SUCCISA

Succisa vista da Montelungo

Succisa, distante 7 Km. da Pontremoli, risiede in alto sopra groppe che si diramano dal contrafforte che si stacca dal vertice del monte Molinatico (m. 1533) situato tra il passo del Bratello (m. 953) e quello ben più importante della Cisa (m. 1039). Il torrente Verdesina che scende giù dal Molinatico, influisce nel Verde all’imbocco della galleria del Borgallo, presso cui sorge la stazione ferroviaria di Grondola-Guinadi, incidendo profondamente il fianco occidentale superiore del contrafforte.

Dalla stazione di Grondola-Guinadi, il Verde continua il suo corso, solcando la parte inferiore del contrafforte stesso fino a Pontremoli ove sbocca nella Magra.

In direzione N-S, seguendo un andamento curvilineo si allineano le ville di Bratto, Braia, Grondola e Traverde che il crinale di Montemese divide dal versante di Succisa.

Il lato orientale è delineato dal torrente Magriola che scaturisce da tre sorgenti, dette le tre Fontane, tra il Molinatico e il monte Pelata.

La Magriola percorre la valle scoscesa di Succisa e va a sfociare nella Magra, sotto il ponte di Mignegno lasciandosi nel lato destro del suo corso Succisa che è il nome collettivo delle Ville di Pollina, Poderi, Colla, Villa Vecchia e La Barca. A sua volta lo sperone della Colla che è nel punto in cui sorge il campanile parrocchiale a ‘collo’ (Colla valico), si inarca per salire bruscamente fino alla località detta il Castello formando un varco o foce che mette in comunicazione il versante della Magriola in cui sono situate la Pollina, formata da casolari sparsi qua e là, tra i castagni, e i Poderi.

Il torrente del Rio separa la Colla, che dal 1813 è sede parrocchiale con chiesa, canonica e campanile, dalla Villa Vecchia e dalla Barca che è posta immediatamente sotto la Villa principale e più antica di Succisa.

La Magriola e il torrente del Rio, che in località il Ponte entra nella Magriola, assumono nel loro a solco, l’aspetto di un orrido selvaggio e cupo ove il sole passa veloce per la prossimità delle rive boscose e ombrose.

Ln direzione Traverde – Mignegno  il vasto contrafforte del Molinatico si assottiglia per precipitare da Traverde in una punta che dal Piagnaro si avanza dentro Pontremoli fino alla Torre del Casotto ove il Verde confonde le sue acque con quelle della Magra.

Succisa (m. 585) segna il limite dei terreni coltivati ancora a grano e a vite; al di sopra di questo limite continua il castagno fino a 1000 metri, ma la sua stazione ottimale non oltrepassa i 700 metri.

Le ville di Succisa si trovano adunque in mezzo ai castagni che continuano, con i faggi e con i prati naturali, dai quali è rivestita la criniera dell’Appennino della Cisa. Le altre specie arboree sono il cerro, il carpino, il nocciolo. Nella parte più alta si trovano dorsi pianeggianti che danno luogo a pascoli, i migliori dei quali sono in prossimità delle sorgenti e si alternano al bosco di faggio.

Il monte Pelata (m. 1425) e il monte Giugallo (m. 1356) sono i monti domestici di Succisa, che nel passato rappresentavano una fonte di vita per la popolazione del paese, sui quali salivano i villici a tagliare il foraggio per svezzare il bestiame durante la brutta stagione (1).  Tragie (it.: tregge) rudimentali di faggio senza il cesto di vimini, trainate da mucche a sera inoltrata, scendevano lungo i tratturi e le tracce o piste sassose scavate dalla pioggia per rientrare alle ville buie e già deserte. Le foreste che un tempo rivestivano i fianchi e la criniera di quella parte dell’Appennino, oggi, si riducono a boschi cedui di cerri, querciole e ceppaie di faggette. Gli alberi fruttiferi, il grano e la vite sono avari di prodotti per cui l’emigrazione si rese ben presto necessaria come ai genitori di S. Zita che lasciarono la Colla per una località del lucchese.

