“SANTI – GUARITORI”

di Riccardo Boggi

San Genesio e l’epilessia

Oratorio San Genesio - villafranca Lunigiana ( immagine tratta dal sito BEWEB.IT)
Oratorio San Genesio – villafranca Lunigiana ( immagine tratta dal sito BEWEB.IT)

« Avviene da tempo antico, che nelle notti più buie, alcuni disgraziati, colti da certa forma di epilessia, fuggano seminudi di casa e così, gemendo ed urlando, s’aggirino per i vicoli più stretti, nei luoghi più oscuri, rotolandosi per terra, con urla strazianti, paurosi d’essere visti e insofferenti di cure, violenti contro i soccorritori »; con queste parole Manfredo Giuliani introduceva il discorso sulla tradizione popolare, assai diffusa nel Pontremolese, del « lupomanaio », mitica figura popolare che adombra il dramma dell’epilessia, malattia che nel passato doveva essere particolarmente diffusa in Lunigiana, come prova la singolare fortuna del culto di san Genesio, il mimo romano, assunto nella tradizione locale a protettore degli epilettici (25).

Sono dedicati a san Genesio oratori a Zeri, Saliceto, Filetto e Casa Corvi, ma solo negli ultimi due il culto popolare è di notevole rilievo e richiama folle di pellegrini.

La vita leggendaria del santo, così come ci è tramandata dalla tradizione cattolica, non offre elementi per stabilire una connessione tra Genesio, attore romano convertitosi in scena, e l’epilessia. Tale scelta potrebbe essere giustificata mediante un rapporto tra l’iconografia del santo, rappresentato con uno strumento musicale, e la cura dell’epilessia operata nel Sud (26) attraverso la musicoterapia e l’ideologia del morso della tarantola; tuttavia la assoluta mancanza di documentazione locale non ci autorizza ad andare oltre una semplice ipotesi.

Anche la tradizione popolare lunigianese non offre molti elementi: a Filetto non esistono tradizioni relative alla vita del santo e a Casa Corvi si afferma semplicemente che Genesio fu colpito dal mal caduco, mentre recitava.

La connessione tra vita del santo e tipo di malattia curata, non sempre è vincolante e ciò spiega come uno stesso santo, in differenti contesti storici e sociali, possa essere assunto a protettore di diversi malanni.

Nel rituale per la benedizione degli infermi si fa riferimento all’uso indistinto delle reliquie dei santi, condizionato però « dalla fede dell’infermo a Dio, e sua divozione verso Maria Vergine, ed a quel Santo, da cui si brama esser difeso » (27)

All’ammalato era dunque lasciata la libertà di scegliere il santo da cui farsi proteggere e la reliquia con la quale il sacerdote « terminata l’orazione segnerà l’infermo; si lasciava in questo modo ampio spazio al diffondersi di culti locali, in rapporto a specifiche malattie, con « specializzazioni » diverse di reliquie di uno stesso santo.

A Casa Corvi la devozione popolare nei confronti di san Genesio si manifesta nell’ambito della tradizione, mentre a Filetto essa è andata profondamente trasformandosi di pari passo con la trasformazione della festa religiosa in importante fiera di merci e bestiame, all’interno della quale la devozione nel confronto del santo si è venuta sempre più affievolendo, al punto che da lungo tempo, la processione, avvertita come fatto distraente, è stata dapprima differita alla domenica successiva e poi soppressa e solo da quest’anno riproposta la domenica successiva.

A Casa Corvi il culto di san Genesio richiama ancora pellegrini dalla montagna pontremolese e parmense, vengono ancora portati a prendere la benedizione del santo bambini epilettici ed esiste ancora la consuetudine di lasciare al santo l’offerta di un po’ di grano; nel passato vigeva la consuetudine di pesare l’ammalato e di offrire alla divinità grano nella stessa quantità: ciò aveva la funzione di ristabilire un rapporto di parità con il santo che concedeva la grazia, ma aveva in cambio una quantità di grano che rappresentava simbolicamente l’ammalato e quantitativamente il suo peso corporeo.

Se l’ammalato aveva obblighi immediati nei confronti del santo, ogni famiglia della comunità in cui esso era venerato, avvertiva il bisogno di procurarsi la protezione del santo offrendo ai massari, che ne facevano appositamente questua, una piccola quantità di grano che, insieme a quella portata dai pellegrini, veniva venduto all’asta il giorno successivo alla festa.

A Filetto esiste ormai solo il ricordo di questa tradizione: gli ammalati portavano piccole quantità di grano e ripetevano l’offerta per 7-9 anni, avendo cura di acquistare il grano (quando non lo producevano) da una produttrice vedova (28),

Attorno all’oratorio-santuario di Casa Corvi si sviluppa una modesta attività commerciale, consistente in qualche osteria e pochi banchi di merciai ambulanti, ed il culmine della festa è ancora rappresentato dalla processione con la statua del santo.

