LA STRADA FRANCESCA DI MONTE BARDONE

Seconda puntata

(da “La Giovane Montagna”, n° 5, maggio 1940)

Recenti Pubblicazioni di dotti stranieri – alcune anzi recentissime – hanno richiamato l’attenzione degli studiosi sulle strade percorse nel medioevo dai pellegrini attratti dai più lontani paesi ai venerati santuari di Gerusalemme, di S. Jacopo di Gallizia, e, soprattutto, di Roma; e non soltanto sui tracciamenti di quelle antiche strade e sui grandi avvenimenti storici che su di esse si sono svolti, ma anche – e ancor più – sulla influenza che quelle vie percorse di continuo, e non dai pellegrini soltanto, esercitarono sui commerci di quei remoti tempi e sul progresso delle lettere e delle arti. Si direbbe quasi che, in questa vigilia di un nuovo Anno Santo, sia rinverdito oltralpe e oltremare, il ricordo degli antichi romei e della faticosa e lenta ma continua ed opera di affratellamento da loro compiuta tra popoli lontanissimi, invano divisi da aspre catene di monti e da vasti e tempestosi mari, alcuni dei quali, come quelli di Islanda, per molti mesi dell’anno, resi, per le nebbie ed i ghiacci, inaccessibili.

La nostra celeberrima Strada di Montebardone avrebbe indubbiamente meritato di figurare la prima nel breve elenco di quelle grandi vie, molto più che da essa, appunto, sin dal 1886, per opera di un italiano dottissimo, Pio Raina, si iniziò lo studio dell’importanza che hanno per l’epopea francese le strade dei pellegrinaggi (1), dimostrando la necessità di ben conoscere l’andamento di essa per comprendere molti degli episodi, fino ad ora rimasti oscuri, delle chanson de geste.

Invece la nostra Strada Francesca, da cui questi geniali studi si iniziarono, oggi dai nuovi dotti illustratori dei rapporti dei pellegrinaggi col rapido progredire delle lettere e delle arti belle, è quasi del tutto dimenticata.

Giuseppe Bédier, il degno successore di Gastone Paris nella Cattedra del Collegio di Francia, enumera bensì, nel secondo e nel quarto volume delle sue ricerche sulla formazione delle leggende epiche (2) i ricordi che ci rimangono del Monte Bardone nella chanson de geste che canta di Ami et Amile, nel Charroi de Nimes, nei Narbonnais, nelle Enfances Ogier; ma quando si accinge ad illustrare l’ampia descrizione della fuga di Ogiero il Danese sul Monte Bardone, fatta da Raimbert de Paris nelle Chevalerie Ogier de Danemarche (versi 5965-5975) cade, per mancanza di precisa conoscenza dei luoghi, in gravi inesattezze.  Cercheremo di correggerle più innanzi, restituendo quel testo, per noi importantissimo, alla sua antica lezione.

Emilio Male nella dotta monografia sopra “L’Arte del medio evo ed i pellegrinaggi” pubblicati sulla Revue de Paris del 1919 e 1920, ricorda, egli pure, la fuga di Ogiero il Danese inseguito di Carlomagno lungo la strada di Monte Bardone (3), fa, qua e là, altri accenni alla celebre via e illustra i cortei di pellegrini, scolpiti così suggestivamente, nel sec. XII, dal nostro Antelami, sulla facciata del Duomo di Borgo S. Donnino, ove la strada di Monte Bardone si staccava dalla vecchia Strada Claudia; ma, però, in quello studio, pure diligentissimo, dei monumenti di architettura e di scultura, che ancora si conservano sulle strade dei pellegrini e che dimostrano gli stretti rapporti che si avevano allora tra artisti di paesi lontanissimo, non vi è mai cenno alcuno dei monumenti della strada nostra.  Eppure l’illustre scrittore, che tanto si indugia per provare molto discutibili rapporti tra il grande scultore del Battistero di Parma e gli scultori francesi e specialmente quelli della Cattedrale di Chartres avrebbe assai più facilmente potuto dimostrare l’origine francese di alcune tra le più antiche sculture di Fornovo, di Bardone, di Berceto.  A Fornovo, ad esempio, sul vecchio paliotto dell’altare, nella rappresentazione del martirio di Santa Marta, avrebbe potuto rivedere il Tarasco, il leggendario terribile mostro che infestava le rive del Ròdano, rappresentato nelle stesse forme tipiche che esso ha nelle antiche chiese di Francia, e che noi italiani non vedemmo mai nei nostri monumenti, mentre le vediamo di continuo riprodotte in Francia, non soltanto negli scrittori di storia dell’arte, ma anche nei libri di cultura popolare come, ad esempio, nel Noveau Larousse illustré, che lo trae da un bassorilievo della chiesa di S. Salvatore in Aix (4).

