
IL PALEOLITICO
Dalla pebble Culture (=cultura dei ciottoli appena sgrossati) al 5000 a.c.
Le varie razze umane che si alternano nei continenti sono ancora incapaci di modificare, anche minimamente, l’ambiente per procurarsi il cibo.
Vivono praticando la caccia, la raccolta di prodotti spontanei e sono costretti a continui spostamenti per procurarsi il cibo. I
Abitano in stazioni all’aperto, in zone ricche di selvaggina, oppure si ricoverano in caverne.
Usano strumenti di pietra scheggiata. Generalmente seppelliscono i morti in posizione supina distesa.
IL PALEOLITICO MEDIO IN LUNIGIANA
Da 120.000 a 36.000 anni circa da oggi.
Gli insediamenti sono documentati nella Tecchia di Equi e, sempre nelle Alpi Apuane nella Grotta all’Onda (Monte Matanna), Buca del Tasso (Camaiore), Buca della Iena e Grotta del Capriolo (Mommio in Versilia), Lago di Massaciuccoli e S. Rocchino.
Elementi di tecnica musteriana sono stati trovati all’aperto nelle seguenti località: Torre Nocciolo (Licciana) e Luscignano (Casola L.), Massa. Val di Serchio: Verrucole (dal Monte Pisone verso l’Orecchiella), Silicagnana, sulle Pizzorne. Valle della Lima: Carbonaia degli Ossi (presso Casoli, Bagni di Lucca). In provincia di Genova a Casarza Ligure.
La presenza dell’uomo è documentata per la prima volta in Lunigiana, nel Paleolitico medio con una industria litica ascrivibile al Musteriano. Con questo termine, derivato da una caverna a Le Moustier, in Dordogna, si intendono vari e distinti complessi di lavorazione della pietra che si prolungano dalla fine della glaciazione rissiana ad un periodo molto avanzato dell’ultima glaciazione, la wurmiana. Da circa 130.000 a 35.000 anni8 fa.
Il Musteriano dunque non indica un’industria unica ma, attraverso uno spazio di tempo tanto esteso, comprende diversi tipi di lavorazioni che sono nate e si sono diffuse indipendentemente una dall’altra. In realtà queste divisioni e classificazioni non rappresentano soltanto delle differenze tra una e l’altra, ma la preferenza per un certo tipo di manufatti. Si considera, ad esempio, Musteriano « tipico » quello che possiede una percentuale meno elevata di raschiatoi (dal 35% al 60%). Il denticolato per la scarsità e mediocrità dei raschiatoi (non più del 15%) e, soprattutto, perché gli utensili predominanti (anche il 45%) hanno delle intaccature, dentellature.
R. Grifoni Cremonesi ha fatto una raccolta piuttosto completa dei vari tipi di Musteriano, con attribuzioni basate su diverse terminologie:
Musteriano di tradizione clatoniana;
Musteriano arcaico;
Musteriano a bifacciali;
Musteriano di tecnica Levallois;
Musteriano classico;
Musteriano evoluto;
Musteriano di tipo emiliano;
Musteriano tipo Grotta di Gosto;
Musteriano tipo Grotta del Principe;
Musteriano tipo La Quina;
Musteriano Pontiniano;
Musteriano di quarzo;
Musteriano di tipo non definito.
Durante il Musteriano che, come s’è detto, abbraccia un periodo lunghissimo di tempo, la razza umana dominante è quella di Neanderthal. In Italia la conosciamo nella sua struttura fisica per i due crani di Saccopastore, per un cranio e tre mandibole del Circeo e per pochi altri resti osteologici sparsi in varie parti della penisola; la conosciamo anche per le impronte dei piedi miracolosamente conservatesi nella caverna della Basura a Toirano (Finale Ligure).
Durante il perdurare di questa industria accadono vari cambiamenti climatici che portano sostanziali variazioni nella linea della costa, nella flora e nella fauna. Le numerose generazioni di questa razza assistono così, nell’interglaciale, all’invasione delle pianure costiere da arte del mare, che, nella nostra zona litoranea, si spinge verso la parte collinare, si insinua nelle valli del Magra e del Vara e copre parte della pianura lucense pisana. Questi grandi cambiamenti portano anche ad una economia basata sulla cattura di nuove specie di animali, avvenimenti che dovettero sensibilmente far mutare, più volte, abitudini e costumi di vita.
Generalmente i gruppi umani vivono in grotte e da queste si dipartono per battute di caccia nei territori circostanti. È stato pensato che con i Neanderthaliani abbia avuto inizio quella vita seminomade che sarà poi peculiare delle popolazioni del Paleolitico superiore. Negli insediamenti musteriani sono presenti molto spesso tracce di focolari e sembra anche ravvisabile un elementare culto dei morti.
Il Musteriano è pressoché presente in tutta la penisola. In Lunigiana ha il suo centro nella Tecchia di Equi Terme. È tuttavia presente anche in Versilia e nelle Alpi Apuane comprese nella provincia di Lucca; poiché questi insediamenti hanno stretti rapporti con Equi vi faremo spesso ampi riferimenti; anzi, considereremo questi ultimi insediamenti come espressione di un unico popolamento.
Ad occidente il Musteriano si trova in numerose caverne del Savonese (caverne dell’Acqua, delle Fate, Arma delle Manie) e, soprattutto, nelle caverne di Toirano (grotte del Colombo e di S. Lucia) ed in quella della Busura con le im pronte dei neanderthaliani; ancora più ad occidente, nella provincia di Imperia, ai Balzi Rossi, ai confini con la Francia. A nord, poi, il Musteriano lo troviamo in insediamenti all’aperto sull’Appennino Emiliano nelle zone tra Imola e Parma.
IL PALEOLITICO SUPERIORE E IL MESOLITICO
L’uomo continua ad abitare i ripari sotto roccia o l’ingresso delle caverne.
È contemporaneo degli ultimi grandi episodi della glaciazione wurmiana. Si sposta, con stazioni di caccia, in alto, sui monti, per seguire l’emigrazione dei grandi mammiferi.
Si diffonde l’industria microlitica.
Hanno inizio le prime manifestazioni artistiche: statuette femminili, graffiti su ciottoli, su osso, sulle rocce. Pittura nelle caverne.
IL PALEOLITICO SUPERIORE E IL MESOLITICO IN LUNIGIANA
Gli insediamenti o la sola presenza dell’uomo sono documentati a:
La Spezia (Grotta dei Colombi nell’isola Palmaria);
Massa Casola Lunigiana (Luscignano; Reusa);
Alta Val di Vara (Suvero);
Piazza al Serchio (Forcola, S. Anastasio, Vibbiana, Mercà, Orzaglia); Pieve Fosciana (Colle Freddino, Anguillarina); San Romano (Verrucole); Careggine (Isola Santa); Coreglia (Piazzana); Passo Comunella; Lama Lite.
Valle della Lima; Bagni di Lucca (Grotte di Ponte Nero; Riparo delle Campane);
Versilia: Buca della Iena; Massaciuccoli; San Rocchino;
Liguria orientale: Casarza (GE); entro terra comune di Ne (GE).
Il Paleolitico superiore segna un prolungato hiatus nel popolamento del nostro territorio.
Il gruppo umano che abitava o che frequentava la Tecchia di Equi scompare col tardo Musteriano. La caverna tornerà ad essere usata soltanto varie migliaia dl anni dopo, in fase eneolitica, come luogo di sepoltura.
Pur ammettendo che le prove ex silentio non sono mai decisive per trarre delle conclusioni, allo stato attuale delle nostre conoscenze sembra che in questo lungo periodo la nostra zona sia stata pressoché spopolata. Probabile conseguenza delle condizioni climatiche, particolarmente avverse, ma anche, forse, del vivace geomorfismo che, dopo la massima espansione del Würm (18.000 anni), ha caratterizzato molte delle nostre valli, obliterando gli eventuali depositi.
L’eccezione dell’isola Palmaria, nel golfo della Spezia, ed il solito, intenso popolamento della costa versiliese sembrano sottolineare questo dato di fatto: nei periodi molto freddi durante una delle massime punte di trasgressione marina, le condizioni ambientali erano migliori lungo la costa; le montagne e le loro caverne erano frequentate così saltuariamente da non lasciare traccia, o in modo minimo, passaggio del ‘uomo.
Soltanto con la deglaciazione che, come abbiamo accennato, porta sensibili variazioni nell’aspetto fisico del territorio, e con gli inizi del Boreale, in piena fase mesolitica, c’è un progressivo e costante popolamento che si diffonde sui monti e che è ben documentato in Val di Serchio. La fauna a clima freddo risale le montagne per cercare le condizioni climatiche e più adatte ed anche i gruppi di cacciatori si spostano, in una specie di pendolarismo stagionale, sui pendii ove vengono installati accampamenti talvolta di lunga durata.
Prima vengono occupati i fondovalle quindi i pendii intermedi e, da ultimi, i crinali. Nella Val di Serchio e nel territorio lucense C. Tozzi ha potuto ricostruire un quadro molto preciso del Paleolitico superiore e del Mesolitico dal fondovalle della Lima, con gli insediamenti Riparo delle Campane e Gro9tte di Ponte Nero, alle varie stazioni di caccia nella valle del Serchio di mezza altezza, che poi si spingono a notevole altitudine fino ad arrivare al Passo di Comunella (m. 1620) e, addirittura, sulle alte pendici del Cusma, a Lama Lite (m. 1750).
Un giacimento archeologico di eccezionale importanza è certamente quello di Isola Santa (Careggine) nella valle del Torrite, affluente di destra del Serchio, posto su una remota pista di transito tra la marina (Foce di Mosceta), la Garfagnana ed il Modenese. È l’unico insediamento del territorio che perdura dal Paleolitico superiore, con una facies epigravettiana, fino al Mesolitico: da 10.000 a 5.000 anni circa a.C.
Proponiamo qui il quadro di eccezionale chiarezza che è stato tracciato sull’ambiente e sull’economia nel Mesolitico da C. Tozzi al Convegno sulla preistoria dell’area Ligure-Apuana tenutosi a Pontremoli il 14 marzo 1981. Lo studioso ha detto che all’inizio dell’Olocene si osserva un fenomeno comune all’area alpina e all’Appennino settentrionale per cui Je montagne precedentemente inospitali a causa dell’estensione dei ghiacciai e per la mancanza di vegetazione divengono un ambiente privilegiato per l’insediamento delle comunità mesolitiche; tracce dei loro passaggi si trovano frequentemente fino alle quote più elevate (2000-2300 metri sulle Alpi; 1700-1900 metri sull’Appennino). Con la diffusione del Neolitico durante l’Atlantico avanzato, le montagne e in particolare l’Appennino tosco-emiliano, vengono nuovamente abbandonate, e solo con l’età dei meta nuova fase di frequentazione.
I motivi di questo fenomeno vanno ricercati nella particolare situazione ambientale che si è verificata nelle zone montane durante il Preboreale e il Borea e. Queste zone non solo avevano beneficiato del generale innalzamento termico, ma erano divenute l’area di rifugio della fauna fredda sopravvissuta (stambecco e camoscio); inoltre erano rivestite da un bosco aperto, con frequenti radure, in contrasto con la foresta, sempre più densa, che aveva occupato, specialmente nell’Italia peninsulare, le pianure e il piede delle montagne a partire dal Tardoglaciale.
Gli ungulati, e in modo particolare il cervo, che nel Mesolitico era diventato la principale specie oggetto di caccia, compiono degli spostamenti altitudinali nel corso dell’anno e, durante l’estate, tendono a migrare verso le montagne. Oltre a ciò gli ambienti aperti con passaggio a parco forniscono alimentazione a una bio massa di erbivori assai più elevata di quella che può vivere nella foresta densa. Inoltre l’avvistamento e la caccia da parte dell’uomo sono facilitati negli ambienti aperti.
Si delineano così alcuni motivi che hanno spinto i gruppi mesolitici a frequentare durante l’estate le montagne appenniniche e alpine, dove potevano trovare maggiore abbondanza di grossi ungulati.
Di non minore importanza doveva essere la raccolta dei prodotti vegetali — in particolare le nocciole e le pomacee rinvenute Santa e in parte a Piazzana che trovavano le condizioni idonee per il loro sviluppo in ambienti luminosi, con vegetazione rada e al margine dei boschi.
L’esistenza di numerosi insediamenti in alta montagna non abitabili durante l’inverno per il forte innevamento e l’assenza delle risorse alimentari, fa ipotizzare l’esistenza del nomadismo stagionale tra il fondovalle e i crinali (Garfagnana, crinale tosco-emiliano; pianura padana, crinale appenninico).
Lo studio delle selci usate dai mesolitici, in relazione alla loro provenienza, ha rivelato che il rifornimento e la lavorazione avvenivano durante questi spostamenti; ma ha messo anche in luce un interscambio a lungo raggio. Ad esempio la selce alpina è arrivata, sia pure in minima quantità, anche a Lama Lite: frutto del commercio, ma Tozzi pensa anche alla possibilità di passaggio di singoli individui da un gruppo all’altro.
Una caratteristica tipica di questo periodo è l’industria della pietra: « Agli inizi del Boreale fanno una precoce comparsa rari trapezi (Isola Santa e parte superiore del deposito di Piazzana) intorno ai 7400 anni a.C., mentre alla fine di questo periodo e agli inizi dell’Atlantico (intorno ai 5500-5000 anni a.C.) il complesso a triangoli è ormai completamente sostituito dalle industrie a trapezio, come dimostrano i giacimenti del Passo della Comunella e di Lama Lite »: un quadro culturale che trova identici riferimenti nella valle dell’Adige, del Carso triestino e della Francia centro-meridionale.
La mobilità delle popolazioni tanto chiaramente evidenziata nei depositi della Garfagnana, spiegherebbe secondo C. Tozzi, « la rapidità con cui si sono diffuse su vaste parti dell’Europa occidentale le industrie a triangolo e successivamente quelle a trapezio ».
A questa soddisfacente documentazione nel territorio della vicina provincia di Lucca, fa riscontro una maggiore povertà di reperti nella nostra zona e nella Liguria orientale. Ma non crediamo che l’ambiente appenninico e a Garfagnana Sia sostanzialmente diverso da quello lunigianese. Si tratterà di attendere per vedere e poter confrontare le stazioni mesolitiche che, con il tempo, verranno certamente in luce magari nelle zone del Cerreto, del Lagastrello, della Cisa o del Cirone. solo per fare qualche riferimento indicativo.
Ad eccezione della Palmaria, che vedremo a parte, al Paleolitico superiore appartengono tre selci trovate da M. Fabbri nella zona di Massa ed attualmente nel Museo del Castello Malaspina di Massa:
1) manufatto su ciottolo siliceo di colore giallo scuro, molto corroso e fluitato al bordo del ritocco. Si potrebbe fare riferimento all’industria pontiniana. Il pezzo proviene da una discarica ed è stato trovato a Marina di Massa presso la coIonia Fiat;
2) raschiatoio siliceo di colore grigio giallastro. Il piano di distacco è artificiale e non ritoccato; nel corpo i ritocchi sono grossolani e larghi, poco invadenti. Anche questo pezzo proviene da una discarica ed è stato trovato a Marina di Massa presso la Colonia delle suore;
3) nucleo siliceo di color bruno chiaro. Presenta un piano di percussione artificiale ritoccato e parte del cortice all’estremità superiore. Proviene, insieme ad un’altra decina di pezzi, appartenenti ad altri orizzonti, dal canale di Turano, nella zona pianeggiante tra la chiesa oltre il ponte ferroviario nei pressi della centrale elettrica. Il pezzo proviene, evidentemente, dalla soprastante zona collinare.
Nell’interno abbiamo una consistente traccia nell’alta valle dell’Aulella, con ritrovamenti di superficie fatti da T. Mannoni per il Paleolitico medio: Saragin, Carpena e Piana, nelle pertinenze di Luscignano (Casola Lunigiana). Ancor più raro materiale, ascrivibile all’Eneolitico, ha uguale provenienza: si tratta di una decina di pezzi, generalmente raschiatoi in selce. È stato messo in rilievo come la stazione preistorica della Carpena evidentemente a periodi alterni e lontani tra loro, sia un sito naturale emergente in posizione dominante, originato geologicamente da un contrasto fra le più resistenti arenarie rispetto agli scisti. Doveva essere zona di accampamenti provvisori durante battute di caccia, scelti espressamente in relazione alle più antiche tracce della viabilità naturale, battuta dall’uomo e dalla selvaggina migratoria. Qui, nelle lunghe attese, l’uomo utilizzava il materiale litico trovato durante gli spostamenti e si fabbricava le armi. Alla Bora d’Agolin, nei pressi di Reusa (Casola Lunigiana), di poco più a oriente della Piana, abbondanti scarti di lavorazione segnalano una vera officina preistorica che soltanto recentemente le opere forestali, in atto nella zona, hanno messo in luce.
Sono queste le uniche tracce di una inventiva e di una ingegnosa utilizzazione della materia che L’Homo sapiens, succeduto da tempo ai neanderthaliani, ha lasciato nelle nostre valli. In una natura ancora intatta e primigenia che egli non sa minimamente mutare ed asservire alle sue necessità, è passato lasciando soltanto queste briciole della sua creatività. Altrove questa lunga stagione dell’umanità lascerà, invece, quelle spettacolari pitture parietali od i sorprendenti prodotti dell’arte mobiliare che, specialmente nella provincia Franco-Cantabrica, sono la più sicura testimonianza di una nuova conquistata maturità spirituale.
IL NEOLITICO
Dal 6.000 al 2.800 circa a.C.
La stabilizzazione del clima porta alla scomparsa dei grandi mammiferi ancora presenti nel Paleolitico superiore.
Iniziano le prime pratiche agricole e l’allevamento. Come conseguenza prima di queste due grandi invenzioni sorgono i primi insediamenti stabili: villaggi di capanne spesso fortificati, qualche volta su palafitte.
L’uso della navigazione permette scambi commerciali e culturali anche tra zone lontane. La pietra è ancora la materia fondamentale per la costruzione degli attrezzi e delle armi. È pietra non più scheggiata solamente ma anche levigata. Si usano anche zappe e picconi di corno, asce e macine in pietra.
Compare anche la prima ceramica; all’inizio imita i recipienti di vimini, poi raggiunge forme e tecnica di notevoli livelli.
I morti sono seppelliti rannicchiati sul fianco, oppure supini, o seduti, a volte sotto le capanne o nelle grotte; sono accompagnati dal corredo fatto di armi, collane, pendagli d’osso, amuleti di conchiglie.
L’agricoltura, lavoro preminente della donna, porta una profonda trasformazione sociale nell’organizzazione tribale. La donna assume un ruolo sconosciuto ai periodi precedenti.
IL NEOLITICO IN LUNIGIANA
Attorno alla fine del III millennio a.C. giungono in Toscana popolazioni portatrici della cultura padana occidentale denominata della Lagozza.
Praticano l’agricoltura, frequentano anche le caverne ed i ripari. Allevano pecore, capre, bovini, suini; praticano saltuariamente la caccia al cervo, al cinghiale e ad altri animali selvaggi.
Sono state trovate tracce di questo periodo a: Equi Terme, Tenerano (Fivizzano), Gabellaccia (Carrara), Resceto (Massa), Massa, Pianaccia di Suvero (Alta Val di Vara), Isola Palmaria, Portovenere, Castellana, Cinque Terre, Pignone, Sarzana, Grotta all’Onda, Buca delle Fate, Lago di Massaciuccoli.
In Val di Serchio numerose punte di freccia vengono variamente attribuite a questo periodo, ma è più probabile che appartengano al successivo Eneolitico; inoltre a Piazzana, Fornoli, Fosciandora, Isola Santa si hanno analoghi ritrovamenti.
Nell’ambito del fenomeno del megalitismo che, poi, produsse le statue-stele, si deve ricordare il menhir di Biassa ed il masso inciso del «monte della Madonna », trovato poco lontano. Per entrambi, specialmente per il primo, è difficile una precisa collocazione storica.
Il periodo neolitico nella Lunigiana, ma anche in grande parte della vicina Toscana, non è molto ben rappresentato anche se per vari segni, sporadici ed isolati, mostra una frequenza umana diffusa su gran parte del territorio. Il ritrovamento di un’ascia, lo strumento tipico di questo periodo, indica certamente il passaggio di chi quello strumento deteneva, ma ad eccezione di qualche raro caso, non si hanno resti di villaggi, di insediamenti protrattisi per un periodo più o meno lungo. Nel neolitico si presenta quanto si ripeterà più tardi nell’Eneolitico e nelle successive età dei metalli: si hanno chiari documenti di alcuni aspetti, come le cavernette sepolcrali, le statue-stele, le necropoli ad incinerazione, ma spesso manca l’aspetto più evidente e più concreto di una comunità, quali le tracce del villaggio, delle capanne, di quelle ceramiche e di quelle sedimentazioni che parlano della vita di tutti i giorni, del grado e del tipo di cultura.
Ma le ragioni di questo vuoto forse andranno cercate nella mancanza di appropriate ricerche e nella distruzione avvenuta nel tempo per la coincidenza di molti insediamenti con quelli posteriori, di età storica, romani, medievali e moderni; per l’estendersi delle colture agrarie, per il propagarsi del manto vegetale che, in molte parti, ha fagocitato e rivestito di un’ampia coltre sedimentaria gli antichi depositi. Se si pensa che insediamenti ben più consistenti, in solide murature, di età appena medioevale, sono oggi pressoché irriconoscibili e completamente scomparsi, non ci si deve meravigliare se le tracce di un semplice villaggio fatto di pali, di paglia,di fango e di frasche sono state completamente cancellate dalla fuga di tanti millenni.
Lo strumento litico di questo periodo è l’ascia in pietra verde, molto dura e sempre levigatissima. È caratterizzata dall’orlo ben tagliente e dall’estremità opposta appuntita. Talvolta (vedi quella di Massa) ha un piccolo foro laterale per facilitare, forse, l’immanicamento. La loro presenza, sparsa un po’ in tutto il territorio, sembra dare la misura di un vasto popolamento e dell’uso che i neoagricoltori ne facevano. Si deve tener presente, però, che tali strumenti perdurano anche nelle successive fasi dell’Eneolitico e del Bronzo.
Questi singolari attrezzi, tanto peculiari di tutto il Neolitico, si sono trovati in modo particolare lungo la costa: all’Olivo di nei pressi del santuario di S. Bernardino (Cinque Terre), a Sarzana a Massa; ma anche nell’interno, come a Fornoli e al « Castagnolo », alpestre località sopra Resceto, nel Comune di Massa. Purtroppo di quest’ultima ascia non si hanno molte notizie ed oggi è andata perduta. È stata scoperta durante il dissodamento di terreni per dare nuovo spazio all’agricoltura quando, tra le due guerre, la crisi del marmo aveva distrutto l’economia apuana. Se ne è parlato come di un’ascia molto tipica’ forse di dimensioni leggermente superiori alla media.
Ancora più a sud, sono presenti vari tipi di asce nel lago di Massaciuccoli. Da segnalare anche quella che sembra essere stata un’ascia, frammentaria, « riconosciuta » tra il materiale proveniente dal Castellaro di Pignone.
Frecce e schegge di diaspro, di molto dubbia ed incerta attribuzione, sono state rinvenute sul monte Castellana ed alla Rocchetta, rispettivamente ad occidente e a levante del golfo della Spezia; nella Val di Magra sono segnalate agli stretti di Giaredo (Pontremoli) e alla Quercia (Aulla).
Una più consistente traccia di questo periodo sembra ancora documentata a Massa, nelle stesse località che hanno dato resti del Paleolitico. Probabilmente gli insediamenti erano a monte, nelle pendici collinari soprastanti la Rocca. Il ruscellamento provocato dalle piogge convoglia questo materiale, di anno ln anno, nel canale di Torano e di qui nella pianura e al mare. II rinvenimento si deve ancora a M. Fabbri:
- piccola ascia in serpentina verde con rozzo foro da un lato;
- utensile in selce nero-bruno, su lama, con ritocco marginale, unilaterale e unifacciale;
- punteruolo su lama, levigato ai bordi, senza ritocchi, logorato per fluitazione;
- manufatto siliceo bruno rossiccio, su lama, senza ritocco; piano di percussione artificialmente ritoccato;
- pendaglio molto levigato in calcare grigio-ferro scuro; alla estremità presenta un foro di pochi millimetri, molto svasato d’ambo i lati. Il bordo del foro è molto corroso e fa pensare ad un lungo uso. Questo pendaglio, purtroppo, nel 1979 è stato rubato insieme all’altro materiale fittile che si trovava nella stessa vetrina del Castello Malaspina di Massa. Recuperato poi dalla polizia tutto il materiale, soltanto questo pendaglio ci è stato restituito rotto e mutilo della parte col foro;
- nucleo siliceo di color rosso; alla base presenta il cortice con piano di lavorazione naturale;
- utensile siliceo di colore bianco giallastro; non presenta piano di distacco, né il bulbo; una faccia è coperta dal cortice;
- raschiatoio su scheggia con ritocco grossolano e invadente che lo copre quasi interamente; non presenta bulbo di distacco.
Sono certamente pochi strumenti, pochi e scarsamente rappresentativi per significare qualche cosa, ma insieme a quelli già ricordati dei periodi precedenti sembrano il segno di una presenza sporadica che, a distanza di tanto tempo, si ripete in una posizione che rappresenta qualche cosa di particolarmente significativo nell’antica storia del popolamento apuano.
In passato si era pensato al Neolitico per gli strati superiori della Tecchia di Equi ed anche per la Tecchia di Tenerano, materiale che oggi si pensa più propriamente di considerare eneolitico.
La Grotta all’Onda già più volte ricordata, in Versilia, ha avuto un insediamento anche nel Neolitico ed il suo studio ha portato a valutazioni che non sono sempre state pacifiche. La complessa storia degli scavi e delle attribuzioni è stata così sintetizzata da P. Mencacci e M. Zecchini che riportano R. Grifoni Cremonesi: « Il Patroni attribuì tutto il complesso al Neolitico ed escluse la possibilità che vi fossero influssi eneolitici nei vasi decorati a graffito. La Laviosa Zambotti accennò ad eventuali influenze balcaniche, soprattutto in base alla presenza del frammento dipinto. Il Bernabò Brea inquadrò le ceramiche nel Neolitico medio ed escluse che vi fossero tra esse ceramiche impresse… e attribuì i frammenti graffiti a un aspetto attardato della Lagozza con probabili influenze del vaso campaniforme e citò a questo proposito i vasi di San Bartolomeo in Sardegna. Il Guerreschi attribuisce tutte le ceramiche a un Neolitico medio di fase evoluta e confronta le bugne forate e i tubercoli sotto l’orlo con elementi simili a quelli della Lagozza, di Besnate e dell’Isolino Varese. Secondo il Trump la ceramica a cordoni, adibita ad uso di cucina, perdura fino all’Eneolitico e all’Età del bronzo e cita a sostegno della sua tesi le associazioni di tale ceramica con oggetti eneolitici di Vecchiano, Maggiano, Equi e Grotta all’Onda stessa. R. Grifoni Cremonesi precisa poi che insieme alla massa di frammenti a unghiate, comuni a quasi tutte le stazioni neolitiche italiane, nello strato I di Grotta all’Onda compaiono elementi della Linearbankeramik, della Lagozza, eneolitici e di tipo protovillanoviano ».
A. M. Radmilli, infine, afferma che nella caverna delle Apuane « è manifesta la presenza della cultura lagozziana, ma sono presenti anche ceramiche che, per la forma e la decorazione, esulano dalle culture che fino ad ora conosciamo » e ribadisce che, oggi, « sappiamo solamente che le genti che fabbricavano la ceramica tipo Grotta all’Onda abitarono la Toscana prima della popolazione della Lagozza”.
Per tutte queste ragioni la Grotta all’Onda è certamente una delle più interessanti del gruppo apuano. Non molto pacificamente col suo nome si è chiamato un particolare tipo di ceramica. Ma l’interesse maggiore è dato anche dal lungo e ripetuto insediamento. L’uomo ha lasciato tracce di sé nel Paleolitico, nel Neolitico con le varie culture indicate dalla ceramica lineare, quelle dette della « Grotta all’Onda », della Lagozza e di Ripoli. Poi è stata ancora abitata nell’Eneolitico, nell’Età del bronzo e in quella del ferro.
Qualche cosa di simile è accaduto nella zona delle « cave di sabbia », poco a monte di Viareggio. Anche il Neolitico, con ceramica tipica della cultura della Lagozza, oltre ad altro materiale litico, è emerso da questa veramente inesauribile miniera di materiale archeologico.
Viene ora segnalato (la prima scoperta è di Marcello Gozzi) un insediamento neolitico nella zona di Suvero nell’alta Val di Vara. Il materiale e lo scavo sono curati da R. Maggi, della Soprintendenza Archeologica della Liguria.
L’ ENEOLITICO
Dal 2800 al 1800 a.C. circa.
È il periodo di trapasso dal Neolitico all’Età del bronzo. Si chiama Eneolitico perché compare il primo metallo: il rame. Segna un nuovo, profondo e sconvolgente impulso gente impulso nelle culture per l’arrivo di nuovi elementi e di nuove popolazioni dall’Anatolia, dall’Egeo e dall’Iberia.
L’economia è basata sull’agricoltura, la pastorizia, la caccia, il commercio.
Insediamenti in villaggi e grotte. Nuove forme nella ceramica a impasto rosso e nero, più o meno fine.
Inizia l’impiego del rame per fabbricare asce piatte, spilloni, pugnali. continua tuttavia l’industria litica che raggiunge la massima perfezione nella lavorazione delle punte di freccia. L’arco è arma molto diffusa.
Inumazione collettiva o singola dei defunti entro caverne sepolcrali, grotticelle artificiali o dolmen.
L’ ENEOLITICO IN LUNIGIANA
In Lunigiana l’Eneolitico sembra prevalentemente derivare dalla cultura di Remedello.
L’economia si basa più sulla pastorizia che sull’agricoltura. Frequenti sono gli scambi commerciali tra le popolazioni della marina e quelle dell’interno. Notevole anche l’influsso culturale che perviene dall’oltregiogo emiliano.
I morti sono seppelliti nelle caverne o nelle grotticelle.
Risalgono a questo periodo, probabilmente, le statue-stele del gruppo A.
Insediamenti, sepolture o tracce di questo periodo si trovano a: Palmaria,
Tecchia di Equi Terme, (Fivizzano ), Tana del della Volpe (Casola Lunigiana), Tecchia della Gabellaccia (Carrara), Luni, Valle del Serchio (in numerose località, Versilia (in numerose località).
Per la Lunigiana si tratta di un periodo molto importante perché, quasi certamente, vede il primo apparire di quel fenomeno che sarà poi peculiare della tarda preistoria e della protostoria regionale: le statue-stele. Importante anche perché si delinea un aspetto culturale abbastanza uniforme e comune a tutta la Toscana Settentrionale. A questo punto il modo di seppellire i morti, il tipo di lavorazione della pietra, l’armamento, gli amuleti, la ceramica, le deboli tracce di un particolare rito funebre, tutte queste cose sembrano identiche all’ampia area eneolitica che ha riferimenti con la Liguria, l’Italia settentrionale, la Toscana, ma inizia anche in questo periodo un elemento nuovo che rimarrà a lungo nel culto e nella tradizione e che tutte le contermini regioni ignorano; non ce ne sappiamo rendere conto con esattezza, ma la diffusione e la lenta evoluzione del megalitismo antropomorfo, che scomparirà soltanto con la romanizzazione nel II sec. a.C., inizia ad opera delle popolazioni che seppellivano i morti nelle caverne, da Equi Terme all’isola Palmaria.
Vedremo meglio, e più specificamente, questo tipo di sepoltura con la Tana della Volpe di Equi, qui vorremmo soltanto sottolineare che in qualche caso sembra affiorare la traccia di un particolare rito che era associato al fuoco. Si trovano infatti ossa, con tracce di combustione, nelle sepolture della Tecchia di Equi e della Grotta dei Colombi nell’isola Palmaria. Non è certamente un fatto casuale ma ricorrente giacché figura anche in coeve sepolture quali lo Spacco delle Monete di Vecchiano e dello Scoglietto, ed è stato inoltre segnalato in numerose altre località. È questa, dunque, una prima forma rituale di quelle popolazioni che poi, con le statue-stele, mostreranno di avere notevole e spiccata la sfera della spiritualità.
Forse per difetto nella tecnica di scavo non abbiamo notizie sicure sulle sepolture della Tecchia di Equi Terme. Il De Stefani ci fa sapere che le ossa da lui raccolte dovevano appartenere ad una trentina di individui. Il corredo è dato da 5 cuspidi di freccia e da 6 chicchi di monile in marmo bianco. La ceramica è rappresentata da alcuni frammenti appartenenti a vasi « a fondo piatto, generalmente panciuti ». L’impasto è granuloso, in parte molto spesso, con molte impurità; alcune altre ceramiche, invece, sono più sottili e furono lisciate alla stecca ed ornate o con striature, o con cordoncini applicati e pizzicati con le unghie, o con solchi incisi. Ritroveremo questa stessa ceramica in altri contesti meglio definibili tipologicamente. Non mancano neppure qui le piccole piastrine di conchiglie forate, che sono presenti nella Tana della Volpe.
Anche la Tecchia di Tenerano sembra che sia stata utilizzata per sepolture, a giudicare da una memoria lasciata da I. Cocchi. Noi pensiamo che questa grande caverna, un autentico antro di Polifemo per le sue eccezionali dimensioni, possa serbare nuovi aspetti per la preistoria della Lunigiana qualora la si esplorasse sistematicamente. Allo stato attuale si conoscono soltanto pochi frammenti di ceramica giudicati di tipo identico a quella di Equi. Per questa ragione si è pensato che non sia stata mai abitata, ma usata saltuariamente da eneolitici di passaggio.
Per la Grotta dei Colombi nell’isola Palmaria rimandiamo a quanto già detto parlando del Paleolitico superiore.
Più labile traccia dell’Eneolitico nella pianura costiera è data dalla presenza di un pugnale in diaspro rosso con finissimo ritocco bifacciale, associato ad una punta di freccia di analoga accurata fattura. Sono stati trovati entrambi presso le mura della città romana di Luni, senza una precisa indicazione del rinvenimento e della loro giacitura. Il fatto piuttosto singolare è il richiamo alla tecnica di Rinaldone anziché a quella di Remedello. Quest’ultima pare piuttosto dominante in tutta la parte settentrionale delle Alpi Apuane, mentre Rinaldone sembra sovrapporsi soltanto in quella meridionale.
L’ ETÀ DEL BRONZO
dal 1800 al 1100 a.C. circa.
Questo periodo è interessato e caratterizzato da due grandi culture:
POLADA: sul lago di Garda. Cultura permeata di antiche tradizioni neolitiche di origini europee. Villaggi su palafitte in laghi o paludi. Piroghe in quercia. Strumenti di pietra ed osso. Pugnali, spilloni, ami da pesca in metallo. Ceramica di impasto grossolano e forme irregolari.
APPENNINO: È la prima cultura che per estensione, compattezza ed originalità può essere definita « italica». Si sviluppa attorno al 1600 a.C. ed ha una economia pastorale-agricola. Villaggi di capanne circolari e accampamenti temporanei. Strumenti d’osso. Pugnali, spade, coltelli, asce, fibule di bronzo. Bella ceramica con decorazioni a meandro e a spirale, funzionale per l’attività pastorale (bollitori per il latte, ecc.).
Nei secoli XIII e XI si espande verso sud e verso nord, ove si incontra nella Padana con la cultura delle Terremare, villaggi di capanne o palafitte racchiusi entro argini di terra. Economia prevalentemente agricola.
Nel periodo di transizione dall’Età del Bronzo all’Età del Ferro si afferma il rito dell’incinerazione. Intenso sviluppo e altissima fioritura della metallurgia nei ‘secoli X e IX.
In Sardegna si sviluppa per conto proprio la originale e splendida civiltà dei Nuraghi.
L’ ETÀ DEL BRONZO IN LUNIGIANA
Popolazione protoligure a carattere mediterraneo (Camitico-Ibero-Liguri).
Si diffondono le statue-stele del gruppo intermedio (Gruppo B). A Minucciano insediamento religioso con tre statue-stele.
Tracce di abitati nei castellari di Zignago, Pignone, Pieve San Lorenzo, Gabellaccia. Reperti isolati a Rossano, Migliarina, Sarzana, Fivizzano, Pariana (Massa).
Nella Val-di—Serchio: Grotte dei Pipistrelli, della Guerra (Corfino); Grotta di Monte Croce (Piazza al Serchio); Puglianella (Camporgiano); Buca di Castelvenere (Gallicano), Buca-Tana di Maggiano, Val di Castello (Camaiore).
Liguria orientale e Appennino: Val Frascorese (Castiglion Chiavarese); Rocche di Drusco (Bedonia – Parma).
Statue-stele a Filetto, Malgrate, Scorcetoli, Sorano, Venelia, Castagneta, Verrucola, Taponecco, Canossa, Treschietto.
Fino a pochi anni fa I’Età del Bronzo in Lunigiana sembrava pressoché inesistente. Le nostre cognizioni si limitavano ai due pugnali in bronzo trovati a Sarzana, ad un puntale di lancia rinvenuto nella piana di Migliarina (La Spezia) e al deposito di bronzi scoperti in una piccola tecchia presso Pariana (Massa). Più a nord, in Liguria, a Loto presso Sestri Levante, si conoscevano un’armilla insieme ad un puntale di lancia, una piastrella peduncolata e un pane di rame greggio. Poche e modestissime cose per avere un’idea delle popolazioni che abitarono le nostre valli tra l’Eneolitico e l’Età del Ferro, praticamente tra l’Eneolitico e la protostoria.
Per la verità i due pugnali di Sarzana, che conosciamo soltanto attraverso la descrizione ed una fotografia di U. Mazzini, sono due ottimi esemplari. Uno è a lama triangolare piuttosto stretta, con costolatura centrale e con due fori per la immanicatura sul lato prossimale. Si direbbe veramente di tipo eneolitico, molto remedelliano e molto vicino a quelli di Borgo Ripola o di Fontanella Mantovana, se la forma non fosse molto generale e persistente. L’altro, invece, è proprio tipico del Bronzo. La sua lama è leggermente espansa ed il lato prossimale è modellato; porta due fori di applicazione orizzontali nella parte vicina alla lama e due verticali lungo l’impugnatura. La forma della lama, espansa, ricorda il pugnale del medio Bronzo trovato presso Morges in Svizzera. Ma il sistema di attacco delle guance (lignee o ossee) all’anima dell’impugnatura è identico a quello dei pugnali micenei provenienti da Katritza, Necromauteion, Kalbaki e Paramytya.
A parte questi modesti elementi rimanevano, è vero, le statue-stele, numerosi ed enigmatici monumenti, che proprio per il tipo di alcune armi che recavano incise si auto datavano a questo periodo; ma la mancanza di ogni contesto archeologico le indicavano, ed in parte le indicano ancora, come espressione di un popolo che sembra scomparso senza lasciare altra traccia di sé. Ma l’esperienza di questi ultimi anni, ricchi di fervore nella ricerca e nei risultati, ci deve ammonire ad essere cauti nelle affrettate affermazioni. Ciò che non si è trovato in lunghi decenni appare talvolta improvvisamente, e riempie vuoti che sembravano incolmabili, e piano piano, si riesce così a ricomporre il grande mosaico del nostro passato.
Basterebbe pensare alla topografia storica immaginata da Luisa Banti per la Lunigiana, poco più di cinquant’anni fa, per vedere come le nuove scoperte abbiano oggi radicalmente trasformato le sue concezioni.
Noi ripensiamo anche, a tempi ancora più vicini, quando Nino Lamboglia non riusciva a vedere la successione cronologica della vita apuana nel passaggio dalla tarda preistoria alla protostoria perché gli mancava un elemento di valutazione fondamentale: l’età del Bronzo.
Ora questo hiatus si sta colmando anche se, naturalmente, perdurano ancora, e forse perdureranno ancora a lungo, non pochi vuoti e non poche incertezze.
Si pensi alla tomba di Rossano (Zeri), che oggi si pone nel periodo del tardo Bronzo, per il tipo di ceramica che richiama strettamente quella di Canegrate ed anche per la sua deposizione in piena terra, ancora uguale a quella dei «campi di urne ».
Possiamo dire che una nuova fase nella conoscenza dell’età del Bronzo incomincia in Lunigiana, in questo dopoguerra, ad opera di G. Bellani con lo scavo del Castellaro di Pignone. Incoraggiato e sostenuto da Ubaldo Formentini, forse solo con lo scopo iniziale di conoscere se al toponimo corrispondeva un reale insediamento, G. Bellani ha iniziato da solo e con non indifferenti sacrifici la ricerca su quel colle che, già tra le due guerre, sempre su consiglio di U. Formentini, L. Bernabè Brea aveva studiato nel 1941. Successivamente le ricerche sono continuate a cura della Soprintendenza alle Antichità della Liguria, sotto la direzione di T. Mannoni e di R. Scarani.
Anche se il materiale è in gran parte ancora allo studio, è possibile configurare, in un orizzonte generalmente molto avanzato dell’età del Ferro (indicato alcuni anche da un obolo cisalpino, II – I sec. A.C., e da un asse repubblicano, 229-175 a.C.) alcuni elementi ceramici che hanno stretti legami con la tradizione del Bronzo.
L’ ETÀ DEL FERRO
Da circa 900 a.C. alla romanizzazione.
Le diverse culture regionali, che affiorano a partire dal IX secolo a.C., corrispondono al progressivo definirsi etnico-linguistico dei popoli italici vissuti in epoca storica nei rispettivi territori.
Nell’ VIII secolo la colonizzazione greca introduce la scrittura, l’organizzazione urbana e tutti gli altri elementi propri delle grandi civiltà.
Economia basata sull’agricoltura, la pastorizia, il commercio.
Villaggi di capanne, a volte in luoghi naturalmente forti, o fortificati. Sepolture a Incinerazione ln urna con corredo contenuto in pozzetto o « cassetta » di lastre di pietra. (Urne in ceramica, biconiche, globulari, a forma di capanna).
Prime armi di ferro. Largo impiego del bronzo nella fabbricazione di fibule di varia forma (spille per fermare gli abiti), rasoi, coltelli, spade, elmi, tazze e bacini, diversi tipi di monili (in catenelle, pendagli, anelli, braccialetti ecc.).
La ceramica imita spesso i recipienti di metallo più pregiati, sia nell’aspetto (nero lucido) che nelle forme (carenature e spigoli vivi).
L’ ETÀ DEL FERRO IN LUNIGIANA
Dalla preistoria si entra nella protostoria.
Popolazioni ambroliguri o neoliguri, dette in grande parte Liguri Apuani e così descritte da Diodoro Siculo (80-20 a.C.):
« I liguri abitano una terra aspra e del tutto sterile e vivono una vita dura e disagiata in mezzo alle fatiche e al continuo lavoro per la comunità… II continuo esercizio fisico e la sobrietà del nutrimento rendono i loro corpi esili e robusti a un tempo… Conservano i modi di vita primitivi e lontani da ogni comodità: le donne sono forti e vigorose come gli uomini, gli uomini come le fiere; e si suol dire che nei combattimenti il più corpulento dei Galli la cede ad un gracile ligure… e sono valenti ed ardimentosi non solo in guerra, ma anche in tutte le altre più rischiose attività: si danno alla navigazione nei mari sardi e africani, sfidano arditamente i più gravi pericoli ».
La fauna selvatica era come l’attuale con in più orsi e lupi.
Il territorio era suddiviso in « conciliaboli » che erano unità etnico-territoriali composte, a loro volta, da vici (villaggi) e da castellari (insediamenti stabili o temporanei su alture dove la popolazione si rifugiava per difendersi dalle tribù e dagli eserciti nemici ed usati fino alle guerre Romano – Liguri: Pieve San Lorenzo, Zignago, Castelfermo, Pignone, Cassano, ecc.).
Sepolcreti ad incinerazione composti da « tombe a cassetta » con vasi cinerari e corredo: Canossa, Filattiera, Ponzolo, Pegazzano, Madrignano, Genicciola, Cirimea, Ameglia, S. Romano, Villacollemandina, Filicaia, Levigliani, Castagnola, Levanto, Baccatoio, Poggio, Magliano.
Sono di questo periodo le statue-stele del gruppo C: Filetto, Reusa, Soliera, Bigliolo, Montecorto, Zignago.
Le nostre conoscenze sulle popolazioni della Lunigiana durante l’Età del ferro, sono date da quattro elementi fondamentali:
- le « tombe a cassetta »;
- i « castellari »;
- le statue-stele del gruppo C;
- la storiografia romana.
Da quest’ultimo elemento, come dato di conoscenza per popolazioni che fino ad ora conoscevamo soltanto attraverso incerti reperti archeologici, ci rendiamo conto come, a questo punto, si stia entrando nella protostoria.
LE TOMBE A CASSETTA
Sono le testimonianze del rito dell’incinerazione che è stato praticato in maniera costante ed esclusiva in tutta la Lunigiana.
È una pratica che deriva dai famosi « campi di urne », cioè dalle grandi necropoli ad incinerazione, comuni ad un gruppo di culture dell’età del Bronzo europee. In Italia furono portate dal popolo delle Terremare e dal settentrione si diffusero poi in tutta la penisola.
Ma mentre altrove il rito della inumazione convive parallelamente con questo, nella Liguria orientale l’incinerazione è esclusiva e si ripete invariabilmente senza apprezzabili varianti per lunghi secoli. Si mantiene nella sostanza anche dopo la romanizzazione con la sola variante del materiale: non più lastre di pietra ma tegoloni, non più rozza ceramica locale, ma vasi accessori e cinerari in uso nel mondo romano.
Oggi chiamiamo questo tipo di tombe « a cassetta » perché sono costituite da un pozzetto lapideo fatto con 6 rozze lastre di pietra locale, delle quali 4 costituiscono le pareti e due il fondo e il coperchio. A questo tipo, che è certamente il più elementare, ma anche il più diffuso, si accompagnano altre forme che sono varianti, più o meno elaborate, con differenze che sembrano rispettare sempre la sostanza del rito: le lastre possono essere più di 6, ma il cinerario o i cinerari possono essere messi anche in piena terra (Rossano di Zeri), senza la protezione delle lastre: si tratta di un caso unico, ascrivibile al tardo Bronzo.
Talvolta, tutto attorno, possono avere una protezione di pietre, come un vero e proprio drenaggio, che le copre interamente, con un segnacolo subpiramidale alla sommità (Genicciola).
Ma prima di tratteggiare i particolari delle tombe, vediamo come si doveva svolgere il rito funebre. Abbiamo un esempio classico che per tutti, più o meno rappresenta un ricordo scolastico: sono i funerali di Ettore quali ce li descrive Omero nell’Iliade. Ricordiamoli brevemente:
per ben nove giorni i Troiani tagliano la legna nei boschi e ne fanno una grande catasta, poi
come rifulse su la terra il raggio della decima aurora, lagrimando dal feretro levar del valoroso Ettorre il corpo, e postolo sul rogo, il fuoco vi destar. Riapparita la rosea figlia del mattin, s’accolse il popolo d’intorno all’alta pira. E pria con onde di purpureo vino tutte estinser le brage. Indi per tutto queto il foco, i fratelli e i fidi amici pieni il volto di pianto e sospirosi raccolsero le bianche ossa, e composte in urna d’oro, le coprir d’un molle cremisino. Ciò fatto, in cava buca la poser, e di spesse e grandi pietre un lastricato vi fero, e prestamente il tumulo elevar . . .Questi furo gli estremi onor renduti al domatore di cavalli Ettorre.
Questo quadro, drammatico e triste, è certamente una poetica, ma realistica rappresentazione di quello stesso rito funebre che, per tutta l’età del Ferro, e dopo, si è svolto invariabilmente nelle nostre vallate, ai margini dei vici e dei castellari, nelle radure dei boschi. Dalla descrizione di Omero, che rappresenta una società ancora più arcaica, risalente all’età del Bronzo, possiamo avere dei particolari sul rito che oggi le nostre « tombe a cassetta » non sanno darci.
Dopo aver innalzato la grande pira, che, probabilmente, ha proporzioni e dimensioni connesse col rango dell’estinto, il fuoco viene appiccato alle prime ore del mattino; questa parte della cerimonia è fatta alla presenza di tutto il popolo. Soltanto al mattino seguente, dopo essersi assicurati che il fuoco sia interamente estinto (e le ultime braci vengono spente non con l’acqua ma col vino) « i fratelli ed i fidi amici » hanno il mesto compito di raccogliere i frammenti delle ossa e delle suppellettili non consumati. Il tutto viene riposto in un’urna, che, in questo caso, è addirittura d’oro. Coperta da un morbido panno rosso, questa viene deposta in una fossa, scavata nel terreno e subito viene protetta da un lastricato di pietre e da un tumulo.
La deposizione in piena terra fa pensare ai « campi d’urne » ed anche alla tomba di Rossano, rispetto alle quali la « cassetta », sia pure elementare e semplicissima, è una forma più evoluta.
Le dimensioni delle tombe possono variare da 2 metri a 45 centimetri di lunghezza e da un metro a 25 centimetri di larghezza circa. Le più grandi sono quelle di Ameglia (dell’ultima scoperta) e quella di Pariana, sopra Massa. Le più piccole sono alcune versiliesi e garfagnine.
Talvolta la tomba veniva costruita nello stesso luogo del rogo; larghi letti carboniosi si stendono attorno alla fossa che custodisce la « cassetta » (S. Romano, Ameglia) ma nella maggioranza dei casi sembra che i due luoghi fossero diversi.
Il rito doveva prevedere la raccolta delle ossa non consumate con un po’ di cenere e qualche carbone, oltre, naturalmente, gli oggetti del corredo, del vestiario, le armi. Il cinerario poteva essere unico o in numero variabile. Nella stessa tomba generalmente sembra che sia stato deposto un solo morto, ma in molti casi sono più di uno. Talvolta un adulto ed un bambino.
Le urne generalmente hanno un corpo tondeggiante, anche globulare, senza piede o col piede ad anello, senza anse, qualche volta anche senza collo (Ponzolo, Levigliani). L’impasto denunzia spesso una origine locale con un’argilla grigio- nerastra, color bufalo, ricca di impurità. Può essere anche grigio rossa, decorata a fasce rosse orizzontali (Ponzolo, Levigliani, Filicaia, Val Vaiana, Canossa, Villa Collemandina).
Il cinerario ha generalmente una ciottola-coperchio, spesso kylikes campana. può essere solo, ma spesso figurano anche uno o più vasi accessori. Una presenza quasi sempre costante è data dal vaso a « bicchiere ». Il suo impasto non si differenzia molto da quello del cinerario. Qualche volta la presenza di ossa di animali domestici fa pensare che il rito prevedesse anche un’offerta di cibo.
Alcune di queste ceramiche recano dei segni graffiti. La parola più compiuta è quella di San Romano con VIKA o AKIV se destrorsa.
Insieme alle ceneri venivano deposte nella tomba anche le armi dei guerrieri, gli ornamenti e i monili sopravvissuti al fuoco.
Numerose sono le punte di lancia o di giavellotto, coltelli, spade (Pegazzano, Ameglia), elmi (Pegazzano, Ameglia, Berceto), asce; sono un po’ le armi che portano scolpite le statue-stele di questo periodo.
Numerose sono le fibule che dovevano far parte dell’abbigliamento. A Genicciola, ma soprattutto in Garfagnana (Filicaia), figura una variante del tipo della Certosa; ha l’arco laminare, è fogliacea e termina con un bottoncino; ma non mancano tipi balestriformi, a scorpione, a cucchiaio; sono in bronzo, in ferro e, raramente, in argento.
Si possono trovare anche monili d’oro (Ameglia), agrafi di cinturone e numerosi bottoni in bronzo a profilo conico, con l’anellino di fissaggio nell’interno (Filicaia, Ponzolo, Levigliani, Castelvecchio Pascoli). Inoltre i tipici ornamenti femminili e maschili dell’epoca, armille, spirali, bulle d’ambra, vaghi di collana, fusaiole, pendagli, monili in pasta vitrea, anelli, ecc.
Le tombe più ricche, quelle con monili d’oro e d’argento, con vasi più raffinati, di importazione, si trovano sulla costa (Ameglia) o poco lontano. Sono evidente frutto del commercio e dei rapporti con popolazioni più evolute. Nell’interno le ceramiche e le suppellettili danno una idea di maggiore povertà, anche se alcuni cinerari (Ponzolo, Filicaia) mostrano una certa maturità tecnica ed artistica.
Scendendo in Versilia e nella pianura lucchese queste tombe mutano aspetto: una di Querceta è certamente etrusca. Entriamo così in una zona che è stata alterna vicenda dei Liguri e dei Rasenna.
Ai casi di tombe isolate (Rossano, Ponzolo, Filicaia), ma non si sa se anche queste facessero parte di un più numeroso contesto, si uniscono gruppi o addirittura vere necropoli, come è il caso di Genicciola, ove pare ve ne fossero una settantina. Un caso analogo sembra quello di Ameglia: già nel secolo scorso ed ai primi di questo sono venute in luce alcune tombe a cassetta in diverse località, ma una ben più ricca e completa necropoli è stata scoperta nel 1976 durante il corso di opere edili. Già distrutta in parte dai mezzi meccanici, la sua salvezza si deve alla segnalazione della sezione Lunense dell’Istituto Inter. di Studi Liguri.
Sentiamone una breve descrizione fatta dalle dottoresse A. M. Durante e G. Massari, responsabili dello scavo:
« La necropoli, nella parte conservataci dopo gli scassi in profondità effettuati per la costruzione di una piattaforma in cemento per una palestra, mostra un impianto costituito da due sequenze di recinti tombali orientati NO-SE.
Le sequenze per ora sono costituite ciascuna da tre strutture a secco a pianta quadrangolare e circolare, sormontate da un tumulo (accumulo di sassi disposti intenzionalmente a copertura della lastra di chiusura della cassetta litica), che attualmente risulta in parte asportato dai lavori agricoli dei secoli scorsi.
La cassetta è collocata all’interno del monumento ed è composta da sei lastre in pietra scistosa locale, che presentano spesso scanalature per l’incastro e la connessione.
Si tratta di tombe ad incinerazione, con una o più urne, contenenti le ceneri del morto; insieme si è rinvenuto, di solito, un ricco corredo di accompagnamento: coppe, bicchieri, ollette in ceramica locale e di importazione, oggetti ornamentali e di uso quotidiano.
Oltre al materiale vascolare si segnalano punte di lancia e spade con fodero, in ferro, oltre ad un elmo, sempre in ferro, con applicazioni in bronzo. Le prime furono collocate nella cassetta dopo essere state ripiegate e l’elmo dopo essere stato schiacciato, secondo un uso che trova riscontro con oggetti analoghi provenienti da altre zone liguri ed in genere settentrionali.
Inoltre ad una prima analisi della ceramica di importazione e di altri reperti, quali le fusaiole in pietra dura, gli orecchini d’oro, i vaghi di collana in vetro e in pasta vitrea, un anello in argento con sigillo, si intravvedono già alcune possibilità di collegamenti commerciali e culturali con aree centro meridionali, e in un periodo collocabile cronologicamente tra la metà del IV e III secolo a.C.
Per quanto riguarda la tecnica di costruzione è probabile che i recinti sfruttassero l’andamento del terreno senza livellamento preventivo del suolo antico; nel caso specifico quelli quadrangolari sono costituiti da muretti a secco, di solito in lastre scistose squadrate, che emergono notevolmente dal piano di calpestio, mentre in quelli circolari prevale l’uso di massi di roccia tenera e friabile non squadrata.
Il complesso più interessante, rappresentato dalle tombe 6 e 7, è costituito da una struttura rettangolare (ampliamento antico di un recinto originariamente a pianta quadrata?), cui si addossa, su uno dei lati brevi, un altro piccolo recinto: alla base si apre una nicchia di cui attualmente non è ancora chiarita la funzione.
Altri addossamenti sono stati riscontrati nel caso del recinto circolare della tomba n. 2; ai massi di delimitazione sud sono state appoggiate delle piccole cassette.
Il significato della diversità di pianta dei monumenti funerari rimane ancora in fase di interpretazione. Da un lato alcune costanti sembrano già acquisite: ad esempio la presenza di più cinerari accompagnati da elementi femminili di corredo nelle cassette dei recinti quadrangolari si contrappone al ritrovamento quasi sempre di un solo cinerario e di spade in quelle a recinti circolari.
Tuttavia alcuni dati sfuggono a questa classificazione; la tomba n. 11, in recinto quadrangolare, contiene un corredo chiaramente maschile con elmo, spade e lance, mentre la tomba n. 10 in recinto circolare ha restituito due cinerari ed elementi di corredo anche femminile.
Su queste basi si può avanzare con cautela l’ipotesi che naturalmente attende una verifica proporzionale dal conseguimento dell’indagine scientifica che le cassette in recinto circolare ed i relativi addossamenti fossero riservati ad individui di sesso maschile che svolsero nell’ambito di quella società un ruolo di preminenza, mentre le cassette in recinto quadrangolare potevano riguardare sepolture di individui appartenenti allo stesso nucleo familiare.
Nel complesso gli elementi raccolti offrono dati importanti per chiarire un periodo scarsamente noto dell’archeologia ligure; ed inoltre questi monumenti rappresentano un unicum attestato solo, per il periodo in considerazione, dai ritrovamenti ottocenteschi di Genicciola, andati però totalmente distrutti.
Il dato più interessante sui materiali di Ameglia in rapporto alle analisi osteologiche è che tutti gli oggetti di complemento del vestiario e della persona (comprendendo ad es. anche i cinturoni) sono di solito riferibili a donne. Nelle tombe esclusivamente maschili si può notare come essi avessero per lo più solo una fibula e poi, ovviamente, le armi. Sembra inoltre – come linea di tendenza – che, specie nel caso di tombe multiple, il cinerario dell’uomo venisse in certo modo indicato (ad es. inserendo nel vaso la cuspide della lancia). Il numero massimo finora constatato di incinerati nella stessa tomba è di tre.
La cronologia della necropoli rimane della prima metà del III secolo a.C. (forse con qualche elemento di fine IV, ma insieme a materiale del III). Più recente dovrebbe essere una delle tombe trovate nella campagna di scavo del 1979 per due ragioni principali: stratigrafica (pare già su un livello di interro rispetto a tutte le altre tombe) e strutturale (è composta di tegole in laterizio). Presenta inoltre la caratteristica di essere stata costruita all’interno della fossa del rogo. Purtroppo non ha corredo ».
Questo rilevante materiale riesce già a darci numerose informazioni sulle Popolazioni della Liguria orientale anche se non risponde, naturalmente, a tutti gli interrogativi che ci siamo posti sui Liguri-apuani, sulle loro origini e sulla loro vera identità.
Le nostre « tombe a cassetta », in gruppi o isolate, nelle valli e sulle montagne, vengono a collocarsi al centro tra due ben più ricche e ben più estese necropoli dell’età del Ferro: quella di Chiavari e quella, purtroppo andata distrutta, del Baccatoio, in Versilia. La prima, accuratamente scavata e studiata dal prof. Lamboglia, è stata in grado di rispondere ad alcune delle domande sulla Liguria Protostorica e di aprire una improvvisa luce sopra un mondo che sembrava scomparso per sempre.
Per N. Lamboglia ‘la necropoli di Chiavari è « l’unica, ma eccezionale e monumentale, testimonianza della vita e della civiltà dei Liguri nella prima metà del primo millennio a.C., poiché, dal complesso degli elementi di confronto per tutti gli oggetti scoperti, essa si può datare fra la fine del l’VIII e la fine del VII secolo a.C. Le tombe ad incinerazione, entro urne spesso abbinate e protette da una cassetta in lastre di ardesia, sono a loro volta comprese entro un recinto isolato o un sistema di recinti prefabbricati, che formano un complesso di valore architettonico, per quanto rudimentale e primitivo. I corredi però sono singolarmente ricchi e vari e comprendono, accanto alla ceramica di certa produzione locale, oggetti di importazione, da regioni vicine e lontane, pertinenti in genere all’area tirrenica, non senza prodotti preziosi di provenienza transmarina.
Dalla scoperta della necropoli è derivato un autentico capovolgimento nella conoscenza e nella valutazione della civiltà dei Liguri della prima età del Ferro, in quanto, mentre si riteneva fino a ieri che la zona montana delle due Riviere fosse rimasta, fino all’arrivo delle prime colonizzazioni greche e delle influenze etrusche, un’area marginale e attardata rispetto al resto del mondo italico e padano, e si era inclini a considerare la Liguria della prima Età del ferro come un’appendice della cosiddetta civiltà di Golasecca, oggi è chiaro che, lungo la costa, e presumibilmente non soltanto a Chiavari, i Liguri avevano accolto e sviluppato elementi di una civiltà marinara e composita, ma tuttavia dotata, come appare dal modo e dagli oggetti di abbigliamento, dalle stesse armi, dallo sfruttamento locale dell’ardesia che è abbondante nella zona (Lavagna), di una spiccata personalità propria, sebbene aperta a tutte le correnti transmarine ».
La necropoli è formata di 125 tombe, raccolte e racchiuse entro 95 recinti prefabbricati, di cui la maggior parte quadrangolari, tre eccezionalmente circolari, evidentemente dei capi o personaggi notabili. Gli oggetti recuperati sono oltre 4.000. Essa « trova sempre più i suoi rapporti più diretti con l’area pisano-lunense e in genere tirrenica, di cui la sua facies appare come un prolungamento, tuttavia a se stante”.
Più a sud dell’area lunense, nella zona di Pietrasanta, nel 1861, durante i lavori di costruzione della ferrovia Pisa-La Spezia, è venuto in luce ed è stato interamente distrutto un sepolcreto che, dalla descrizione pervenutaci, aveva strettissime relazioni tipologiche con quello di Chiavari. Anche in questo caso si parla di oltre 50 tombe. Chiavari e il Baccatoio ci fanno pensare che i Liguri non vivessero soltanto per vicos et castella, ma che, sebbene in maniera limitata, disponessero anche di veri centri con una certa consistenza.
Secondo Lamboglia Chiavari ed il Baccatoio dicono anche « che in questo settore del mondo ligure il rito dell’incinerazione non penetrò tardivamente, assorbendovi gli ultimi resti mediterranei della Liguria del Bronzo, né con caratteri decadenti o ritardatari, ma già fra il 1000 e l’ 800 a.C., cioè prima dell’avvento della potenza politica e culturale degli Etruschi, determinandovi una fioritura di civiltà autoctona strettamente legata alla facies peninsulare, marittima e soprattutto, toscana della prima età del Ferro, ma già distinta da essa sia per il rito sia per la cremazione e diffusione di prodotti propri, quali si rivelano attraverso la straordinaria varietà delle urne di Chiavari. Furono secoli di pacifica vita marinara e terriera, svoltasi attraverso eventi storici ed etnici ignoti, ben prima che il fenomeno etrusco desse un nome e una funzione preponderante al litorale toscano ».
Ma Chiavari ed il Baccatoio sono due significative testimonianze liguri del primo Ferro che rimangono completamente isolate. Dopo di loro viene un vuoto di tre o quattro secoli colmato soltanto dalle statue-stele del gruppo C (VI-V secolo a.C.). Per Jean Arnal (1976) questo non è un problema: quelle statue-stele vogliono dire che in Lunigiana sono arrivati gli Etruschi. Indubbiamente i recenti e gli antichi ritrovamenti della Versilia e quelli della Val di Serchio tendono oggi a valutare diversamente l’apporto etrusco nell’area ligure. Forse il « rinnovamento culturale » che ha abbattuto la Minucciano III viene dal sud anziché dal nord? Pensiamo che allo stato attuale delle nostre conoscenze sia prematuro parlare di una vera e propria sovrapposizione etnica.
Non la dimostra certamente qualche bucchero, che può essere naturale frutto degli scambi commerciali. Inoltre le statue-stele sono ancora la prova evidente di un antico rito, divenuto quasi espressione di una autoctonia peculiare, conservativa e innovativa insieme, che invano ricercheremmo nell’area celtica e nell’area etrusca: sembrano la singolare e poderosa sintesi di tre diverse componenti etniche e culturali che in Lunigiana si fondono e vivono fino al massiccio ritorno (IV-III sec. a.C.) di quella preponderanza ligure che arriva fino alla romanizzazione.
Tratto da: Augusto C. Ambrosi – La Lunigiana: La Preistoria e la Romanizzazione – I – La preistoria – Centro aullese di ricerche e di studi lunigianesi – Aulla – 1981