A Filetto, fin dal XVII secolo, è documentata la consuetudine di un’importante fiera in occasione della solennità di san Genesio; ancora oggi la fiera di merci e bestiame richiama da tutta la vallata migliaia di persone che vi accorrono per le compere di stagione, per trovare svago nelle osterie improvvisate in recinti di frasche, o nelle feste da ballo. L’attrazione magico-religiosa del santuario è decisamente diminuita, rispetto al passato, anche se le celebrazioni liturgiche che si svolgono per tutta la giornata richiamano ancora folla, tanto che i devoti accendono in una sola giornata cinque-seimila candele e lasciano considerevoli somme in denaro, in cambio della protezione del santo. Tuttavia il momento religioso della processione nel castagneto, che rappresentava il culmine della festa, qualche anno fa fu differito alla domenica successiva. Di contro alla decadenza della componente religiosa tradizionale si avverte attualmente, più che nel passato, il prevalere e la continua crescita della componente economica, con numerosi banchi di venditori di dolciumi, giocattoli, tessuti, attrezzi agricoli, osterie improvvisate e festival organizzati dai partiti politici, evidente simbolo della progressiva « laicizzazione “dell’antica festa religiosa.

La fiera di san Genesio a Filetto e il tradizionale culto per lo stesso santo di Casa Corvi chiariscono, con il diverso contrapporsi all’interno delle due manifestazioni dell’aspetto devozionale e di quello economico, l’ambiguità culturale e religiosa della vallata.

San Terenziano, « i dolori e la febbre”

Oratorio di San Terenzano, Mignegno (Pontremoli)
Oratorio di San Terenziano

Il culto di san Terenziano ha i suoi centri principali in Mignegno di Pontremoli e Pieve di Bagnone, mentre per il culto di Bagnone non ci è stato possibile attingere a documenti storici, per quello di Mignegno è documentata la sua origine nel XVI secolo.

L’origine del culto e la fondazione dell’oratorio-santuario è da mettersi in relazione con la singolare fortuna che ebbe in Pontremoli, nel 1514, il francescano frate Tommaso da Osimo che, diretto in Lombardia, soggiorno alcuni giorni in città, tenendovi alcune prediche. Bernardino Campi scrive: « Proseguendo il suo viaggio, fu dal popolo processionalmente accompagnato per un buon miglio sino a piè dell’Appennino, ed ivi, dopo un breve e divoto discorso, gli diede la sua benedizione. In tal luogo vi fu poi edificato un oratorio in onore di san Terenziano, vescovo martire, e dipinta in esso l’immagine del detto religioso l’anno 1536. Quest’oratorio (…) è stato restaurato ed arricchito di molte reliquie da un devoto benefattore, fabbricandovi appresso un comodo eremitorio » (29).

La tradizione cattolica, relativa alla vita del santo, giustifica in questo caso la sua assunzione locale a protettore “dei dolori »: vescovo di Todi, Terenziano fu martire sotto Adriano nel II secolo, una diffusa passio medioevale lo vuole morto dopo atroci torture, tra cui la scarnificazione.

Proprio per le sue sofferenze san Terenziano, nella religiosità popolare, è avvertito come valido intercessore per la guarigione da ogni forma di dolore fisico; nel caso del culto di Mignegno la tradizione popolare conserva memoria di un evento che ha certamente contribuito ad alimentare la fiducia nel potere sovrannaturale dell’immagine ivi venerata.

Si racconta, infatti, che l’oratorio subì una totale distruzione da cui si salvò miracolosamente la statua del santo, da allora oggetto di una particolare devozione.

A san Terenziano di Mignegno, meta di una notevole folla di pellegrini, in occasione della festività del primo settembre, viene impartita la benedizione ad oggetti-ricordo (santini, portachiavi, ecc.) che i fedeli acquistano nella chiesa; mentre nel castagneto circostante viene effettuata per l’occasione una modesta fiera.

A Pieve di Bagnone, nello stesso giorno, in un castagneto nei pressi dell’oratorio intitolato al santo vengono allestite osterie e si svolge la processione; tra gli aspetti devozionali più interessanti permane l’uso di appendere su di un panno di velluto, all’interno della chiesa, denaro in biglietti di grosso taglio; nel passato l’offerta in denaro avveniva in modo singolare: l’offerente “fermava» la processione ed appendeva i soldi sul manto di velluto del santo.

Santa Petronilla e « la tosse » dei bambini

La devozione verso questa santa è diffusissima a Roma fin dal VI secolo; la tradizione cattolica non fornisce dati biografici precisi, mentre numerose tradizioni popolari la vogliono figlia di san Pietro.

Non è quindi possibile stabilire alcun legame tra la vita della santa ed il potere riconosciutole dalla tradizione lunigianese che la vuole protettrice delle malattie respiratorie dei bambini e della tosse in particolare.

Anche se la devozione popolare per santa Petronilla è ormai ristretta alle zone limitrofe del Pontremolese, un tempo essa richiamava pellegrini da tutta la vallata che portavano nella chiesa della Pieve di Saliceto bambini ammalati, affinché fosse loro impartita la benedizione di santa Petronilla..

Per l’occasione i fedeli prelevavano un poco di acqua santa benedetta, che veniva conservata nelle case, a protezione dei bambini. Questa tradizione è ancora viva presso gli abitanti del luogo.

