I ricordi ormai lontani dell’infanzia e della giovinezza, il modificarsi dei modi di vita a Gravagna, tra gli anni ’30 e ’50 affiorano nel racconto di Luigi Bagatta raccolto dalla sua viva voce durante un sopralluogo al mulino gestito dalla famiglia per più generazioni.
Luigi ha mantenuto uno stretto legame con il suo mulino, tanto da avervi vissuto per oltre venti anni anche quando, cessata l’attività di mugnaio ha intrapreso un nuovo mestiere, quello di muratore; solo nel maggio 1980 lo abbandona per trasferirsi nella casa in paese, a Gravagna.
Il paese di Gravagna è collocato nell’alta Valdantena, poco sotto il passo della Cisa, il suo territorio essenzialmente montano è caratterizzato dalla presenza di ampi pascoli sulle pendici appenniniche che si fanno più dolci in prossimità del passo, di faggete ma soprattutto estesi castagneti sui contrafforti orientali della catena montuosa. Il paese che contava alla metà dell’Ottocento oltre settecento abitanti è oggi abitato stabilmente da poco più di ottanta persone.
Il mulino Bagatta sorge nelle immediate vicinanze dell’abitato, sul torrente Civasola (sullo stesso corso d’acqua sono collocati anche gli altri due mulini che servivano il paese e il circondario), le caratteristiche architettoniche e costruttive dell’edificio comprendente anche l’abitazione del mugnaio, in particolare le volte a crociera che coprono gli ambienti destinati all’attività molitoria, fanno probabilmente risalire la sua costruzione tra la fine del XVIII secolo e gli inizi del XIX, lo stesso mulino è censito nella Carta Idrografica del 1878.
Nella narrazione di Luigi, gli aspetti più salienti della vita quotidiana legata alla conduzione del mulino: la gran mole di lavoro durante i mesi invernali e le pause forzate per mancanza d’acqua nella stagione estiva, le attività di manutenzione del mulino, le relazioni con i clienti, provenienti da Gravagna, dalla frazione del Montale (ma soprattutto dai nuclei di case sparse sulle propaggini dell’Appennino circostante), la bravura e la capacità del mugnaio che attirava nuovi clienti, si intrecciano continuamente alla vita e al lavoro degli abitanti del paese e della vallata. Prende corpo così il quadro delle attività economiche tradizionali: la coltivazione di piccoli appezzamenti di terra a cereali, la cura del castagneto e la raccolta delle castagne, la pastorizia, l’attività dei boscaioli. La castagnicoltura è ancora modulata da antichi usi come quello di costruire ai limiti delle proprietà, nei castagneti posti lungo i pendii, degli argini artificiali, le roste, di zolle ed erba per evitare che le castagne, rotolando, finissero nelle proprietà altrui. Per la partenza delle greggi verso i pascoli, secondo la consuetudine, al suono del corno le famiglie radunano tutti i capi di bestiame nella piazza del paese e la sorveglianza delle greggi è assicurata collettivamente da tutti i proprietari degli armenti che prestano una giornata di lavoro ogni due pecore possedute. Ma i rapporti sociali improntati al reciproco aiuto, le attività e le forme di vita che tra gli anni ’30 e ’40 caratterizzavano l’alta Valdantena, verso la fine degli anni ’50 mutano e subiscono un incipiente abbandono, ci si rivolge ad altri mestieri e occupazioni più redditizie, il cambiamento delle strutture economiche segna anche la decadenza e l’abbandono del mulino ad acqua.
Abbiamo trascritto integralmente la conversazione, rispettando la sintassi, la spontaneità espressiva delle pause e delle riprese della forma discorsiva, per mantenere intatta la freschezza dei ricordi, affluiti spontaneamente tra le mura, gli oggetti e le cose del vecchio mulino, operando solo alcune integrazioni al testo, riportate tra parentesi quadra, per facilitarne la comprensione.
Un grato ringraziamento a Luigi Bagatta, e a Davide Liccia che ne ha raccolto la testimonianza.
