SALVAGUADIA DEI BENI CULTURALI: LA SOLUZIONE SOLO NEI MUSEI?

Bassorielievo inserito in una elegante cornice di arenaria

Ci sono troppi Beni culturali e testimonianze della cultura e della devozione popolare a rischio, soprattutto nei territori più periferici, quelli dove ormai il presidio dell’uomo è quasi assente. Quello della loro tutela è unn problema noto da tempo, ma che ad ora non ha trovato che sporadiche e parziali risposte.

A riproporre l’argomento è la C.N.A., Confederazione Nazionale dell’Artigianato, di Massa Carrara che rilancia un proprio progetto già illustrato nei mesi scorsi, quello di sostituire con delle copie le opere artistiche esposte al rischio di furto.

La C.N.A. definisce “uno stillicidio quotidiano ” i furti riusciti, o comunque tentati, “nei confronti del patrimonio artistico della nostra zona costitituito soprattutto da centinaia di maestà, ex voto, statuette votivive sparse sulo territorio, agli incroci delle strade (spesso viottoli delle strade), nelle nicchie di vecchie case e in chiese non custodite”. Un patrimonio che l’Associazione ritiene un ” ulteriore prezioso veicolo di attrazione turistica”. Per “proteggerlo”, ha da tempo proposto “la progressiva sostituzione con copie filologicamente corrette dei manufatti di maggior pregio ( sia storico che legato ai sentimenti della gente) che sono a rischio di furto o di degrado ambientale”. Un progetto che viene definito a costi contenuti e che può costituire l’occasione per creare situazioni museali locali di sicuro richiamo”.

“La validità del progetto – si legge ancora in comunicato – è stata dimostrata con realizzazioni pratiche nel comune di Carrara, dove sono state rifatte le statue che ornano il Duomo cittadino. Un’operazione che ha riscosso grande successo e che ha permesso la costituzione del Civico Museo del marmo di una sala che espone al pubblico i manufatti”.

Un “progetto di sostituzione” sottoposto più volte dalla C.N.A. alle amministrazioni locali e alla Curia, ma che non è mai stato avviato. Per questo l’Associazione ne sollecita l’avvio, perché “si possa arrivare, con il contributo di tutti, a programmare interventi decisivi per la salvaguardia di un patrimonio altrimenti a rischio di scomparsa”.

Fin qui la cronaca, almeno per quel che riguarda le maestà e tutto il patrimonio artistico “diffuso” sul territorio.

Diciamo subito che l’iniziativa della C.N.A. ha senza dubbio il merito di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni su un problema fondamentale per il territorio: la salvaguardia del patrimonio artistico nelle sue diverse forme. Ha anche il merito di farlo richiamando l’attenzione su quelle espressioni troppo spesso definite “minori”.

Una cappelletta restaurata dalla comunità del paese

Tuttavia la soluzione proposta non sembra essere quella giusta. Almeno per due motivi principali: la dimensione del patrimonio in questione e le sue caratteristiche.

In provincia di Massa Carrara si può ipotizzare che esistano almeno 2.500 bassorilievi marmorei devozionali, comunemente definiti “maestà”; l’ 80% delle quali sono state censite nel territorio dei Comuni della Lunigiana interna. Bisogna inoltre ricoirdare che buona parte di esse sono di proprietà privata. E’ possibile pensare alla loro sostituzione e musealizzazione? Evidentemente no. Si può effettuare una scelta selezionando solo quelle “di maggior pregio”? Anche questa sembra impresa ardua; a patto di poter stabilire quale sia il criterio in base al quale sciegliere i “pezzi” sui quali intervenire ( Pregio artistico? Interesse storico? Valore devozionale?) è giusto scartare le altre? E comunque ci si troverebbe sempre di fronte a un considerevole numero di interventi.

Ma oltre a queste valutazioni c’è un presupposto di fondo del quale la C.N.A. nella sua proposta non sembra tener conto; le “maestà” non possono essere condiserate elementi di valorizzazione turistica del territorio o emergenze artistiche sulle quali costruire un museo. Esse sono una delle manifestazioni più alte della devozione di quanti, nel corso dei secoli, hanno abitato i nostri borghi e villaggi o hanno lavorato nei campi e nei boschi della Lunigiana o nelle cave delle Apuane. Spesso il loro valore artistico è nullo mentre è grandissimo quello che deriva loro dal sentimento intimo di coloro che le hanno collocate e di quanti ancora oggi di fermano a pregare, magari portando un fiore davanti all’immagine lungo una mulattiera sperduta tra i boschi.

Se dunque può avere un senso ricollocare nei paesi o lungo le strade moderne quelle maestà che si incontrano sui opercorsi di montagna (ma non sono questi stessi itinerari da riscoprire?) così da lasciare inalterata la funzione devozionale per le quali sono state acquistate e collocate nel passato a prezzo di grandi sacrifici, sembra fuori luogo pensare di farne pezzi da museo. Al di fuori della loro collocazione perderebbero infatti ogni significato.

Senza contare che occorre resistere alla tentazione di portare ni musei tutto quanto si trova nel territorio; dopo le maestà sarà la volta dei termini di confine (c’è chi continua a proporlo), poi magari lastre e sculture tombali dei cimiteri di campagna (per la verità già in parte visitati) o delle antiche fontane, o o di quant’altro nel futuro (prossimo o lontano) potrà diventare oggetto di collezione.

Un tabernacolo lungo una mulattiera

Forse la soluzione potrebbe essere quella di pensare ad un progetto pert la salvaguardia di tutto quello che costituisce il patrimonio artistico, storico ed antropologico del territorio. Da questo punto di vista non si può non ricordare l’esperienza ( rimasta isolata ed inascoltata) compiuta dalla Comunità Montana alla fine degli anni Ottanta proprio sulle maestà. Oltre ad averne ultimato, in collaborazione con la Soprintendenza e i Comuni, il censim,ento, ha anche messo in atto alcuni interventi di restauro. Una decina di taberna coli e cappellette contenenti bassorilievi in marmo sono stati recuperati, la lastra assicurata ad essi con cemento e grappe di ferro così da scongiurare il rischio di furti. Una iniziativa realizzata con pochi soldi, ma con il coinvolgimento dei paesi e della gente, la sola che per cinque secoli ha preservato questo patrimonio, la sola che può farloanche per il futuro, siano maestà, termini di confine od altro.

Ecco un’esperienza che potrebbe essere riproposta con un più ampio respiro. A farsene promotrice anche nei confronti delle istituzioni potrebbe essere proprio la C.N.A. che ha tutte le competenze e le risorse umane per farlo e, se non altro, dimostra sensibilità verso un problema di grande attualità.

Paolo Bissoli, Il Corriere Apuano

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