L’ESSICAZIONE

Ogni giorno le castagne raccolte venivano riversate e stese nel gradile.

Il gradile era una costruzione ad un piano, con un reticolo di assi di castagno distanziate di ca 1,5 cm che poggiava sul muro ad una altezza di circa 2 metri; su questo reticolo venivano stese le castagne.

Il periodo di essicazione durava circa 25/30 giorni; il pavimento del gradile (la grà) era fatto con lastroni di arenaria, al centro veniva acceso il fuoco ininterrotto per tutto il periodo, inizialmente a fiamma molto debole per non far arrossare le castagne, poi più sostenuto per fare in modo che nella fase di sgusciatura avvenisse con successo il distacco sia del guscio che della pellicina, troppa pellicina avrebbe reso amara la farina.

I ceppi accesi
Ambiente acre e fumoso

Spesso il locale era utilizzato anche come cucina (foto di Giorgio Borali)

Quando il fuoco era ben avviato, per farlo durare più a lungo, si coprivano i grossi ciocchi con i gusci (rusku) dell’anno precedente. Le castagne stese ad essiccare impedivano al fumo di uscire, rendendo l’aria acre e facendo lacrimare gli occhi. Sino ai primi decenni del secolo scorso spesso il locale cucina coincideva con il gradile e la famiglia consumava il magro pasto nel fumo pungente.

Il fuoco acceso giorno e notte rappresentava un grave pericolo poiché dopo qualche giorno di caldo, i muri e tutta la stanza erano molto asciutti ed era sufficiente una scintilla per incendiare l’essiccatoio; a rendere ancora più insidioso il tutto, spesso il locale era incorporato nell’abitazione ed un incendio avrebbe distrutto la casa con l’intero raccolto. Perciò i nostri vecchi per vegliare il fuoco dormivano nella “scranna” . In tempi recenti per evitare simili problemi il fuoco è stato imprigionato in una botte adattata allo scopo; il calore sprigionato dalla stufa e dal tubo di scarico erano sufficienti per ottenere una buona essicazione delle castagne.

Per agevolarne l’essicazione omogenea le castagne venivano girate un paio di volte con un attrezzo simile ad un rastrello senza denti.



Il gradile veniva utilizzato anche per la prima fase di stagionatura degli insaccati di maiale, sfruttando il calore del fuoco che veniva acceso, frequentemente, per cuocere i cibi nei testi. Raggiunto un buon grado di stagionatura, gli insaccati venivano trasferiti al fresco in cantina.


Castagne in cottura nella padella appesa alla catena che pendeva nella parte centrale del gradile

Il gradile era però anche un luogo di incontro, di comunione dove tutta la famiglia e spesso anche i vicini si ritrovavano dopo cena, al caldo. Gli anziani erano al centro dell’attenzione con i loro ricordi e i loro racconti, è così che venivano tramandate le storie che caratterizzano ogni paese. Erano racconti dove spesso e volentieri la faceva da padrone il diavolo, con i suoi tentativi di soggiogare il mondo. Erano le storie della pastorella di Torrano, del Lupo Mannaro, delle “andade” (processioni di defunti), dell’oro del Diavolo, del ponte dei rumori, di streghe e via dicendo. I più piccoli ascoltavano a bocca aperta, attaccati alla gonna della mamma. Bicchieri di vino e mondine allietavano le serate. Finito il periodo delle castagne il luogo di ritrovo si trasferiva, in tempi piuttosto remoti, nelle stalle sfruttando il calore prodotto dalla presenza degli animali, in tempi a noi più vicini era invece la cucina il luogo dove si celebravano le “veglie”, ma era un mondo già in profondo cambiamento, questi ritrovi erano soprattutto riservate alle donne ed ai bambini, gli uomini preferivano farsi un bicchiere di vino giocando a carte nelle osterie, aperte in tutti i borghi, anche i più isolati.

Foto tratta dalla pagina facebook Noi Siamo Agricoltura