PROLOGO – IL CIBO DEI NOSTRI NONNI


l'ambiente fumoso della cucina
Foto tratta dalla pagina Facebook Visita la Lunigiana…
L'ambiente della cucina, XIX /XX secolo, Lunigiana
Foto tratta dalla pagina Facebook Visita la Lunigiana

Della precaria situazione alimentare dei nostri vecchi lasciamo parlare chi è vissuto in quell’epoca ed aveva quindi gli elementi per rendere efficacemente la situazione esistente.

In un articolo del gennaio del 1898 il settimanale “Terra” scriveva:

“Anche nella nostra Lunigiana ci sono dei paesi dove si muore di fame cronica, ove si muore di stenti, di privazioni; ci sono villaggi interi che ci presentano il quadro desolante della degenerazione fisica di donne che passano senza giovinezza e senza fascini, di fanciulli linfatici, anemici scrofolosi che a 15 anni ne dimostrano appena 10”.

E sempre il settimanale nel settembre del 1906 annotava:

“La massaia ha intanto finito di minestrare.

Il capo famiglia riceve la sua scodella di minestra, la depone nella piccola gabbia di ferro fissata all’estremità di uno degli alari e tiene quel posto come posto d’onore.

Gli altri si raccolgono intorno alla madia e pescano col cucchiaio nell’unico grande piatto i fagiuoli, le patate, le zucche e le castagne che nuotano nel liquido abbondante. Pasta non ce n’è; di sale si è fatta grande economia; e quella broda dà un sapore disgustoso di fumo. Nessuno fa osservazioni, e tutti trangugiano in silenzio.”

Anche Don Bruno Ghelfi nel suo libro – Cervara storia di un paese, edito dalla tipografia Artigianelli –scriveva: “ nei tempi andati l’alimentazione è sempre stata scarsa anche se genuina. La colazione consisteva nel mangiare un pezzo di “marenda”, un pane molto duro di farina di castagne e di segale cotto nel testo oppure una fetta di polenta di castagno. Il pranzo non esisteva. A cena mangiavano minestra di patate e fagioli con tagliatelle di segale condite con il lardo”.

Alla base dell’alimentazione erano i prodotti che oggi definiremo a chilometro zero: patate, fagioli, ceci,  tutte le verdure dell’orto e le erbe dei prati, un po’ di farina di grano e di granturco e soprattutto tanta farina di castagno.

Tutti prodotti da ottenere con tantissima fatica ma pochissimi costi, le sementi provenivano dai raccolti dell’anno precedente.  La farina di castagno si conservava molto bene pressata negli scrigni sino all’autunno successivo, il formaggio si poteva stagionare e conservare per i mesi a venire. In alcune famiglie pure la ricotta veniva fatta essiccare e conservata a lungo.

I cibi ricorrenti sulla tavola dei nostri nonni erano quindi le torte d’erbi, i tanti minestroni e tanta tanta pattona.

Cibi molto sani ma purtroppo carenti di calorie di cui avrebbero invece avuto tanto bisogno i contadini sfiancati dalle giornate di lavoro che iniziavano all’alba e andavano avanti sino a sera inoltrata.

Riposo del contadino, dopo ore di duro lavoro.
Foto tratta dalla pagina Facebook Noi siamo Agricoltura