L’area a settentrione di Pontremoli, distribuita sotto l’arco appenninico, alle due ali del passo della Cisa, si caratterizza per una carenza di fonti scritte per le età che vanno dall’altomedioevo al primo medioevo centrale (VII – XII secolo). Tale carenza si inserisce nel problema delle fonti documentarie dell’area della Lunigiana Storica, in generale carenti fino all’XI-XII secolo (1). Ma il settore territoriale citato, appare in evidenza, mostrando difficoltà massimali per l’impostazione di un quadro storiografico coerente. In particolare, quel territorio definibile come “zerasco” – in sistema di valli subappenniniche estese a nordovest del centro di Pontremoli, delimitate dall’arco appenninico e dalle montuosità che separano questa stessa zona dalla Val di Vara – si inserisce a pieno titolo in questa categoria. Le difficoltà storiografiche, per questo territorio, non sono solo legate alla generica carenza delle fonti scritte, ma pure al fatto che in varie porzioni di esso si sono intersecati controlli ecclesiastici multipli e non ben definibili. L’area appenninica lunigianese è stata interessata, sin dal periodo longobardo, dalla colonizzazione delle istituzioni monastiche della Longobardia, quali l’abbazia di S. Leno di Brescia e di S. Colombano di Bobbio. Le motivazioni risiedono nel carattere di area di “confine-giunzione” della Lunigiana e dall’assenza di poteri forti nell’area settentrionale a nord di Pontremoli, per le età longobarda e carolingia, quando l’influenza della chiesa lucchese, supportata dalla corte ducale longobarda lucchese, si estendeva solo fino all’area massese e della valle dell’Aulella e nel contempo la chiesa lunense, almeno fino alla fine dell’età carolingia, non aveva avuto quel “risveglio egemonico”, sul territorio lunigianese, che si concretizzerà invero nel X secolo, ed in particolare, per l’area pontremolese, solo alla fine di quel secolo (2).
Il potere pubblico non si palesa egualmente nell’area, né per l’epoca longobarda – per la quale inferiamo l’esistenza di una sede gastaldale lunigianese in Surianum – né per l’epoca carolingia, per la quale è verificata la presenza patrimoniale di Adalberto I di Tuscia in vari settori della Val di Magra e della “criniera appenninica” emiliana, ma non nell’area a settentrione di Pontremoli (3).
La struttura del controllo pievano nella zona dello zerasco appare complessa. Nel XII secolo ed oltre l’area era ricompresa nel vasto piviere di Urceola (4). Tale piviere si dispone con una figura ad ampie ali ai due lati settentrionale di Pontremoli, con un’estensione complessiva amplissima. Tale situazione ha fatto pensare ad una netta continuità con un’antico ordinamento demico. Evitando il “mito bloccante” della teoria della continuità intesa in senso globalizzante, credo altresì si possa perlomeno accettare una continuità di insediamento in alcune aree subappenniniche ed accertare l’esistenza “fossile” di una pieve particolarmente vetusta (5).
L’area zerasca, nella valle di Rossano, confina, attraverso una linea montuosa, con la Val di Vara, e dal punto di vista diocesano, in particolare, con la pieve lunense di Cornia. I confini tra le due pievi appaiono non definiti nella diacronia che dall’altomediaevale porta al XII secolo (6) e contemporaneamente, nel periodo, risulta la presenza dell’abbazia di Brugnato, derivabile dal controllo che vedremo esercitare nello zerasco dalla diocesi brugnatese, costituita nel 1133. Se i dati toponomastici ricompresi nel diploma di Carlo Magno all’abate Guinibaldo del monastero di Bobbio del 5 giugno 774, ove si cita pure una selva con corte quorum vocabolum est Montelungo, ingenerano perplessità e non permettono identificazioni sicure con la località di Montelungo presso il passo della Cisa, già sede dall’epoca longobarda di un ospedale, interessante invece la notazione contenuta nel placito dell’anno 972, oltre a citare, come nel diploma carolino, una selva in loco ubi dicitur Montelongo, si cita una piscina qui dicitur pelosa che alcuni hanno identificato, finora senza prove a sostegno, con il lago Peloso non distante dal passo dei Due Santi. Ora, è possibile inserire la notazione nel contesto del controllo obertengo in Lunigiana e al tempo stesso , sulla base di un documento che ho recentemente individuato, rivedere quanto meno il toponimo “piscina” nell’alta Lunigiana. Infatti, tale toponimo è presente in un atto ricompreso nell’Archivio del Capitolo di Luni, risalente all’anno 1159, con cui Adalberto, arciprete e canonico di Suriano della chiesa di Luni, dona alla chiesa di S. Maria di Luni i beni situati in località Piscina (8). Il documento ci assicura dell’esistenza di toponimi simili nella zona.
Ma sono i caratteri dell’evoluzione della stirpe obertenga, tra funzione pubblica, ambiguità signorile e suddivisione in rami familiari, che può determinare il passaggio di alcune ipotesi di notazioni isolate riferibili allo zerasco dalla mera possibilità ad un certo grado di probabilità. Infatti occorre innanzitutto considerare che Oberto, conte probabilmente dal 945 e marchese della Liguria Orientale dal 950, diviene conte del Sacro Palazzo, la più alta carica nel Regnum, nel 951 e terrà tale incarico fino al 972 (9). E’ in questo periodo che Oberto consolida quel processo di potenziamento territoriale che è tipico delle grandi famiglie italiane che rivestirono uffici pubblici e passarono poi alla fase dinastico-signorile tra la fine del X secolo e il secolo successivo (10). Inoltre gli Obertenghi controllarono patrimonialmente pure il monastero di Bobbio, per cui non è improbabile che la piscina pelosa possa riconoscersi in possessi dello zerasco detenuti o passati agli obertenghi.
La continuità tra possessi obertenghi probabili nello zerasco e possessi certi nell’area dei primi Malaspina è verificata dal diploma di Federico I dell’anno 1164 ad Opizzo Malaspina (11). Nel documento si confermano vari possessi, tra area della Val Trebbia, area piacentina e Lunigiana. Tra di essi compare Cerri cum tota curia, in cui possiamo riconoscere il quadrante territoriale che aveva centro con Zeri, verificando il trattarsi di un distretto territoriale nettamente rurale, probabilmente non incastellato, o già decastellato, poiché non è citato il castrum. Da notare inoltre che il possesso è indicato per la totalità, come alcuni altri, a differenza di possessi che invece sono indicati in frazione, per un quarto (12). I possessi indicati in frazione ricordano la quadripartizione dei beni obertenghi; quadripartizione che non tocca l’area zerasca che sembra provenire in toto dalla divisione originaria al ramo malaspiniano, con modalità probabilmente dirette, potendosi almeno parzialmente escludere un eventuale “compera od accatto” dagli estensi, come per altri beni in Lunigiana, poiché nel diploma di Enrico IV agli estensi dell’anno 1077, pur confermando zone dell’alta Lunigiana come Filattiera e Pontremoli, non si cita Zeri, a meno che non si ritenga che l’area dello zerasco potesse essere ricompresa nell’XI secolo nel distretto di castellania di Pontremoli (13).
Ecco dunque che è possibile contestualizzare indiziariamente le scarsi fonti documentarie della zona da cui emerge il controllo obertengo tra X e XI secolo, con passaggio ai Malaspina benché si sovrapponga poi la fase di espansione del comune di Pontremoli – non del tutto chiarita – anche nello zerasco, quantomeno dalla metà del XII secolo al secolo successivo (14). L’area della valle di Rossano, per l’esistenza di una via per la Liguria e Genova, la cosiddetta “via regia”, assunse particolare importanza, ed è proprio da questa via che gli homines di Pontremoli, nel 1154, chiesero ed ottennero di poter passare senza gravami e senza pericoli nell’area genovese (15).
Un aiuto per la chiarificazione di alcune fasi dello sviluppo territoriale di questa regione può pervenire dallo studio dei toponimi, specie se si riuscirà ad enucleare le diversificazioni toponomastiche tra nomi di ambito romano, residui cioè di epoche ante incastellamento, e fitonimi e microtoponimi legati ai dissodamenti ed all’incastellamento stesso, sebbene per lo zerasco sembrerebbe da escludersi una fase di primo incastellamento significativo relativo al X secolo, per le ragioni sopra descritte, a meno che tra X e XI secolo non sia avvenuto un non noto decastellamento (16). In particolare, per l’area della valle di Rossano, chi scrive ha individuato, a titolo di esempio, dagli estimi locali settecenteschi, vari toponimi che potrebbero essere spia di emergenze peraltro già scomparse all’epoca della compilazione di tali documenti (17).
