

Ernesto nasce a Torrano il 10.1.1916, in una famiglia numerosa composta da tre sorelle e tre fratelli. Il padre Vincenzo si guadagnava da vivere emigrando in Francia per vendere chincaglieria con una cassetta sulle spalle. Alla madre Bocchi Luigia, originaria di Cavezzana d’Antena, il compito di provvedere ai figli ed alla conduzione della casa ed alla lavorazione della terra.
Ernesto segue le orme del padre e si trasferisce in Corsica, il 18 maggio 1936 il Consolato di Bastia lo esonera dalla chiamata di leva perché residente all’estero. Pochi giorni prima, l’11 maggio 1936 a Grenoble, all’età di 60 anni, è venuto a mancare il padre.

Nel frattempo l’Italia dichiara guerra alla Francia, gli italiani in Francia non sono visti di buon occhio, sottoposti a continui controlli, spesso accusati di attività di spionaggio, i rapporti con i corsi si guastano, Ernesto decide di rientrare a casa. Il 28 maggio 1942 si presenta al distretto militare e viene arruolato nel gruppo Artiglieria Alpina, prima a Mondovì e poi a Merano, aggregato al 2° Reggimento Art. Alpina.
Il 9 settembre 1943, il giorno dopo l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, essendosi rifiutato di combattere a fianco dei Tedeschi, viene fatto prigioniero dagli stessi e trasferito in Germania, al campo STALAG XII A (il numero identifica il distretto militare e la lettera il quartiere militare).
Lo STALAG XII A era situato nella campagna che separa la città di Limburgo sulla Lahn e il villaggio di Diez, distante quattro chilometri in direzione sud-ovest da Limburgo. Era un campo in cui le condizioni di vita erano particolarmente dure, cosa dovuta soprattutto al sovraffollamento (il 15.7.1944 ospitava 16.588 uomini). Il campo era formato da 24 baracche di legno la maggior parte delle quali era senza luce elettrica e senza riscaldamento.
Ernesto non è più tra di noi per raccontarci di persona le pene, i disagi, le sofferenze, le umiliazioni, la fame, il freddo patiti nei lunghi mesi di prigionia.

Possiamo però fare riferimento alla testimonianza di un altro lunigianese, Orlando Lecchini, originario di Arzelato, che nello stesso periodo di Ernesto è stato prigioniero dei tedeschi in un altro STALAG, in condizioni similari; in calce abbiamo riportato alcuni stralci della commovente pubblicazione di Orlando, “Per non chinare la testa”, un diario dei tremendi mesi di prigionia, che possono rendere l’idea di quanto patito da Ernesto.
Oltre ai disagi legati alla prigionia, Ernesto, tra la fine di marzo ed i primi di aprile del 1945, fu sottoposto anche al pericolo dei bombardamenti degli alleati che causarono molti morti e feriti tra i prigionieri di guerra.
Tra gli Alleati, i primi ad arrivare al campo di prigionia sono stati gli americani della 9 Divisione di Armata; i 15.000 prigionieri presenti sono stati presi in carico dalla 70° Divisione Statunitense.
I prigionieri inglesi, americani e francesi furono rispediti immediatamente in patria; non così gli italiani. Dovettero attendere sino alla fine dell’estate, poi il travagliato viaggio di ritorno a casa. Finalmente l’11 settembre 1945 l’odissea di Ernesto poteva dirsi conclusa; tornava in famiglia terribilmente smagrito e con sulle spalle mesi di indicibili sofferenze, ma salvo.
Ernesto recupera presto una buona forma fisica e mentale, il 18 maggio 1946 sposa Elvira Magnani con la quale creerà una bella famiglia con cinque figli.
Muore il 1° settembre 1987, dopo una intensa vita lavorativa.
Notizie desunte dal Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa, dal volume Schiavi di Hitler (di Angelo Angella e Manuela Angella e gli studenti della classe 5 B SU del Liceo A. Malaspina di Pontremoli), e da Wikipedia, consultata in data 5.9.2023



