“CANTAR MAGGIO”


“Cantar Maggio” è la diretta derivazione della rapsodia greca, portata in giro per il mondo dai poeti, dagli schiavi, dagli emigrati, dai conquistatori, da quanti ebbero nel cuore il culto della poesia. Cominciò a far capolino la gente nel vasto spiazzo erboso fra i castagni. Gente d’ogni età e condizione. Cicalando assieme. Come ad una prima teatrale. Ad uno spettacolo di lusso. Vestiti a festa. Le donne più giovani con scialli chiari, le più anziane con scialli scuri sulle spalle. Molte con fazzoletti colorati in testa.

Un teatro all’aperto. Un carro di Tespi. Un coro greco. Ecco cosa significa “cantar maggio”. Sentimenti limpidi, ingenui, azioni rapide, concise. Una vicenda senza troppe pretese, ma esaltante. L’autore è sempre un poeta. Modesto fin che vogliamo, ma sempre poeta. Con nette propensioni epiche. Senza trascurare le inevitabili romanticherie. Come nell’Iliade.

L’Iliade narra 51 giorni della guerra di Troia, con punto focale attorno all’ira di Achille, con Agamenone. E altri episodi di incomparabile bellezza: morte e vita, amore e odio, pace e perdono. Eroi ed eroine, principesse e schiave, che amano, combattono, vivono, muoiono. Ebbene, “cantar maggio” è rievocare episodi di questo genere. Con le dovute proporzioni, ma sempre personaggi che si affacciano dalla storia e dalla fantasia, che ci vengono incontro da un passato imponderabile, illuminati da sentimenti perenni, comuni a tutti, che da queste vicende traggono nuove luci. Gli aedi cantano donne bellissime da liberare, offese mortali da vendicare, lotte senza quartiere, il buono e il cattivo, la vita e la morte, anche per il maggio canterino.

Parole e musica nascono dentro, fioriscono, come le poesie per i poeti. Vocazioni. uno nasce con la vocazione di farsi prete, un altro con quella del poeta, un altro ancora con quella dell’ingegnere o del medico. Misteriosi richiami. Disegni della Provvidenza, si fa per dire.

Iniziava il “cantar maggio”. La gente guardava al palcoscenico fra gli alberi, con una certa impazienza. Gli attori erano pronti ad entrare in scena.

Un leggero vento ad accarezzare. E gli alberi a stormire. Poi, una voce alta e sonora: “S’alzi stamane trionfale un canto/in onore di Angelica splendente/che sparse ovunque il suo regale incanto/come in ciel una stella rilucente”.

L’attore sulla scena erbosa, alto, con un gran cimiero rosso, vestito di rossi drappi, cantava a voci distese muovendo le mani in gesti sicuri. L’inizio di una vicenda alla quale avrebbero preso parte subito dopo altri personaggi, riccamente vestiti per portare avanti la storia di Angelica., trarla dai suoi mitici confini e porgerla, bella e fragrante, agli occhi, ed al cuore, della folla muta e attenta.

Angelica, principessa desiderata da un re barbaro, ricco, forte e coraggioso. Ma lei ama Sigibaldo, guerriero impavido, senza fortuna. La vicenda si muove attorno a questo amore, si snoda in piccoli fatti senza molto rilievo, in grado di ravvivare costantemente la fantasia e la curiosità. tutto finisce bene. Angelica va sposa al suo Sigibaldo, mentre il re barbaro cade in un duello all’ultimo sangue con un misterioso cavaliere nero.

Tutto è rispettato a puntino secondo gli schemi teatrali in uso nel passato. Per i gusti odierni, forse, la recita è troppo lunga, ingenua, lacrimosa. Cinque ore, a volte, che un tempo, quando la gente aveva meno pensieri, meno impegni sociali, meno preoccupazioni e più voglia d’arte e di cultura, erano sufficienti a soddisfare le attese dello spettacolo e a riempire il momento di libertà, ma che ora sarebbero eccessive per via delle vicende troppo romantiche, semplici, inesperte, pur nella loro grazia folcloristica ed evocativa.

“Cantar maggio”, per tanta parte della Lunigiana, e non soltanto in Lunigiana, significa rievocare un passato colmo di fantasie, di emozioni, di leggende. E’ l’anima popolare che esplode come fuochi d’artificio. Il “cantar maggio” è cantare anche d’amore. Romantico, cavalleresco, fatto d’ombre e di luci, di tristezze e di gioie.

Come del resto è l’amore dall’eternità. E’ anche un dare ai nostri sogni, alle nostre illusioni, alle nostre intime voci una dimensione umana quasi a dipingere il nostro mondo interiore, intimo e segreto, con colori e luci che appartengono alla nostra realtà. “Cantar maggio” è sentirsi, sia pure fugacemente, liberi e felici.

Roberto Micheloni, Il Corriere Apuano, 29.5.1993

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