A conclusione di un suo ottimo articolo, per informazione e descrizione d’ambiente, dedicato all’illustrazione di recenti tombe liguri ritrovate presso Barga (pubblicato nel n. 1 di questo periodico), il prof. Lera auspica, giustamente, uno studio più approfondito “delle località di sicuro stanziamento delle tribù “ liguri che appartennero al grande “ nomen” Apuano. Questo studio, ovviamente, presume una introduzione storico-topografica, atta a determinare, per ulteriori riferimenti, gli elementi oggettivi che agli Apuani attribuisce la tradizione, sulla testimonianza veridica della storiografia romana.
In realtà, soltanto Tito Livio e le sue fonti(1) ci offrono specifiche notizie dei Liguri Apuani; purtroppo, essendo perduti i libri della << Storia romana >> oltre il 45°, qualche particolare ci sfugge, anche se possiamo integrare la lacuna con le « Periochae “ (argomento riassunto dei vari libri liviani) e con i “ Fasti», che epigraficamente documentano i trionfi riportati dai magistrati romani per le vittorie ottenute sui nemici.
Pochi sono gli antichi popoli italici che hanno avuto, nell’avvicendarsi secolare delle espansioni, delle lotte e delle affermazioni politico-economiche, un destino eroico e doloroso, come i Liguri Apuani. La loro esistenza, sul piano storico, appare come una meteora, una stella cadente che incendia la tenebrosa immensità degli spazi e si spenge, sfrigolando in un immane lamento angoscioso, nel mare profondo. La prima notizia su questo generoso popolo ligure compare in Livio (XXXIX, 2) e si riferisce ad avvenimenti che li ebbero a protagonisti nel 187 av. Cr.; l’ultima, almeno a nostra scienza, è del 155 av. Cr.
Naturalmente queste date concernono esplicite citazioni nominali. Ma ai Liguri Apuani, implicitamente, alludono molti passi liviani, come vedremo, mentre testimoniano della loro sicura esistenza, fin dal V secolo av. Cr., le necropoli diffuse sulla vasta area territoriale che accolse queste popolazioni dell’età del ferro. Il loro nome è sicuramente indoeuropeo, come quello dei vicini e forse consanguinei Friniati, ma quasi certamente non gallico. Per la forma della base (Apua) si può avvicinare a quello dei Sequani, popolo antichissimo della Gallia preceltica. L’uso di cremare i cadaveri e di conservarne le ceneri in un apposito vaso rituale li distacca dall’arcaico fondo etnico ligure, che praticava l’inumazione, per avvicinarli alle popolazioni indo-europee penetrate in Italia, dai valichi delle Alpi Giulie, verso la fine del primo millennio av. Cr.
Originariamente, i Liguri Apuani, non devono avere abitato nella zona in cui li troviamo in epoca storica, bensì sembrano esservi stati sospinti, nel V secolo av. Cr., dalla pressione dei Galli che, già provenienti dai valichi delle Alpi Occidentali, dopo aver abitato per vario tempo nei territori alla sinistra del Po, avevano superato questo corso d’acqua per invadere le fertili zone occupate dalle primitive popolazioni italiche e politicamente (e soprattutto culturalmente) dominate dagli Etruschi.
Costumanze e rituali indoeuropei caratterizzano i Liguri Apuani, i quali accogliendo alcuni elementi culturali etruschi (quali la scrittura, attestata dalla stele di Zignago e dal vaso di S. Romano) si sono tenuti fedeli alle loro tradizioni, rifuggendo dalla vita in grandi centri urbani (è noto che i Liguri “ dissipati per pagos vivunt»), non praticando il commercio (infatti sono ignoti i sintomatici segni di larghi scambi; e la suppellettile è generalmente poverissima) e limitando l’esercizio delle attività cosiddette industriali alla pastorizia ed all’agricoltura di poche specie cerealicole.
Abitavano di preferenza in zone collinari e montane, come dimostrano le loro necropoli, che raramente si trovano in località pianeggianti. L’area di stanziamento si estende dall’alta Val di Vara alla Valle della Lima, e dal crinale appenninico alla pianura pedemontana versiliese e lucchese. Confinanti degli Apuani erano, ad ovest, i Liguri Genuati; a nord, i Liguri Veleiati ed i Parmenses; ad est i Liguri Friniati e gli antichi abitanti di quello che sarà in epoca romana l’agro di Pistoriae; a sud, ma con una fascia assai vasta di pianura intermedia, gli Etruschi, come attestano le tombe del palude di Bientina (2).
Ad oriente sono assegnabili ai Liguri Apuani le tombe di Monte a Colle, in Val di Nievole (3), di Bruni in comune di Marliana (4), e di Selva Campiglio di Cireglio (5); incerta è l’attribuzione della necropoli di Avaglio (6). In Val di Serchio sono numerose le necropoli, alcune delle quali di recente scoperta (7). Quelle della zona versiliese mostrano, come le non lontane tombe di Ameglia, una profonda influenza etrusca, legata al possesso della pianura litoranea da parte degli Etruschi (fino almeno agl’inizi del IV secolo av. Cr.) che avevano bisogno di assicurarsi il libero transito terrestre nella stagione in cui la navigazione mercantile veniva interrotta.