Conobbe, invece, almeno in piccola parte, le sculture di Monte Bardone un altro dotto, infaticabile illustratore delle nostre glorie artistiche medioevali, Arturo Kingsley Porter, il quale, in una interessantissima memoria sul progresso della scultura in Lombardia nel sec. XII, pubblicò in eleganti incisioni ed illustrò nel testo, non soltanto insigni sculture del Duomo e del Battistero di Parma, del Duomo di Borgo San Donnino e della Pieve di Castellarquato, ma volle pure aggiungervi le sculture, così interessanti e così poco conosciute, della porta maggiore della Pieve di Berceto (5).                                                                                                          

Pur troppo, però, in altre due più recenti monografie, pubblicate dallo stesso laboriosissimo scrittore nello stesso American Journal of Archaeology, la prima nel 1920, sulle sculture romaniche di maestri italiani in Francia (6) l’altra, nel 1922, sulle sculture dei pellegrinaggi (7) non vi è più nessun cenno di Berceto e della sua Pieve, nessuno di Bardone, di Fornovo, di Collecchio e delle altre chiese romaniche, che rimangono ancora come insigni pietre miliari sull’antica via.

E – ciò che è più doloroso – si è che di quei venerandi monumenti non vi è più alcun cenno neppure nella splendida, colossale opera pubblicata dal Porter, proprio in questi ultimi giorni in Boston per illustrare le Sculture Romaniche nelle strade di pellegrinaggio (8).

Quell’opera colossale, in dieci volumi elegantissimi, con magnifiche incisioni distribuite in 1527 tavole fuori testo, io l’ho scorsa tutta diligentemente, ma mestamente, per farne un cenno nella rassegna bibliografica del nostro Archivio Storico Parmense. Ma confesso che la penna mi si è fermata tra le dita.

A quale pro, infatti, annotare che l’illustre scrittore ricorda, quasi ad ogni passo, il Duomo e il Battistero di Parma, il Duomo, San Savino e Sant’Antonino di Piacenza e il Duomo di Borgo San Donnino, che fa anche menzione qua e là, di altri minori monumenti delle nostre campagne, come, ad esempio, del Battistero di Vigolo Marchese sorto nel 1008 e del chiostro di Santa Felicola presso Montechiarugolo, che il Porter ritiene costrutto intorno al 1145?

A quale pro questi accenni su monumenti già conosciuti; quando in un’opera destinata ad illustrare le sculture sulle vie dei pellegrini, manca tutto il tesoro di sculture che la vecchia, abbandonata strada di Monte Bardone conserva gelosamente da secoli nelle chiese di Collecchio, di Talignano, di Fornovo, di Bardone, di Berceto?

Meglio, meglio assai – anziché perder tempo a notare lacune in opere altrui – raccoglier tutti gli elementi che valgano a colmare le lacune giustamente lamentate.

