COSTUMI, TIPI E INDUSTRIE DEL PONTREMOLESE

l’Archivio per l’Etnografia e la Psicologia della Lunigiana, interessante rivista che si pubblicava, da qualche anno, alla Spezia, una delle tante utili intraprese interrotte e, forse, spezzate dalla guerra, aveva iniziato anche una paziente opera di illustrazione dei vecchi e pittoreschi costumi della regione lunense, costumi o già scomparsi o che stanno per scomparire. Nelle variate pagine della bella rivista, che raccolgono usi, costumi, utensili, folklore, hanno trovato paziente ricostruzione e illustrazione i vecchi costumi contadineschi di una Spezia ora completamente scomparsa e dimenticata; i colorati e ricchi vestiti del Sarzanese, – “giubbe scarlatte su candor di gonne accordellate” come li ha efficacemente rievocati un poeta -; quelli originali di […… ], paese che offre una ricca materia di studio all’etnografo e all’antropologo; i costumi più semplici della bassa Val di Vara; e quelli del territorio di Zeri, paese sperduto, senza strade, nell’alta Valle del Gordana, in confine con la Val di Vara.

Il vicino territorio pontremolese avrebbe offerta ricca materia alla continuazione di queste indagini , utile contributo alla storia dei costumi antichi delle varie regioni d’Italia.

S’intende, comunemente, per Pontremolese, la estrema cerchia superiore dell’alta Val di Magra, costituita dall’insieme delle valli minori degli affluenti. Comprese nella curva che forma l’Appennino piegando da Ponente a Mezzogiorno, si dispongono intorno al fiume maggiore quasi in cerchio , a guisa di un ventaglio molto aperto, delle quali valli il punto di confluenza è il brevissimo piano di Pontremoli.

Questo paese, compreso nella sua parte più antica e maggiore tra la Magra e il Verde, nella rimanente schierato lungo la riva sinistra di essa, è il naturale centro d’affari della circostante regione montuosa, sparsa di villaggi, quasi isolati per la difficile viabilità di faticose mulattiere, abitati, in antico, da pastori e agricoltori e carbonai, ora da gente che ha cercato nella emigrazione mestieri meno faticosi e più rimunerativi.

Pontremoli: un “copritetto”

Nei giorni di fiera (assai frequenti), e di mercato (due la settimana), gli abitanti di tutti questi villaggi e delle case isolate per la campagna, scendono a Pontremoli affollando, caratteristicamente, le sue piazze e le strette sue vie. Scendono a vendere i loro prodotti: legna, carbone, fieno e, in panieri e cestini caratteristici, formaggi, ricotte, funghi, fragole, lamponi ecc. , per rifornirsi delle merci che loro occorrono.

Anticamente, quando questa folla portava i vari e caratteristici costumi, doveva offrire uno spettacolo rusticamente pittoresco, un movimentato quadro di variopinte scene montane. N’ebbe, sebbene d’una fugace visione assai limitata, una forte impressione il poeta patriota Pietro Giannone, che ne lasciò ricordo di un suo diario, rapido e nervoso, di un viaggio da Parma a Lerici, a Nizza, compiuto nel febbraio del 1823, impressione fissata in un assai efficace ravvicinamento:

“La guida (scriveva) la Cisa, confine, i contrabbandieri, il paesuccio ove passò la notte che somiglia ad una scena di Walter Scott”.

Bratto – costume tradizionale

E’ una traccia che arricchita di particolari e di ricordi tradizionali, potrebbe far rivivere una vecchia Val di Magra richiamante naturalmente i paesaggi scozzesi del grande scrittore inglese. Il paesuccio, al quale allude il poeta, doveva essere Mignegno, fermata non infrequente agli antichi viaggiatori che salivano o scendevano a o da la Cisa. E’ un sobborgo di Pontremoli, situato alla confluenza del Magriola con la Magra, gruppo di case addensato presso una chiesetta dal campanile barocco, scaglionato su l’estrema pendice di un monte, poco più alto del bianco greto del fiume, in fondo ad una verde gola boscosa, dove, tra un rameggiar sereno d’ulivi, appare, a chi scende per la via napoleonica, con scorci di vecchie case di pietra nuda, sotto la nera distesa dei suoi pesanti tetti di grandi lastre di arenaria. Mi sia permessa una parentesi. Questo primitivo sistema di copertura di tetti, comune in tutta l’alta Val di Magra, è – se così è lecito esprimersi – un po’ come il vecchio costume delle antiche case pontremolesi che, a sua volta, va scomparendo per lasciare il posto a sistemi più moderni e leggeri. Così, le nere distese dei vecchi tetti sono venute a poco a poco, chiazzandosi delle macchie vermiglie – che sempre più si estendono – degli embrici e delle tegole (dial: copi); mentre le case nuove aguzzano le loro leggere coperture di marsigliesi.