Numerosissime, ed alcune assai estese, come quella di Genicciola (8), sono le necropoli dei Liguri Apuani in Val di Magra. L’accentrarsi di esse, con caratteristiche di arcaicità, nella zona del Pontremolese, fa pensare che non fosse del tutto destituita di fondamento l’ipotesi, collegata ad una tradizione non assolutamente leggendaria, che riconosceva nell’ambito della vetusta Pieve di Urceola il centro storico dei Liguri Apuani. Ad ovest, oltre la tomba di Zeri (9), troviamo testimonianze di insediamenti sia in Val di Vara che sul mare (10).
Ai Liguri Apuani credo si possano altresì assegnare i cosiddetti “ castellieri », la cui tipologia è simile a quelli esistenti nell’area velleiate e che sono ritenuti del III-II secolo av. Cr. (11). E’ evidente che tali opere di difesa costituiscono una reazione passiva contro temuti invasori, i quali non possono identificarsi che con i Romani, superiori in armamento. La complessiva superficie del territorio abitato dai Liguri Apuani è di circa 4.200 Kmq., corrispondenti a quella delle attuali province di Lucca, Massa, La Spezia e, parzialmente, di Pistoia.
Il comprensorio odierno delle Alpi Apuane costituisce soltanto la parte più montuosa, ed anche meno intensamente abitata, del paese dei Liguri Apuani. Da questo demotico è derivato, verosimilmente in epoca romana imperiale, l’appellativo di “ Petrae Apuanae “ alla caratteristica catena montana che ha peculiari aspetti alpini (le cosiddette “penne”) e tipiche associazioni geologiche. Per corruzione di tale appellativo gli abitanti usarono chiamare “ Panie » le cime più elevate. In un documento dell’anno 1229 si legge << Paniam” (12). Dante Alighieri ricorda la « Pietrapana” (13); Giovanni Boccaccio cita, nel suo De Montibus, il « Petra Appuana mons »; l’Ariosto nomina, ripetendo la forma popolare, la « Pania >> (14). L’attuale denominazione « Alpi Apuane” ha origine dotta, essendo stata imposta ufficialmente nel 1798 ad uno dei dipartimenti della Repubblica Cisalpina dopo l’occupazione francese dell’Italia Centrale.
I Liguri Apuani ebbero le prime relazioni coi Romani soltanto dopo la fondazione della colonia di Piacenza, dedotta nel 218 av. Cr. Durante la seconda guerra punica essi mantennero un prudente atteggiamento di neutralità, forse in conseguenza dell’atteggiamento decisamente filoromano assunto da Genova, Luna (La Spezia) e Pisa, scali portuali e frequentati mercati liguri, che avevano messo a disposizione di Roma i rispettivi porti (e Genova, per ciò appunto, venne distrutta nel 205 dal cartaginese Magone).
Nel 217 av. Cr. il proconsole Tito Sempronio Longo, dopo la seconda battaglia della Trebbia, si recò con alcune coorti da Piacenza a Luna col compito di vigilare il litorale tirreno, essendo stata segnalata la presenza di una flotta cartaginese che incrociava tra la Corsica e la Liguria, pronta ad appoggiare le operazioni terrestri di Annibale (15). E’ ovvio che il percorso seguito dalle truppe di Sempronio non poteva che esser quello per Val di Taro e Val di Magra, corrispondente all’attuale Via della Cisa (la medievale Via di Monte Bardone), perché troppo pericoloso sarebbe stato l’addentrarsi lungo l’antichissimo sentiero alpestre di Monte Pellizzone e del Brattello (che venne poi usato da Annibale, con guide liguri, per raggiungere per vie occulte la media valle dell’Arno), lasciandosi alle spalle un esercito più numeroso e provvisto di ottima cavalleria. Forse, però, Sempronio avrà alquanto accorciato il suo percorso padano, tagliando in diagonale da Fidenza a Fornovo.
I Liguri Apuani che abitavano la regione attraversata dal fiume Magra non arrecarono alcuna molestia al piccolo corpo di operazioni romano, il quale rimase di stanza nel golfo di Luna fin dopo la clamorosa vittoria cartaginese al Trasimeno, il 21 giugno del 217 av. Cr. Con altrettanta tranquillità assistettero al ripetuto transito delle legioni romane che al comando del propretore Spurio Lucrezio raggiunsero, nel 203 av. Cr., il capoluogo dei Genuati, distrutto da Magone, per riedificarlo completamente. Nel 195 av. Cr. il console Marco Porcio Catone si recò da Roma al porto di Luna (che per la sua vastità e la magnificenza del naturale scenario che l’abbraccia suscitò la calda ammirazione del poeta Ennio, reduce dalla Sardegna verso la fine del III secolo av. Cr.) per imbarcare su 25 navi da guerra e numerose altre da trasporto, che aveva requisito lungo il litorale tirreno, l’esercito legionario composto di quasi undicimila unità (16).
Ma proprio in quell’anno il Senato Romano delibero di creare la «provincia » di Liguria, stabilendone la sede in Pisa ed affidandone il governo al pretore Publio Porcio Leca,” ut ab tergo Liguribus esset “ (17).
L’espressione liviana si riferisce al coordinato sviluppo di una situazione politico-militare determinatasi due decenni prima, e che aveva visto concretarsi in dinamica azione di conquista quell’espansione iniziata dai Romani verso la valle padana. Nel 197 av. Cr., par-tendo dalla base di Genova, il console Quinto Minucio Rufo aveva attaccato e costretto alla resa i Liguri Cerdiciati e Celeiati, che probabilmente abitavano la regione appenninica gravitante verso Piacenza.