A ciò intende, appunto, questo mio modesto lavoro, nel quale verrò raccogliendo tutto ciò che sulla strada di Monte Bardone ci lasciarono scritto storici e cronisti, e i documenti che su di essa ancora conservano le nostre biblioteche e i nostri archivi (itinerari, relazioni di viaggi, statuti di Comuni e di Spedali, pie fondazioni a pro dei pellegrini) e le riproduzioni fotografiche dei monumenti architettonici e delle sculture e degli affreschi e delle antiche iscrizioni, che ancora si ammirano lungo la strada dei vecchi romei, e i disegni che ancor si conservano di taluni dei monumenti perduti, dal ponte medioevale di Fornovo, del quale, in questi ultimi anni, abbiamo visto ad uno ad uno scomparire le pile sotto il rialzato alveo del Taro, sino a questo eccelso ospedale della Cisa in summa Alpe, che, scomparso da secoli per l’incuria degli uomini e per la malvagità dei tempi, riappare oggi, come per incanto, dalle sue vetuste fondamenta, per opera di un cittadino benemerito, il Dott. Giuseppe Molinari, appassionato cultore dei ricordi dei padri, al quale la Regia Deputazione Parmense di Storia Patria da queste alte vette – ove si svolsero tante pagine di storia, ora liete, ora tristi, ma gloriose sempre – tributa oggi il più entusiastico plauso.                                                                      

II°

Prima di addentrarci a ricordare le memorie storiche ed a rintracciare i documenti ed i monumenti che ancor si conservano della nostra Strada, sarà bene anzitutto conoscere esattamente che cosa per Monte Bardone intendessero gli antichi.

Questo nome appare per le prime volte nelle vicende storiche del secolo VII e negli scrittori del secolo VIII; e d’allora in poi si incontra di frequente in un numero grandissimo di diplomi, di bolle, di rogiti, di statuti, di cronache, di atti e leggende di santi, di itinerari e di altri documenti di ogni fatto, sino a tutto il secolo XIII.

Poi, nel secolo XIV, scompare di nuovo; e così completamente, così rapidamente, che gli scrittori del sec. XV e dei successivi, più non sanno rintracciare ove e che cosa sia il Monte Bardone; e lo collocano, a caso, ora di qua ora di la dal Taro, ora sul territorio di Parma, ora in quel di Piacenza, contraddicendosi di continuo, e ingenerando nella narrazione dei fatti storici svoltisi nelle nostre Provincie, una confusione grandissima, che, pur troppo, anche nei più reputati scrittori d’Italia e d’oltralpe, dura fino al dì d’oggi.

Il primo degli scrittori italiani che abbia cercato di rinnovare la memoria del monte e alpe di Bardone è Ilario Biondo di Forlì; il quale, nella sua Italia illustrata (edita la prima volta in Roma  nel 1474, undici anni dopo la morte dell’autore, ristampata in Verona nel 1482 e poi in molti altri luoghi in Italia e all’estero) così si esprime intorno alla valle del Taro e al Monte di Bardone: Tarus exinde fluvius Padum illibatur.  Intus ad sinistram ubi Conio torrente angetur Fornovum, superius Complanum, Sancta Maria, et ad ortum fluvii Citium castella.  Ad dexteram Solignanum et Bargum ubi alpem Bardonis olim fuisse dictum invenio, in quo Lucprandus Longobardorum Rex monasterium, quod Bercetum dicititr, aedificavit (9).

Il Biondo, adunque, colloca giustamente l’alpe di Bardone sulla sponda destra del Taro, al di sopra della villa di Bardone (Bargum) e della selva di Solignano, nome antico della villa che noi ora chiamiamo Selva del Bocchetto (10).

Invece Fra Leandro Alberti nella sua Descrittione di tutta Italia, pubblicata la prima volta a Bologna nel 1550, dopo aver descritta tutta la riva destra del Taro, che egli, seguendo le imposture di Annio da Viterbo, colloca nella immaginaria Regione Bianora,  possa descrivere, al di là  del Taro, la regione Doria, altra strana invenzione di Annio; e, dopo avere accennato alla valle del Ceno ed al Castello di Bardi nel Piacentino, soggiunge: “Già erano addimandati questi alti monti l’Alpi di Bardono, ove Liuthprando Re de i Longobardi, edificò il Monastero di Berceto, secondo Pauolo diacono nel sesto libro dell’ historie” (11).