Beni della cappella di S. Medardo di Chiesa di Rossano: p. 120:….terra seminativa in l.d. la Roca:
– Pertinenze del Chioso e Montelama: p. 125: ….terra zerbina in l.d. la Rocchetta
– Pertinenze di Castoglio: p. 126: terra in l.d. la Torricella presso il canale
-Beni dell’Opera parrocchiale di Arzelato: p. 141: pertinenze della chiesa di Torrano: terra castanerata in l.d. Castellano; p. 141: pertinenze della chiesa di Torrano: terra castanerata in l.d. Castellano;
-Estimo di Castoglio, Chioso e Montelama: p. 1: pertinenze del Chioso di Rossano: terra campiva l.d. gli Castelletti
-Estimo di Rossano, Valle e Paretola: p. 14: pertinenze di Valle e Paretola: una casa con sua piazza nella Villa di Valle l.d. Alcastello; p. 49: pertinenze della Chiesa di Rossano: terra nella Rocca; p. 60: pertinenze della Chiesa di Rossano: terra campiva prativa l.d. sulla cima della Badia; p. 67: pertinenze della chiesa di Rossano: terra ortiva l.d. al Castello; p. 75: terra campiva l.d. Castrovecchio.
Queste notazioni integrano altre notizie desunte dagli estimi cinquecenteschi pontremolesi e dal compendio informativo sui castelli in fase di realizzazione da parte di Nicola Gallo (18), ove si ricordano toponimi che potrebbero ricollegarsi ad una delle fasi dell’incastellamento in questo territorio. Da notare, inoltre, il toponimo alla Badia, che potrebbe essere spia di possessi monastici nella valle di Rossano, forse ascrivibili all’abbazia di Brugnato.
II
La valle di Rossano è un territorio caratterizzato dal passaggio della “via regia” che permetteva comunicazioni con l’area ligure attraverso l’alta Val di Vara. Nella località chiesa di Rossano è situata una chiesa, erede dell’antica cappella di S. Medardo, citata per la prima volta nelle decime duecentesche bonifaciane come cappella de Roxana. Notevoli interrogativi ha sollevato questa cappella, poiché essa compare due volte nelle decime, una come dipendenza della pieve di Urceola, e l’altra come dipendenza della pieve di Cornia (19).
Dell’antico edificio non resta più nulla, almeno per l’occhio non esperto di chi scrive. Purtuttavia, murato in un muretto vicino alla chiesa stessa ho notato la parte superiore di una bifora, genericamente riferibile agli stilemi romanici. La stessa pare di ottima fattura e presenta, nella parte più alta, un motivo a bassorilievo di notevole finezza. La congettura che vede tale reperto riferibile all’antica cappella di San Medardo è senz’altro possibile, ma si evidenziano interrogativi e difficoltà. Innanzitutto non sono certo, poiché non ho le competenze necessarie, se il reperto sia originale, e non piuttosto “romanica”, benché quest’ultima ipotesi, visto che ci troviamo in un piccolo centro rurale ove difficilmente potevano estrinsecarsi particolari gusti e culture “d’epoca”, potrebbe essere ragionevolmente esclusa. In secondo luogo, come mi suggeriva Nicola Gallo, appare in prima battuta strano che una semplice cappella possa avere ordini di bifore. Piuttosto è pensabile, in effetti, che la bifora possa essere stata posta originariamente sul frontale della cappella stessa, come verificabile per le pievi di Codiponte (Alta Valle dell’Aulella), San Paolo in Vendaso (Comune di Fivizzano), Crespiano (Comune di Comano, valle del Taverone) e per la cappella di San Lazzaro presso la SS. Annunziata di Pontremoli. Se sarà accertata l’originalità del reperto avremo allora una preziosa testimonianza del romanico nella valle di Zeri, peraltro di qualità e da tutelare e preservare (20). Se invece si rivelerà che il reperto è una mera copia (credo meno probabile questa eventualità), ancora una volta, pur con altre movenze, torneremo nel campo delle difficoltà di individuazione dell’ambito medioevale dello zerasco che solo l’incrocio della ricerca toponomastico-territoriale e dell’archeologia medioevale potrà almeno in parte superare.
Roberto Ricci, La bifora romanica di Rossano ed i problemi storiografici del Medioevo nello Zerasco, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Quarta serie, Vol. LIII, anno 2001
(1) Per una sintesi sull’altomedioevo lunigianese cfr. R. Ricci, Poteri e territorio in Lunigiana Storica, il Primo medioevo (VII – XI secolo). Uomini, terra e poteri in una regione di confine, di prossima pubblicazione.