Per questo territorio, nel 148 av. Cr., i Romani condurranno la Vía Postumia; intanto hanno eliminato ogni possibile ostacolo, e presto riusciranno a sottomettere i Liguri Triati (gli abitanti di «Iria», chiamata nell’alto medioevo “Viqueria», corruzione di << Vicus Iria», e quindi Voghera) e più tardi i Liguri Veleiati. Alle spalle di queste popolazioni liguri i Romani hanno stanziato un presidio militare nella base tirrena di Pisa, con l’appoggio della vicina base ausiliaria di Luna, assicurandogli sufficiente mobilità con la massa di manovra d’un numeroso contingente di cavalleria.
Fossero, o no, sobillati dai Galli Boi che preparavano un’estrema ribellione, i Liguri Apuani decisero di promuovere una risoluta offensiva contro i centri di Luna e di Pisa, responsabili di favorire la penetrazione degli eserciti romani in Liguria, contro gli stessi Liguri dell’interno. La fonte liviana non nomina esplicitamente i « Ligures Apuani », ma evidentemente non si può identificare che in essi quei Liguri armati che si concentrarono nella primavera del 193 av. Cr. allo sbocco della valle del Magra. Poiché, nello stesso tempo, un esercito di ben 15.000 Liguri era penetrato, dall’Appennino, nel contado di Piacenza, saccheggiandolo e devastandolo fin sotto le mura della città, dobbiamo in questi riconoscere gli Iriati, ed altresì ammettere che la loro azione era preordinata con gli Apuani.
Il prefetto di Pisa, Cincio Alimento, avvertì per lettera il Senato che minacciose bande armate di Liguri, della forza complessiva di circa 20.000 uomini, si erano segretamente concentrate dopo aver scambiato il solenne giuramento nelle riunioni tribali; avevano poi improvvisamente invaso e saccheggiato il territorio costiero di Luna, e quindi erano penetrate in quello di Pisa, spingendosi, razziando lungo il litorale, fin presso la città (18). Subito i due consoli ordinarono la mobilitazione generale, iniziando da Arezzo le operazioni militari: Quinto Minucio Termo raggiunse celermente Pisa, ma di fronte allo stragrande numero degli avversari non poté far altro che chiudersi nell’accampamento prossimo alla città; il suo collega Lucio Cornelio Merula penetrò nel territorio dei Boi attraverso un facile passo appenninico (19), riportando inizialmente qualche piccolo successo, ma essendosi spinto verso Modena fu messo in seria difficoltà dai Galli che contrattaccarono vigorosamente.
A Pisa, intanto, la situazione s’era fatta grave, perché il numero dei Liguri era raddoppiato e le forze di cui il console Minucio disponeva non gli consentivano di affrontare i nemici in battaglia campale. Perciò doveva limitarsi ad assistere passivamente alle razzie dei Liguri, proteggendo la città da un assalto. Gli Apuani, avendo potuto raccogliere indisturbati grandissima quantità di roba e di bestiame, mandavano tutta la preda, sotto scorta, ai loro non lontani villaggi (20). Ma alla fine, esaurite le risorse locali e sazi ormai di facile bottino, i Liguri cominciarono a stancarsi di sfidare inutilmente a battaglia i Romani (che però non osavano attaccare, perché temevano d’esser presi tra due fuochi, essendovi in Pisa un rispettabile contingente di soldati) e tolsero il campo. Allora Minucio, volendo concludere con un successo il suo lungo periodo di forzata inerzia, uscì con l’esercito, rinforzato dalla cavalleria numida di stanza a Pisa, dall’accampamento e si spinse verso la valle del Serchio, dove sperava di poter assalire vantaggiosamente il nemico..
Invece finì per essere chiuso fra le profonde gole alpestri, e messo in grave repentaglio, perché i Liguri avevano occupato saldamente il passo che sbarrava l’uscita della valle in-cassata. Già si stava profilando l’ombra terrificante delle indimenticabili Forche Caudine, quando l’audace iniziativa del comandante della cavalleria numida (veterano di Annibale) intervenne a salvare l’esercito romano. Il capo dei cavalieri africani aveva notato, risalendo la valle, che erano numerosi i villaggi liguri propinqui alla strada mulattiera; ebbe quindi l’idea di costringere i Liguri ad abbandonare la loro formidabile posizione per correre a salvare le loro casupole. E così, riuscito a spezzare, facendo irresistibile impeto coi suoi 800 cavalieri, l’accerchiamento, si affrettò ad incendiare tutti i villaggi più vicini (21), conseguendo immediatamente lo scopo di far accorrere i Liguri al salvataggio, ed al tempo stesso di liberare i Romani dalla insostenibile posizione.
A Quinto Minucio fu prorogata la magistratura ed aumentato il contingente militare. Nell’anno 191 av. Cr. gli Apuani (le fonti non li nominano, ma si tratta sicuramente degli stessi Liguri degli anni precedenti), radunato l’esercito dopo il solenne giuramento rituale (22), assalirono nottetempo l’accampamento romano davanti a Pisa. Il proconsole uscì, l’indomani, in ordine di battaglia, riportando una discussa vittoria. Nella sua comunicazione al Senato, egli annunziò che erano stati uccisi ben 4.000 nemici e che « Ligurum omne nomen in deditionem venisse >> (XXXVII, 2). Però quando tornò a Roma gli venne negato il trionfo in seguito alla denunzia del famoso censore Porcio Catone, il quale profferì contro di lui la requisitoria << in Q. Minucium Thermum de falsis pugnis >> (23).