Tra le produzioni spontanee vi sono le fungaie, i mirtilli, i lamponi, le fragole e le nocciole selvatiche. Il vestiario che ricavavano dalla lana degli armenti consisteva in rozze mezze lane tessute con lo stame della pecora e il filato della canapa, della cui pianta ognuno si procurava di coltivare un campicello. Le Ville di Succisa, sparse tra secolari castagni, in terreno fortemente accidentato e in pendio, sono degli agglomerati di sassi di arenaria murati a calce e con pesanti piagne per copertura. L’andamento e il frazionamento del terreno hanno influito negativamente sullo sviluppo regolare e razionale dei centri abitati. Un’abbondante vegetazione di erica bassa (i brugni) cresce ovunque in mezzo ai castagni, all’erica alta (ulzi), ai rovi (raze) e ai pruni (i bochi) dando al paesaggio un aspetto selvatico e povero di risorse agricole e pastorali.

Succisa è dunque il nome collettivo del territorio abitato e indica la sua posizione topografica rispetto all’Appennino della Cisa alla cui base è posto (sub-Cisa). Ci fu fino a qualche tempo fa incertezza sulla grafia del nome che ufficialmente era Soccisa e nei documenti e nella pronunzia locale Succisa. L’interessamento del parroco di allora, don Quinto Barbieri, che si rivolse alla sezione di Pontremoli della Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi, provocò un Decreto del Presidente della Repubblica, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 2.11.1950, che tolse ogni ambiguità e fissò il toponimo in Succisa, come trovasi nelle carte più antiche dei sec. XIII, XIV e XV, che l’uso vivo e costante del dialetto del luogo e dei paesi confinanti mai mutò o cambiò. Infatti nel luogo dicesi Sucisa, a Montelungo Susisa, a Bratto e Braia S’cisa e a Grondola Stisa che è in tutto identico allo S’cisa di Bratto e Braia salvo il passaggio eufonico della ‘c’ in ‘t’ provocata dalla caduta della vocale ‘u breve’ della sillaba iniziale.

Fino alla prima guerra mondiale la popolazione portava nei giorni di fiera e di mercato (due la settimana a Pontremoli) i propri prodotti: legna, carbone, fieno, formaggi, ricotte, funghi, fragole e lamponi, etc. per rifornirsi di pane e pasta e delle merci che occorrevano.

Come la gente dell’alta Lunigiana in genere, anche gli abitanti di Succisa per tempo, emigrarono, stagionalmente dapprima, nel bresciano, in Maremma, in Sardegna, in Corsica per lavori agricoli o di manovalanza, tentando anche un po’ di commercio, che specialmente in Corsica, facevano portando a spalla o in carretti trainati da asinelli o da muletti. La passione per il commercio dovette ben presto manifestarsi nei succisani, essi che, abitando per secoli ai piedi dell’Appennino della Cisa, avevano imparato a portare al di là del monte (tra ‘l (r) montu), castagne e cipolle per barattare nel bercetano, a Cassio e a Fornovo con il grano. E quando l’Appennino della Cisa segnò i confini tra Stato e Stato essi appresero anche a fare anche un po’ di contrabbando di sale e di quei prodotti che il versante tirrenico offriva alla pianura padana, battendo stradelli che facevano evitare le dogane della Cisa e del Bratello. Mutate con i tempi anche le prospettive, ecco aprirsi ai tenaci lavoratori di Succisa, la Francia, la Svizzera, la Germania e la Romania ove emigrarono a fare i manovali, i minatori e gli scalpellini.