L’aspetto commerciale della festività è quasi del tutto irrilevante, probabilmente decaduto già nel passato in rapporto con la fortuna del vicinissimo culto della SS. Annunziata, che divenne, a partire dal XV secolo importante centro di numerose fiere, in occasione delle principali festività mariane.

San Quirico, il santo “delle mosche “

Chiesa di San Quirico
Chiesa di San Quirico

L’agiografia cattolica (in mancanza di documenti storici) identifica Quirico in un bambino di tre anni, cui vengono attribuiti discorsi e miracoli, ucciso per ordine del giudice di fronte alla madre.

In Lunigiana la tradizione popolare vuole che san Quirico si sia lasciato morire penitente, divorato dalle mosche, e per questo motivo gli si riconosce il potere di preservare le case, il bestiame ed i raccolti dai fastidi e dai danni delle mosche.

La festa viene celebrata il 15 luglio, in piena estate, quando le mosche assai numerose infastidiscono più del solito. La tradizione vuole che, nel luogo in cui sono venerate le reliquie del santo, per tutto il giorno della festa siano miracolosamente tenute lontane le mosche.

Benché l’intitolazione della chiesa di Barbarasco a san Quirico sia antichissima, le reliquie del santo – e quindi la sua specializzazione come protettore dalle mosche, ad esse strettamente legata – vi furono portate solo nel 1700 da D. Riccardo Spadoni, di ritorno dal giubileo romano.

Nell’archivio parrocchiale è conservata la testimonianza della prima festa con le reliquie, tenutasi a Barbarasco il 10 luglio 1701 quando “ si fece processionalmente la Traslazione del Corpo di detto Santo dall’oratorio di S. Lorenzo de’ Spadoni alla Parochiale con la presenza del Molto Re.do Sig. Gabriele Corbani vice Abate dell’Avulla, che solennemente cantò la Messa ed il Vespero con l’assistenza di molti Sacerdoti vestiti con cotta et habiti sacerdotali e con l’intervento di tutti li soldati del Marchesato di Tresana, quali posti in ordinanza con bandiera spiegata e tamburi e batterie et moltissimi tiri di moschetto, parte precedendo e parte seguitando il sacro Deposito fecero vaga pompa e resero maraviglia al popolo da’ Luoghi vicini concorso che fu qualche migliaio » (30).

La “grande meraviglia » del giorno di festa dovettero essere veramente tale se il culto delle reliquie del santo ha potuto conservarsi con tanta partecipazione popolare fino ai giorni nostri, tanto che, attorno ad esso, come nel caso di san Genesio di Filetto, si svolge una fiera di merci (un tempo nota come fiera dei  “fioroni », perché vi convenivano venditori di fichi primaticci) ancora oggi assai rinomata e frequentata.

S. Croce (e/o S. Pancrazio?),

la protezione dei neonati e la cura delle fratture

Interno della Chiesa di Vignola (Pontremoli) (immagine tratta dal sito BEWEB.IT)
Interno della Chiesa di Vignola (immagine tratta dal sito BEWEB.IT)

Dei pellegrini che un tempo salivano alla Pieve di Vignola rimane testimonianza nei numerosi e singolari ex-voto, ma non è possibile stabilire quale fosse la loro provenienza e quale fosse con esattezza il tipo di grazia richiesto.

Al culto del titolare della Pieve, S. Pancrazio, sembra essersi sovrapposto quello della Santa Croce, fino al prevalere odierno di quest’ultima solennità che, pur ricorrendo oggi in settembre, a Vignola viene ancora celebrata il tre maggio e precede di pochi giorni la solennità di san Pancrazio del 12 maggio.

Una tradizione raccolta dal cronista pontremolese Vitale Arrighi e annotata nei registri parrocchiali, racconta che nel 1896, durante lavori di restauro, venne alla luce l’ara di pietra del tempio pagano che precedette il sorgere della chiesa cristiana; di qui il fiorire della leggenda di idoli pagani distrutti nel rogo, ed il ricordo annuale del passaggio alla nuova fede, mediante un’altrettanto leggendaria distruzione, con un falò, di idoli in legno ricostruiti a scopo rituale.

Vignola  (Pontremoli)- Esemplare di "pipin", ex voto raffigurante un neonato in culla
Vignola – Esemplare di “pipin”, ex voto raffigurante un neonato in culla

Per quanto suggestiva questa ricostruzione ci appare alquanto fantasiosa: sembra molto azzardato riconoscere ‘idoli pagani’ in statuette lignee che rappresentavano neonati in culla, di varia dimensione, tanto più che i « pipìn » (nel linguaggio locale i neonati) non vengono e probabilmente non venivano distrutti nel fuoco, come prova l’antichità di alcuni di essi, ma deposti, come ancora avviene, ai piedi di un antico e pregevole crocifisso, con probabile funzione di ex-voto.

Oggi i pipìn sono confusi con statuette lignee da presepe e ex-voto anatomici, tanto che è ipotizzabile la presenza di due distinte forme di culto popolare: quello del santo-bambino (Pancrazio) con ex-voto raffiguranti neonati, e quello della Santa Croce, probabilmente invocata nella salvaguardia dalle fratture agli arti.

