
Assistiamo nel nostro tempo a fatti grandiosi e straordinari che colpiscono la mente di milioni di uomini sempre più di frequente, così che essi non hanno il tempo di riflettere sulle profonde mutazioni del modo di pensare e del modo di vivere, sulla trasformazione dei rapporti della vita sociale ed internazionale, sulla rapida evoluzione delle scienze e della tecnica tanto progredite “da trasformare la faccia della terra e da perseguire ormai la conquista dello spazio ultraterrestre” (Gaudium et spes, 5,2).
Siamo dunque in presenza di fatti rilevanti della storia, ma la storia ha assunto una accelerazione tale “da poter difficilmente essere seguita dai singoli uomini” (Ibid. 5,6). Per molti di essi sorge l’interrogativo: come vivere al passo della storia? E l’interrogativo offre qualche motivo di riflessione.
Mi sembra che l’avvenimento più importante del mondo contemporaneo, quello che è riuscito meglio ad interpretare con senso di universalità il presente nel suo valore e nella sua complessità e a tracciare le vie maestre del futuro in una visione ordinata e dinamica, nella quale resti al centro ed al vertice della realtà terrena l’uomo consapevole della sua dignità e vocazione, sia da considerarsi il Concilio Ecumenico Vaticano II, celebrato in San Pietro dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965.
Di quale dimensione storica sia stato questo avvenimento daranno la prova i decenni, forse i secoli che verranno, ove si considerino via via la moltitudine degli uomini, l’ampiezza dello spazio e la proiezione del tempo su cui si produrranno i suoi effetti.
Ebbene, anche a noi è toccata la buona ventura di essere stati ieri spettatori e di essere oggi in qualche modo realizzatori del Concilio, giacché, chiusa l’aula Conciliare, esso cammina oggi per le vie del mondo e lentamente percorre anche le vie strette della nostra Lunigiana tanto meno proclive alle rapide e profonde trasformazioni, quanto più tenace e gelosa custode delle sue tradizioni e consuetudini. Ci sono stati peraltro due momenti nei quali il riserbo abituale e l’atteggiamento contenuto e quasi di attesa delle popolazioni lunigianesi di sono aperti ad un moto spontaneo di slancio e di entusiasmo come per una felice intuizione della grandezza e della portata storica dell’ora che si viveva, sono stati quelli delle manifestazioni in occasione della partenza per il Concilio del Vescovo della diocesi apuana, S.E. mons. Giuseppe Fenocchio, e del suo ritorno, conclusi i lavori conciliari, nella sede episcopale di Pontremoli.
Per la cronaca di quelle manifestazioni solenni, cui parteciparono autorità, associazioni, enti e popolo in grande moltitudine, si rimanda ai giornali quotidiani e settimanali del tempo (cfr. Il Corriere Apuano – anno LIV n. 40 e anno LVII n. 48).
In questo opuscolo si riportano i due discorsi di saluto e di omaggio che nelle due straordinarie circostanze il sottoscritto pronunciò a nome dei laici.
Si suol dire che “chi ama non oblia”: così chi ha amato le cose del Concilio Ecumenico le porta con sé nel cuore come momenti felici della propria esistenza, desideroso che mai “un oblio lene de la faticosa vita” sopravvenga ad offuscarne il ricordo.
Il Concilio è soprattutto un invito a guardare avanti, ma tanto meglio si appunta lo sguardo nell’avvenire quanto più limpido e vivo se ne conserva lo splendore originario.
Sta proprio qui il modesto intento di questa pubblicazione: rinnovare il ricordo per rinnovare l’impegno.
Mi sembra ancor vero e saggio, pur in tempi di esaltante dinamismo, l’antico detto che ricordare sarà utile: “meminisse iuvabit”.
Orlando Lecchini, nella Premessa alla pubblicazione.