A correggere questi errori, divulgati dalle molte edizioni dell’opera dell’Alberti (12), che ebbe fra i viaggiatori e gli studiosi dei secoli XVI e XVII la stessa diffusione che hanno ora, fra noi, le guide del Baedeker, nulla opposero gli scrittori delle storie parmensi; che, anzi, il primo di essi, Bonaventura Angeli, nella sua Historia della Città  di Parma, edita nel 1591, segue in questa parte le invenzioni dell’Alberti, e rimprovera il Biondo che. pure aveva veduto e detto il vero.

“Bardone” dice l’Angeli, è “villa d’alcune poche case, con una antica torre, ma dishabitata, aperta; et pendente, che non mostra attender altro che la sua ruina.  Di questo luogo favellando il Biondo dice, che ‘l Tarro hà à destra Solegnano et Bardo, dove ei truova che gli antichi dissero l’alpe di Bardone.  Ma pur troppo egli s’ingannò, poiché non è verisimile che una piccola villa, anzi dirò villuzza, tanta forza hauesse potuto hauere, che da sé nominasse una tratta di monti così grande.  Ma non è vero anchora, conciosiaché questo luogo è dall’Appennino distante molto, massimamente dalla parte detta Bardone, né quei monti, che tra lui si truovano et l’alpe, si chiamano di Bardone; ma vengono col nome delle ville, che vicine li sono, detti. Chiamossi Bardone il monte  di Bardo, castello nell’istesse alpe posto, lontano da dodici miglia dal Borgo di Val di Tarro.” (13).                                                                                                                   

Solo nel 1642 un altro degli storici nostri, Ranuccio Pico, si accinse a correggere gli errori dell’Alberti e dell’Angeli e dimostrò che il Biondo “non poteva dare meglio in segno di quello che ha fatto per disegnare il sito di Berceto, percioché se dalle rouine di quello fu costrutta et edificata la terra del moderno Berceto, in che maniera potrebbe essere ciò facilmente succeduto se il Monte di Bardone fosse quello che deriva dal detto Castello di Bardi, che di molte miglia con notabile distanza e di scoscesa via si discosta da Berceto?  Onde molto più si accosta al vero che il detto monte o alpe prendesse il nome dell’istesso luogo di Bardone, ove ella comincia e va sempre innalzandosi fin a Berceto et ancor più oltre fin al giogo detto della Cisa di dove poi si cala fino a Pontremoli. E benché vi sia la distanza di alcune miglia fra l’un e l’altro luogo, nondimeno pare l’istessa Alpe li congiunga insieme, mentre cominciando come ho detto da Bardone va continuando fin al giogo, oue forse, o iui intorno, fu edificato detto Monastero, dalle cui rouine, secondo che dice detto Cronista” cioè l’Angeli “fu poi fabricato Berceto.  Né rileva molto l’argomento che egli adduce con dire che non è verisimile che una picciola Villa o Villuzza, come egli chiama, habbia dato il nome ad una tratta di monte così grande, e tanto da quello lontani; percioché non s’intende, né si parla di quei Monti che circondano il Castello di Bardi, mentre pazza cosa sarebbe volere prouare che detta Villa hauesse dato il nome a Monti tanto lontani, e i quali ne ancor so se si chiamassero anticamente di Bardone” (14).

“Ancorché” soggiunge il Pico “detta Villa di Bardone sia molto picciola, la quale però in quel tempo poteva per avventura essere assai maggiore, non per questo disconviene che possa dare il nome a quel monte che se gli accosta, si come molti altri esempi si potrebbono addurre di altri monti, che pigliano il nome dal luogo, benché vile, che, vi sia in qualche maniera congiunto; e si come il medesimo si vede parimenti nella denominazione de’ laghi, come il Benaco, che piglia volgarmente il nome dalla picciola terra di Garda che alla riva di quello giace, benché altre terre molto più nobili siano alla riva di esso” (15).