Nei due anni seguenti, essendo seriamente impegnata nella guerra asiatica, Roma si limitò a mantenere sotto stretta vigilanza armata i territori delle << province >>> di Gallia e di Liguria. La fonte liviana c’informa che nel 188 << Messallae Ligures, Salinatori obtigit Gallia >> (24). Le informazioni che giungevano dalla Liguria orientale, però, erano piuttosto preoccupanti. << In Liguribus >>> – scrive Livio (25) <<< magni belli et gliscentis in dies magis fama erat ». E allora il Senato delibera che <<<< consulibus ambobus Ligures provincia esset ». Entrambi i consoli, Marco Emilio Lepido e Caio Flaminio, raggiungono << mugugnando >> la indesiderabile provincia.
<<<Questi nemici>> – riferisce Livio (XXXIX, 1), di cui diamo testualmente tradotta la succosa prosa <<<< sembrava fossero come destinati a mantenere esercitati i Romani, nelle tregue fra le grandi guerre, nella tradizionale di-sciplina militare. Nè alcun’altra provincia ren-deva, più della Liguria, i soldati solleciti al dovere ed al valore. Qui ogni cosa costringeva i legionari ad essere sempre vigili e pronti: i luoghi montuosi ed impervi, che era difficile conquistare e sbarazzare dai tenaci difensori; i sentieri scoscesi, incassati, quasi fatti apposta per le imboscate; l’estrema mobilità, decisione ed aggressività degli avversari, che non davano mai campo né tregua; ed infine la impellente necessità di espugnare i loro villaggi fortificati, operazione oltremodo ardua e pericolosa. La regione era povera ed obbligava i soldati alle privazioni, non offrendo inoltre la menoma possibilità di far bottino. Le colonne operanti non erano perciò mai seguite nè da lunghe teorie di animali da soma nè dai vivandieri. Niente c’era all’infuori delle armi; e tutti nelle armi riponevano ogni speranza >>.
Che questo passo si riferisca ai Liguri -puani, ancor più che ai vicini Friniati, coi quali pure i consoli combatterono nel 187 av. Cr., si può desumere dalla descrizione dei luoghi, che si presentano meno impervi nel versante settentrionale dell’Appennino tosco-ligure-emiliano, e dalla tenacissima resistenza dei Liguri Apuani, che dovettero venire letteralmente <<< estirpati >>> dai loro villaggi montani, trasmigrandoli senza pietà. Nelle parole di Livio è contenuto un sobrio elogio dello sfortunato valore di questo popolo ligure, il cui sentimento d’indipendenza fu così forte da impedire l’umiliazione del patteggiamento cogli invasori e della sottomissione senza speranza.
La battaglia contro i Friniati sembra essere stata combattuta nella alta valle della Secchia, presso Pugnano (toponimo in certo modo indicativo) tra il Monte Valestra (il mons Balista di Tito Livio) e la Pietra di Bismantova (il bizantino Castron Bisimanton, nel quale forse può identificarsi il liviano Suismontium). Questo scontro sanguinoso fu decisivo per la sorte dei Friniati, che si arresero e consegnarono le armi. La guerra fu allora spostata nel territorio degli Apuani che ora vengono nominati, per la prima volta – i quali avevano fatto una incursione offensiva nell’agro di Pisa ed in quello di Bologna: anche con essi gli eserciti romani ebbero tanto successo da decidere i due consoli a dedicare gli ultimi mesi della loro magistratura ad opere di pace. Infatti Emilio Lepido fece costruire dai suoi legionari una strada da Piacenza a Bologna, e quindi a Rimini (l’attuale Via Emilia), mentre Caio Flaminio fece costruire, utilizzando un preesistente percorso etrusco, una strada da Bologna ad Arezzo (26).
L’anno seguente il console Quinto Marcio Filippo, partendo dalla base di Pisa, s’addentrò col suo esercito negli incassati meandri della val di Serchio: evidentemente egli voleva eliminare quei numerosi nidi di resistenza che avevan già messo in grave difficoltà il suo omonimo predecessore. Però finì anche lui per restar chiuso in trappola, e questa volta gli Apuani non persero tempo, ma distrussero quasi tutto il corpo operante, uccidendo ben 4.000 soldati romani e conquistando varie insegne militari. Di questo sciagurato console, salvatosi con pochi legionari, restò memoria tradizionale nella zona, perché la località della vittoria ligure fu denominata Marcione, villaggio tuttora esistente presso Pieve Fosciana: la chiesa di S. Quirico << de Marcione » è ricordata nel XIII secolo (27).
La tremenda disfatta delle armi romane non poteva rimanere invendicata. Rinnovato e rinforzato l’organico delle truppe destinate alla << provincia >>> dei Ligures, il console Marco Sempronio Tuditano partì, nella primavera del 185 av. Cr., dalla solita base di Pisa verso la tragica valle insanguinata. Così scrive Livio: << Sempronius a Pisis profectus in Apuanos Ligures, vastando agros urendoque vicos et castella eorum aperuit saltum usque ad Macram fluvium et Lunae portum » (ΧΧΧΙΧ, 32).