« C’erano quattro mole, due delle castagne, c’era la mola del forment [grano] c’era la mola d’Ia melga perché noialtri a dsevan [dicevamo] la melga per dire era granoturco, passava delle notti che andavano anche tutte e quattro, quando c’era l’acqua… Mi ricordo tante cose… Il più macinava mio fratello quello che è morto, Gianni, e Pino, Gabriele era poco buono, si occupava di altri affari, poi un po’ anch’io e Benito ma noi eravamo più giovani…
Il grano veniva da qua, si seminava fino all’epoca del 1956/ 1958 qui a Gravagna, dopo non ne seminavano più. Si raccoglievano tante castagne come tutti negli altri paesi e si macinavano anche i pesturi, sono scarti delle castagne, quelli, per dire, si macinavano con la mola del granoturco. Ci si teneva sempre [al mulino] due o tre maiali, quando era ottobre il più grande si uccideva e poi si teneva ad uso famiglia, si tenevano e agh sen deva [si dava loro] tanta farina, dopo venivano da Berceto o da Pontremoli a prenderli…
Le some [il carico di sacchi portato da un mulo o un asino] si mettevano qua nel mudlno ma anche in cucina e qui sopra, un po dappertutto, anche nelle stanze di sopra perché sì che alla gente dicevi «Aspetate il vostro turno», ma non si davano pace, c ‘erano anche 50, 60 some di castagne quà.
C’erano tre mulini qua [a Gravagnal]: quello d’Ferdòla [di Ferdinando] d’sovar [di sopra] , quel di Giovanni d ‘Brusafer, ma solamente il nostro mulino macinava 3.000 quartari (1)di castagne all’anno, mi ricordo perché mio fratello li segnava, senza grano e granoturco. La macina quando andava proprio bene perfettamente macinava 1 quartaro l’ora, 20 chili, dovevano essere secche [le castagne] delle volte non ne macinava neanche I quartaro in una nottata, quando non erano secche, perché la mola la ‘s budava, faceva una riga tutto intorno come il cemento e di lì non passava più niente, si ingolfava, si fermava, si sentiva nell’orecchio che faceva un altro rumore, allora bisognava tirarla giù, metterla in posizione e con la martlèna la dovevi ribattere tutta.
Noi si prendeva 1 Kg ogni 20 Kg circa, 1 chilo al quartaro, [si tratteneva come nostra paga 1kg di farina ogni 20 kg di prodotto macinato] ce n ‘erano tanti, quelle famiglie più tribolate, che magari ci dicevano «Vi dò qualcosa se ce la lasciate…», la regola era 1 Kg e se la farina la macinavi bene, nel sacco dove la portavi non ci stava più perché faceva molto volume, se la macinavi male allora ce ne stava molto di più. . .
Ognuno aveva il suo pezzetto [di castagneto] e c ‘erano da fare anche quelle cose lì: quando un castagno le buttava giù [i frutti cadevano dalla pianta] in quello degli altri si andava con la zappa per riparare perché erano preziose [le castagne]. Lasciavano andare le pecore su al Cucchero [pascoli sopra Montelungo] però prima che le pecore [passassero] nella strada ti facevano alzare di notte per andare a raccogliere quel cavagno di castagne perché era pane. Il seccatoio l’han fatto dopo qui al mulino, prima la grada era su in paese.
C’era un branco di pecore, quà, trecento pecore, lo facevano lì [il raduno delle greggi] suonavano la corna, la corneta, e ci andava ogni due pecore una giornata, lì dal portone d ‘Ernest, stavano lì in cima le portavano tutte giù le pecore e uno stava in fondo qua dalla Padlada e un altro stava in cima, quando c ‘erano tutte le famiglie che si radunavano, si partiva.