Rimase convinto della ragionevolezza di queste osservazioni, Pier Maria Campi; il quale, pubblicando pochi anni dopo il I volume della sua Historia Ecclesiastica di Piacenza, tolse al territorio piacentino di Bardi, e restituì a quel di Parma e l’Alpe di Bardone, e la strada, e il monastero, e tutti i fatti e le leggende che vi si riferiscono (16).

Ma nei primi anni del secolo successivo Monsignor Giusto Fontanini torna a stampare che il Castello di Bardi è situato a pié del Monte Bardone (17); e, quel che più sorprende, lo stesso dottissimo Muratori, in una nota ai versi di Donizone nel Tomo V degli Sciptores Rerum Italicarum,  toglie non solo all’Appennino di Parma, ma anche a quel di Piacenza, la Strada Francesca e la trae al piano, identificandola colla Via Emilia di Lepido (18).

E’ ben vero che pochi anni dopo lo stesso Muratori, pubblicando la XXXII Dissertazione nelle Antiquitates Italicae medii aevi, corresse in parte l’errore, ed espresse il dubbio che nei versi di Donizone si parli non della nostra Emilia ma della strada di Pontremoli. Dubitare nunc subit, egli dice, an eo nomine potius significetur viam per quam e Lombardia Pontremulum itur, atque inde Florentiam, Senam et denique Romam. Utcumque sit, nihil aliud Francigena via fecit, nisi quae ex Italia in Gallias ducit (19).

Il dubbio del Muratori venne poi tolto dal Lami, che nel terzo volume dell’Hodeporicon, edito nel 1743, dimostrò con interessanti documenti come la Via Francesca continuasse al di là di Pontremoli per Lucca, Altopascio, il Galleno e Fucecchio (20); e, meglio ancora, dal Targioni-Tozzetti, che nel VII volume dei suoi Viaggi in Toscana descrisse il tratto della Via Francesca da Pietrasanta a Lucca (21) ed altri tratti ne ricordò nel volume IX e nel X.

Anche l’Affò, nel I Volume della Storia di Parma, uscito in luce nel 1792, combatte a proposito della Strada di Monte Bardone, gli errori dell’Angeli e del Fontanini (22); e meglio ancora lo fece Emanuele Repetti sia in una lettera diretta a Giovanni Pietro Viessieux nel maggio 1823 e stampata nella vecchia Antologia di Firenze, sia in parecchi articoli del suo dizionario della Toscana (23).

Ma non ostante tutte queste fatiche di dotti italiani per correggere i molti errori invalsi intorno alla Strada di Monte Bardone, noi vediamo di continuo gli errori stessi adottati ancora (specialmente sulla fede del Muratori) da dottissimi scrittori stranieri.   

Il Prof. Enrico Cristiano Werlauff dell’Università di Copenaghen, nelle note all’Itinerario islandese di Nicolò Abate Tingorense, dice il Monte Bardone in Liguriae Apennino in Comitatu Parmensi locandus ad laevam amnis Coeni in Tarum ex currentis; e quindi lo colloca alla sinistra non solo del Taro ma anche del Ceno, cioé evidentemente a Bardi (24).  

Il Bethmam, ripubblicando nei Monumenta Germaniae Historica il poema di Donizone, confonde di nuovo come già il Muratori la Strada Francesca di Monte Bardone colla Via Emilia della nostra pianura (25).

Il Waitz, ripubblicando nel 1878 fra gli Scriptores Rerum Longobardicarum, la storia di Paolo Diacono, per spiegare il passo ove questi narra dell’entrata di Grimoaldo in Toscana per Alpem Bardonis, aggiunge in nota: Bardi prope Parmam (26); e ripete poi lo stesso errore nell’indice, riferendosi all’altro passo in cui Paolo narra la fondazione della Badia di Berceto.

Cercarono di correggere tutti questi errori dapprima chi scrive oggi questi nuovi studi dando conto nel 1876 di una escursione alpina fatta “sulla Strada della Cisa” (27) poi, nel 1887, Giovanni Sforza, l’illustre, compianto Vice-Presidente della nostra Deputazione, che oggi stesso noi abbiamo commemorato qui sopra uno dei tanti teatri della sua inesauribile attività di studioso (28); e, poco dopo, nel 1885, l’altro nostro illustre Vice-Presidente Professore Don Gaetano Tononi (29).