E’ evidente che l’interpretazione di questo passo è strettamente connessa all’identificazione del << saltus Martius », così chiamato, come già abbiamo detto, a perenne memoria della sconfitta romana e dell’ingloriosa ritirata (la fonte liviana parla esplicitamente di fuga) del console Marcio. La descrizione dei luoghi fa decisamente propendere per una gola alpestre, assai accidentata com’è l’alta val di Serchio: “Q. Martius in Ligures Apuanos est profectus. Dum penitus in abditos saltus, quae latebrae receptaculoque semper illis fuerant, persequitur: in praeoccupatis angustiis loco iniquo est circumventus; quattuor millia militum amissa, et legionis secundae signa tria, undecim vexilla socium ac Latini nominis in potestate hostium venerunt, et arma multa, quae, quia impedimento fugientibus per silvestres semitas erant, passim jactabantur; prius sequendi Ligures finem, quam fugae Romani fecerunt. Con-sul ubi primum ex hostium agro evasit, ne quantum diminutae copiae forent, appareret, in locis pacatis exercitum dimisit; non tantum obliterare famam rei male gestae potuit; nam saltus, unde eum Ligures fugaverant, Martius est appellatus» (28).
Sempronio, quindi, ripercorse la mulattiera già battuta da Marcio, ma non incontrò sulla sua strada gli Apuani, che per timore delle rappresaglie romane si erano ritirati sulle più alte montagne, abbandonando alla vendicativa furia dei legionari le loro povere case ed i piccoli villaggi. Attraversato il Colle d’Argegna in corrispondenza dell’attuale Passo dei Carpinelli (e su questo percorso fu poi tracciata la via consolare da Lucca a Luni per Forum Clodii), la colonna operante discese per la valle dell’Aulella (il fluvius Audenna) al fiume Magra, e di li raggiunse il porto di Luna (29).
Nei due anni seguenti, sotto il consolato di P. Claudio Pulcro e L. Porcio Licinio; e di M. Claudio Marcello e Quinto Fabio Labeone, non si verificò alcun avvenimento di rilievo nella Liguria orientale. La fondazione delle colonie romane di Modena e di Parma, dedotte nel 183 av. Cr., non determinò alcun gesto di ribellione da parte dei Galli Boi, nè dei Liguri Friniati, e tanto meno da parte degli Apuani. Però l’occasione per far nuovamente scendere questi ultimi sul sentiero di guerra si presentò allorché corse voce che i Pisani erano intenzionati ad offrire ai Romani una vasta parte del loro territorio montano, affinché vi fosse stanziata una colonia latina. Il proconsole Q. Fabio Labeone, essendogli stato prorogato l’ufficio, scrisse nel 182 av. Cr. al Senato Romano che gli Apuani erano sul punto di ribellarsi, e che perciò era in pericolo d’una nuova invasione armata il territorio di Pisa (“ex Liguribus scripserat Apuanos ad rebellionem spectare, periculum esse ne impetum in agrum Pisanum facerent » XL, 1). Non si può trovare altra causa, per questa disperata impresa ligure, all’infuori del giustificato timore d’esser chiusi nel cerchio di ferro delle fondazioni coloniali romane, che, peggiorando le condizioni in cui li avevano costretti i Galli, li avrebbero isolati fra le montagne senza possibili vie d’uscita.
La fonte liviana c’informa che, essendo sicuramente stata rafforzata la vigilanza delle forze armate stanziate sui due versanti appenninici, i Liguri Apuani non si mossero, attendendo probabilmente un’occasione favorevole; ma del loro atteggiamento di prudente stasi approfittarono nella primavera del 180 av. Cr. i consoli, ai quali era stata prorogata la magistratura, partendo entrambi dalla base di Pisa, ma attaccando gli Apuani da opposte parti, e cioè, verosimilmente, dalla val di Serchio, e dalla val di Magra e val d’Aulella. Presi alla sprovvista, 12.000 armati si arresero. In esecuzione dei tassativi ordini del Senato Romano, Publio Cornelio Lentulo e Marco Bebio Tanfilo ordinarono che tutti i Liguri Apuani abbandonassero la zona montana (<< ab Anido montibus descendere cum liberis conju-gibusque: sua omnia secum portarent » XL, 38), concentrandosi nella pianura costiera.
Ad un comando accentuato dalla minaccia delle armi, gli Apuani disarmati non potevano che obbedire. Crebbe a dismisura la loro angoscia, quando intesero che li attendeva il più grave provvedimento della deportazione nel Sannio. Invano impetrarono la pietà dei vincitori, invano offrirono ostaggi a garanzia della loro obbedienza a Roma (<< Ligures saepe per legatos deprecati, ne penates, sedem in qua geniti essent, sepulcra majorum cogerentur reliquere; arma, obsides pollicebantur; posteam nihil impetrabant, neque vires ad bel-landum erant, edicto paruerunt » XL, 38). Allorché fu terminato il rastrellamento della regione, ben 40.000 capifamiglia furono costretti a trasferirsi, con le mogli, i figli e, in num-rosi casi, i vecchi genitori, nell'<< ager Taurasinus», al confine del Sannio con l’Irpinia. Il Senato Romano, viste le loro poverissime condizioni economiche, dispose perché fossero ad essi assegnate, per le indispensabili spese d’impianto nella nuova sede italica, 150 mila libbre d’argento.