(2) R. Ricci, Oberto. Il davanti a Gotifredo vescovo di Luni: un enigma? Aspetti delle strategie canossiane ed obertenghe nella Lunigiana storica, in “Studi Medioevali”, serie terza, anno XI, fasc. II, dicembre 1999, Spoleto 1999, pp. 835/842
(3) Per i possessi di Adalberto e le problematiche storico-territoriali connesse. cfr. G. Ricci, Aulla e il suo territorio attraverso i secoli, I, Dalle Origini al Quattrocento, Pontremoli 1989. R.Ricci Poteri e Territorio….., cit,. Per il concetto di controllo strategico territoriale “di criniera” verificabile sia per i marchesi di Tuscia che per obertenghi e canossiani, cfr. M. Nobili, l’evoluzione delle dominazioni marchionali in relazione alla dissoluzione delle circoscrizioni e comitali e allo sviluppo della politica territoriale dei comuni cittadini nell’Italia centro-settentrionale (secoli XI e XII) in, La cristianità nei secoli XI e XII in occidente: coscienza e strutture in una società, “Atti dell’ottava Settimana Internazionale di Studio”, Mendola, 30 giugno – 5 luglio 1980. Miscellanea del Centro di Studi Medioevali (Pubblicazioni dell’Università del Sacro Cuore), pp. 235-258.
(4) G. Pistarino, Le pievi della diocesi di Luni, Ist. Studi Liguri, La Spezia, 1961, G. Franchi-M. Lallai, Da Luni a Massa Carrara-Pontremoli. Il divenire di una diocesi fra Toscana e Liguria dal IV al XXI secolo. Massa-Modena 2000, Parte I, Vol. I, pp. 310/318
(5) L’applicazione e lo sviluppo della teoria della continuità per la Lunigiana Storica si deve ad Ubaldo Formentini (cfr. su questo tema il noto saggio U. Formentini, Conciliaboli, pievi e corti della Liguria Orientale, in “Memorie dell’Accademia Lunigianese di Scienze G. Cappellini, VI-VII (1925-26), La Spezia 1926). Anche per l’area della pieve di Urceola tale teoria è stata applicata e ripresa in genere da tutta la storiografia lunigianese. A questo proposito, cfr. quanto si dice in G. Franchi-M. Lallai, cit., p. 310 e nota n. 4. Per una critica e ridiscussione della teoria formentiniana della continuità cfr. R. Ricci, Poteri e territorio, cit.
(6) Per i confini e le problematiche relativi alle due pievi, cfr. G. Franchi – M. Lallai, cit., parte I, Vol. I, pp. 310-318 per la pieve di Urceola; ibidem, pp. 231-235 per la pieve di Cornia.
(7) Per il diploma carolino citato cfr. L.A.Muratori, Antiquitanes Italicae Medii Aevii, I, 1005/06. Per il placito dell’anno 972 cfr. C. Manaresi, i placiti del Regnum Italiae, 3 vol. , Roma, 1955-1960, Fonti per la Storia d’Italia, II/I n. 172, pp. 122-126
(8) Archivio del Capitolo di Luni, Filza G. Carta l.
(9) Per le vicende obertenghe cfr. F. Gabotto, I Marchesi Obertenghi (conti di Tortona) fino alla pace di Luni (945-1124) in “Giornale Storico della Lunigiana”, IX, 1918, e pure M. Nobili, Gli Obertenghi. Genealogia e vicende, tesi di laurea, Università degli Studi di Pisa, anno accademico 1967-1968.
(10) Tali processi si connettono da un lato alla situazione dinamiche delle “nuove marche” del Regno Italico e dall’altro allo sviluppo delle classi di potere in quell’epoca di sviluppo delle classi di potere in quell’epoca di svolta che furono i secoli X e XI. Per tutto ciò cfr. M. Nobili, L’evoluzione delle dominazioni marchionali, cit.; M. Nobili-G. Sergi, Le marche del regno italico: un programma di ricerca, in “Nuova Rivista Storica”, LXV, 1981, pp. 399-405; G. Sergi, I confini del potere. Marche e signorie fra due regni medioevali, Borgaro (Torino), 1995
(11) Cfr. L. A. Muratori, Antichità Estensi, I, pp. 161-162
(12) I possessi in Lunigiana Storica indicati in frazione nel diploma sono molti: Rivalta, Beverino, Madrignano, Vallerano, Arcola, Ponzano, Massa, Corvaia, Herberia (in cui si riconosce la podesteria in Lunigiana Orientale un tempo interamente controllata dall’omonima casata), Verpiana (l’antico centro curtense della corte di Valleplana, già citata nelle tavole di fondazione dell’abbazia di S. Caprasio di Aulla dell’anno 884. La località è posta tra Aulla, Olivola e Bigliolo), Belvedere, Montelungo, Comano.