Ma chi, sopratutti, contribuì a correggere i troppo inveterati errori, specialmente presso gli stranieri fu il Schütte in una apposita memoria, veramente magistrale, sul Passo apenninico di Monte Bardone e gli Imperatori Tedeschi pubblicato in Berlino negli Historische Studien dell’Ebering nel 1901.  Ma anche in questa opera, eruditissima, che avrò cagione di citare molte volte in questo mio povero studio, mentre è indicato con la massima esattezza il tracciato dell’antica strade sulla montagna, da Fornovo a Pontremoli; è invece completamente errato il tracciamento dell’alto tratto della strada, nella pianura, sulla sponda sinistra del Taro, dalla Strada Claudia (oggi Via Emilia) sino a Fornovo.

Lo Schütte, infatti, fa staccare la Strada Francesca dalla Claudia presso Castelguelfo o Ponteraro; e pone, di conseguenza, sulla Francesca anche Noceto, che non vi fu mai.  La strada, che ancora in gran parte esiste e conserva l’antico nome passava molto più in alto, ai piedi dei colli, toccando successivamente gli ospedali dei pellegrini di S. Leonardo del Coduro, di S.ta Margherita di Araldo, di S. Pietro del Borghetto, di S. Stefano di Recchio, di S. Lazzaro di Medesano, di S. Giacomo pure di Medesano, di S. Genesio di Felegara e di San Nicolò del Ponte di Fornovo. Meravigliosa serie di pii ricoveri, a poche miglia l’uno dall’altro, i cui avanzi rimangono a dimostrare quanta fosse l’importanza della via, quanta la pietà degli avi nostri verso i pellegrini!

Ma di questo avremo occasione di parlare a suo luogo. Per ora basti osservare che l’errore dello Schütte, confermato graficamente nella carta geografica che accompagna la memoria, fu naturalmente seguito dagli storici e dai cartografi che vennero dopo di lui, e soprattutto dal Male, che nella piccola carta degli Itinerari dei pellegrini in Italia, pubblicato nel II volume delle sue Leggende Epiche (30).

E a sperare che la nuova più ampia carta topografica, che si unisce a questa memoria – diligente, esattissima opera dell’Istituto Geografico Militare di Firenze – valga ormai a togliere ogni errore sul tracciato dell’antica gloriosa strada, ogni dubbiezza sugli avvenimenti di cui fu teatro, per ben dieci secoli, il Monte Bardone (31).

(*) Questi due primi capitoli vennero letti nella tornata della Deputazione Storia Patria delle Provincie Parmensi al passo della Cisa il 25 settembre 1924.

(1) PIO RAINA: Le fonti dell’Orlando Furioso. Firenze, Sansoni, 1900.

Idem: Una rivoluzione negli studi intorno alle “Chansons de geste” in Studi medievali diretti da F. Novati e R. Renie, vol. III, 1908-11, Torino, Loescher.

Idem: Storia ed Epopea; in Archivio Storico Italiano, an. 1909. vol. XLIII; vedi anche GAUTIER LEON: Bibliographie des chanson de geste, Paris, Welter, 1897.

(2) JOSEPH BEDIER: La Chanson de Roland. Paris, Piazza, 1922.

Idem: Les légendes epiques. Paris, Champion, 1908-1913, vol. II, pag. 196-219; vol. IV, pag. 413.   

(3) EMILE MALE: L’art du moyen age et les Pelegrinages, in Revue de Paris, ottobre 1919, tomo V, pag. 716-754; febbraio 1920, tomo I, pag. 762.

(4) Nouveau Larousse Illustré.