Siamo, logicamente, a livello di semplice ipotesi, essendosi la pratica devozionale dell’ex-voto ridotta a sopravvivenza locale e sfruttando gli ex-voto esistenti nella chiesa, confondendo tra di loro le raffigurazioni ‘rituali’ dei neonati con le statue di un antico presepe.

Vignola (Pontremoli) - Ex-voto anatomici lasciati dai fedeli in cambio della protezione dai dolori e dalle fratture agli arti
Vignola – Ex-voto anatomici lasciati dai fedeli in cambio della protezione dai dolori e dalle fratture agli arti

Ancora negli anni ’20 artigiani del posto costruivano ex-voto anatomici di legno, mentre la tradizione dei “pipin”, pur non essendo possibile una precisa datazione, sembrerebbe essere cessata prima del XIX secolo.

Nel caso di Vignola siamo dunque di fronte alle ultime labili tracce di due culti che avevano come punti di riferimento «il bambino” e la necessità di proteggere la salute degli arti, l’ex-vo-to è la testimonianza indiretta di un centro religioso specializzato nel recepire specifiche richieste del fedele pellegrino. Siamo nell’ambito di quella religiosità di protezione da bisogni contingenti, così legata alle necessità vitali della società contadina, ma anche facilmente soggetta a trasformarsi e a decadere, quando non sia più avvertita l’urgenza di proteggere il bambino e curare con la devozione l’arto malato.

L’assenza di motivazioni economiche (la festa non presenta aspetti commerciali) ha indubbiamente contribuito alla progressiva decadenza dell’antica tradizione del pellegrinaggio e dell’ex-voto.

La perdonanza di Santa Maria del Monte

 e la protezione dalle pestilenze

Santuario di santa Maria del Monte - Mulazzo ( immagine tratta dal sito BEWEB.IT)
Santuario di santa Maria del Monte – Mulazzo ( immagine tratta dal sito BEWEB.IT)

Il santuario di santa Maria del Monte di Mulazzo è citato per la prima volta in un documento del 22 novembre 1287, come cella monastica alle dipendenze dell’abbazia benedettina di S. Andrea di Borzone (Chiavari), ed è con ogni probabilità il più antico centro del culto mariano in Lunigiana, meta di pellegrinaggi.

La vita monastica cessa sul finire del XV secolo, quando il santuario diventa commenda dei Malaspina di Mulazzo, restandovi fino al secolo scorso.

Ubaldo Formentini pone il sorgere del santuario in relazione con la consacrazione di un culto delle vette, in una zona di compascua, a 950 m. s.l.m.; secondo l’A. dai documenti vaticani risulta che il monte su cui sorge la chiesa segnava il confine tra le giurisdizioni pievane di Saliceto e Filattiera ed era nelle immediate vicinanze dei confini con le pievi di Castevoli e Zignago: una zona, dunque, di grande interesse strategico ed amministrativo, tenuto conto della vicinanza del passo dei Casoni, la cui reale importanza per le remote vicende storiche lunigianesi, è ancora tutta da chiarire (31).

Ma il santuario della Madonna del Monte è di grande interesse per la storia religiosa locale, basti ricordare come il culto della Madonna si vada diffondendo in tutta la penisola proprio a partire dal XIII secolo, accentuando le caratteristiche antropomorfe della Vergine, potente mediatrice tra uomo e Dio, in grado di offrire conforto nelle difficoltà quotidiane.

Un secolo dopo, nel 1399, sull’appennino ligure-piemontese si sviluppa una singolare devozione popolare che si estende rapidamente in tutta la penisola: sulla base di miracolose apparizioni della Vergine, verificatesi Oltralpe, si assiste a pellegrinaggi penitenziali mossi probabilmente anche da una motivazione pressante, quella di fronteggiare in qualche modo l’avvicinarsi delle grandi pestilenze, attraverso la convinzione che la Madonna, dopo la penitenza, conceda il perdono e la protezione dalla peste (32),

Stabilire in che misura queste generali convinzioni e pratiche devozionali abbiano influenzato il sorgere del santuario del Monte e la diffusione del suo culto è impossibile, ma certo è che questo santuario è l’unico della zona « specializzato” nella perdonanza, e che nel passato era consuetudine sciogliervi i voti in occasioni delle pestilenze.

Ancora nel 1884, in occasione dell’ultima epidemia di colera verificatasi in Lunigiana, la comunità di Pozzo, per lo scampato pericolo, iniziò a pellegrinare annualmente nella ricorrenza del 21 settembre.

La leggenda di fondazione del santuario è anch’essa di grande interesse, esprimendo il valore dell’intercessione della Madonna e quindi della Chiesa nella protezione e difesa dei fedeli dal-le vicissitudini quotidiane, assicurando vera giustizia (33),

D’altro canto la stessa leggenda, tramandando il ricordo dell’evento prodigioso che indica nel Monte il luogo preciso in cui deve sorgere la chiesa, indica come è stato giustamente interpretato (34) una scelta contrastata circa la località in cui dovevano stabilirsi i benedettini, ed i contrasti appaiono assai probabili, tenuto conto dell’importanza della località, come luogo di confine tra i centri pievani di Filattiera, Saliceto, Castevoli e Zignago.