(13) Per le fonti che confermano gli acquisti ed i passaggi, più o meno “limpidi”, di proprietà tra gli estensi e i Malaspina, cfr. l’atto dell’anno 1202 con cui i Malaspina concedono al vescovo lunense vari possessi e castelli lunigianesi che provenivano da acquisti fatti dai marchesi estensi (cfr. L.A. Muratori, Antichità estensi, I, pp. 175-177) e il lodo di Truffa ed Ubaldo dello stesso anno per la lite tra i Malaspina ed il vescovo lunense per i diritti sulle terre già possedute in Lungiana dagli Estensi (ibidem, pp. 178-181). Nel lodo compare la nota dizione “comperam, seu accatum” . Per il diploma di Enrico IV agli obertenghi del ramo poi detto estense cfr. L. A. Muratori, Antichità Estensi, I, pp. 40-41
(14) Sull’espansione del comune di Pontremoli cfr. P. Ferrari, Il Comune di Pontremoli e la sua espansione territoriale in Val di Vara (origine del feudo di Godano), Pontremoli, 1937. (ristampato in P. Ferrari, Studi di Storia lunigianese, Introduzione di G. Benelli, bibliografia a cura di M. Michelotti , Pontremoli, 1985). L’espansione del comune pontremolese è pure percepibile come un’interazione conflittuale con le forze signorili. La difficoltà duplice per lo zerasco è data da un lato dalla non chiarezza del suo status territoriale in rapporto ai poteri signorili ed ecclesiastici vigenti e dall’altro dai non chiari tempi e modi del processo di estensione della comitatinanza pontremolese in detto territorio. Per un primo studio sulla tematica del conflitto tra comune locale e forze signorili, ma solo nell’angolazione del complesso conflitto coi Malaspina in rapporto con l’area piacentina e il crinale appenninico in corrispondenza di Grondola, cfr. G. Benelli, La lotta antifeudale del comune di Pontremoli nella seconda metà del XII secolo, in “Archivio Storico per le Province Parme4nsi”, IV s., XXXII (1980), Parma 1981, pp. 259-281. Per il concetto di comitatinanza, cfr. G. de Vergottini, Origini e sviluppo della comitatinanza in “Scritti di Storia del Diritto Italiano”, Milano 1977, pp. 5-122.
(15) H.P.M., Liber Jurium Reipublicae Januensis, I, 171, (Col. A. fol. 25 v.)
(16) Sui problemi generali dell’incastellamento, cfr. A. Setti, Proteggere e dominare, fortificazioni e popolamento nell’Italia medioevale, Città di Castello, 1999. Non esiste ancora uno studio complessivo o meglio, non si è ancora impostata una sessione o convegno di studi sull’incastellamento in Lunigiana. Recentemente sono stati pubblicati gli atti di un convegno sull’incastellamento ligure nel quale viene appena lambito il territorio lunigianese (cfr. AA. VV., l’incastellamento in Liguria. Bilancio e destini di un tema storiografico, Atti del Convegno di Rapallo, 26 aprile 1997, Bordighera 2000).
(17) Archivio di Stato di Massa, Estimi di Pontremoli (XVIII secolo): luoghi pii della Valle di Zeri.
(18) Archivio di Stato di Massa, Sezione di Pontremoli, Estimi. Le notizie raccolte, sotto forma di schede segnaletiche sugli incastellamenti lunigianesi e sulle fonti per il loro studio dall’amico Nicola Gallo, spero siano presto pubblicati in un libro – guida che sarà uno degli strumenti di base per la “strategia di avvicinamento ” ad un convegno di studi sull’incastellamento lunigianese tra altomedioevo e medioevo centrale che da tempo auspico.
(19) Cfr. D. Manfredi, La chiesa di San Giovanni Battista di Rossano ed i culti preromani nei “luci”, in “Cronaca e Storia di Val di Magra”, anni X/XI, 1981/1982 (1983), pp. 9.36
(20) Nella tarda primavera dell’anno duemila, poco prima della lettura di questa comunicazione nell’ambito della consueta tornata di studi, a Pontremoli, della Deputazione di Storia Patria, ho informato del ritrovamento della bifora il Ministero dei Beni ambientali e Culturali nella persona della Professoressa Clara Baracchini, che si è detta interessata al reperto, che presto visionerà. Ho inoltre informato anche la Curia Vescovile di Massa, Sezione Cultura, del ritrovamento, per quanto di loro competenza.