REBOLI ALFONSO

Alfonso nasce a Coloretta di Zeri il 1° dicembre 1910 da Angelo e Quiligotti Maria. Alla visita di leva dichiara di saper leggere e scrive e di lavorare la terra in famiglia.

È chiamato alle armi il 10 aprile 1931 ed aggregato, dapprima, al 2 Reggimento Artiglieria Pesante Campale, poi trasferito all’ 8 Reggimento a Roma e da ultimo al 27 Artiglieria da Campagna a Milano. Il 5 settembre 1932 viene congedato. Seguono alcuni brevi periodi di richiamo per aggiornamenti.

Dopo l’entrata in guerra dell’Italia, viene richiamato in data 6 dicembre 1940 ed aggregato al 123 Gruppo Mobilitato del 2 Reggimento Artiglieria di Corpo d’Armata; il 15 luglio 1941 entra in territorio dichiarato in stato di guerra.

Il suo gruppo è destinato a rinforzo dell’A.R.M.I.R.  impegnato nella Campagna di Russia. Parte il 22 giugno 1942 e dopo un viaggio lunghissimo, con diverse centinaia di chilometri percorsi a piedi per mancanza di mezzi di trasporto, Alfonso raggiunge il luogo di assegnazione, il fiume Don, a supporto del contingente tedesco che a luglio ha dato inizio a quella che viene definita la battaglia di Stalingrado. Gli italiani, inquadrati nell’8 Armata, sono posti tra la 2° Armata ungherese e la 3 Armata rumena.

Inizialmente la situazione sembra arridere alle truppe dell’Asse che conquistano territori ed entrano nella periferia di Stalingrado. La congiunzione di diversi fattori in pochi mesi determina il rovesciamento della situazione. Stalin è cosciente che il cedimento del fronte mette a rischio la sorte dell’intera guerra, per cui ordina di resistere ad ogni costo, pena la fucilazione sul posto; la città diventa un luogo spettrale dove i due eserciti si affrontano casa per casa, situazione che però agevola le attività di difesa a discapito di chi attacca. Stalin ha avuto anche la possibilità di spostarvi alcune divisioni, bene armate con carri di nuova concezione. Ed infine le temperature che già il 9 novembre precipitano a -20; i russi sono equipaggiati meglio, possono affrontare le temperature rigide.

L’ 11 novembre l’Armata tedesca effettua un ultimo disperato tentativo di sfondamento, senza successo.  Pochi giorni dopo, i russi attuano una pesante controffensiva (l’operazione Urano in preparazione da tempo) che in poco tempo chiude in una sacca la 6 Armata tedesca di 250.000 soldati alla quale Hitler ha ordinato di non abbandonare per nessuna ragione la linea di Stalingrado e il 16 dicembre 1942 replicano l’offensiva che investe l’Armata rumena ed alcune nostre divisioni costrette ad un precipitoso arretramento.

Il peggio deve ancora venire, il 15 gennaio 1943 una nuova controffensiva sovietica investe le nostre truppe alpine ancora schierate sul Don. È una lotta impari, i nuovi carri T 34 avanzano, nonostante la difesa eroica dei nostri soldati che alla fine sono costretti alla ritirata. Tragica ritirata, a piedi con temperature rigidissime, anche di -40 di notte, senza cibo, una stanchezza infinita. La lotta per trovare un posto per la notte nelle isbe dei villaggi che si trovano sul percorso, i lati della strada ghiacciata disseminata di corpi congelati di commilitoni che non hanno avuto la forza di proseguire, i mitragliamenti degli aerei sulla lunghissima colonna totalmente allo scoperto nella neve bianca, inseguiti dalle truppe russe che tentano di chiuderli nella sacca e farli prigionieri, e i partigiani che li aspettano nei villaggi. Tanti militari non hanno avuto neppure la forza di portare il fucile con le munizioni, manca quasi del tutto l’armamento pesante.

La battaglia finale per evitare l’accerchiamento si svolge a Nikolaevka, i nostri alpini riescono con la forza della disperazione a superare il blocco russo. Le perdite sono immani: il 16 gennaio 1943, giorno di inizio della ritirata, il nostro esercito conta circa 61.000 uomini, dopo la battaglia di Nikolaevka (26 gennaio 1943) solo in circa 20.000 riescono ad uscire dalla sacca, più di 7.000 dei quali feriti o congelati. Sono circa 40.000 i nostri soldati morti, dispersi o fatti prigionieri.

E non è ancora finita: occorre raggiungere Sebekino, distante qualche centinaio di chilometri e presidiato dall’esercito tedesco, per raggiungere la certezza della salvezza.

Questa la situazione in cui si trova immerso il nostro Alfonso che, affaticato oltre ogni misura, smagrito, emaciato, demoralizzato riesce a salvarsi.

Il 6 maggio 1943, dopo alcune settimane di riposo, raggiunge il centro di raccolta di Gorizia e viene inviato a casa in licenza per un mese. Rientra al Corpo e subisce il contraccolpo della firma dell’Armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943. Improvvisamente i tedeschi da alleati sono diventati nemici, i nostri militari rimangono senza ordini e indicazioni poiché il re, il governo e gli alti comandi militari sono fuggiti al sud. I tedeschi, con protervia, chiedono ai nostri militari di continuare a combattere al loro fianco, Alfonso riesce ad eluderne la sorveglianza, abbandona la divisa e rientra a casa, a Coloretta.

Ciò che accade in Lunigiana nei mesi seguenti, con i nazi-fascisti che compiono soprusi ed uccisioni anche di inermi civili, lo spinge il 1° agosto 1944 a salire sui monti ad aggregarsi alla formazione partigiana G.L. Brigata Cindoli nella zona della Val di Vara.

Il destino avverso, purtroppo, è in agguato, due giorni dopo, il 3 agosto, i nazi-fascisti effettuano un massiccio rastrellamento nella zona dello zerasco con quasi 6.000 uomini per contrastare la sempre più pericolosa attività partigiana. È’ un’ondata di violenze, distruzioni, uccisioni di innocenti, come don Angelo Quiliogotti. Altri vengono arrestati e tradotti nelle carceri per poi essere inviati come lavoratori in Germania.

In uno scontro a fuoco a Menage (SP) il 4 agosto cade colpito a morte il nostro Alfonso all’età di 34 anni.

Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa

Rispondi

Scopri di più da MUSEO VIRTUALE DELLA VITA RURALE E DELLA MEMORIA DELL'ALTA LUNIGIANA

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere