PAOLO BELMESSERI MEDICO E LETTERATO PONTREMOLESE *

Ma un altro fuoco investe il Poeta: jam saevis ignibus arsi.

Si sente travolto dalle fiamme dell’amore: ma nei suoi versi non vi è espressa la forte poesia del dio alato per quanto questo argomento lo abbia trattato in diverse elegie. Non mancano dei tratti nei quali si sente la forza della passione ed una certa immediatezza piena di immagini come quando descrive la sua donna in mezzo ai campi.

Un critico giustamente disse che la natura vista con gli occhi dell’amore assume una vaghezza nuova: dalla pura semplicità delle linee e dai colori si sprigiona un accordo di armonie intime e misteriose per cui rendono l’amore più forte: Te nemora, silvae, mea lux, te florea servant – Rura er purpureo tu premis arva pede – Tu teneros niveos decerpis pollice flores – Et carpis pulchras, pulchrior ipsa, rosas.

La lontananza della donna riempie l’anima del Poeta di accenti commossi, quasi attraverso un sottile velo di lacrime, e questo sfogo è ripetuto qua e là quasi a diventar fastidioso. Non è certo il deliquio, di cui parlava Maupassant, il quale diceva che l’usignolo ha degli spasmi lunghi e prolungati su una nota. L’amore lo costringe a confessioni nelle quali piange la instabilità delle donne, ricordata nel beffardo ritornello del Rigoletto: levior foliis esta, flava incertior unda. Per questo il suo cuore fasciato di illusioni e di vane speranze lo porta a vedere nella donna l’eterna ingannatrice intenta a far cadere l’uomo nelle proprie insidie. Vedendosi poi pagato con la beffa e col disprezzo indarno le grida dietro: miserum cur perdis amantem?

Ed ecco destarsi il tumulto della passione; ridda di ricordi e di pensieri, delusioni ed affetti svegliano nel suo cuore i tormenti più angosciosi per la donna che gli è stata rapita. Il dolore è espresso con una certa concitazione: non si sa rassegnare a dimenticare la perdita subita e il suo dolore si fa di giorno in giorno sempre più forte. In tutte le cose sente un’ eco del suo dolore. Rassomiglia al dolore moderno, a quello dei pallidi figli del principe danese, Werther, Ortis, paragonabile secondo l’espressione del Panzacchi a un vaso d’argento che percosso in un punto qualunque continua a vibrare per tutte le curve e per tutte le cavità: At me torret amor, magnos quoque suggerit ignes.

Mentre l’amore lo sconvolge e lo trascina ad imprecare contro chi gli ha rapito la donna, nell’implacabilità dello sdegno è consolato da vari pensieri che richiamano alla mente la labilità delle cose umane, come si è espresso in un’egloga dove celebra l’amore.

– Non sempre i gigli hanno le loro vesti di porpora, non sempre le rose aprono il loro seno alle rugiade, anche i tralci della vite nello squallore dell’autunno piangono senza uva su le foglie ingiallite. Così anche per te – ricolto alla donna – verrà quell’ora in cui la vecchiaia poserà le mani su le tue chiome per scavarti solchi sulla fronte e sul viso, sconvolgendo la tua bellezza, e il tuo sguardo senza sorriso ripeterà piangendo sulla beltà scomparsa: Sic cito, sic celeri pede labitur.

La bellezza del concetto è espressa nell’impeccabile forma del verso abbellito da una certa leggiadria di sfumature e di contorni.

Qui più che il tono del disilluso si avverte il tono del moralista e del filosofo: Papini direbbe che si avverte il leppo del lucignolo spento. Invece noi non dobbiamo dimenticare che il Belmesseri, chiamato a Roma da Paolo III, succeduto a Clemente VII, insegnò filosofia e teologia fino al 1544. Quindi le sue poesia risentono di quella pesantezza di pensiero che gli veniva dal continuo maneggio di Aristotele. Oltre le elegie nelle quali sono tradotti i primi due libri del De Animalibus di Aristotele, ne ha altre, dove filosofeggia con un certo andamento solenne e questo tono moralistico lo rende pedestre e pesante. Quindi la sua poesia che doveva emanare dal pensiero filosofico come un profumo soprasensibile e affascinante, acquista il tono lamentevole della nenia.

Preso da un pauroso terrore di castighi da cui può essere colpita l’umanità peccatrice, insiste nel proclamare i pregi della virtù, non soggetta a corruzione e che vive di luce abbagliante nell’al di là: Sola manet virtus: hominem nec deserit unquam.