Subito dopo fu deliberata la deduzione della colonia latina di Lucca, stanziata in territorio a ciò offerto dai Pisani («Pisanis agrum pollicentibus, quo Latina colonia deduceretur, gratiae ab Senatu actae; triumviri creati ad eam rem Q. Fabius Buteo, L. et M. Popilii Lenates” XL, 43), i quali evidentemente volevano creare un solido antemurale contro le possibili minacce provenienti dalla val di Serchio. Questa considerazione trova sostegno nel fatto che l’anno seguente il console Quinto Fulvio Flacco dovette combattere coi Liguri Apuani dell’alta val di Magra, i quali erano probabilmente sfuggiti al precedente rastrellamento rifugiandosi verso le montagne del territorio veleiate (<< Fulvius secunda et quarta legione adortus a Pisis Apuanos Ligures, qui eorum circa Macram fluvium incolebant, in deditiones acceptos, ad septem mil-lia hominum in naves imposita praeter oram Etrusci maris Neapolim transmisit; inde in Sam-nium traducti agerque his inter populares datus est » XL, 41). Che questa operazione di polizia sia posteriore a quella del 180 lo dimostra il particolare della deportazione dei soli uomini (30).
Due anni dopo venne dedotta la colonia di Luna (attuale Luni), composta di 2.000 cittadini romani, a ciascuno dei quali fu assegnata una << sorte >> di cinquantun iugero e mezzo: << de Ligure captus is ager erat, Etruscorum ante quam Ligurum fuerat » (XLI, 13). Questa espressione liviana è stata variamente interpretata, ma essa sostanzialmente attesta che la zona costiera tra Pisa e Luni era stata occupata dagli Etruschi al momento della loro mas-sima espansione (tra il VI e il V secolo av. Cr.), e successivamente (verso la metà del IV se-colo av. Cr.) se n’erano impadroniti i Liguri Apuani. Di un’influenza etrusca assai accentuata restano a testimonio, in questa zona, le numerose suppellettili tombali della Versilia, di Ameglia, e la stele iscritta di Zignago.
Per il decennio seguente la fonte liviana non ci dà altre notizie riguardanti gli Apuani; dopo il 158 av. Cr., purtroppo, ci mancano i libri posteriori al 45°. Sappiamo, però, che il Senato Romano mantenne la « provincia >> di Liguria ed obbligò i due consoli a restare vigilanti nella sede di Pisa. Fu combattuto, ancora nell’alta valle del fiume Scultenna, contro i Friniati ed i loro alleati Garuli, Lapicini ed Hergati, che erano probabilmente popolazioni della Gallia Cisalpina («Ligures, gens semper victa, semper rebellans, Lunam Pisasque depopulati fuerant. Simul et Gallicus tumultus increpuerat. Lepidus Gallorum motu facile compresso, in Ligures transcendit… Cis Apenninum Garuli et Lapicini et Hergates. trans Apenninum Friniates fuerant. Inter Audenam amnem P. Mutius cum iis qui Lunam Pisasque depopulati erant, bellum gessit, omnibusque in ditiones redactis arma ademit >>> XLI, 19).
Liberata Modena dall’assedio dei Gallo-liguri, e pacificata la regione intorno a Parma, il console P. Muzio Scevola passò, verosimilmente per l’attuale via della Cisa, nel territorio apuano, dove s’erano rifugiati forse i Friniati, e li vinse presso il fiume Aulella. E’ peraltro possibile che la battaglia avvenisse, in quel luogo, tra i Romani provenienti dal Parmense ed i Gallo-liguri reduci dall’incursione predatrice sul litorale lunese-pisano. Comunque i Fasti Trionfali (C.I.L., I, 539) attestano che l’anno 175 av. Cr. i consoli M. Emilio Lepido e P. Muzio Scevola trionfarono « de Liguribus et Galleis ».
Negli anni successivi il teatro delle guerre liguri si spostò verso occidente, perché le campagne operative ebbero per obiettivo la conquista del territorio Statiellate, corrispondente genericamente all’attuale Monferrato. Fino almeno al 170 av. Cr., però, furono mantenuti in Pisa ed in Luni i quartieri d’inverno delle truppe (<< exercitu mature in hiberna Lunam et Pisas deducto » XLIII, 9). Essendo questa l’ultima notazione liviana relativa alla Liguria, non possiamo sapere fino a quando il Senato Romano considerò la regione apuana come<<< zona di operazioni ». Ma non crediamo di sbagliare avanzando l’ipotesi che tale situazione di emergenza durasse fino al 155 av. Cr. Per il 166 av. Cr., infatti, i Fasti Trionfali ci documentano il trionfo riportato dal console M. Claudio Marcello “de Galleis et Liguribus ».
La guerra si era, quindi, nuovamente spostata verso l’asse vallivo di comunicazione tra Val Padana e litorale tirreno. Con i Veleiati, tre anni dopo, si unirono nell’estrema, disperata battaglia contro i Romani invasori, quei pochi Apuani superstiti ai sanguinosi scontri, ed i loro figli anelanti di libertà. Nell’impari conflitto perirono, con gli eroici combattenti liguri, le ultime speranze d’indipendenza. L’epigrafe sommaria dei Fasti trionfali consegna alla storia la solenne testimonianza dell’ultima resistenza opposta a Roma dai Liguri Veleiati ed Apuani.
Il marmo dove fu incisa l’iscrizione è frammentario, ma non difficile è l’integrazione, già parzialmente fatta dal Mommsen, il quale peraltro non considerò che era assurdo distinguere (e quasi contrapporre) il termine LIGURES dal termine APUANI (31). In altre iscrizioni dei Fasti Trionfali appaiono sempre uniti i due termini, come per esempio Ligures Veleiates. Ligures Vacontiei, Ligures Stoenei, ecc. Ecco, comunque, l’iscrizione reintegrata:
(m. claudius. m. f.) M. N. MARCELLUS. II. COS. II. A. DX (спх).
(de liguribus veleiati) BUS. ET. APUA (neis. triumphavit).
Col trionfo ottenuto nell’anno 155 av. Cr. (598 di Roma) da Marco Claudio Marcello, console per la seconda volta, sui Liguri Veleiati e sui loro confinanti Apuani si chiude l’epoca eroica delle guerre romano-liguri nella Liguria orientale. I nuovi abitanti della regione, coloni romani e latini, non considerarono nemiche le antiche popolazioni liguri e, superati i primi inevitabili antagonismi tra vinti e vincitori, finirono per fondersi intimamente con esse, vivendo in pacifico accordo.
Nel territorio apuano, però, dovevano essere rimasti assai scarsi nuclei delle genti liguri, anche se può supporsi la conservazione d’una minuscola isola etnica nell’ambiente più inter-no della catena apuana.
Fu il Lombroso, nel 1878, ad attribuire i peculiari caratteri somatici di alta statura, accentuata dolicocefalia e capacità cranica, capigliatura nera e leggero prognatismo, alla sopravvivenza, in ambiente d’isolamento, di progenie etrusca. Più giustamente il Pieroni ed il Livi avanzarono l’ipotesi di una « razza ligure-apuana ». Recentemente è stata formulata l’ipotesi che si tratti di un gruppo di Atlantici (32), documentati dalla diffusione delle statue-stele, dai castellari liguri e dal fenomeno della << d >> cacuminale. Il Pullè dimostra, con validi argomenti, che nella regione abitata dai Protoliguri (i cosiddetti Aborigeni) dolicocefali, di bassa statura e con leggero prognatismo, penetrò ancora in epoca preistorica (età neo-eneolitica) una popolazione di origine illirica, pure a cranio dolicocefalo, ma di assai più alta statura (33). Elementi illirici persistono nell’antica toponomastica ligure (basti ricordare Segeste, attuale Sestri Levante) e sono denunziati dal suffisso asco (e varianti). frequente in Balcania.
Le statue-stele, già giudicate celtiche dal Mazzini e dal Giuliani (34), sono ormai assegnate all’età del ferro (35): esse possono soltanto attestare una sporadica penetrazione etnica che ha preceduto di qualche tempo la grande invasione gallica. I castellari liguri, come già abbiamo dimostrato, non possono risalire oltre la metà del III secolo av. Cr., perché non se ne riesce assolutamente a ravvisare la ragione pratica prima dell’invasione romana, od almeno dei preliminari di penetrazione romana nella Valle del Po. Il fenomeno della << d >> cacuminale, infine, non risulta elemento discriminante, perché tale caratteristica << sopravvive anche nel cuore della regione che fu abitata dai Friniates” (36), e nella quale mancano del tutto le statue-stele.
MARIO LOPES PEGNA, I Liguri Apuani e le loro drammatiche vicende, La Provincia di Lucca, Lucca, 1962, pp. 27/39
(1) Cfr. MEZZAR ZERBI G., Le fonti di Livio nelle guerre combattute contro i Liguri, in e Rivista di Studi Classici, Torino, VI (1958), pp. 3-15; VII (1959), pp. 152-165; VII (1960), pp. 329. 340.
(2) Edizione Archeologica della Carta d’Italia al 100.000. Foglio 105 (Lucca), 1958, pp. 21 e 22, n. 1-8.
(3) Ibidem, pag. 11, n. 3.
(4) Ibidem, pag. 15, n. 1.
(5) Ibidem, pag. 5, n. 1 c.
(6) Ibidem, pag. 14, n. 9.
(7) Sulla destra del Serchio sono state finora riconosciute le necropoli di Minucciano, di Castagnola, di Poggio, di Vagli di Sotto e di Filicaia; sulla sinistra, le necropoli di S. Romano, di Villa Collemandina, di Tereglio, di Montefegatesi e di Barga. Cfr. LERA G., Tombe liguri ritrovate presso Barga, in La Provincia di Lucca, Anno II (1962), n. 1, pp. 39-46.
(8) PODESTA P., Sepolcreto ligure di Cenisola, estratto dalle Notizie degli Scavi del novembre 1879», Roma, 1880. Per la conoscenza generale e la distribuzione topografica delle necropoli apuane è fondamentale lo studio di BANTI L., Luni, Firenze, 1937, pag. 23 segg. e Tav. XXX. Cfr. anche PFANNER. L., Una tomba ligure a cassetta scoperta a Filicaia (Garfagnana), in «Rivista di Studi Ligu-ri, XXIII (1957), pagg. 83-90; LOPES PEGNA М., Versilia ignota, Firenze, 1958, pagg. 49-64.
(9) GIULIANI M., Tomba a incinerazione nell’alta Val di Magra, in < Giornale Storico e Letterario della Liguria, Genova, XV (1939), pag. 19.
(10) BERNABO’ BREA L., Ricognizioni archeologiche nella Liguria di Levante, in Rivista di Studi Liguri >, VIII (1942), pag. 41 segg.; ISETTI G., Due stazioni liguri dell’età del ferro: Castelfermo e Coto (Comune di Carro, prov. della Spezia), in Giornale Storico della Lunigiana, La Spezia, XI (1960), pagg. 87-114.
(11) MONACO G., Velleia nella preistoria ligure, in Studi Veleiati. Atti e memorie del 1º Convegno di Studi Storici e Archeologici, Piacenza-Velleia, maggio 1954, pag. 27 segg. In questo importante studio vengono esaminati e cronologicamente definiti anche i castellieri della Liguria orientale (intesa, beninteso, in senso storico, cioè considerata nella sua entità territoriale preaugustea).
(12) DE STEFANI C., La Signoria di Gregorio IX in Garfagnana, in Archivio Storico Italiano, (1901), pag. 14. Per un’errata lettura paleografica appare nel testo la trascrizione < painam >.
(13) ALIGHIERI D., Divina Commedia. Inferno, c. XXXII, v. 29.
(14) ARIOSTO L., Satire, V, v. 139.
(15) LOPES PEGNA M., Annibale dalla Trebbia al Trasimeno, in « Archivio Storico Pratese », XXXIII (1958), pag. 7.
(16) LIVIO, XXXIV, 8.
(17) LIVIO, XXXIII, 43.
(18) LIVIO, XXXIV, 5: “Ligurum viginti millia armatorum, coniuratione per omnia conciliabula universae gentis facta, lunensem primum agrum depo-pulatos, Pisanum deinde finen transgressos, omnem oram maris peragrasse >.
(19) Livio, XXXV, 4: “per extremos Ligurum fines exercitum in agrum Boiorum induxit”. Con molta probabilità percorse l’antichissimo tracciato d’una strada mulattiera snodantesi lungo il margine occidentale del Casentino e del Mugello fine agli estremi confini della Liguria, penetrando nell’agro dei Boi verso la depressione delle Terme di Porretta, le romane “Aquae Porrectae >.
(20) LIVIO, XXXV, 3: “cum coacta vis magna, pecorum praedaeque esset… in castella corum vicosque ageretur >.
(21) LIVIO, XXXV, 11: “omnia propinqua viae tecta incendunt >.
(22) Livio, XXXVI, 38: “lege sacrata coacto exercitu >. E’ evidente che gli Apuani non erano popolazioni barbare, perché l’organizzazione politica e militare presuppone una civiltà abbastanza evoluta. Erano poveri, come attesta Livio, e non rifuggivano dal predare i beni nemici. Minucio” castella vicosque corum igni ferroque pervastavit; ibi pracda etrusca, quae missa a populatoribus fuerat, repletus est miles romanus”. Per “preda etrusca” va intesa quella fatta nell’agro pisano, che i Romani consideravano d’anteriore possesso etrusco.
(23) MEZZAR ZERBI, op. cit., pag. 331. Veramente i discorsi pronunziati da Catone furono due, ma quello dove si denunziavano le malefatte di Minucio è il su riferito.
(24) LIVIO, XXXVIII, 35,
(25) Livio, XXXVIII, 42.
(26) Loras PEGNA M., Visioni casentinesi, in «L’Uni-verso >, Firenze, XXXIV (1954), p. 73 segg.
(27) Catalogo delle Decime della Diocesi di Lucca per l’anno 1260; cfr. RAFFAELLI R., Descrizione geografica storica economica della Garfagnana, Lucca, 1879, pag. 281. II Pieri (PIERI S., Toponomastica della valle del Serchio e della Lima, 1898, pag. 23) riconnette plausibilmente la forma del toponimo <Marcione “col gentilizio Marcius. Ritengo sia da rifiutarsi l’identificazione del luogo della sconfitta romana con la localită denominata Canale del Marzio presso Pugliola, com, di Lerici.
(28) Livio, XXXIX, 20. Questo squarcio di nitida prosa ha la solenne obiettività d’un bollettino di guerra,
(29) Che questo porto debba identificarsi nell’ampio golfo della Spezia è, per gli studiosi più qualificati, evidente. Le notizie che di esso danno gli scrittori di età romana (Ennio, Livio, Strabone, Plinio, Persio, Silio Italico) e medievale, fanno cadere senza remissione le ipotesi di coloro che hanno voluto riconoscerlo nel modico approdo fluviale limitrofo alla colonia romana di Luni, soltanto in base ad un presunto avanzo di banchina portuale, che invece sembra essere la pila di un ponte crollato, o, forse, il residuo d’una costruzione difensiva.
(30) LIVIO, XI., 53: “Q. Fluvius cos. profectus in Ligures, per invios montes vallesque saltus cum exercitu transgressus, signis collatis cum hoste pugnavit, neque tantum acie vicit, sed castra quoque eodem die cepit. Tria millia ducenti hostium, omnisque ea regio Ligurum in deditionem venit >. Poiché gli avvenimenti sono del tempo del suo consolato, Ful-
[ non disponibili le note mancanti]
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia e rappresenta una mappa dell’antica Liguria