Non venivano a macinare da fuori, venivano da Casa Doretto [gruppo di case sul monte a est di Gravagna] e da tutte quelle frazioni qua (Cà d’Bursèn, Vallingasca, Cà d ‘Franch, Calamacco, Coppiadine), e dal Montale; d’estate noi altri tante volte, quando non c ‘era I ‘acqua andavamo a Montelungo che c’era un mulino elettrico, partivin [partivamo] con l’asino. D ‘estate non si macinava continuamente, si macinava con la piena, si chiudeva la chiusa con degli sportelli, quando c’era la gora si lasciava andare, la mola andava magari dés menuti [dieci minuti] , macinavi quei 2 chili e poi rifacevi ancora la gora, quando era proprio piena da sopra, si molava [si faceva defluire I ‘acqua]..
Poi c ‘era la corba [la tramoggia], un cassone a triangolo dove si buttavano le castagne,’ e la basoléta [la paletta] per prender sù la farina, la facevano di legno i nostri vecchi con ‘na sgorbia [un ‘ascia], poi c’era u rudés con i copi [il rodese con le pale] quelli sifacevano d ‘agnedan [ontano] perché I ‘agnetano è un legno dolce però se sta sempre sotto I ‘acqua dura più dell ‘ altro legno, poi il rodese aveva tutte le cascèle [fenditure verticali], intagliolà con le taiôle d ‘legn, per inestar dentro il copo… Questo è il palanchino di ferro che viene su e sotto [il rodese] c ‘è una punta di acciaio e nella banchina c ‘è una roléta, come si può chiamare. . . una piastrina sotto con un buco di acciaio [la bronzina] dove si va a puntare la cosa che gira [il perno]. Per macinare si doveva mettere in piombo perfettamente, a gh dsevan la rochéta, prima di usare la mola bisognava metterla in rochéta. Uno stava sotto [nel seminterrato dove era collocato I ‘albero con la ruota] con una mazzetta e un altro stava in cima con una tavola con un chiodo sopra e diceva: “Devi batterlo un pochino verso il Piagnàr [una sorgente d ‘acqua dolce a nord ovest di Gravagna] ‘ ‘ e allora quell ‘altro ci dava una martellata verso il Piagnàr, poi delle volte ‘ ‘Guarda che I ‘hai pichiata troppo, la devi ripichiare un pochino di qua, dopo verso Pontremoli ” delle volte ci stavi anche un ‘ora laggiù sotto, quando il chiodo sfiorava dappertutto era segno che era in piombo (2). Per macinare c ‘era una tavola in cima al bancone, laggiù, ci si dava in là con una stanga di sopra [dalla cella di molitura], allora l’acqua pichiava in cima alla tavola e non pichiava più sui copi e la mola si fermava, quando si voleva ripartire si riprendeva la stanga d’in cima, si rispostava la tavola contro il muro e l’acqua ribatteva là e via, ritornava. Per alzare e abbasare c ‘era un alzatoio di legno con un palanchino e ogni tanto si alzava e si abbassava la mola, per fare la farina grossa o fine.
Le castagne vanno giù piano piano, nella corba c’è un legno attaccato, el batulèl, che batte in cima alla mola, con più gira in fretta e più vanno giù, ma la puoi regolare… . . .
Poi c’era un ‘altra cosa, per mandare sotto le castagne facevi due cose, due scozi [listelle piatte ricavate da un pollone di castagno] come per fare un cavagno, le lasciavano venir su ‘ dalla bocheta della mola e le mandavano sotto un pochino, erano quelle che mandavano le castagne dappertutto in giro sotto la mola, senza quelle, el vidarol a g’dsevan, non macinavano bene perché si potevano ingolfare.
La pietra delle mole qui da noi veniva più o meno da Succisa (io sentivo sempre da mio padre che Rotelli il vecchio l’aveva portata [la macina] con due buoi da Succisa, calando giù dalla Gariela), quella delle castagne era sasso renaio [arenaria] quella del grano sasso calcinaio, bianco, quella del granoturco è sasso che non saprei neanche, è ancora più duro, è un sasso nero, duro come il ferro.
