Silvio nasce a Ceretoli il 14 dicembre 1921 da Guglielmo e Lazzerini Maria. Alla visita di leva dichiara di lavorare come muratore.

Viene chiamato alle armi il 10 gennaio 1941 ed aggregato al II° Reggimento di C. Armata in Alessandria. Il 1 ottobre viene trasferito al II° Reggimento Genio in Casale Monferrato per frequentare il corso R.T. per personale marconista. Il 28 aprile 1942 rientra al Corpo con la qualifica di Marconista d’Artiglieria. Il 25 maggio 1942 passa al 2° Reggimento Artiglieria di C.A in Acqui.
Il 5 luglio 1942 parte per la Campagna di Russia e va a raggiungere i nostri militari che sono sul Don, raggruppati nell’8a Armata Italiana in Russia (ARMIR), destinati a coprire, assieme alla 2a Armata ungherese ed alla 3A Armata rumena, il fianco sinistro delle forze tedesche che stavano avanzando verso Stalingrado. Il 28 giugno Hitler aveva dato, con colpevole ritardo, il via all’Operazione Blu che mirava alla conquista delle ricchezze minerari e petrolifere del Caucaso, passando per l’occupazione di Stalingrado.

La situazione sembra arridere ai soldati dell’Asse che entrano in profondità nel territorio russo, arrivando alla periferia di Stalingrado. Stalin, consapevole che la perdita della città taglierebbe in due la nazione e creerebbe il presupposto per una disfatta, ordina la resistenza incondizionata, anche con la forza fucilando seduta stante chi arretra. La situazione entra in una fase di stallo, la città di Stalingrado è ridotta ad un grande rudere ma i tedeschi non sfondano. Le truppe sovietiche si riorganizzano, arrivano forze fresche e rifornimenti di armi e munizioni. E soprattutto muta il clima, arrivano le piogge gelide ed il ghiaccio, le temperature scendono rapidamente anche a meno 20 gradi.

I Russi preparano un’ offensiva (Operazione Urano) che prevede di attaccare il punto debole costuituito dal tratto di Don coperto dalle armate romene, mal equipaggiate, che non reggono il colpo e vengono travolte dai carri russi. Inizia la manovra di accerchiamento della 6a Armata tedesca che nell’arco di poco tempo si trova rinchiusa in una sacca senza possibilità di uscita. Il 16 dicembre 1942 le truppe sovietiche lanciano un’altra grande offensiva che investe anche gran parte della nostra 8a Armata. Poche settimane e un’ulteriore offensiva iniziata il 15 gennaio 1943 sfonda le precarie linee difensive sul Don e porta alla tragica ritirata. Quel giorno inizia per i nostri soldati un lungo impervio cammino a piedi nella sterminata steppa, nella neve e nel ghiaccio, senza equipaggiamento adeguato, senza viveri, e incalzati da presso dalle truppe sovietiche.

Anche i nostri soldati rischiano l’accerchiamento, sono costretti a combattere con il poco armamento che hanno potuto portare con se in spalla, sfiniti dalla fatica. Decisiva la battaglia di Nikolaevka, nella quale, con la forza della disperazione, eroicamente i nostri soldati riescono a sconfiggere i soldati russi ed aprirsi la strada per Sebekino, fuori dalla sacca.
Il 15 gennaio 1943 , data di inizio della ritirata, il nostro esercito contava oltre 60.000 uomini. Dopo la battaglia di Nikolaevka solo 20.000 uomini (dei quali oltre 7000 feriti o congelati) raggiungono Sebekino. Circa 40.000 uomini sono rimasti indietro, morti nella neve, dispersi o catturati.

Silvio è uno dei fortunati che seppure stremato e semicongelato riesce a raggiungere la salvezza.
Il 4 maggio 1943 rientra a Gorizia nel Campo Contumaciale, dove cerca di riprendersi dalla terrificante esperienza, smagrito e sofferente. Usufruisce di una licenza di 20 giorni e il 29 giugno rientra al Corpo.
L’8 settembre 1943 viene sorpreso, come tutti i suoi commilitoni, dalla firma dell’Armistizio; Silvio, rimasto senza ordini e direttive – il Re ed il Goiverno sono fuggiti al sud – non volendo proseguire oltre la guerra al fianco dell’esercito tedesco, come gli stessi aspramente pretenderebbero, abbandona la divisa e rientra a casa, a Ceretoli.
Questo è quanto ci dicono le carte e la storia.
Sentiamo il ricordo di quei momenti di Silvio, raccolti dal nipote Marco Ghelfi (che ringraziamo):”

“Ero telegrafista di servizio nelle retrovie, quando sono stato inviato con un sergente ed un tenente su una altura sul fiume Don. Il nostro compito era di dare le coordinate di tiro alla nostra artiglieria per colpire i russi che si trovavano sulla sponda opposta del Don.
Ci siamo accorti che qualcosa non andava quando abbiamo visto che l’artiglieria non seguiva più le nostre indicazioni ma tirava sulle posizioni dalle quali si era ritirata la divisione ungherese. Solo dopo tre giorni che era iniziato il ripiegamento delle nostre truppe, anche a noi è stato dato l’ordine di ritirata.

Mi sono caricato sulle spalle l’attrezzatura e siamo andati a cercare la nostra divisione, ma era troppo tardi, erano già partiti da tempo e non li abbiamo mai più rivisti. Ci siamo aggregati come sbandati alle altre divisioni in ritirata, in colonne lunghissime.
Il freddo era intenso, le strade ghiacciate a ferro, la fame ci tormentava, alla notte con temperature rigidissime trovavamo rifugio nelle capanne dei contadini.
Ero sfinito, esausto, le gambe cominciavano a mostrare segni di congelamento.
Ad un certo punto è sopraggiunto un camion ed un sergente tedesco mi ha preso e caricato sul camion con lui per tanti chilometri, facendomi raggiungere la salvezza. Penso che a salvarmi sia stato l’apparato telegrafico che ancora portavo in spalla. Il tedesco probabilmente ha pensato che potesse tornare utile. “
Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa