A voler ben intendere un popolo tanto nelle sue manifestazioni vitali che psichiche è indubbiamente necessario tener conto degli oggetti di cui si serve, dei vestiti che indossa, oltre che di tutte le sue usanze e credenze.
Tutti quegli oggetti sono dei veri documenti intorno alle manifestazioni intellettuali del popolo che li ha fabbricati per suo uso.
Queste sono le ragioni per cui mi sono proposto di illustrare gli oggetti che compongono la mia raccolta etnografica lunigianese, e quelli che fanno parte della piccola collezione etnografica del Museo Civico della Spezia. Tanto gli uni che gli altri furono quasi tutti da me raccolti sul luogo insieme con le notizie circa il loro uso, la materia di cui sono fatti, il nome dialettale ed alcune volte il modo di fabbricarli.
E’ mia intenzione non separare le due raccolte e descrivere gli oggetti a gruppi, a seconda del loro ufficio ed anche a seconda dei mestieri, ma credo necessario di notare che alcuni di questi gruppi sono ancora incompleti. E se in quest’anno potrò completare alcuni di questi gruppi allora farò seguire una appendice.
L’impresa non è certamente delle più facili, tanto più che di vera Etnografia italiana sotto questo punto di vista ben poco si è fatto sin d’ora in Italia e quindi manca il materiale letterario per lo studio e i confronti. Spero che questo mio piccolo lavoro verrà per lo meno a incoraggiare altri a proseguirlo e completarlo.
UTENSILI DELL’AGRICOLTORE
Intendo far menzione unicamente di quelli di fattura locale o che presentino delle originalità importanti, o portino qualche ornamentazione.
L’uso di lavorare oggetti di legno e di corno va scomparendo anche in Lunigiana. Una volta i nostri pastori ed agricoltori andavano assai più orgogliosi di fabbricare da se tutto quanto occorreva alla loro vita, ed occupavano le lunghe ore dell’estate fabbricando utensili per proprio uso o per quello delle loro donne, come conocchie, pettini da tessere, bacchette da calze.
E’ degno di nota che quasi sempre gli utensili usati dalla donna erano lavorati con maggior cura e fantasia, e i lavori d’intaglio erano generalmente simbolici con prevalenza del simbolo di idealità d’amore.
Porta cote. E’ un recipiente nel quale l’agricoltore tiene la pietra per affilare le falci. Viene usato in tutta la Lunigiana e porta il nome di Codal, Codaro, Coà o acquaiolo.
La mia collezione ne possiede cinque esemplari di legno ed uno di corno di bue. Oggi prevale quello di legno, mentre in altri tempi era più in uso quello di corno.

Il porta-cote di legno non è che un rozzo manufatto locale la cui fattura non richiedeva molta maestria. Consta di un tronco di legno alto circa 20 cm. profondamente incavato internamente per contenere l’acqua da tenervi immersa la pietra da affilare. Superiormente il tronco si continua in una specie di cimasa alta circa 5 cm. e dello spessore di 2 cm. Questa cimasa generalmente porta uno o due buchi allo scopo di appendere l’utensile al muro quando l’agricoltore torna a casa dal lavoro. Posteriormente la cimasa si prolunga in basso per quasi tutta l’altezza dell’utensile in una porzione libera, staccata completamente dall’insieme e che assume la forma di una lingua, per modo che fra questo prolungamento e la faccia superiore del porta-cote è un interspazio che permette all’agricoltore di infilare l’utensile nella cintura di cuoio. Anche quello di corno è semplice e non porta alcuna lavorazione ( Vedi Fig. I n. 311)
Porta cote. Catalogo n. 82 (Termine dialettale Codar) proveniente da Uglioncaldo (Valle del Lucido). E’ di legno e misura cm. 25 di altezza inclusa la cimasa che è alta cm. 5. Il tronco ha la forma cilindrica con due righe leggermente incise alla base. Un rozzo pezzo di cuoio con un largo foro centrale è fissato mediante grossi chiodi agli orli dell’incavatura evidentemente allo scopo di obbligare la pietra a rimanere dritta nel mezzo del recipiente. Porta di dietro la solita linguetta che serve per infilare il porta-cote nella cintura (Vedi Fig. I n. 82).
Porta cote n. 81 (Termine dialettale Codar) proveniente da Monte dei Bianchi (Valle del Lucido). Differisce dal precedente per avere la forma di parallelepipedo a spigoli smussati e scannellati. La cimasa è ampia e porta un largo foro. Anche questo porta il cuoio all’orlo dell’incavatura (Vedi Fig. I n. 81)
Porta cote n. 193 (Term. dialett. Codalo ) proveniente da Bagnone. Ha la forma di un parallelepipedo ed ha due incavature separate per contenere due coti. La cimasa non porta fori e manca il pezzo di cuoio all’orlo dell’incavatura.
Porta cote n. 405 (Term. dialett. Codàro ) proveniente da Arlia, Comune di Fivizzano. Ha due vani per contenere due coti. Differisce dal precedente per essere di dimensioni minori ed avere due fori nella cimasa.
Porta corte n. 312 (Term. dialett. Codalo) proveniente da Coloretta, territorio di Zeri. Ha la forma di un tronco di piramide a base rettangolare con la base minore in basso. Porta superiormente in vicinanza dell’apertura un semplice ornamento lineare. L’incavatura è ampia e capace di portare due pietre. La cimasa non ha fori.
Porta cote di corno n. 311 (Term. dialett. Codalo di corno), proveniente da Pietrapiccata, frazione di Zeri. E’ un semplice corno di bue vuoto. Nel margine dell’apertura vi sono due piccoli fori nei quali è infilzato un anello di filo di ferro che serve a fermarlo alla cintura.
Rete da agricoltore. n. 240 (term. dialett. Reda), proveniente da Valdipino. E’ un intreccio di corde i cui capi estremi sono raccomandati a due travicelli nel modo come si può osservare nella figura n. 2. Serviva e serve ancora in qualche località per il trasporto della stramaglia; operazione che in altri luoghi (Zignago, Zeri, ecc.) si compie con la Tragia. Nella figura la rete è rappresentata aperta. Così distesa sul terreno la si riempie di stramaglia e poi si chiude a mo’ di cilindro e la si lega mediante due funi fissate a due travicelli. Una voltra chiusa l’agricoltore se la carica sulle spalle e la trasporta.

Questo arnese è di fattura diretta della località ove si adopera ed è fabbricato da un apposito artefice.
Pala da uva. n. 267 (Term. dialett. Paa d’uva), proveniente da Quarantica, Riccò del Golfo della Spezia. E’ un regolo di legno durissimo, piatto e lungo cm. 84, con la impugnatura scolpita. Lo spessore presso l’impugnatura è di cm. 2 e va man mano assottigliandosi verso l’estremità ove si riduce ad appena 1 cm. La scoltura, che comprende uno spazio di circa 10 cent. è fredda, compassata, geometrica. Il resto del regolo è completamente liscio. Questo arnese non è altro che una leva che si usa per sorreggere più acconciamente sulle spalle le grosse ceste piene d’uva che i cinqueterrensi trasportano in tempo di vendemmia dal vigneto alla cantina lontana. L’uso di questo arnese è esteso anche nei paesi vicini alla Cinque Terre e specialmente in quelli situati in altura dove i vigneti occupano posizioni sulle creste dei monti assai difficili a praticarsi. In fatto l’esemplare della mia collezione (n.267) fu da me raccolto a Quaratica, paese dove la vita ed i costumi differiscono sensibilmente da quelli dei cinqueterrensi. La paa d’uva è certamente un altro documento tipico della gente delle Cinque Terre. Il Museo Civico della Spezia possiede delle Clave della Nuova Guinea che, sia per la forma che per la scoltura, sono presso a poco simili alla paa d’uva di Quaratica.
Raffio. n. 308 (Termine dialett. Rusparola) proveniente da Pietrapiccata, Arzelato.
E’ fatto con un semplice ramo dello spessore di circa 4 cm. quadrati biforcato ad una estremità. La biforcazione fu utilizzata per circa 10 cm. onde formare due rebbi che sono precisamente incurvati come nel Raffio. E’ rozzo ed il ramo è poco simmetrico, ma perfettamente adattato al suo uso. Non ha nessuna traccia di ornamenti. Serve per rimuovere nei boschi all’epoca della raccolta il fogliame caduto onde mettere allo scoperto le castagne ( Vedi Fig. 3 n. 308).

Spazzolino. n. 377 (Termine dialett. Vigia), proveniente da Terenzano, nel comune di Fivizzano. E’ una piccola scopa appiattita e fatta con una pianta spinosa. Ha lo stesso ufficio della Rusparola usata nel territorio di Zeri, e cioè serve per rimuovere il fogliame nei boschi onde mettere allo scoperto le castagne all’epoca del raccolto.
Gancio di legno. n. 425 (Term. dialett. Pissado), proveniente dalla Spezia. Ha la forma di un grosso amo da pesca ad angolo acuto ed è fatto con ramo di ciliegio. Misura 10 cm. circa ed è leggermente appuntito; l’asta misura 20 cent. Questo arnese viene usato in tutta la Lunigiana per il raccolto della frutta. Il contadino lo appende ai rami dell’albero che deve spogliare della frutta. All’estremità superiore del gancio mediante una cordicina viene legato il canestro che deve raccogliere la frutta. (Vedi fig. 3, n. 425)
Gancio di legno. n. 388 (Termine dialett. Ancino), proveniente da Casola, Fivizzano. E’ fatto con un legno di stipa e differisce dai precedenti unicamente per essere più grande. Porta una intaccatura a solco intorno all’apice superiore allo scopo di legarvi con una cordicina il canestro.
Gancio di legno. n. 126 (Termine dialett. Ancino ), proveniente da Uglioncaldo, Valle del Lucido. Si stacca dai precedenti unicamente per avere un piccolo foro all’apice superiore allo scopo di fissare la solita cordicina che ha l’ufficio di sorreggere il canestro.
Correggiato. n. 222 (Term. dialett. Butua) proveniente da Uglioncaldo, Valle del Lucido.
E’ formato da due bastoni dritti, uniti insieme all’uno dei capi da una striscia di cuoio di maiale lunga circa 10 cent. e fortemente fissata in due intaccature a solco. Questa striscia permette di muovere uno dei due bastoni. Il più lungo di questi si usa come manico (manfano) e l’altro, più corto e più robusto, fa da battitoio (vetta). Questo arnese viene usato in tutta la Lunigiana per battere il grano, però ora tende a scomparire sopraffatto dalle battitrici meccaniche.
Impugnatura di falce n. 403 (Term. dialett. Manéta), proveniente da Fivizzano.
E’ una impugnatura di legno durissimo riportata sul manico de4lla falce. Viene incastrata all’estremità del manico e ivi fermata per mezzo di un cavicchio. Questa parte della falce generalmente è ornamentata, il n. 403, come si vede nella Figura n. 3, è lavorato con una certa bizzarria. Evidentemente l’artista ha voluto rappresentare una testa di rettile. Difatti gli occhi, la bocca e le narici sono bene delineate. Superiormente la testa porta una appendice a cornetto che le dà l’aspetto come di basilisco. Se nella nostra Fauna esistesse questa specie di rettile, si potrebbe suppore che l’Autore lo avesse copiato dal vero; ma è da credere invece che la forma del ramo lavorato abbia indotto l’artista a lasciare quell’appendice che per caso si trovava sopra la testa del rettile intagliato.
Impugnatura di falce. n. 102 (Termine dialett. Moneta), proveniente da Agliano, Valle del Lucido. E’ menop curva dell’impugnatura precedente. Termina con una zona intagliata su di un disegno fondamentalmente a smerli, che incorniciano due specie di teste umane. L’insieme di questo disegno è rozzo e imperfetto, ma ben distribuito.
Misuratore del latte n. 422 (Term. dialett. Mesuin da late) proveniente da Valdipino. E’ un semplice e rozzo bastoncino di castagno con intaccature fatte col coltello. Serve per misurare il quantitativo, in litri, del latte contenuto nelle lattiere. Anche questo istrumento una volta doveva essere più in uso, mentre oggi è quasi scomparso. La mia collezione ne possiede un solo esemplare lungo circa 50 cm. con 12 intaccature capace soltanto a misurare un recipiente di 12 litri. La distanza tra una intaccatura e l’altra corrisponde ad un litro di latte. Queste incisioni sono fatte da due parti del bastoncino. Da una parte è lasciata la corteccia e le intaccature sono profonde e ben distinte che si corrispondono perfettamente colle altre opposte sono assai più deboli. Il modo di misurare è semplice. Si immerge il bastoncino nel recipiente pieno di latte e dall’intaccatura che affiora si determina la capacità. Questo ordigno doveva essere fabbricato appositamente per quei dati recipienti usati, e quindi la distanza delle intaccature del bastoncino 0differiva a seconda della circonferenza del recipiente (Vedi Fig. 3 n. 422).
Tacche di conteggio. n. 301 (Term. dialett. Tachela) provenienti da Pontremoli. Sono piccole bacchette di castagno tagliate per metà che portano numerose intaccature convenzionali fatte con la roncola (marasela). Servivano per contare nelle spartizioni dei prodotti agricoli come grano, formentone, ecc. Si vuole che questa stessa forma servisse anche per conteggiare i vari capi del bucato. Questi interessantissimi oggetti sono da molto tempo in disuso e quindi assai difficili a trovarsi. Debbo alla gentilezza di Manfredo Giuliani i due esemplari della mia collezione (Fig. 3, n. 301). Sfortunatamente uno è spezzato da una parte e manca il pezzo, ma dall’insieme si desume che il danno è insignificante. In tutto misura cm. 20 di lunghezza e cm. 1,12 di larghezza con un massimo di mm. 5 di spessore. Porta 30 intaccature da un solo margine. L’altro è più piccolo e più stretto. Misura 19 cm. di lunghezza e porta 28 intaccature da un lato e 30 dall’altro.
In Lunigiana anticamente si usavano tacche di varie forme e dimensioni, ma la forma e le dimensioni, come pure le intaccature, sempre convenzionali, cambiavano a seconda dell’uso. Per conteggiare gli acquisti con patto di pagamento a scadenza, si usavano doppie tacche a madre a figlia. Il pezzo madre rimaneva in mano del venditore e il pezzo figlia al compratore, e ciò per reciproca garanzia. Nell’isola di Palmaria questa stecca è tuttora in uso al magazzino dei viveri prLa stecca si compone di due parti tagliate da un solo pezzo, che combaciano perfettamente (Fig. 4, n. 1 e 2). A è la madre, C la figlia. La lunghezza dell’oggetto varia tra i 40 e i 50 cm. La figlia s’insinua in testa della madre per un taglio a becco, che nella madre è sporgente, e serve per appenderla ad uno spago o fil di ferro orizzontalmente fissato al muro. Sulla facciata anteriore (n. 2, D) della testa viene segnato il numero corrispondente all’operaio a cui la stecca, e conseguentemente il conto, sono intestati. Intono al sistema di registrazione adoperato mediante questo oggetto, ci piace riferire quanto ce ne scrive il gentilissimo sig. Raffaele Ragghianti di Portovenere, al quale rendiamo vive grazie:
“L’unità di misura del valore si può considerare il solfo di 5 centesimi, che viene segnato sulla stecca con un taglio normale alla lunghezza della stecca stessa (n. 2, a.). Il mezzo soldo si marca mediante mezzo taglio (n. 2,b). I cinque soldi si marcano con un taglio inclinato (n. 2 c). Con altro taglio inclinato opposto sopra i precedenti 5 soldi si segnano altri 5 soldi e si forma così il X (10). Con questo sistema si marca giornalmente la spesa dell’operaio. Esempio: se un operaio comperasse 1,2 chilogrammi di pane (4 soldi e 1/2) e un sigaro (2 soldi) in totale i soldi 6 1/2 verrebbero segnati \ I:. Se lo steso operaio dovesse fare un’altra spesa di 4 soldi e 1/2 la sua taglia risulterebbe così segnata: \IIIII. Se lo stesso operaio facesse un’altra spesa di 5 soldi, la sua taglia diventerebbe così marcata: XIIIIII.

“Quando la taglia si trova piena di soldi viene cancellata dalla parte dei soldi, marcando tutti i soldi ridotti in lire dalla parte opposta. Alla fine del mese vengono contate tutte le taglie e viene rimessa in ufficio la nota concordata fra il magazziniere ed ogni singolo operaio, il quale autorizza a prelevare sul suo credito per le giornate fatte la occorrente somma a pareggio della taglia. Saldato il conto, le due stecche vengono piallate da entrambi le parti, in modo che l’oggetto può essere utilizzato per un’altra registrazione; e così via finché, ridotto a proporzioni minime, non viene sostituito”.
L’uso di questa stecca è di importazione: viene trasferito nell’isola della Toscana circa il 1860, all’epoca cioè dei grandi lavori dell’Arsenale. Di recente è stato introdotto anche presso le cave dell’isola del Tino. Avevano un’altra forma quelle che servivano di conteggio ai boscaioli e carbonai per fare la stima degli appezzamenti boschivi. In questo caso quello che faceva la stima indicava per mezzo del suo coltello da tasca sulla bacchetta di castagno il quantitativo di carbone che secondo lui di poteva ricavare dal bosco e quindi fissavano il prezzo. Di quest’ultime ebbi notizie, ma non mi fu possibile averne qualche esemplare.
Traggia. n. 433 ( Term. dialett. Trasa), modello proveniente da Zeri. E’ un veicolo senza ruote, fatto con dei rozzi pezzi di legno che viene trascinato da uno o due buoi. E’ di fattura locale e serve a trasportare il fieno e la stramaglia. E’ molto in uso nei luoghi montagnosi della Lunigiana mentre al piano viene sostituito dalla reda e dalla cavagna. L’esempio che descrivo è un modello copiato dalla Treggia usata nel territorio di Zeri (Valdimagra) che è poi identica a quella usata a Zignago (Valdivara).
Consta di due grossi rami qualunque disposti ad angolo, sovrapposti e girevoli al vertice, ove sono mantenuti a contatto da un piolino di legno che li attraversa, permettendo loro di girare intorno ad esso a mo di compasso. Uno dei rami sporge però oltre il vertice, della lunghezza occorrente per aggiogare i buoi alla Treggia. L’angolo formato dai due è mantenuto costante da una traversa di legno che poggiando su entrambi ad una eguale distanza dal vertice (due terzi circa), ivi resta infilata in due piolini solidamente fissati ai due rami. Su questi due piolini ed al di sopra della traversa suddetta, vengono poi infilate le teste di altri due rami non meno grossi e robusti dei precedenti; anch’essi liberi nei loro movimenti, girevoli attorno al piolino con decorso divergente verso il basso, seguendo lo stesso decorso dei due altri rami prima descritti. Ad una distanza conveniente e su questi due rami prima descritti. Ad una distanza conveniente e su questi due rami sono fissati solidamente due altri piolini; per cui al disopra dell’insieme si infilzano quattro piolini disposti come ai quattro vertici di un trapezio isoscele e destinati a tener fermo il Timone. Due trasverse (misre), l’una infilata nei due piolini superiori e l’altra nei due inferiori, lo sostengono. Il timone (Timòn) è infilato in esse. Questo timone consta di un travicello squadrato , parallelepipedo, convenientemente incurvato sul davanti. Al disopra del timone si innalzano due assi (stasele) fra le quali si deposita l’erba o la stramaglia destinata ad essere trasportata. Nella porzione superiore di questi assi ed a varie altezze sono praticati

dei forellini attraverso i quali passano dei piolini; inoltre un’altra asse traversa (porsé) infilata nei due assi, può scorrere su e giù lungo essi e può anche fissarsi ad una certa altezza riserrandola fra quattro piolini passanti per quattro forellini degli assi. Disposta così una certa quantità di stramaglia tra i due assi, fissata al disopra di questa l’asse traversa scorrente tra gli assi, la massa resta immobile e può venire trascinata anche su territorio sassoso ed in salita ( Vedi Fig. 5)
Bena. n.434 (Term. dialettale Bèna), modello proveniente da Zeri. Anche questoi utensile è un veicolo senza ruote che si trascina mediante uno o due buoi.

E’ costituito da due robusti tronchi d’albero aperti ad angolo, uniti al vertice a cerniera e mantenuti aperti mediante un’asse trasversa infilata in due piolini. Come nella Traggia, al disopra dell’asse trasversa posano, infilati nei piolini due altri tronchi divergenti verso il basso i quali sono mantenuti ad apertura fissa da un secondo asse traverso infilato in due piolini fissati nei due tronchi stessi e seguenti il decorso dei due tronchi basali.

L’insieme di questi rozzi tronchi e traverse forma un trapezio isoscele sul quale è posata una grossa cesta di vimini che serve a contenere la massa da trasportarsi. Sul centro dell’orlo posteriore la cesta porta un piccolo piolo incurvato detto timone (cua) col quale il contadino mantiene in equilibrio la cesta sugli assi quando l’apparecchio è in moto. (Vedi Fig. 6).
Collare da capre. n. 304 ( Term. dialett. Colaro), proveniente da Patigno (Zeri). E’ ad U e si chiude in basso mediante una trasversa di legno. La figura, che ne da un complesso esatto, mi dispensa da ogni descrezione. Il collare è di castagno, è lungo cm. 30 e largo cm. 15.
Collare da vitello. n. 305 (Term. dialett. Colaro), proveniente da Patigno. E’ più piccolo e più semplice del precedente. Non ha nulla di caratteristico.
Giogo. n. 435 (Term. dialett. Zo). La mia collezione possiede un modello lungo circa 40 cm. del giogo pontremolese. Ne dò la figura per esimermi da una descrizione che non potrebbe certamente raggiungere l’evidenza ottenuta invece dalla semplice rappresentazione grafica. Le due coppie di piolini pendenti lateralmente al di sotto del Giogo e che si uniscono in fondo mediante apposite funicelle, servono per assicurare i buoi all’apparato. Superiormente, nel centro del Giogo, un rialzo fissa la posizione di due liste ricurve ad U che passano attraverso il giogo come due anelli e restano appese ad esso mediante due traverse che congiungono le estremità delle loro branche. Le due liste si congiungono inferiormente mediante una terza lista ricurva e chiudentesi come esse, la quale pende liberamente in basso restando sospesa e attraverso la quale passa il timone che ferma il Giogo all’Aratro. Il giogo è di castagno e non porta nessun intaglio (Vedi Fig. 8 n. 435).
Raffio. n. 303 (Term. dialett. Raspeta), proveniente da Zignago. E’ fatto con un ramo naturale sul quale è stato incastonato un bastoncino lungo circa 50 cent. Il tutto è ben levigato. Fra gli ordigni congeneri questo è il più ingegnoso e il più adatto al suo uso (Vedi Fig. 8 n. 303)
Mazzuola. n. 426 (Term. dialett. Mazzetta), proveniente da Pieve (Territorio di Zignago). E’ un arnese di legno della forma di una mazzuola con la testa rotondeggiante ai capi. Viene usata per rimuovere nei boschi all’epoca del raccolto il fogliame caduto onde mettere allo scoperto le castagne ( Vedi Fig. 8 n. 426). Altri due arnesi che servono allo stesso scopo, ma che hanno una forma tutt’affatto diversa dalla mazzuola sono già stati elencati in questo lavoro: il Raffio (n. 308) usato ad Arzelato e lo Spazzolino (n. 377) usato a Terenzano. Molto probabilmente la fabbricazione di questi ordigni è opera delle donne le quali si dedicano esclusivamente per il raccolto delle castagne.

E’ notevole che questi strumenti malgrado destinati tutti allo stesso ufficio si differenziano, dirò quasi totalmente, da località a località. E’ uno strumento che dato lo scopo cui deve servire è facile ad immaginarsi e quindi facile a costruirsi. Ogni persona che lo adopera si fa un criterio suo proprio e segue il proprio istinto. In fatto noi vediamo ad Arzelato usare il Raffio, il quale è un ramo naturale munito di due uncini; qui si vede che l’autore ha seguito la natura del ramo e non si è occupato altro che di sbozzarlo. Il raffio usato (n. 303) a Zignago invece è un uncino naturale al quale è stato incastonato un manico, e questo presenta un lavoro più evoluto di quello di Arzelato. Lo spazzolino di Terenzano è un ordigno tutto affatto diverso e fatto con un criterio che si stacca da tutti gli altri già veduti.
Museruole da vacche. n. 437 (Term. dialett. Musage), provenienti da Zignago. Sono di castagno e della forma quale è riprodotta nella figura 8 n. 437. Si adattano al muso delle vacche onde impedire loro di mangiare le fogli dei cavoli.
Tenaglie di ferro. n.436 (Term dialett. Tanage) , proveniente da Zignago. E’ un ordigno di ferro fatto a tenaglia con tre punte lunghe cm. 7 ed innalzantesi l’una dal perno delle tenaglia e le altre due in vicinanza delle estremità delle due branche. La tenaglia si adatta al muso dei vitellini per impedir loro di suggere il latte dalle mammelle della madre quando è giunto il momento dello slattamento. Se il vitellino si avvicina alle mammelle della vacca, le tre punte di ferro della tenaglia che ne circondano il naso pungono in modo da rendere impossibile il contatto colla mammella (Vedi Fig. 8 n. 436).

Cesta per la stramaglia n. 428 (Term. dialett. Cavagna) proveniente da Usurana (Comune di Calice). E’ fatta di vimini disposti come si vede nella figura. La portano generalmente le donne sul capo. Misura circa un metro di diametro.
Campanello per il gregge n. 272 (Term. dialett. Campanin) proveniente da Quaratica. E’ fatto rozzamente dai fabbri di campagna con lamina di ferro, ripiegata ai due lati e poi battuta. In alto porta un manico pure di ferro che penetra internamente e serve all’esterno per fissare la correggia onde rendere possibile l’allacciamento al collare, e nell’interno per agganciare il batacchio. L’apertura basale è ellittica. Questa è la forma più primitiva dei campanelli da me trovati in Lunigiana.
Campanello per le bovine n. 334 proveniente da Valle (frazione di Rossano , comune di Zeri). Ha la stessa forma del precedente, ma è assai più grande ed è fatto con una lamina di bronzo. Appunto per la qualità della lamina il suono è assai squillante.
Campanello per le bovine n. 333 proveniente da Castello (Zeri). E’ di fattura locale e assai meglio lavorato del precedente. E’ di lamina di ferro battuto, ripiegata ai due lati e fermata mediante due chiodi ribattuti internamente. La forma è relativamente schiacciata alla base e rigonfia in alto in modo che nell’insieme ci da l’aspetto di una mitria. Misura cm 11 x 11 nella sua massima lunghezza e larghezza. Ha un suono assai cupo percepibile solo a piccole distanze. Queste forma antiquate ora sono sostituite da altre assai migliori.
Utensili di uso domestico
Di questo gruppo la mia raccolta possiede vari oggetti caratteristici. Comincerò intanto ad occuparmi dei cucchiai e delle forchette di legno che sono dieci in numero, otto cucchiai e due forchettoni. Dei cucchiai cinque provengono da Arlia (Fivizzano), due da Pontremoli e due da Uglioncaldo (Valle del Lucido). Sono tutti di bosso, i due pontremolesi e quelli di Uglioncaldo più finemente lavorati, ma tutti e otto gli esemplari sono perfettamente ed egualmente adatti al loro uso. I cinque esemplari provenienti da Arlia sono rozzi e di fattura primitiva e si possono ritenere quindi come fabbricati direttamente dai possessori

poichè non rivelano nel loro artefice uno specialista in possesso di cognizioni d’arte sufficiente. I due di Pontremoli e quello di Uglioncaldo devono provenire invece da Bratto ove risiede una popolazione che trae appunto le sue risorse economiche dalla industria della lavorazione del legno ( cucchiai, forchette, scodelle, sedie, ecc.). L’arte di lavorare il legno in questo paese di montagna una volta era assai più in fiore e gli oggetti venivano esportati in tutta la Lunigiana. I due forchettoni provengono uno da Arlia e l’altro da Monte dei Bianchi. Non è raro oggi trovare ancora tra gli abitanti delle nostre valli oggetti da tavola e da cucina simili ai cucchiai da me trovati ad Arlia. Posso dire francamente che nelle isole della Malesia e Micronesia ho trovato molto di meglio e di meno primitivo. Ma quando si pensa alla scarsissima viabilità di queste vaste zone dei nostri territori allora si capisce la ragione del fenomeno. E’ in questa scarsità di mezzi di comunicazione che priva quei miserabili abitanti di poter usufruire dei vantaggi della civiltà attuale. Noi siamo in paesi che mancano di tutto, e quasi del tutto abbandonati alle proprie risorse, scarse e deprimenti. Una migliorata rete stradale distruggerà di colpo tutto ciò che ora stiamo descrivendo. Noi affrettiamo per questo le nostre raccolte.
Cucchiaio n. 397 (Term. dialett. Cuciaro) proveniente da Arlia (Fivizzano). E’ il più lavorato ed il meno rozzo della serie di Arlia. L’autore ha voluto trasfondervi alcunché del suo gusto artistico. La parte concava è assai profonda ed a forma di lancia, il manico è intagliato, con un certo gusto artistico, ma l’intaglio contrasta alquanto con la praticità dell’oggetto. Misura in lunghezza circa 20 cm (vedi figura 10).
Cucchiaio n. 299 (Term dialett. Cuciar) proveniente da Pontremoli. Il manico è dritto ed esile, non ha sagoma e si rialza alla base. Nell’insieme è lavorato con abbastanza finezza ed eleganza e nella forma imita perfettamente un cucchiaio usuale. E’ di bosso e misura 20 cm. in tutta la sua lunghezza (vedi Fig. 10).
Cucchiaio n. 300 (Term. dialett. cuciar) proveniente da Pontremoli. E’ della stessa fattura del precedente, ma più rozzamente lavorato per quanto si intraveda la mano di un artista pratico e specialmente in tali oggetti. Dalla lavorazione si può ritenere che sia di provenienza brattese. E’ lungo cm. 20 (vedi Fig. 10).
Cucchiaio n. 391 (Term. dialett. Cuciaròn) proveniente da Arlia. Ha una forma assai primitiva ed è lavorato molto rozzamente quantunque serva perfettamente al suo uso di mestolo. E’ fatto di legno di bosso. Misura 35 cm. in tutta la sua lunghezza. La parte concava che misura 14 cm. di lunghezza è sproporzionata alla lunghezza del cucchiaio (vedi Fig. 10).
Cucchiaio n. 392 (Term. dialett. cuciaro) proveniente da Arlia. E’ ancora più rozzo, per forma e per lavorazione, del precedente. E’ lungo 25 cm. E’ leggermente incavato ed ha il manico esile e rotondo(vedi Fig. 10).
Cucchiaio n. 393 (Term. dialett. cuciaro) proveniente da Arlia. E’ rozzo quanto il precedente ma più pratico essendo molto profonda la parte incavata. E’ di bosso e misura cm. 25 di lunghezza (vedi Fig. 10).
Cucchiaio n. 394 (Term. dialett. cuciarin) proveniente da Arlia. Non offre alcuna diversità dagli altri già descritti salvo che nelle dimensioni. In fatto non misura che soli 16 cm., per cui lo si può ritenere di uso infantile (vedi Fig. 10).
Cucchiaio n. 92 (Term. dialett. cuciaron)proveniente da Uglioncaldo. Misura 37 cm. di lunghezza e doveva utilizzarsi come mestolo. E’ lavorato con molta finezza e perciò anche anche questo di può ritenere come di lavorazione brattese. (vedi Fig. 10)
Forchettone n. 396 (Term. dialett. furzinun) proveniente da Arlia. E’ di legno di bosso lavorato con abbastanza maestria. Misura cm. 47 in tutta la sua lunghezza e porta quattro denti lunghi 15 cm.
Forchettone n. 93 proveniente da Monte dei Bianchi (v. Fig. 10). Ha una forma tutt’affatto speciale che lo rassomiglia ad una fiocina. E’ di lavorazione locale. Porta quattro denti appuntiti e lo si utilizza in genere per togliere le patate cotte nella cenere. (v. Fig. 10)

Paletta n. 83 (term. dialett. luvar) proveniente da Uglioncaldo. E’ fatta rozzamente con legno di castagno. Consta di un disco di 16 cm. di diametro con un manico lungo appena 8 cm. Serve a fare i castagnacci (pattone). Su di essa si stendono dapprima tre foglie di castagno secche e su queste la pasta di farina di castagna (vedi Fig. 11).
