Il Belmesseri che si indugia a descrivere la gloria dei tramonti, la malinconica orchestra degli usignoli: velerem tristi Philomela querelam, il chioccolio dei ruscelli; tenues ubi rivulus undas explicat, il frescheggiar dell’alloro, il languido amore degli ulivi sul colle: oliferi vernanti...vertice collis, i prati smaltati di fiori, pictas flore corollas, il canto dei pastori disperso dalla eco armoniosa di antri silvestri: carmina dulci emodulata sono sub antris, il lavoro dei pastori intenti a intrecciare cesti con i giunchi: fiscina dum gracili contexitur herbida junco, gli ampi paesaggi della campagna perduti nel sonno lunare, la misteriosa sinfonia crepuscolare, il sussurro dei campi baciati dall’aurora, sa dare al verso una leggiadria speciale quando il ricordo lo porta verso i suoi monti pontremolesi.
Allora la sua poesia ci fa sentire la fiorente e odorosa amenità dei colli che circondano la sua città natale. Per quel senso di poesia che la natura ha rinchiuso nel nostro spirito siamo portati verso di lui ha gustare i suoi commossi accenti nell’arcano palpito di una tenerezza che è amore alla Patria, al luogo che lo vide nascere, lo nutrì e da cui si distaccò con dolore.
La città piena di memorie eroiche e di lontane leggende, ora in lotta contro Totila aggrappato ai bastioni della città, e, dopo invano smantellata da Arrigo V, di nuovo sepolta sotto le rovine polverose delle due torri e delle sue porte abbattute da Federico I, ora giganteggiante in piedi sulle fortezze e sulle sue chiese incendiate da Carlo VIII, è sempre presente allo spirito del Poeta.
Come poteva dimenticare la sua Terra percossa da tante sventure, vinta ma non doma dalla spada romana, ribelle a tutti gli oppressori, sempre pronta ad insorgere quando la campana della torre chiamava i cittadini alla resistenza ed alla difesa?
Ricordi e glorie ardevano nella mente del Poeta.
Pontremoli dominata dalla fortezza del Piagnaro, bagnata dalle onde dei due fiumi, entro cui si specchiano le torri che conobbero tante glorie e tante sventure, protetta dai monti che la cingono come tanti baluardi, vegliata dal Palazzo Pretorio, entro cui sfolgorarono sovrani, pontefici e principi, era per il Poeta il delizioso soggiorno, dove le glorie passate si fondevano con le bellezze naturali.
– O Magra che, – per cammin corto -lo Genovese parti dal toscano, salve, mentre le tue pcifiche onde lambiscono la Serra da cui trasse origine la mia famiglia, Salve!…..
I die fiumi che avvolgono la città con la carezza delle onde lo portano su per le balze lontane dove sotto il candore delle nevi scaturisce la fiumana devastatrice che ha terrorizzato tante volte la città: influis immunda turgidus omnis aqua.
C’è nel saluto tutta la devozione per la sua terra natale, addormentata fra l’azzurro dei colli, rallegrata da orchestre di grilli e di gorgheggi, da prati che nereggiano con ondanti spume di fiori, mentre la notte canta col fruscio di mille cascatelle. Quando l’alba rosea, continua il Poeta, si adagia sulle case poste lungo la tua sponda, o diletto fiume, godi ascoltare in sogno languido il canto dell’usignolo che “summa ciet arbore fletus”. Nelle tue onde la trota gode riposarsi ascoltando la musica delle acque precipitanti dagli alti greppi, mentre il barbo gioca con agili tuffi.
La vita delle sponde è tutta desta nell’incantevole sorriso della natura per rallegrare l’animo del Poeta il quale sebbene lontano, col pensiero è vicino ad esse: Si licet a nostris nunc tam semotus ocellis – Tu tamen in nostro pectore fixus ades.
E chiude con una dolce invocazione dove c’è tutta la poesia della casa, tutto l’attaccamento alla terra che lo vide nascere: Dulce solum. dilecta domus, perduret et omis – Post cineres nostros quam bene permaneat.
Il Poeta pontremolese si è avviato silenzioso verso il suo destino e l’augurio, che egli faceva al suo paese nativo, si è abbellito alla fiamma di quell’amore, che vive eterno col culto delle arti e delle lettere, col fervore della fede, coll’amore al sapere e con l’attaccamento a tutte quelle virtù con le quali è scritta la storia di questa modesta città, che ha lo sguardo volto verso l’orizzonte lontano dove palpita il mare e verso il quale si dilungano le valli e le colline come le colonne maestose di un tempio che ha il suo altare nella città celebrata dal Poeta.
Pasquale Pasquali, 1937