“Dopo diciotto giorni di viaggio in carro bestiame, oggi bagno e disinfestazione. Una cosa atroce. Lasciati fuori nel cortile tutti gli indumenti, veniamo ammassati a centinaia nudi come Adamo in uno stanzone freddo e poi spinti sotto la doccia di acqua caldissima (vera scena di una bolgia dantesca) che all’improvviso viene a mancare ed è seguita da acqua diaccia. Tutti vengono cacciati fuori nel cortile, all’aperto, con 12-14 gradi sottozero. Intanto i carrelli che escono dal forno della disinfestazione sullo spiazzo coperto di neve, vanno portando la nostra roba e li rovesciano là fumanti sulla neve. E tu nudo, ancora bagnato e tremante, devi andare a cercarti la tua roba in mezzo alla roba di altri cento”.
“I due appelli giornalieri erano terribili. Duravano ore ed ore. Il giorno 20 marzo ci occuparono cinque ore, durante le quali era nevicato, grandinato, piovuto e noi lì immobili, muti, chè a scambiarci la parola si buscava la prigione. Una piccola mancanza si scontava con cinque giorni di prigione di rigore”.
“L’appello non finisce mai e sotto la pioggia, mentre un’umidità fredda ti penetra nelle ossa e non te la toglierai d’addosso, è una grande sofferenza”.
“L’inverno ha fatto il suo ingresso con un rigore d’eccezione: ier l’altro, ieri e oggi è ghiaccio dappertutto e la temperatura al mattino è al di sotto di 14 ° sotto zero”.
“Con la fame si fa sentire di più il freddo e contro di esso abbiamo adottato un nuovo sistema….:il concubinaggio. Non c’è altro rimedio: bisogna dormire in due nello stesso posto letto”.
“Il pane, da dividere in sette o otto razioni giornaliere, era costituito da una miscela scura di segale, di scarti di granaglie, di farina di pioppo o di chi sa quale altro ingrediente che lo rendeva disgustoso”.
“Il grasso per condire, la marmellata, il formaggio non erano che dei surrogati: basti pensare che il formaggio sapeva di ossa di pesce macinate ed era colloso e ributtante”.
“Non c’è prigioniero che non abbia imparato ed esercitato l’arte di dividere la razione del pane in tante fettine. A tavola un pezzo intero finisce presto e lascia la fame, un bel mucchietto di fettine soddisfa l’occhio e dà l’impressione di soddisfare un po’ lo stomaco”.
“I servizi igienici (definiamoli pure così eufemisticamente) dei campi di concentramento richiedevano buone doti di equilibrista per rimanere fermi sulle tavole allineate a modo di passerella sulle enormi e nauseanti fosse delle affollate latrine. Parlare di “privacy” era impensabile e fuori della realtà. La carta igienica: un dramma. Qualche volta ne hanno fatto le spese perfino i libri”.
“Qualcuno può domandarsi se in un campo dove erano raccolte migliaia di prigionieri male in arnese, la maggior parte in stato di deperimento, perciò più facilmente esposti a contrarre malattie, vi fosse almeno disponibilità di medicinali o possibilità di cure mediante ricovero in infermeria o all’ospedale. Il problema è ridotto a termini semplicissimi: i medicinali erano forniti in quantità incredibilmente irrisoria e solo periodicamente al sovrintendente che li somministrava col contagocce e con la bilancia dell’orafo”.
“Di fame si poteva morire e molti, moltissimi morirono”.
“Tutti sanno che abbiamo patito la fame e il freddo, che abbiamo sofferto per la privazione della libertà, per la mancanza di notizie da casa, per le violenze usate contro di noi”.
“Soffrimmo ogni sorta di stenti e di privazioni. Soffrimmo per la mancanza di medicinali, per le disastrose e ignominiose condizioni degli impianti igienici e sanitari: non si è ancora cancellata nei nostri animi l’impressione penosa delle disinfestazioni fatte con procedimenti crudeli, che non ci resero immuni dagli insetti che popolarono i tavolacci dei nostri “castelli” e succhiarono il sangue dei nostri corpi indeboliti. Soffrimmo per le punizioni collettive ed individuali. Soffrimmo per i trasferimenti attuati con sistemi bestiali, per le perquisizioni individuali e collettive nelle baracche, che venivano gettate a soqquadro e rese inabitabili per più giorni”
Tratto liberamente dal volume Per non chinare la testa, di Orlando Lecchini, Ed. Il Corriere Apuano, 1988