Verso il 1880 incominciano a scoprire l’America del Nord e il Brasile ove parecchi andavano anche due volte perché l’amore della famiglia fu sempre per questi uomini sani e forti un legame potente e indissolubile. Quando l’America tirò i freni dell’emigrazione straniera cercarono altre vie per sopperire alle necessità della vita: scoprirono il comasco (Cumu), scoprirono finalmente la capitale (Ruma) e anche Genova e qualche altra città di provincia.

Oggi la maggior parte dei succisani, dopo l’America (New York), ha la residenza stabile a Roma, dove taluni più fortunati hanno fatto acquisto di appartamenti che affittano a prezzi commerciali. La generazione che una trentina di anni fa lasciò Succisa per praticare il commercio a domicilio nella capitale ha figli che preferiscono studiare ingegneria all’Università che esercitare l’attività dei padri. Gli anziani, d’estate, ritornano al paesello e da un po’ di tempo in qua anche i figli, che sono nati – romani de’ Roma —-, lasciano la capitale al primo sole di luglio per ritornare a Succisa, dove, nel frattempo si sono costruiti, alla Villa Vecchia, confortevoli case in pietra arenaria che hanno l’aspetto più della villa-fortezza che della comune casa di abitazione. Il culto dei morti e la venerazione per la loro Santa che è ovviamente, S. Zita, è profondamente sentito. Si sono costruite decorosissime tombe di famiglia nel cimitero parrocchiale e molte donne portano il nome della loro santa protettrice. Nel non recente passato si viveva a Succisa una vita di rinunce e di miseria, oggi vi si ritorna in macchina a godersi tra gli ombrosi castagni, le lunghe vacanze estive, per ritemprare lo spirito e le forze lungi dal rumore assordante del traffico cittadino. E appena la stagione dei funghi è propizia lasciano prima dell’alba il letto, e corrono alla macchia a cercare funghi. È un richiamo potente, più forte di loro, è un ritorno all’origine, a quei luoghi che per secoli furono l’unica fonte di vita dei loro antenati. Le case delle persone che hanno fatto fortuna sono costruite di pietra serena tagliata a regola d’arte lungo la Magriola o in qualche cava prossima al paese e rivelano l’aspirazione georgica della gente costretta per lungo tempo a vivere lontana dai propri monti e dalle proprie abitudini. L’uso della pietra serena nelle costruzioni moderne rivela in modo tangibile la civiltà di una gente che lavorò lungo il torrente Magriola o in qualche cava del territorio vicino, quando il ‘700 pontremolese richiedeva pietre lavorate a scalpello, stipiti o architravi per i magnifici portali o colonne per le corti dei palazzi signorili di Pontremoli.

Gli scalpellini di Succisa portarono anche all’estero il mestiere che appresero dai padri tra gli anfratti del torrente Magriola, allorché l’emigrazione si impose come necessità di vita. Inoltre abbonda anche la pietra morta sparsa tra i castagneti che esposta all’aria si sfarina e diventa terrea confacendosi a particolari piante come il castagno, le felci e l’erica bassa. Tra l’erica e più in alto tra i faggi gli esperti villici raccolgono, quando l’annata è buona, funghi porcini che i misteri del commercio, di cui i succisani sono espertissimi, fanno diventare, con il valido aiuto dei borgotaresi, di Borgotaro, famosi in tutto il territorio nazionale e anche all’estero.

Il territorio parrocchiale si estende per circa trenta Kmq. e le ville che si trovano sul fianco destro della Magriola stanno di fronte alla strada statale n. 62 della Cisa, che si snoda sul fianco opposto della valle testimoni della grande storia d’Italia e d’Europa che è passata per il passo della Cisa.

Fu eretta, Succisa, in Parrocchia, oltre tre secoli fa, staccandosi dalla Pieve di Vignola, che comprendeva, oltre Succisa, le cappelle di Grondola, di Baselica, di Pontolo (Borgotaro), di Malfé (Baselica di Guinadi) e del Borgallo (S. Rocco di Guinadi).

