di Romolo Formentini
Vale davvero la pena di ritornare all’acuta disamina condotta da Ubaldo Mazzini su quello che egli stesso giustamente definiva un documento epigrafico medioevale, che non è soltanto il più antico della regione, ma anche è « ben degno di un posto ragguardevole nel Codice Diplomatico Longobardo ».
Altri si occuperà qui di mostrarci che cosa sia ancor valido dopo sessant’anni, al di là dei pregi che gli derivano dalla profonda erudizione, e ancor più dalla genialità, dell’Autore, in questo studio. A noi interessa, quasi occasionalmente, lo spunto offerto dalla interpretazione dei primi versi del frammento epigrafico, che è, secondo il Mazzini appunto, questa: « Non curando il pericolo di morte cui si esponeva, (il vescovo) spezzò qui molti idoli dei pagani, convertendo (a Cristo) i peccatori ».
Non pare che Mazzini abbia valutato a fondo la singolarità del discorso nella sua stessa interpretazione, forse perché il suo interesse maggiore era rivolto alla identificazione del misterioso personaggio ed al suo inserimento nell’ambiente storico della Lunigiana altomedioevale.
Egli infatti si limita a proporre la identificazione degli idoli pagani (« gentilium “) con simulacri della idolatria dei Longobardi, dai quali “all’epoca della nostra lapide (alla metà del secolo VIII) la Lunigiana era tutta occupata “; contraddicendo con ciò abbastanza seriamente la citazione da lui stesso poco più sopra riportata di una lettera di S. Gregorio Magno a Venanzio vescovo di Luni, del gennaio 599, con cui il pontefice raccomanda di parlare ai preti e diaconi di nuova ordinazione affinché si sforzino di richiamare le popolazioni lunensi dalla infedeltà, e di allontanarle dal culto dei gentili (a gentilium cultu suspendere), nella quale, afferma sempre lo stesso Mazzini, non può essere messo in dubbio il riferimento alle « reliquie dell’idolatria romana ».
La preoccupazione del pontefice sembra invece determinata dalla gravità di una situazione duratura, alla quale probabilmente egli stesso ed i suoi predecessori avevano cercato già in vari modi di porre rimedio, prima di questo, in verità singolare. ricorso all’apostolato dei nuovi preti e diaconi, che fa supporre che i più anziani si fossero mostrati troppo tolleranti e quasi consenzienti con manifestazioni di culto non ortodosse (ma ben difficilmente addirittura idolatre). E questo non può certamente essere riferito alle reliquie dell’idolatria romana, di cui sappiamo oggi, con maggior certezza rispetto al tempo in cui Mazzini scriveva, non esistere assolutamente traccia concreta nella regione; come non possono essere riferiti, a parte la contraddizione, alla idolatria longobarda, che non ne conosce alcun esempio. gli oggetti concreti della violenza iconoclasta del vescovo Leodegar (o comunque del personaggio al quale viene dal Mazzini riconosciuto tale nome e tale dignità).
Mentre entrambi i documenti trovano piena giustificazione se riferiti alle « reliquie di una tradi-zione cultuale che ha per oggetto quei monumenti preistorici, le celebri statue stele, che troviamo ancora praticamente ai giorni nostri in qualche modo misteriosamente associate a luoghi di culto, e di cui sono frequenti, anche proprio nei luoghi stessi della residenza del nostro personaggio, elementi frammentari per deliberata rottura.
Per cui non può non meravigliare il fatto che il Mazzini, che di quei monumenti ben era esperto. non abbia inteso il possibile, e anzi assai probabile. richiamo.
Dobbiamo peraltro ammettere di avere noi pure in qualche modo contribuito più tardi, involontariamente, a render più confusa la questione, quando, qualche anno fa, nello slancio della affermazione della arcaicità della pratica di rottura deliberata di questo tipo di monumenti, che è inequivocabilmente testimoniata anche altrove (Sion, Aosta, Alto Adige), abbiamo escluso la possibilità di attribuire la distruzione al mondo cristiano altomedioevale; rilevando anche, a conferma della nostra tesi, che i monumenti spezzati appartengono tutti ad una fase almeno genericamente più antica rispetto a quelli sicuramente attribuibile all’Età del ferro, che sono invece tutti perfettamente integri, salvo rotture manifestamente accidentali.