Paletta n. 398 proveniente da Arlia. Misura circa 38 cm. di lunghezza ed è fatta con legno di quercia. Serve per rimuovere la polenta di castagna dal paiolo (vedi Fig. 11)
Spatola n. 84 proveniente da Uglioncaldo (Valle del Lucido). E’ di legno e lunga circa 25 cm. E’ rozza ed ormai consunta: Serve a mestare la pasta di farina di castagna per fare i castagnacci. (vedi fig. 11)
Coperchio per pentola proveniente da Patigno (Zeri). E’ di legno di castagno e di fattura locale. Ha la forma di un disco piatto superiormente e leggermente convesso inferiormente. Nella faccia posteriore, in una apposita scannellatura lunga quanto il diametro del coperchio e larga 2 cm., è posto un regolo che serve a mantenere fisso il manico sulla faccia esterna. Questo modo di fissare il manico è assai ingegnoso, ma il lavoro è rozzo. (vedi fig. 11)
Forma per formaggio n. 389 (Term. dialett. scudela da formai) proveniente da Torano (Pontremoli). Ha la forma di una grossa scodella. Il diametro superiore è di circa 19 cm. e l’inferiore di 11 cm., profonda7 cm. con uno spessore di 1 cm. E’ di ontano e lavorata a mano alquanto rozzamente. Si usa per fare i famosi formaggi pontremolesi.
Colatoio per latte n. 429 (Term. dialett. colador). Ha la forma quale la si vede nell’unita figura. Una calotta del diametro di circa 23 cm. forata nel fondo centralmente e sormontata da un piano che misura cm. 25 x 25. Proviene da Usurana (Calice al Conoviglio). (vedi Fig. 11)

Mestatoio per il latte n. 309 (Term. dialett. meschiadura) proviene da Pietrapiccata (Zeri). E’ fatto con un semplice ramo d’albero lungo circa 40 cm. al quale fu asportato la corteccia e poi leggermente levigato. La parte inferiore dell’ordigno, quella cioè che si deve immergere nel latte, porta quattro rami tagliati fino ad una lunghezza di circa 20 cm. Un altro ramo pure lungo 10 cm. è stato lasciato sulla parte superiore unicamente per appendere l’oggetto dopo l’uso. Questo strumento viene usato per mescolare il latte quando si fa il formaggio.
Mestatoio per il latte n. 177 (Term. dialett. Meschiadora) proveniente da Uglioncaldo (Valle del Lucido). Anche questo ordigno è fatto con un ramo naturale d’albero. E’ simile al precedente ma assai più lungo (misura 70 cm).
Mastatoio per il latte n. 417 (Term. dialett. Mesc-ciadura) proveniente da Arlia (Fivizzano). E’ meno primitivo dei precedenti ma ugualmente semplice e di facile lettura. E’ costituito da un rozzo bastone lungo circa 85 cm. il quale va assottigliandosi man mano verso la parte che deve servire per il maneggio. La parte opposta, destinata al rimescolio del latte, porta incastonati due piccoli regoli lunghi 5 cm. disposti a croce, uno alla base del bastone e l’altro un centimetro sopra.
Mastatoio per il latte n. 418 (Term. dialett. Msec-ciadura) proveniente da Arlia. Non differisce dal precedente.
Mestatoio per il latte n. 419 (Term. dialett. Mesc-ciadura) proveniente da Arlia. Differisce dai due precedenti per la mancanza di due piolini a croce e per avere la parte terminale incurvata ed attorcigliata allo scopo di poterlo appendere (vedi Fig. 12 n. 419)
Mestone o Matterello n. 135 proveniente da Uglioncaldo. E’ un bastone lungo circa 80 cm. con un diametro di 2 cm. Lo si adopera per fare la polenta. Non ha niente di caratteristico.

Soffietto n. 268 (Term. dialett. bufeto) proveniente da Quaratica. E’ costituito da un semplice pezzo di canna lunga circa 60 cm. perforata internamente in tutta la sua lunghezza. Da una parte si applica la bocca per spingere il fiato sul fuoco onde ravvivare la fiamma (vedi Fig. 13 n. 268).
Soffietto n. 307 (Term. dialett. sofion) proveniente da Arzelato (Zeri). E’ di canna come il precedente.
Soffietto n. 326 (Term. dialett. sofion) proveniente da Piagna (Zeri).E’ fatto con un grosso bastone di sambuco lungo circa 80 cm. La parte che va in contatto col fuoco è foderata di latta per una lunghezza di circa 15 cm. (vedi Fig. 13 n. 326)
Soffietto n. 327 (Term. dialett. sofion) proveniente da Coloretta (Zeri). E’ una canna di ferro saldata , lunga 85 cm. con un diametro di 3 cm. La parte che va in contatto con il fuoco è munita di due piedi a mo’ di S lunghi 5 cm. i quali servono per appoggiare la canna quando si soffia sul fuoco. Questi strumenti vengono forgiati dai fabbri del paese. Però si utilizzano come soffietti anche le canne dei vecchi fucili. (vedi Fig. 13 n. 327)
Giovanni Podenzana, Contribuzione all’etnografia della Lunigiana, La Spezia, Officina arti grafiche, 1914