Nel 1899 da Rettoria divenne Arcipretura per l’importanza acquisita e per essere il paese di origine di S. Zita, il cui corpo si conserva incorrotto nella Chiesa di S. Frediano a Lucca, ove morì nel 1272. Non si può accennare a Succisa senza parlare di S. Zita che una tenace tradizione dà nata nella Colla nel 1218 dalla famiglia Bernabovi tuttora esistente alla Colla. La biografia canonica, invece, la dice nativa di Monsagrato, in quel di Lucca, da dove la piccola, la Cita, si sarebbe recata all’età di 12 anni a Lucca, a servizio presso la nobile famiglia lucchese dei Fatinelli, ove rimase fino alla morte, vivendo una vita di penitenza e tutta dedita all’amore dei poveri. Alla santa fu attribuito il cognome Lombardi, che forse era il nomignolo dei genitori, emigrati colà in cerca di lavoro, dove, per l’aspro accento della parlata nativa o per la provenienza, saranno stati qualificati ‘lombardi’ come avveniva fino a qualche tempo fa alle ragazze della nostra montagna, e in particolare a quelle che abitavano al di là dell’Appennino Parmigiano, che emigravano in Toscana per fare le domestiche. La legittimità del culto dl S. Zita fu riconosciuto nel 1690 dal Papa Innocenzo XII. Ma sino dal 1519 Leone X aveva concesso che nella cappella a lei dedicata, nella Chiesa di S. Frediano di Lucca, si potesse celebrare l’ufficio e la messa in suo onore, il giorno 27 aprile. Il culto fu autorizzato dal Vescovo di Lucca Papanello verso il 1278. Le istanze al Pontefice per la canonizzazione furono iniziate dalle supreme autorità religiose di Lucca, di Genova e di Palermo, dal Senato della Repubblica Lucchese, dal Doge e dal Senato della Repubblica di Genova, dai Canonici di S. Frediano di Lucca e dalla nobile famiglia Fatinelli. Alla Colla sulle rovine che si ritengono della casa di S. Zita fu costruita una cappella in suo onore. Il suo culto è diffuso anche a Pontremoli di cui per un voto del Consiglio Generale, fu eletta protettrice.

Se ne venera un’immagine nell’Oratorio di Nostra Donna dove già si distribuiva una bella immagine in rame, con particolare del paesaggio di Succisa, e la Santa nel vecchio costume del contado di Pontremoli.

Nella porta di bronzo della Cattedrale, in una formella o riquadro, è effigiata con S. Geminiano, protettore di Pontremoli, S. Zita, protettrice di tutte le domestiche d’Italia.

Figlia di Giovanni e di Bonissima, ebbe uno zio materno, Giovanni, laico, una sorella, Margherita, monaca in un Monastero Cistercense che furono talmente frequentati che se l’autorità religiosa non l’avesse impedito sarebbero stati entrambi venerati come Santi.

A memoria e a onore della Santa nel secolo XVI fu edificata, alla Colla, la Chiesa sotto il di Lei titolo che nel 1813 divenne Parrocchiale essendo stata sconsacrata e trasformata ad altro uso quella più antica di Villa Vecchia.

I lucchesi non hanno mai messo in dubbio la nascita lucchese di S. Zita e Dante stesso nel canto XXI dell’Inferno vedendo un barattiere lucchese arrivato allora all’Inferno esclama:

ecco un de li anzian di Santa Zita

È pertanto assai difficile stabilire, con esattezza, il paese nativo di S. Zita perché gli agiografi sono pressoché concordi nel ritenerla di Lucca. Un anonimo del secolo XVII, nel 1688, pubblicò in latino a Ferrara una ‘Vita Beatae Zitae Virginis Lucensis’ fedelmente transunta da un antichissimo codice manoscritto che La dice oriunda Provinciae Tusciae, civitatis Lucae Diocesis, in rure videlicet dicto Monte Segrati.