Le parrocchie di Pozzo e Castagnetoli si sono, del resto, lungamente contese nel corso dei secoli l’appartenenza alla propria giurisdizione del santuario, riconosciuta alla fine del secolo scorso alla parrocchia di Pozzo.

L’affluenza notevole dei pellegrini doveva creare difficoltà per il mantenimento dell’ordine pubblico, tanto che fin dal 1740 un gruppo di parrocchiani di Castagnetoli « fra le altre incombenze avevano quella di portarsi più volte per ogni anno nei giorni di concorso e segnatamente nei giorni dell’Ascensione, Pentecoste, Visitazione, ecc. alla Madonna del Monte per impedire che succedessero colassù inconvenienti e tenervi l’ordine” (35).

Tra le varie parrocchie avanzanti richieste di patronato era stato stipulato nel 1781 l’impegno “quando vorranno scoprire quel venerabile Simulacro della B.V. porvi cera abbastantemente”, stabilendo che le confraternite di Castagnetoli e Busatica « ogni volta che vorranno andare processionalmente a visitare detto oratorio di S. Maria del Monte, non possano esser molestati da alcuno, e che nessuno… possa obbligarli a lasciar la cera che si metterà da essi sopra l’altare… se pur non gliela lasciassero sponte e per loro divozione » (36).

Bastano questi due documenti per confermare indirettamente il grande richiamo che esercitava il santuario ed i conflitti tra le parrocchie della zona per assicurarsi il diritto e privilegio di andarvi a pellegrinare, di compiervi il tradizionale rito della ‘scoperta‘, con cui l’immagine veniva occasionalmente e solennemente mostrata ai fedeli.

Cessato il pericolo delle pestilenze anche la devozione per la Madonna dovette affievolirsi, pur richiamando, ancora in questo secolo, pellegrini dal Parmense, dal Genovesato (Suvero) oltre che da tutti i territori dell’alta Lunigiana.

Nel 1948-9, dopo l’esperienza tragica della guerra, si assisté in tutta la penisola al vistoso fenomeno delle « Madonne pellegrine” che, in occasione delle elezioni politiche del 48, divenne un efficace metodo di mobilitazione delle masse (37); il gesuita D. Mondrone scriveva significativamente che “E’ consolante rilevare come la Madonna ha ancora tanto fascino sull’anima del nostro popolo… I suoi santuari sono tuttora visitati da folle innumerevoli di po-polo… Quello che si è veduto in questi ultimi mesi nella ‘peregrinatio Mariae’ nel Milanese, ad Ancona, in quel di Siena, ha superato ogni aspettazione » (38),

In Lunigiana il privilegio di pellegrinare di casa in casa tocca anche alla Madonna del Monte che viene accompagnata processionalmente da una folla orante e penitente, fin nei più lontani casolari del comune di Mulazzo.

Ma nel primo dopoguerra l’entusiasmo per lo scampato pericolo della guerra non basta più a richiamare folle di pellegrini, mentre una ripresa del culto si ha, significativamente, negli anni ’60, quando con l’apertura di una comoda strada e l’elezione della Madonna del Monte a patrona degli emigranti, riprende la massiccia affluenza al santuario divenuto nel frattempo luogo turistico per scampagnate domenicali.

All’interno della festività del Monte l’aspetto economico ha avuto nel passato modesto rilievo e solo di recente la località, come si è detto, è stata ‘scoperta’ dal punto di vista turistico.

Gli unici commercianti del passato erano i venditori di dolci del Genovesato, che, attraverso il facile valico dei Casoni, venivano a vendere ceste di canestrelli (ramaìn) contenenti finocchio e rosmarino, cibo quasi rituale in occasione delle festività mariane, come prova la diffusione della stessa tradizione al santuario dell’Annunziata di Pontremoli.

Tra gli aspetti devozionali, oltre alla ricordata ‘scoperta’, era consuetudine portare a casa, secondo una tradizione ampiamente diffusa in tutta la penisola fin dall’XI secolo, una foglia d’erba di S. Maria del Monte» (39) cui si riconoscevano particolari poteri nel proteggere dagli incendi e dalle malattie.

Di questa consuetudine oggi non rimane traccia alcuna neppure nella testimonianza orale, i  “ricordi” dei pellegrini di oggi, in linea con la consumistica “industria del santino”, sono costituiti dalle solite immagini di plastica.

La Madonna in Gaggio, dolori agli arti e fratture

Santuario Madonna della Neve - Podenzana (immagine tratta dal sito BEWEB.IT)
Santuario Madonna della Neve – Podenzana (immagine tratta dal sito BEWEB.IT)

Il culto della Madonna in Gaggio, per cui mancano antiche documentazioni, è legato alla singolare leggenda, riferibile secondo alcuni al XVII secolo (40), della conversione dell’eretico e della nevicata estiva.

Il santuario richiama tuttora grandi folle di pellegrini; che richiedono le più disparate grazie, come provano gli ex-voto e le scritte lasciate dai pellegrini sui muri del santuario che invocano tutte tranquillità e salute (41).

