre una terza colonna – la più forte – composta di tedeschi e di fascistoni pontremolesi, bardati di tutto punto, dopo essere scesa, provenienti da Pontremoli, alla stazione ferroviaria di Guinadi e aver rastrellato tutto il basso e medio Verde, deve concentrarsi, prima del giorno, a est e a nord-est della località da bloccarsi di sorpresa. Diremo subito che la sorpresa riuscirà solo in parte. Una povera donna, l’ultracinquantenne Teresa Pizzanelli, mentre ancora nel buio sta scendendo dalla Cervara verso Pontremoli, ha modo di udire, più che avvistare, l’avvicinarsi dei tedeschi. Ritornare sui propri passi, seppure con affanno è un attimo! Appena in paese, si precipita ad avvertire una staffetta partigiana ( Francesco Pizzanelli), che, portatasi a sua volta di corsa fuori dell’abitato, spara tre colpi di fucile a breve distanza l’uno dall’altro. E’ il segnale convenuto in caso d’allarme. Agli spari convenzionali, molti dei giovani hanno modo di lanciarsi verso i sentieri dell’alta montagna, mentre la stessa banda “Facio” si sgancia con calma e con sicurezza dal luogo, posto discosto dalla Cervara, che avrebbe potuto trasformarsi, in trappola mortale.

L’eco delle tre fucilate che ha risuonato nettamente nel silenzio della montagna e della notte, viene ingigantita all’istante dal susseguirsi violentissimo di intense sparatorie. Sono gli assalitori che, oramai a pochi passi dal paese, consideratisi scoperti, intendono inchiodare dal terrore la popolazione nelle case. Quando tutta Cervara, ansiosa di sapere e spaventatissima, è alle finestre, agli usci dei poveri abituri, decisa a sfidare l’immane pericolo, per lanciarsi verso le montagne più alte è tardi. Tutto il paese – sta ormai albeggiando – è stretto da un compatto e poderoso cerchio di ferro.

Questione di attimi e gli assalitori irrompono tra le case, sparacchiando e urlando come dannati. Il poverissimo abitato della Cervara, da quel momento è trasformato in terra di conquista.

Il rastrellamento ha inizio casa per casa.

Lo stabile della famiglia Beccari, Attilio e Virginia, come tutti gli altri, è rigurgitante di tedeschi. Scovata in un angolo una damigianetta di vino stanno per consumarne precipitosamente il contenuto, quando un tedesco, imperioso, si rivolge alla padrona di casa. -Tu, bere prima! – intima con durezza. La Beccari, a forza ne trangugia un mezzo bicchiere. E’ fiele per la povera donna ma come altrimenti?. I tedeschi, rassicurati, s’impossessano della damigiana, facendola sparire all’istante. Prima di andarsene scaricano le armi sulle pareti della cucina. Virginia Beccari, più che cinquantenne, colpita dalle pallottole di rimbalzo, cade a terra gravemente ferita. E’ il compenso.

Man mano che gli uomini vengono prelevati dalle case, sono spinti sul piazzale del borgo e allineati lungo uno dei muri perimetrali della chiesa. Il parroco, don Nemesio Curadi, anch’egli al muro, perché imputato di favoreggiamento ai partigiani, sfugge per miracolo alla fucilazione. Un giovane padre di famiglia, tale Alberto Zuccarelli, già legato con le mani dietro il dorso e posto di fronte a un plotone di tedeschi con le armi spianate, viene salvato da un pontremolese, facente parte della spedizione. Ogni tanto un barlume di luce e un briciolo di senno, tornano a riaffiorare su questa infelice, insanguinata Italia. E pensare che senza la macabra farsa del …duce risorto, tanta carneficina si sarebbe potuta evitare.

La distruzione di Cervara e la strage dei suoi abitanti sono state evitate per un solo, autentico miracolo: il non aver rintracciato entro l’abitato la minima ombra di armi e di armati. Miracolo dovuto in gran parte alla continua, trepida precauzione delle donne. Fuori dal paese, invece, e specialmente a monte, la caccia all’uomo è spietata, senza quartiere.