Le canale si facevano di tavoloni, si cercava una bella pianta, un bel tronco e poi c ‘erano i sgantèn [segantini], quelli che segavano le tavole, d’Ia vota ema portà anca da la Gariela a spala [alcune volte abbiamo trasportato a spalla anche dalla Gariela, un bosco a ovest di Gravagna] dei tavoloni di 7 o 8 metri, uno per volta s ‘intende, mettendosi uno davanti e uno di dietro. Poi si inchiodavano insieme e dovevano essere stretti infondo e larghi in cima per I ‘invito e dopo I ‘acqua prende più forza infondo, erano per il più di castagno, ma delle volte anca d ‘agnedan [anche di ontano].
lo ce l’ho trovato il mulino, i miei ce I ‘hanno trovato, mio babbo era del 1895, la mamma di mio babbo, io l’ho sempre sentito dire che ha sempre macinato, una donona grande e grossa che tirava sù dei quintali da sola, caricava gli asini, i muli. ma io non I ‘ho conosciuta.
lo ho smesso di macinare del ’60, quando sono venuto da militare. Ho ancora macinato un pò, ma ormai cambiavano i tempi… me butava sù [caricavo nella tramoggia] na soma pò andava via, ritornavo e dal vota l’era masnù [macinata] mal ….pò andavo via un paio d’ore, a balàr per mod ad dir, a Gropdalòs, a Pracc ‘la [Groppodalosio, Pracchiola], poi rifacevo una scapata a casa, del vota la trovavo ferma [la macina]. Ma quando c ‘erano i nostri vechi, me pà . . . si facevano anche un po ‘ a gara a portarsi via i clienti perché se uno macinava meglio i clienti venivano… delle volte ne perdeva qualcuno mio babbo e li acquistava come si fa in tutti i lavori. Dal vota gniv d’Ia genta che a cà nostra i n ‘eran mai gnù, perché i ‘s eran trovà mal, i gh evan masnà mal da dlà sù, [alcune volte arrivavano persone, che a casa nostra non erano mai venute, perché all ‘altro mulino di sopra avevano macinato male] che non era neanche colpa di quelli, ma delle volte se le castagne non sono secche non puoi macinarle bene assolutamente.
Incominciavamo a macinare dopo i Santi e fino a che non gelava, fin che c ‘era acqua, gennaio, febbraio e uno si trovava vilito [stanco, affaticato] perché quando ci sono quattro macine che vanno non ti potevi neanche sedere. C’era anche una cosa in quella corba [tramoggia], per avvisare quello che macinava c’era una campana con una corda, e un contrappeso dentro: quando rimanevano 2 0 3 chili di castagne o grano scattava, sentivi quella campana dran… dran e allora uno cammina e và là, a ricaricare. Però dal vot [alcune volte] non la sentivi da tanto eri vilito e allora la macina si rovinava se va perché si consumava la battuta e non rendeva più.
Una volta magari [i mugnai] avranno avuto anche la silicosi ma non la conoscevano, non sapevano niente . . . più che altro prendevano dei gran dolori nel mulino per I ‘umidità perché solamente con i pantaloni e la giaca adosso ti recava una gran umidità, infatti ti veniva subito freddo come ti fermavi, se non c’era il fuoco… poi sempre con i piedi nell ‘acqua, non c’erano neanche i gambali a quei tempi, andavamo laggiù sotto [nel seminterrato dove scorre l’acqua che fa girare la ruota] con le scarpe, c ‘entravano bene anche quelle cose lì… »
(Lia Giambutti), Un mugnaio racconta …., in La Pietra e l’acqua – i mulini della Lunigiana, Sagep editrice, 1996
1. Il quartaro corrispondeva a circa 18/20 Kg. La produzione di castagne era elevata perché gli abitanti di Gravagna possedevano castagneti anche nei versanti montani di Succisa.
2. Il mugnaio, dopo aver riaguzzato la superficie lavorante della macina e averla ricollocata nella sua sede, doveva eseguire questa operazione per controllare e ristabilire la centratura della macina con l’asse verticale di trasmissione; utilizzava una tavoletta che ad una estremità aveva un chiodo, l’altra estremità era fissata all’asse di trasmissione, facendola girare a 360° sulla macina inferiore per capire le eventuali sfasature dell ‘asse nei confronti della macina.
La fotografia di introduzione alla pagina è tratta dalla pagina Facbook Visita la Lunigiana…