E non abbiamo dato alcuna considerazione particolare al caso, manifestamente eccezionale, dell’intervento del vescovo Leodegar, che, con pericolo della sua stessa vita, combatte l’idolatria, evidentemente ben saldamente radicata nella regione, distruggendo simulacri che altro non possono essere che le statue dell’antichissimo culto, giacché non esistono qui altri monumenti che si possano definire in alcun modo idoli; né d’altra parte vi è motivo alcuno di dubitare sostanzialmente della verità del fatto a cui l’epigrafe dedica maggior rilievo di quanto non faccia per gli altri pur assai rilevanti meriti, quali sono quelli di fondare chiese ed ospedali.
Per cui facciamo ora doverosa ammenda riconoscendo nel caso specifico in un personaggio rappresentativo del mondo cristiano altomedioevale l’autore della rottura delle antiche stele nel territorio immediatamente circostante il luogo della lapide, e quindi della sua sepoltura. Tale episodio è però secondo noi, lo ripetiamo, del tutto eccezionale; ed il raggio di azione della coraggiosa iniziativa non arriva certamente neppure a Filetto, dove abbiamo trovato, secondo la norma generale, tutte spezzate le statue più antiche, ed invece perfettamente integre le due che sono sicuramente da attribuire all’Età del ferro.
Il vescovo lunense Leodegar dunque (poiché non abbiamo difficoltà ad accettare l’identificazione del Mazzini) è intervenuto personalmente in questa zona lontana della sua diocesi, impegnandosi per ben dieci anni della sua vita nella lotta contro l’idolatria quivi imperante, e qui ha voluto esser sepolto poi, giunto al termine della sua vita, all’età di 84 anni, allo scopo evidente di continuare pur da morto, con la memoria delle sue virtù e della sua pietà, la lotta cui aveva dedicato tutte le sue forze in vita.
E che il pio vescovo avesse ottime ragioni per la sua scelta lo dimostra il ripetuto oltraggio alla sua memoria, appunto quella « damnatio nominis” che porta alla rottura della stessa epigrafe funeraria, alla distruzione, o almeno alla asportazione, della parte che lo identifica, ed alla reiterata cancellazione del nome che la pietà dei suoi devoti continuava a fare riscrivere in vari modi sull’intonaco, come ci fanno capire le tracce di numerose ripetizioni del nome stesso che il Mazzini ha potuto ancora leggere ai suoi tempi.

Che parte almeno degli idoli infranti siano quelli di cui si sono ritrovati abbondanti, e talvolta consistenti, frammenti fra le strutture in parte dirute della Pieve cui si è riconosciuto oggi l’antico nome di Sorano (che forse è invece da attribuire proprio all’abitato più alto nella cui chiesa fu sepolto Leodegar) è del tutto probabile; tale è la prossimità dei due luoghi, ed appunto la coincidenza del fenomeno.
E molto significativo quindi che proprio in questa chiesa, divenuta oggi cimitero, le tracce della antica idolatria combattuta dal pio vescovo siano tornate in aperto onore, nella funzione stessa che quel tipo di monumenti dovevano avere addirittura nella preistoria; quasi per una rivincita della antichissima, ma non mai cancellata, tradizione. Ed alludiamo in particolare alla statua stele acefala che si trova ancor oggi fissata, diritta, nel pavimento cementizio, all’interno della pieve, accanto all’altare, quasi come presente e partecipe alle funzioni che qui nelle ricorrenze generali e particolari in onore dei defunti sicuramente ancora si celebrano.
A proposito della quale stele dobbiamo fare altra ammenda, e ce ne rendiamo conto solo per averla considerata ora con più attenzione, perché l’abbiamo finora annoverata fra gli elementi di possibili riutilizzazione in strutture tombali, per via di quel “taglio” alla sommità del petto, che ci sembrava poter costituire il piano di appoggio per un’altra lastra posta a costa “di coltello», ed invece è certamente il segno della scalpellatura dei seni per la riutilizzazione della statua della serie più antica nella nuova funzione che è attribuita ai monumenti della Età del ferro.

E ciò è sicuro per almeno due motivi: perché nella connessione in struttura tombale, del tipo delle grandi casse in pietra di Sion e di Aosta, non vi sarebbe stata alcuna ragione di cancellare deliberatamente un elemento essenziale della rappresentazione quale sono i seni; e perché invece al contrario la cancellazione dei seni è di rigore per la riutilizzazione dei monumenti nella Età del ferro, in una società guerriera che rifiuta decisamente la tradizione della rappresentazione femminile.
Abbiamo infatti almeno due casi sicuri di cancellazione deliberata dei seni nelle statue della serie più antica: uno è quello della stele di Campoli, alla quale, dopo aver cancellato con cura i seni, che ancora compaiono nella traccia di una diversa patina della pietra nelle fotografie più vecchie, si sono aggiunti, in incisione, i disegni di un pugnale del tipo di La Tène I, di una cintura, di un braccialetto, e forse anche di un’accetta (che oggi più non si distingue); e l’altro è quello di una piccola stele proveniente da Malgrate, ed ora conservata al Museo Civico della Spezia, nella quale alla evidente, e grossolana, scalpellatura dei seni si è accompagnata anche la cancellazione di ambedue gli avambracci e delle mani che convergono sul basso ventre; mostrando cosi gli autori di tale intervento di avere inteso. o per essere il gesto più chiaramente espresso, o per avere essi coscienza del suo significato attraverso una tradizione ancora ben viva, che l’atteggiamento delle mani. come è del resto comprensibile anche in altre statue femminili (l’esempio più evidente è quella di Treschietto), rappresentava la esibizione della natura femminile, e quindi un gesto di provocazione sessuale analogo a quello ben noto della esibizione dei seni.
La stele di Sorano oggi ritornata in onore era quindi già stata trasformata secondo il nuovo ca-none della cultura sostanzialmente hallstattiana della Età del ferro in Val di Magra, quando Leodegar la fece violentemente abbattere decapitandola.
Ma altrettanto non si può dire delle altre (al-meno due) di cui si sono ritrovati i frammenti, perché né l’una né l’altra (una testa che porta ben chiaro il disegno della caratteristica collana multipla, e due parti ricomponibili di un torso armato del vecchio pugnale a lama triangolare) mostrano tracce di riutilizzazione. Per cui resta da spiegare come la comune sorte della rottura violenta possa avere riunito monumenti appartenenti a due fasi culturali diverse (anche se non necessariamente successive cronologicamente).
La spiegazione più verosimile è che i due tipi di monumenti avessero provenienza diversa, ed il luogo dell’attuale rinvenimento sia quello dello spettacolare auto da fe che il pio, e bellicoso, vescovo avrebbe organizzato a confusione dei reprobi (delinquentes) e ad edificazione dei fedeli.
La chiesa romanica, di cui si conserva ampia e significativa parte, potrebbe essere sorta più tardi, quasi a celebrazione e suggello dell’impresa di Leodegar.