L’anonimo agiografo elenca all’inizio del volume tutti gli autori che scrissero di S. Zita, citandone 24 di cui Dante occupa il secondo posto.

Fatto curioso, tra questi è ricordato un Giovanni Federighi di Vico di Lunigiana come autore di una vita stampata in lingua italiana a Lucca nel 1582.

Alla fine dell’elenco avverte che negli Archivi del Vescovado di Lucca e nel Monastero di S. Frediano esistono molti documenti concernenti le virtù e i miracoli di Santa Zita trascritti da pubblici Notai.

Sulla base di una documentazione così vasta e meticolosa non si potrebbe mettere in dubbio il luogo di nascita di S. Zita, senonché, nel celebre e documentato commento alla Divina Commedia di Tommaso Casini rinnovato ed accresciuto dal Barbi della casa Editrice Sansoni, Firenze, 1939, si legge nella nota al verso 38 del Canto XXI dell’Inferno, già citato, che Santa Zita nacque a Monsagrato presso Pontremoli citando la ‘Vie de Sainte Zite‘ di S. Montreuil, Parigi, 1845.

A parte l’evidente errore geografico, perché Monsagrato non è presso Pontremoli, è chiaro che ci sono biografi che ammettono la nascita lunigianese di S. Zita. L’abate fivizzanese Emanuele Gerini non si pone nemmeno il dubbio e nelle ‘Memorie Storiche di Lunigiana’, Vol. II, Massa, 1829, reca la testimonianza del P. Franciotti di Lucca, autore di una ‘Vita della Santa’.

La questione è grossa e fondamentale per gli abitanti di Succisa, ma si può legittimamente concludere, di fronte all’agguerrito anonimo secentista, che S. Zita Bernabovi sia nata a Monsagrato da genitori di Succisa, che abbandonarono per ragioni di lavoro.

Dal 1813 la Colla divenne la nuova sede della Chiesa Parrocchiale essendo il centro topografico del territorio; la nuova sede era in grado di soddisfare i bisogni spirituali di tutta la popolazione Intimamente religiosa, ma non bigotta.

Sulla strada della Pollina sorse il Camposanto. Fu così abbandonata la piccola e vecchia Chiesa di Villa Vecchia, che divenne, insieme alla antica Canonica, la casa colonica del mezzadro del Parroco.

La Parrocchia dipende dal 1935 dalla Vicaria di Montelungo; per quanto tutta la popolazione preferisce esser unita al Vicariato di Pontremoli.

Non è noto quando sia sorta. Ma come Cappella dipendente dalla Pieve di Vignola si trova ricordata nelle Decime decretate da Bonifacio VIII per il 1295-98, per cui la costruzione risale ad epoca anteriore, non precisabile neppure approssimativamente.

Nei documenti su Pontremoli così diligentemente raccolti e illustrati da G. Sforza in ‘Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli‘, Parte seconda, Lucca, 1887, non ho rinvenuto alcun riferimento o passo che possa illuminare il passato medievale di Succisa.

L’importanza dl Pontremoli e della Lunigiana non sfuggì alle città di Piacenza e Parma, che sostennero la battaglia contro il feudalesimo e datesi libere istituzioni cittadine aspiravano ad assicurarsi il primo dominio dei passi appenninici del Borgallo e del Bratello, con il possesso del Castello di Grondola, la prima, e della via di Monte Bardone o della Cisa e di Montelungo, che scendeva a Pontremoli, la seconda, per aprirsi i traffici verso il Tirreno e l’Italia Centrale (M. Giuliani, La via del Borgallo…, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Parma, 1955). Il piccolo Comune di Pontremoli, lottando contro Piacenza e Parma e contro i castelli dei Malaspina, cercava di spezzare l’assedio transappenninico per aver la via aperta alle città della Lombardia e al mercato marittimo di Genova.