Il culto popolare del Gaggio si venne accentuando agli inizi di questo secolo quando, come testimonia una memoria scritta appesa dietro all’altare, il vescovo di Massa in visita pastorale, dando credito alla leggenda che voleva inserito nell’altare il legno su cui apparve Maria, fece aprire una breccia che mise in luce un tronco di castagno.

Il fatto destò l’emozione delle popolazioni circostanti e si accentuarono i pellegrinaggi penitenziali: i pellegrini percorrevano a piedi lunghi tratti di strada, pernottavano nel santuario e il mattino della festa, a seconda del male da curare, prendevano un ex-voto raffigurante l’arto malato e, in ginocchio, arrivavano sino all’altare, prendevano un frammento del legno su cui apparve Maria da riportare nelle case come ricordo e benedizione.

Oggi queste forme di devozione popolare sono del tutto scomparse, così come è scomparso l’uso dell’ex-voto. Ad essi si è sostituita la consuetudine di ascoltare come penitenza un certo numero di ‘messe’ e di lasciare un’offerta in denaro, per la celebrazione di messe o ‘scoperte’.

Il legno dell’apparizione è protetto da una lastra di vetro ed i pellegrini acquistano come ricordo immagini di plastica, vendute dall’opera parrocchiale; attorno al santuario viene effettuato un modesto commercio di giocattoli, tessuti, dolciumi, osterie.

I miracoli della SS. Annunziata di Pontremoli,

un culto gestito dai domenicani

Chiesa SS. Annunziata - Pontremoli ( immagine tratta dal sito BEWEB.IT)
Chiesa SS. Annunziata – Pontremoli ( immagine tratta dal sito BEWEB.IT)

Bernardino Campi ci conserva il ricordo del prodigio avvenuto in un bosco nei pressi del ponte di Saliceto ad opera della Madonna”…la quale (…) favellò nella devota Immagine, rappresentante il mistero dell’Incarnazione (…) dipinta nella cappellina, posta in mezzo a detto bosco, ad una semplice pastorella della villa di Torrano (…) che pascolava il suo gregge » (42)

La Madonna, secondo il Campi, ordina alla fanciulla di recarsi in Pontremoli e chiedere agli amministratori di costruire nel luogo dell’apparizione una chiesa in onore di Maria, davanti alle autorità si compie un secondo prodigio: fiorisce un ramo secco che la fanciulla portava con sé.

La versione del Campi spiega l’origine del culto popolare che si verificò sul finire del XV secolo attorno ad una maestà nei pressi di Saliceto, culto assai diffuso che richiamava folle di pellegrini attratti dai miracoli che qui vi si compievano « drizzare i zoppi, il restituire la vista a ciechi, l’assodare paralitici, il liberare gli ossessi, e sino il dare la vita a morti (43),

G. Sforza racconta come “A partire dal 1473 il concorso di credenti a venerare l’immagine della SS. Annunziata presso il ponte di Saliceto si andava facendo sempre maggiore. Vi accorrevano a frotte uomini, donne, ragazzi, non solo da’ vicini paesi, ma dal resto della Lunigiana; vi accorrevano dal Parmigiano e dal Reggiano, dalla Garfagnana e dal Genovesato. Era un pellegrinaggio non interrotto di stroppi, di ciechi, d’ammalati, che vi appendevano voti; un continuo lasciarvi elemosine, e con tale larghezza, da far nascere il pensiero d’erigere un convento presso la cappella fabbricata dalla pietà di Princivalle Villani “(44).

Gli amministratori di Pontremoli, resisi conto della importanza economica di un centro meta di pellegrinaggio, affidano ai domenicani la gestione del culto e la costruzione di tempio e convento.

Questi ultimi si rivelano subito attenti gestori del culto popolare introducendo già nel 1475 l’uso degli ex-voto, delle immagini e delle candele di cera, da lasciare in sostituzione delle tradizionali offerte di uova, polli, tovaglie, vestiti, oggetti d’oro e d’argento. I frati, afferma Sforza, “cominciarono a fabbricare da per loro le candele di cera, che poi vendevano ai fedeli, i quali, alla propria volta, le offrivano in dono alla SS. Annunziata. Presero a fare in cera anche delle immagini di essa, per venderle a’ devoti, e la forma fu comprata a Lucca: e tra le spese si nota ‘una magna concha pro fatiendo ymagines’ e l’acquisto di trementina e di colori ‘pro fatiendo vota de cera’ “(45)

Il notevole sviluppo del culto di Pontremoli viene indubbiamente favorito da una situazione religiosa generale che nel quattrocento ha come caratteristiche un rinnovato interesse per i pellegrinaggi nei centri mariani: il culto della SS. Annunziata in Firenze ha, in questo secolo, un impulso notevole, come prova l’eccezionale inflazione di ex-voto che nel 1496 i frati in parte fusero per far fronte a spese varie (46),

Non va dimenticato che il culto pontremolese si sviluppa lungo una delle principali direttrici viarie che collegavano il settentrione della penisola con Firenze, nello stesso periodo in cui il culto fiorentino registrava le affluenze di pellegrini più considerevoli.

Attorno alla chiesa dell’Annunziata fiorisce un notevole commercio e la località diventa meta di periodiche ed importanti fiere, nel XVI secolo, i frati “da una assai bella loggia » dominano « le fiere che soglion farsi nei giorni di Pasqua, della Pentecoste, dell’Assunta e della Natività di Maria » (47).

Ma il culto, per essere tenuto in vita, ha bisogno di essere continuamente propagandato, in questo senso va intesa l’opera divulgatrice dell’agostiniano Maglia che, nel XVII secolo scrive un significativo libro intitolato “Festivo ragguaglio sulla portentosa imagine di Maria Annontiata di Pontremoli », edito in Massa nel 1680.

Lo stesso religioso lamenta che, “al tempo d’oggi questo magnifico convento, a vista di cui si vergogna la fama di nominar quelli e moltissimi monasteri delle più inclite città dell’Italia, solamente vanta ventiquattro religiosi… Che più non stii quel numero di religiosi che stava nel trascorso secolo, procede dall’essersi scemata… verso l’Immagine cotanto portentosa il spirito e la devozione » (48)

E la testimonianza diretta di come si vada esaurendo il culto popolare dell’Annunziata che da centro religioso si sta trasformando soprattutto in centro commerciale, tanto che « non bastando più al bisogno per il troppo concorso de’ mercanti e de’ forastieri la serie di botteghe che gli Agostiniani avevano fatto costruire a comodità delle fiere» (49) viene dato inizio, nel XVIII secolo, alla costruzione di un nuovo edificio.

Ma l’intensità del commercio non significa necessariamente entrate economiche per la chiesa, sempre meno importante nell’economia locale, non essendo più il principale motivo di attrazione di grandi folle.

L’importanza economica del centro, come sede di fiere, dura, anche dopo l’allontanamento degli agostiniani e la soppressione del convento, per tutto il XIX secolo fino a pochi decenni orsono; oggi sia l’importanza religiosa che quella economica del centro dell’Annunziata sono ormai solo un ricordo.

La Madonna di Valle a Filattiera:

un culto contadino negato

Negli anni ’20 ebbe breve vita a Filattiera il culto della Madonna di Valle che richiamò per un’intera estate folle di pellegrini dai paesi vicini e sino dalla Spezia.

Di questo culto esistono solo testimonianze orali che ricordano come una pastora del luogo asserisse di aver udito forti colpi provenire dall’interno di un castagno e, contemporaneamente, delinearsi su di esso l’immagine della Madonna.

Ogni sera, processionalmente, la gente del luogo ed i numerosi pellegrini accorsi, accendevano candele attorno alla pianta, pregavano e cantavano nella speranza di poter vedere la Madonna; i testimoni del tempo affermano oggi che “a forza di fissare pareva di vedere qualcosa », ma nessuno dà più credito alla voce della miracolosa apparizione, da quando, su consiglio della Chiesa locale, i proprietari del castagno finirono con l’abbatterlo; facendo subito cessare il culto popolare, organizzatosi al di fuori e contro l’organizzazione ecclesiastica.

La totale mancanza di documenti scritti non permette la ricostruzione storica di questo singolare culto popolare, così simile nella meccanica, al culto popolare piacentino di « mamma Rosa” e della “ Madonna del Pero”, oggi sapientemente gestito, al di fuori dell’organizzazione cattolica locale, da gruppi economici svizzeri che vi hanno fatto fiorire attorno una rete imponente di commercio di ‘santini e di pellegrinaggi.

Al di là dell’episodio dell’apparizione, il culto della Madonna di Valle è una prova, anche se labile, di come sia stato possibile, nel passato, il sovrapporsi del tempio cristiano su quello pagano e si sia realizzata una sostanziale continuità del carattere sacro di un luogo. Infatti, la località in cui avvenne l’apparizione è di notevole importanza ‘magica’ nella tradizione locale, essendo considerata come luogo prescelto dagli spiriti per le loro apparizioni notturne: in una località assai vicina, denominata ‘ballo dei morti’, si dice che ballassero spiriti malvagi che inducevano quanti si imbattevano in loro a precipitare dal vicino ponte delle ‘Tané’; in località ‘Montà’ erano solite ballare le « andate, processioni di spiriti con ceri e campanacci che un tempo incendiarono una quercia, presso cui erano soliti passare « cavalli al trotto».

Tutta la zona per la tradizione culturale contadina era popolata da mitici spiriti, aveva caratteristiche sacre, incuteva timore e rispetto, e, significativamente, nella sensibilità popolare l’apparizione della Madonna si verificava in questo territorio ricco di prodigi: il prodigio cristiano veniva a sovrapporsi a quello della tradizione magica locale; la popolazione tentava così un più o meno consapevole recupero di una tradizione magico-religiosa autonoma, nata al di fuori della ormai solida struttura ecclesiastica, e da questa immediatamente soppressa (50)

RICCARDO BOGGI, “Santi – Guaritori”,in Studi Lunigianesi, Voll. VI – VII, anno 6-7 – 1976-1977, Villafranca Lunigiana

(25) Cfr. M. GIULIANI, Al Lupomanalo, in Archivio per la Etnografia e la Psicologia della Lunigiana, Vol. I, 1911, ora Forni, Bologna, 1967, p. 501.

(26) Vedi, a questo proposito, gli studi di Ernesto DE MARTINO nel Salento,, partic. La terra del Rimorso, Verona, 1961

(27) G. BENAMATI, cit., p. 23 sgg.

(28) L’informatrice Maria Cherbi, non ha saputo spiegare il perché di tale consuetudine, affermando genericamente che il grano delle vedove ha virtù.

(29) Cfr. B. CAMPI, Memorie storiche della città di Pontremoli, Pontremoli, 1975, p. 142.

Notizie sulla tradizionale sagra di S. Terenziano si hanno in ANONIMO, II Lunario di “Pontremulus” cronologico storico folcloristico per l’Alta Val di Magra 1946, Pontremoli, 1945, p. 30:La statua del Santo, detto popolarmente al Sant dla fréva, viene portato in processione quando la festa cade in Domenica. (…) I pellegrini di ritorno portano rametti di castagno con le prime ricce mature: S. Aransian la castagna avara an man!».

(30) Cfr. G. Battista MAESTRINI, Barbarasco, racconto storico, Treviglio, 1973, p. 21.

(31) Per le notizie storiche rimando in particolare allo studio di U. FORMENTINI nell’Archivio Storico per le Province Parmensi, 1935, e a quello di P. TARANTOLA, S. Maria del Monte di Pozzo, in Archivio Storico per le Province Parmensi, quarta serie, vol. XXVII, 1975, pp. 131-37. (32) Cfr. G. MICCOLI, cit., passim.

(33) La leggenda racconta di un uomo del Genovesato accusato ingiustamente di omicidio e giunto, per sfuggire alla cattura, sul Monte di Mulazzo; qui mentre sta dormendo la Madonna gli appare e gli comunica che il vero colpevole è stato preso e può tornare a casa. Colpiti dal fatto gli uomini di Mulazzo intendono erigere nel loro territorio una chiesa alla Madonna, mentre interrompono il lavoro per la pausa notturna scompaiono picchi e badili. Si compie un prodigio: una colomba afferra gli arnesi e li colloca sotto allo sguardo dei lavoratori sul monte ove oggi sorge la chiesa. (Libera riduz. da P. TARANTOLA, cit.).

(34) P. TARANTOLA, cit., passim.

(35) ARCHIVIO VESCOVILE PONTREMOLI, carte varie fasc. Pozzo.

(36) ARCHIVIO VESCOVILE PONTREMOLI, carte varie fasc. Pozzo.

(37) Cfr. C. GINZBURG, Folklore, magia, religione, in Storia d’Italia, Torino, 1972, vol. I, pp. 603-79, passim.

 (38) D. MODRONE, Colei che salverà l’Italia, in La Civiltà Cattolica, I, 1948,р. 25.

(39) Cfr. ANONIMO, II lunario di Pontremulus …, cit., p. 21: “Grande sagra della Madonna del Monte, patrona di tutto il Comune di Mulazzo, che si suole celebrare nella II Domenica di giugno. Al Santuario, dipendente dalla parrocchia di Pozzo, si hanno 12 pellegrinaggi. Concorso straordinario di popolo da tutte le regioni vicine. Distribuzione di medaglie, immagini, dei fiori benedetti, dell’erba detta della Madonna del Monte (…). Specialità gastronomiche, tortelli, la torta di latte, ghiottoneria locale di Pozzo, e la torta di riso; specialità enologiche: l’amabile vino di Busatica, che fa perdere la via del ritorno a più d’un pellegrino..”

(40) La leggenda narra di un abitante del luogo che, mentre bestemmiando sta abbattendo un castagno, sente dei gemiti provenire dalla pianta e vede su di essa l’immagine della Madonna. (Riduz. da G. PETRONILLI, Lunigiana, Torino, 1961, p. 158).

(41) Evidentemente il messaggio scritto sul muro della chiesa o dietro agli ex-voto doveva ricordare nel tempo, alla divinità, le richieste dei fedeli: le scritte sono la testimonianza delle angosce del pellegrino, delle sue segrete speranze, sono il segno tangibile del potere consolatorio riconosciuto al santuario, quale depositario delle proprie sofferenze fisiche, dei propri desideri, Cfr. a questo proposito R. BOGGI, cit., pp. 95-98.

(42) Cfr. B. CAMPI, cit., p. 119-20,

(43) Cfr. B. CAMPI, cit., p. 119-20.

(44) Cfr. G. SFORZA, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Vol. II, Bologna, 1972, p. 745.

(45) Cfr. G. SFORZA, cit., p. 773.

(46) G. MICCOLI, cit., passim.

(47) G. SFORZA, cit., p. 765.

(48) La citazione dal Moglia è di G. SFORZA, cit.

(49) G. SFORZA, cit., pp. 805-6.

(50) Le notizie orali sul culto della Madonna di Valle sono dovute a Bastoni Elvira e Luigi Simoncini di Filattiera.

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