Bratto – costume tradizionale

Le piagne, adunque, con le quali si coprivano nel passato le case, erano piastre irregolari, di varie dimensioni e di diverso spessore, che si ricavavano da certi depositi di di arenaria stratificata che naturalmente si sfaldava a lastre. Sovrapposte accuratamente, in una paziente opera di incastro, erano tenute ferme, per resistere alle nevi e ai venti dei lunghi inverni, con grosse pietre disposte lungo i margini del tetto. Per mantenere queste singolari e complicate coperture occorreva l’opera di uomini specializzati in un tale mestiere, tradizionale nelle famiglie, chiamati appunto copritetto (dial. crevatece). Questi uomini che dal mestiere ricevevano sul viso, solcato e cotto dal sole e inasprito dai venti, una impronta speciale, mutato il sistema, vanno scomparendo, con le loro tipiche figure, e coi loro strani soprannomi, derivati dalle eccezionali consuetudini della loro aerea vita solitaria.

Ma tornando ai costumi, essi, da tempo, sono andati perdendosi: prima i costumi maschili, poi, più lentamente, e con più restia trasformazione, quelli femminili.

Chi si trova ora “nel mezzo del cammin di nostra vita” , ricorda di ver visto qualche raro vecchio dai calzoni corti e dalle alte ghette di lana, e numerose le vecchie donne della montagna nei tradizionali costumi.

Il vestito maschile era così composto: giacchetto e calzoni corti, di mezzalana o di pannetto di lana, scuri; panciotto rosso a due file di bottoni di metallo dorato; scarpe con fibbie di metallo o d’argento e calze bianche allacciate ai ginocchi con cordoncini di seta, sulle quali d’inverno venivano messe alte ghette di lana; berretto rosso ricadente sull’orecchio, con orlo nero. La gente agiata vestiva un costume più ricco di velluto nero con panciotto bianco.

Il costume femminile richiede più lunga illustrazione . La gonnella (dial. vesta) era una grossa stoffa turchina detta budonia , tessuta di lino e cotone; oppure, nei tipi più economici, di mezzalana, tessuto di lana e canapa, di color verde o caffè. Essa era allargata sulla vita da una grossa imbottitura (salam) sulla quale veniva fittamente pieghettata. Talora la gonnella presso la cintura aveva una grossa piega in fuori, detta ghiron o basta.

Il busto si faceva di un broccato a fiori, talora molto ricco per stoffa ed opera. I busti delle montanare che portavano la cintura molto in alto, erano corti, e lunghi quelli dei paesi più bassi. Dal busto emergeva la camicia bianca di lino o cotone nelle parti visibili – maniche e collo – e di canapa nel resto.

Il panno bianco da testa, detto tuaia o drap, era di lino o di tessuto più ordinario, stirato a lucido con pieghe caratteristiche. Intorno al collo, ai polsi, al drappo da testa, erano messi ornamenti di pizzo più o meno ricchi: le frange dei polsi e del collo si chiamano fraple, lavori in genere di mussola merlettata e ricamata, prodotti di industrie locali e personali fiorenti a Pontremoli.

Antico costume del pontremolese

Nei costumi di lusso venivano usati anche merletti a tombolo, importati quasi sempre dal genovesato, come le tele e le sete fini di Lombardia, da mercanti ambulanti che passavano ad epoche fisse, e servivano una clientela in gran parte fissa.

In alcune parti del pontremolese e specialmente nel territorio di Zeri, usava anche un costume, forse più antico, costituito da una veste di un sol pezzo, di budania o mezzalana., abbottonata, in alto, sul fianco, e stretta alla vita per mezzo di una cintura allacciata da una fibbia d’argento , più o meno di lusso.

Antico costume del pontremolese

Queste stoffe, budanie, mezze lane, che hanno a lungo servito per i vestiti dei contadini, i busti, ecc., erano tutti prodotti di piccole industrie tessili locali, ora lentamente scomparse, per la concorrenza della grande industria moderna. A Pontremoli si fabbricava da antico – se ne parla negli Statuti stampati a Parma nel ‘500, riscrivendo le regole della tessitura, coloritura e metratura. Una stoffa detta pignolato, sorta di stoffa di lino e canapa tessuta e colorata all’uso di Parma e Cremona, che non solo veniva usata localmente, ma era esportata anche nella vicina Lombardia. Si producevano pure tessuti di bambagia e di bavella: con quest’ultima si facevano anche le calze. Forma sempre in cambiamento di costumi di transizione, coi busti alti alla montanara, e le baverine e le frange merlettate in torno al collo e ai polsi, son durate un pezzo e ancora persistono, ma, lentamente, per necessità economiche, più che per desiderio di novità, son venute sempre più adattandosi al vestire moderno.