Su questo incrociarsi di Interessi e di forze contrastanti ed impari, Succisa tra il Bratello e la Cisa, aveva le spalle protette dal Monte Pelata, dal Giogallo, dal Piano della Faggiola (m. 1185), e dal Balzo del Lupo (m. 942) rimanendo isolata per la necessità di dover scendere e salire di continuo per passare la Magriola e i molti canali che confluiscono in quel torrente.

Spettatrice e testimone della storia che passava per il Bratello e per la Cisa, vide talora la sua popolazione risparmiata dagli assalti e dalle angustie di uomini con armi in pugno e propensi alla violenza e al sopruso.

Non andò così il 26 aprile 1945 durante la ritirata delle truppe tedesche ed italiane della Guardia Repubblicana di Salò, inseguite dagli Anglo-Americani che avevano deciso di varcare la linea gotica occidentale per sferrare l’ultimo e decisivo attacco all’esercito tedesco che tentava di raggiungere il Nord d’Italia.

Disturbati nella loro fuga da una mitragliatrice appostata alla Colla volsero il cannone di un carro armato ‘Tigre’ contro la Villa della Colla sparando 21 colpi dalla località ‘Ca’ Rotelli’, sulla strada nazionale della Cisa, che cadendo bassi scoppiarono nel terreno sottostante, altri sparati alti, sorpassarono la Colla e andarono a finire alla Barca.

La Chiesa, il campanile e la canonica rimasero colpiti, inoltre un proiettile demolì un metro di muro di cinta del piazzale della Chiesa, un altro scoperse tre metri di tetto della Chiesa stessa, un terzo ed un quarto colpirono il lato est dell’edificio ed esplosero nell’interno ferendo diverse persone che si erano rifugiate in Chiesa, di cui una sola gravemente.

La statua di Santa Zita esposta per la solennità del giorno successivo rimase intatta, mentre le statue di S. Felicita e S. Perpetua, a cui è intitolata la Chiesa, andarono in frantumi.

Rimasero pure frantumati il tempietto, i marmi e la Croce dell’Altar Maggiore, lampadari, candelieri di bronzo, il battistero, i gradini della balaustra, le pitture; i banchi, i confessionali, armonium rovinati; le tovaglie degli altari tritate.

Tutta quanta la popolazione si salvò per un vero miracolo, rifugiandosi nelle stalle ad ovest. La festa solenne di S. Zita che si celebra la prima domenica successiva al giorno 27 aprile, se questo non cade in domenica, non poté essere evidentemente celebrata il giorno 29 aprile, domenica, per i gravissimi danni arrecati alla Chiesa; si poté tuttavia festeggiare alla meglio la domenica successiva, 6 maggio, con la solenne partecipazione di S. E. Mons. Giovanni Sismondo, Vescovo di Pontremoli, che durante la lunga occupazione nazi-fascista aveva difeso e protetto la popolazione inerme contro il furore teutonico.

Luigi Armando Antiga, Succisa, in Studi e ricerche sull’Alta Lunigiana, Associazione Culturale Pontremolese, Tip. Artigianelli, 1977

(1) Prossimi alle vie di comunicazione medievali, ma non su di esse, vissero una vita appartata e indifferente che influì sul carattere degli abitanti del quale dirò brevemente lasciando la responsabilità del giudizio, che stralcio dal suo volumetto, a Don Quinto Barbieri, per oltre 25 anni parroco cli Succisa: « La popolazione — dice ii Barbieri –  di carattere piuttosto chiuso, impetuoso, indifferente, piuttosto ambiziosa ed esigente, è cortese, festevole, evoluta, affettuosa, religiosa, inclinata al guadagno ed alla larghezza per non dire allo sperpero, preferisce il commercio agli studi ed al lavoro dei campi…

Sono ingegnosi, focosi e di una nativa fierezza tanto che a parole non intendono soggiacere davanti a nessuno, ribellandosi sempre ai mezzi coercitivi.

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