E certo però che, se la collocazione della statua stele presso l’altare è un atto di cui è assai incerto il tempo e l’ambiente culturale, perché l’attuale situazione, certo non antica, potrebbe avere o meno precedenti anche molto lontani nel tempo, un altro elemento di scultura che è certamente coevo con le strutture fondamentali della chiesa, e cioè il bassorilievo che al disopra dell’imposta degli archi della navata mediana mostra l’immagine di un uomo ignudo e fortemente sessualizzato, si inserisce in modo inequivocabile nella tradizione artistico-religiosa che, avendo la sua radice nei monumenti della preistoria locale, giunge fino alla manifestazione dell’arte rustica dei giorni nostri.
Altro segno dell’asprezza della contesa fra le gerarchie ecclesiastiche e l’ambiente locale troppo ancora legato ad antichissime tradizioni di culto, e prova quindi del prevalere di questa parte?
Questo ci pare sinceramente assai probabile, soprattutto se poniamo mente al fatto che ambedue i motivi della perpetuazione della tradizione, e cioè l’associazione di elementi concreti della statuaria preistorica a luoghi del culto cristiano, e lo sviluppo di una tematica che si riallaccia chiaramente alla tradizione preistorica, nella scultura popolare, o comunque spontanea, si ripetono ininterrottamente fino ai giorni nostri.

Il primo testimoniato da numerosi episodi significativi nella storia del ritrovamento dei resti degli antichi monumenti; giacché, oltre al caso «limite” della stele di Sorano murata presso l’altare, abbiamo anche, per esempio, le stele di Scorcetoli e di Campoli murate sul sagrato della chiesa, il frammento di Gigliana nel campanile, le stele di Canossa, di Treschietto, di Venelia trovate accanto al cimitero; ed infine il caso recentissimo della stele di Falcinello che subito dopo la identificazione è stata collocata in chiesa, naturalmente con la sensata giustificazione che era quello l’unico luogo al tempo stesso pubblico e sicuro.
Quanto alla continuità della tematica tradizionale nella scultura popolare dalla preistoria ad oggi, una ampia ed approfondita ricerca nel territorio, che è nei programmi del nostro Museo in collaborazione con il Collettivo di ricerche etnografiche e storiche, completerà presto la documentazione di un fenomeno già chiaramente delineatosi anche nella fase di preparazione del censimento generale. Non vi è dubbio cioè che i due temi esclusivi della statuaria preistorica in Val di Magra: la figura armata e la figura femminile, il cui significato e funzione abbiamo cercato di chiarire altrove, si perpetuano nella sostanza. pur nel variare della tipologia stilistica, nell’arte altomedioevale, rispettivamente con la figura virile sessualizzata (come nelle statue dell’Età del ferro). quale è appunto il bassorilievo della pieve di Sorano, e con la diffusa figura della sirena a due code di animale marino, che queste code appunto divarica freneticamente con le sue stesse mani, esibendo così la natura femminile, proprio come l’antica stele faceva (con maggiore discrezione). E sono ancora riconoscibili per tutto il corso della produzione dell’arte rustica fino ai giorni nostri, anche se dalla figura armata e sessualizzata deriva il tipo del santo vescovo . dapprima caratterizzato dal quaderno di preghiere che tiene appoggiato sul petto con la mano aperta, e poi riconoscibile per la solennità dell’atteggiamento, o addirittura del volto, quando si riduce, come avviene sempre più frequentemente, alla sola rappresentazione della testa; mentre l’immagine della seduzione femminile si articola in varie forme spontanee, riducendosi infine con maggiore frequenza alla rappresentazione, spesso difficilmente comprensibile per l’imperizia dell’improvvisato scultore, della lunga capigliatura, che già aveva sicuramente questo stesso significato nella figurazione preistorica (si pensi per esempio alla esclusività di questo motivo nelle tavolette siberiane di Okunievo; e si rilevi la frequenza della rappresentazione della capigliatura nelle “ veneri” paleolitiche).
Romolo Formentini, “Gentilium Varia Hi Idola Fregit”, in Annali del Museo Civico della Spezia, Vol. I – 1977 – 1978