LA WERMACHT AI FERRI CONTI!


La città di Pontremoli il mattino del 26 è letteralmente invasa dalla grande massa dei tedeschi in fuga. Si calcolano superiori ai diecimila.

Dal primo sorgere dell’alba alle 9 antimeridiane, più d’una formazione equipaggiata di tutto punto affronta decisamente la strada della Cisa per portarsi al di là del Passo. I tornanti di questa strada, hanno tra i tedeschi, lo ripetiamo ancora, nomea di grande pericolosità, ragion per cui ogni gruppo armato che giunge incolume al di là del crinale appenninico si considera, volta per volta, più che fortunato.

Dalle 9 alle 14, però, le cose si mettono diversamente. Un nugolo di caccia e di ricognitori solca con insistenza tutto il tratto di cielo che val dal basso di Sarzana fino al Passo della Cisa. Trattasi indubbiamente di una meticolosa e attenta vigilanza per tutto quanto di interessante può svolgersi lungo l’importante strada di comunicazione verso il nord. E’ così che , fino a oltre le tredici, tutta la conca del Pontremolese è ferma, statica, come presa da una immane, comune paralisi.

Alle 14, per l’improvviso sparire degli aerei al di là della Apuane, il moto convulso dei fuggiaschi riprende. Di breve durata però, perché, ad un dato momento, pare che il grosso dei fuggiaschi abbia definitivamente rinunciato ad affrontare la Cisa in pieno giorno. D’altra parte la minaccia dell’aviazione è tutt’altro che svanita.

In serata, verso le 20, Pontremoli è ancora rigurgitante di armati affluenti continuamente dalla bassa Lunigiana. Si tratta di una enorme massa che, seppure faticosamente trattenuta lungo la nazionale, dilaga ogni tanto per le strade della città congestionandole in un nervoso e convulso andirivieni che non ha sosta, non ha ragione. Gli stessi carabinieri tedeschi, caratteristici per l’ovale, lucente placca metallica che al collo, com’è d’uso per le bestie di particolare scelta e particolare pregio, si affannano in mille modi per riportare un po’ d’ordine e un po’ di disciplina , ma è faticata sprecata.

La perfetta macchina tedesca è a terra, è sconvolta. La ferrea, innegabile disciplina che ha sempre costituito l’elemento essenziale e assoluto della potenza, anzi, della prepotenza militare germanica, sia del democratico Guglielmone che del dittatore Hitler è crollata. Ce lo stanno a dire il nervosismo di questi uomini, l’aria truce che trapela dai loro volti, duri, preoccupati, esprimenti l’ansia o la speranza di trovare una qualsiasi via di salvezza, non esclusa quella della diserzione. Non sono pochi, infatti, i pontremolesi che vengono avvicinati da tedeschi isolati e disposti a correre in montagna presso le formazioni partigiane. Ma, chi può fidarsi? Nessuno è disposto a giuocarsi la vita per degli sconosciuti, per dei nemici che così improvvisamente, per salvarsi la pelle, sono pronti a dichiararsi amici!

Verso le 21 la grande massa si pone decisamente in moto.

Dallòa SS. Annunziata attraverso il Viale di Mille, la strada di Mignegno fino ai primi tornanti della Cisa, è in moto una compatta interminabile colonna che avanza lentamente verso il nord. Non meno di quindicimila uomini. Tra i fuggiaschi una lunga teoria di carriaggi trainati da cavalli giganteschi , ai lati dei quali, mugolanti come lupi mannari, camminano splendidi campioni di cani lupo. Strano fatto: tra l’enorme massa in movimento non si nota un solo autocarro. La truppa marcia appiedata. Gli stessi conducenti dei cavalli non sono a cassetta, ma, appiedati anche essi, stringono saldamente i freni dei cavalli cercando di ammansirli, di acquetarli da un nervosismo che li eccita, li imbizzarrisce e spesso e rumorosamente li fa impennare. I carriaggi che debbono essere di un peso eccezionale sono stracarichi di viveri, di armi e di munizioni. Ogni tanto due o tre motociclisti fanno la spola dal capo alla coda della colonna, recando ordini scritti oppure verbali che urlano alla truppa nervosa, eccitata e forse presaga dell’uragano che sta per scatenarsi.

Poco prima delle 22 un sinistro frastuono dall’alto. Brevi attimi di respiro e una furente sarabanda di aerei di ogni tipo preceduti da migliaia e migliaia di bengala, s’abbatte sui tornanti della Cisa. La colonna, impietrita dal terrore, s’arresta di schianto. Nello stesso tempo i caccia, bassissimi sino a fiorare le cime degli alberi investono la massa da tutti i lati. I tedeschi sbandano. Ognuno cerca la salvezza per proprio conto. Le potenti mitraglie di bordo dei caccia falciano, annientano, sconvolgono quanto capita loro sotto tiro. Come se tanto non bastasse, spezzoni incendiari ed esplosivi precipitano dall’alto con intensità di tempesta, di uragano. E tratta si infatti di un autentico uragano di ferro e di fuoco. Gli aerei che debbono essere diecine e diecine non si limitano solo ad infierire sul nastro visibilissimo della strada, ma è la strada stessa che sta ad indicare le sue immediate adiacenze, fittissime di alberi, ove i tedeschi stanno affannosamente, ma inutilmente cercando la salvezza. E’ un mitragliamento ed uno spezzonamento eseguito più che a tappetto, zona per zona, metro per metro. Tutto il tratto che dal Badalucco porta sino al piano di Mignegno si è fulmineamente trasformato in un pauroso campo di fiamme, di schianti, di urla, I gemiti dei moribondi sono sovrastati dalle urla dei feriti, i nitriti dei cavalli impazziti dal terrore, si uniscono alle urla dei cani resi folli da tanta frastornante spaventosa carneficina.

Gli aerei non danno tregua. Le ondate si succedono le une alle altre con furibonda persistenza, con una metodicità che ha del miracoloso, con una precisione tale da ingigantire attimo per attimo l’immane opera di distruzione e di morte. Così per quattro lunghe ore, fino alle due oltre mezzanotte, senza un attimo di sosta, senza un minuto di respiro.

Quanti i tedeschi massacrati? Non lo sapremo mai! Certo che, per tutto il resto della notte, dopo la fine dello spaventoso carosello aereo, i tedeschi superstiti non sono restati inoperosi. Dalla zona di Berceto più di un camion ha raggiunto il Badalucco e da lassù è tornato oltre l’Appennino. Quante le salme dei tedeschi e quanti i feriti trasferiti affannosamente al di là della Cisa? Lo ripetiamo: non lo sapremo mai!