
Sono stato “ospite” del terzo Reich, per ventidue mesi. Due anni lunghissimi della mia giovinezza, ma della giovinezza non mi sono proprio accorto. Vi sono precocemente invecchiato.
Ho viaggiato per mezza Europa, dalle isole dell’Egeo alla Germania, alla Polonia, attraverso la Grecia, la Bulgaria, la Jugoslavia, l’Ungheria, l’Austria, ma l’Europa l’ho appena intravista da qualche fessura o finestrella o attraverso i riquadri del filo spinato.
Ho conosciuto tanti “ambienti”, tante persone: tutti uguali gli uni ( che monotonia!) e tutte “nude” le altre, senza gradi e senza titoli accademici. Le tenevano in piedi solo quello che ciascuna aveva dentro: una struttura invisibile, eppure la sola veramente valida. Diogene di Sinope avrebbe potuto trovare in mezzo ad esse l’uomo senza bisogno della lanterna. Peccato sia vissuto due millenni e mezzo prima.
I miei compagni ed io siamo tornati da una simile esperienza più buoni, più maturi, più uomini. Ma una parte di noi stessi (l’audacia, la voglia di lottare ancora aspramente nella vita ritrovata) se n’é andata per sempre: è rimasta lassù a far compagnia ai tanti che non sono tornati più.
Ad Essi dedico, nel quarantesimo anniversario della fondazione della Repubblica, questo mio libro, nato giorno dopo giorno nel lager.
Durante l’internamento riuscii a mettere insieme un diario. Nella lunga attesa intercorsa fra la liberazione e il rimpatrio mi adoperai per dare alla materia una disposizione per argomento.
Dopo il ritorno riposi il malloppo in uno scafale della mia libreria, per tre motivi: perché incalzava l’urgenza di costruirsi un avvenire, perché non mi piaceva più la disposizione per argomento, perché ritenevo che l’esperienza vissuta personalmente valeva per me stesso; quanto agli altri chi aveva un’esperienza degna di essere ricordata in quegli anni cruciali con orgoglio e con onore non avrebbe avuto bisogno della mia, chi non l’aveva non avrebbe sentito il bisogno né della mia né di quella degli altri.
Ora la tiro fuori – non sembri strano – per il bisogno di comunicare con qualcuno su cose sofferte: verosimilmente con me stesso e con un lettore, almeno uno, che avrà la compiacenza di non mandarmi a quel paese.
Già, perché oggi si corre anche il rischio – per quel giuramento mantenuto a costo della vita – di essere fraintesi e considerati inseriti (ohibò) “nel filone stupido e triste di un nazionalismo che si vorrebbe imporre sulla testa di una popolazione che – secondo l’espressione di un parlamentare – se ha un merito è quello di infischiarsene di bandiere e inni nazionali”.
D’accordo circa il rifiuto dell’imposizione, ma non sull’infischiarsene. E’ grave che un membro del Parlamento tenti di attribuire ad altri, a cuor leggero, un suo modo di considerare la bandiera nazionale, che ha nell’art. 12 della Costituzione della Repubblica italiana il riconoscimento di simbolo per tutti gli Italiani.
Il suo non è davvero un merito.
Vorrei avvertire il cortese lettore che, nonostante il detto francese “le moi est saisable”, in questo libro parlo soprattutto di me. Niente di eccezionale: cose arcinote di una vicenda toccata a molti ma da non dimenticare. Fa parte della Resistenza, vera e autentica.
Perciò, se leggendo egli lascerà da parte la vicenda del Kriegsgefangen N. 104558 e penserà che quella dei seicentomila internati nei lager hanno opposto fiera resistenza al nazismo, non sentirà alla fine il rammarico per aver avuto costanza nel leggere anche queste pagine che voglio offrire solo una testimonianza, ed io avrò meritato la sua benevola comprensione e forse la sua amicizia.
Pontremoli, 17 ottobre 1986.
Orlando Lecchini