(5) PORTER (A.  KLINGSLEY): Lombard Architecture.  New Haven Yale University Press.. 1916, 3 Vol. in 8″ con atlante in folio.  Della chiesa di Bardone si occupa nel vol. II, pag. 92-94; di quella di Berceto nello stesso volume a pag. 101-106.

(6) PORTER (A.  KLINGSLEY): Two romanesque sculptures in Francia by Italian masters (in American Journal of archaeology, 1920, XXIV, 121).

(7) PORTER (A.  KLINGSLEY): Pilgrimage sculpture (in American Journal of Archaeology, 1922, XXVI, 1).

(8) PORTER (A. KLINGSLEY): Romanesque Sculpture of the pilgimage roads. Boston, Mashall Jones Company, 1923.  Dieci volumi: uno di testo e nove di illustrazioni.

(9) FLAVIO BIONDO, Italia Illustrata, Roma 1474.

(10) Interessa conoscere anche cosa ne dicesse il MOLOSSI: “ E innanzi tutto avvertiremo che quella catena di monti che si distende fra Piantogna e la Cisa, fu anticamente denominata il Bardone; via battuta da’ romani e molto più dai monarchi dell’impero d’occidente ne’ secoli bassi. Dal frequente passarvi dei francesi lasciò da poi la vecchia appellazione di Via del Bardone, e                                                      quella assunse di Via Francesca, per la quale fra Parma e Lucca comunicavasi”.

MOLOSSI, Vocabolario Top., pag. 606 (Appendice), Parma 1832-34.

(11) ALBERTI (Fr. LEANDRO), Descrittione di tutta Italia, Bologna, per Anselmo Giaccarelli, 1550, ed. in fol. a car. 332 rect.

(12) Oltre alle due edizioni Bolognesi del 1550 (una in folio, l’altra in quarto) si possono ricordare più specialmente le Venete del Bonelli (1553), dell’Avanzi (1561 e 1567), del Leni (1577) del Porta (1581), dell’Ugolini (1596) tutte in volgare. Ve ne hanno anche diverse edizioni in latino, a cominciare da quella di Colonia del 1567.

(13) ANGELI, Hist. di Parma, Parma, per Erasmo Viotti, 1591, pag. 767.

(14) RANUCCIO PICO, Teatro de’ Santi …. di Parma, Parma, Vigna, 1642, pag. 356, 357.

(15) PICO, l. c. pag. 358.

(16) CAMPI PIERO MARIA, Dell’Historia Ecclesiastica di Piacenza, Parte I. Piacenza, Bazachi, 1651, pag. 184, col. 1°.

(17) FONTANINI, Della istoria del dominio temporale della sede apostolica nel ducato di Parma e Piacenza, Roma, 1720, pag. 16.

(18) MURATORI, Scriptores Rerum Italicarum, Tomo V.

(19) MURATORI, Antiquitates Ital. medii aevi, XXXII:

(20) LAMI, Hodeporicon, Lucca, 1743.

(21) TARGIONI-TOZZETTI, Viaggi in Toscana, vol. VII e IX.

(22)  AFFO’, Storia di Parma, vol. I.

(23) REPETTI, Dizionario della Toscana ed Antologia di Firenze, tomo X, giugno 1823.

(24) WERLAUFF, Summa Geographiae medii aevi ad montem Islandorum, cui accedit Itinerarium ad Romam et terram sanctam susceptum.  In Anniversaria ….. Regiae Universitates Hanniensis 1821. Vedi Antologia di Firenze, A.VIII, pag. 226.

(25) Monumenta Germaniae Historica scriptores rerum Longobardicarum et italicarum, fasc. VI-1X, Hannover, 1878.

(26) Idem, Tomo XIII, Hannover, 1881.

(27) Giornale il Presente di Parma.

(29) SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca, 1887.

(29) TONONI, Gregorio VII e i Piacentini, Piacenza, 1885.

(30) MILE, Luogo citato.

(31) La carta topografica non è stata trovata fra i documenti lasciati dall’Autore, che l’avrebbe senza dubbio disegnata quando avesse provveduto alla pubblicazione dello studio (Nota della Giovane Montagna).

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