Le montanare hanno ora adottato , facendone un elemento di abbigliamento assai caratteristico, certi pesanti scialli neri con grandi quadrettature bianche scozzesi, importati dagli emigranti, dall’Inghilterra o imitati in Italia.

Tra i paesi più caratteristici di questo territorio sono la Cervara, Bratto e Braia. Nel folklore locale questi due ultimi paesi, i nomi dei quali vanno sempre uniti, rappresentano le montagne azzurre , dalle quali, nel proverbio italiano, si fa discendere la gente rozza, ingenua,. inesperta, sempliciona. Si trovano essi rampicati ” sul fianco dell’Appennino, nella stretta valle della Verdesina, affluente del Verde, di faccia al monte Borgallo, traforato dalla lunga galleria transappenninica, attraverso la quale passa la Parma-La Spezia.

Bratto -costume di transizione
Pieve di Saliceto – costume attuale e antico

Cervara – ricostruzione dell’antico costume

Da antico è fiorita a Bratto una industria di seggiole, divani, e altri lavori in legno di faggio. Le seggiole e i divani coi sedili di paglia, avevano forme più o meno lavorate , ma sempre di una stessa sagoma: i tipi più semplici ed economici erano lasciati rustici; quelli di lusso scolpiti con più cura e varietà, venivano laccati o in celeste chiaro o in rosso scuro, con buone dorature. Anche questa industria va ora scomparendo, poiché tali mobili come tipi ordinari costano troppo in confronto ad altri che sono in commercio, e come tipi di lusso rimangono troppo rozzi.

Merita di essere ricordato uno degli ultimi rappresentanti di questa industria: un vecchietto geniale e caratteristico, Vincenzo Schio. Analfabeta e ignaro d’ogni principio di scultura, una incomprimibile spontaneità gli ha fatto creare due piccole immagini ove traluce il lume dell’arte: la statuetta d’una madonna, scolpita nell’arenaria, posta sulla fontana del paese, e un’altra madonnina di marmo eretta, nel cimitero, sulla modesta tomba della moglie. E’ questo un piccolo prodigio di affetto coniugale e di spontaneità artistica. Poiché quest’uomo ignaro d’ogni regola d’arte è riuscito a dare alla Madonna i lineamenti della sua compagna, accomodandole sul capo il manto a odo di drappo, come la morta portava ancora all’uso antico, trasfigurando il suo ricordo nella bianca e dolce madonnina che prega sul cimitero, steso su un pianoro, donde s’apre una visione tumultuosa di monti incrociati e rinserrantisi. Ma la semplicità tanto riposante del vecchio erboso cimitero, sulla quale questa Madonnina diffondeva tanta mite poesia, si è andata lentamente perdendo, orbata da opere nuove e chiassose.

Questi montanari, ora, emigrano quasi tutti per cercare, in regioni meno povere dei loro monti, più facili mestieri e migliori fortune: quasi tuti vanno a Londra dove, particolarità curiosa, abbandonate le pialle, le zappe, le falci e i vincastri, esercitano il mestiere della corbelleria, guadagnando assai e accumulando, talora, buoni patrimoni. Ma, oltre i denari, ben poco riportano dai paesi di grande civiltà dove passano tanta parte della loro vita, e, tornati al borgo nativo, continuano la tradizionale rozza vita degli avi.

Ma questa indifferenza l’hanno perduta proprio dove essa poteva essere solenne: di fronte alla morte.

I vecchi cimiteri dei monti, deserti campi folti d’alte e fiorite erbe non mietute e di intricati rovi, davano intenso e poetico, il sentimento di un abbandono sconsolato delle effimere spoglie raccolte in un mucchio anonimo, in cui una aperta chiesetta nuda poteva diffondere la sua voce di prece sommessa e di speranza, temperando e vivificando misticamente lo squallore di quella ascetica indifferenza. Tale era il cimitero di Bratto: ora è pieno di brutti marmi, invece che di schiette rose canine; e di pretenziose cappelle invece che di lame erbose.

La Madonnina bianca che vi prega vestita da vecchia contadina, vi si apparta poco a poco, e come ritirando la sua mite protezione già tanto invocata in altri semplici tempi. Ella è l’ingenuo sogno superstite d’un vecchio appartenente ad una generazione che non conobbe i mestieri vagabondi e indolenti della moderna emigrazione e certo cattivo gusto borghese; ma i duri travagli degli aspri lavori della Corsica che se, biblicamente, chiedevano alla fronte molto sudore e se davano il pane anche abbondante, non producevano però ricchezze ed ambizioni.

Manfredo Giuliani –  Costumi – Tipi e industrie del Pontremolese – Alta Val di Magra pubblicato sulla rivista mensile del Touring Club Italiano – anno XXIII n. 9, Settembre 1917  

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