LA WERMACHT AI FERRI CONTI!

Visione d’Apocalisse

E’ il mattino del 27 aprile, giorno di S. Zita.

Tempo sempre cupo ed umidiccio. Sale dalla parte del mare un noioso vento di scirocco che innervosisce e deprime. Tutta la Divisione Cisa è pronta per la discesa in città. A Pangona stiamo riorganizzando i vari reparti con estrema fatica. Le raccomandazioni si alternano agli ordini e spesso agli inviti e alle preghiere. – State calmi – raccomandiamo – e soprattutto entrando in città cercate di dare prova della più grandi disciplina e correttezza. I giovani sono tutt’altro che disposti a sentirsi ripetere delle prediche. Ne hanno abbastanza di sermoni, di rimproveri, di raccomandazioni. Vogliono muoversi, voglio correre, vogliono raggiungere Pontremoli al più presto. Alle 7 diamo l’ordine di partenza. E marciamo compatti per due o tre chilometri, quando nei pressi di Traverde cominciano a manifestarsi le prime defezioni, i primi tentativi di squagliamento. Comunque per un chilometro ancora , pur faticosamente, li teniamo in pugno, ma dopo Traverde la colonna si dissolve, si sbanda. Ognuno corre a precipizio, per conto proprio, verso la città.

Un chilometro sotto Traverde siamo presi da una visione che ci prende alla gola, ci mozza il fiato. Scendendo ancora più in basso, all’altezza del podere Bardò, soprastante l’Ospedale Civile, gli effetti del bombardamento aereo notturno, si presentano alla vista in tutta la loro paurosa, sconcertante realtà. Ovunque carriaggi in frantumi, ovunque cavalli stecchiti, e sventrati da orrende ferite, ovunque cani lupo nelle pose più strane, impressionanti.

Deve essere stato immane lo spavento, il terrore dei tedeschi, sorpresi di schianto , dai bombardieri alleati. Per tutte le careggiate, per tutte le strade, comunicanti con quella della Cisa, si notano i resti di intere formazioni, spinte indubbiamente alla ricerca disperata di un luogo di salvezza. Una formazione tedesca precipitatasi sulla strada di Traverde sperava, forse, di trovarvi salvezza. Vi trovò invece la distruzione completa. Anche l’antica mulattiera che da Traverde s’incanala tra i castagni, verso la chiesetta di S. Ilario, è ingombra d’ogni tipo di materiali che sembrano stati frantumati da una forza ciclopica, inimmaginabile, addirittura sovrumana.

Scendiamo ancora verso la nazionale. Lo spaventevole scenario non cambia; s’aggrava, invece, nel suo aspetto più tragico. Ancora finimenti a pezzi, ruote di carri in frantumi, tende lacerate, sacchi pieni di cianfrusaglie o di verdure essiccate sparse sull’erba, sacchi da montagna colmi di biancheria, armi di tutti i tipi intatte o a pezzi, mitraglie pesanti scaraventate fuori strada, cannoni di piccolo calibro affondati nel fango, borse di cuoio, fondine di pistola vuote, cassette e bombe a mano rovesciate e disperse ovunque, e tedeschi freddati forse dalle loro stesse armi personali, suicidatisi insomma, nel momento esasperante , ossessionante del furibondo attacco aereo.

Sulla strada di Mignegno è impossibile il passo. Nei pressi del sobborgo pontremolese, infatti, sia dalla parte nord che dalla parte sud, c’è un tale ingombro di carriaggi fracassati, di colossali cavalli freddati, di cani stecchiti, da impedire il passaggio anche più cauto e più avveduto.

Ci fanno pena questi splendidi, colossali cavalli bretoni e questi meravigliosi cani lupo dagli occhi sbarrati per il terrore e i denti stretti in una orribile smorfia di dolore. Danno l’impressione di voler ancora rimproverare ai loro assassini la colpa di tanta ferocia, di tanta ingrata malvagità. Perché cavalli e cani, anche se colpiti e dilaniati in seguito dalla mitraglia o dallo spezzonamento della notte, sono stati freddati a colpi di mitra dagli stessi tedeschi.

Mino Tassi, Pagine Pontremolesi, Tip. Artigianelli, 1974