di Edoardo Filipponi

Era inevitabile che esistesse. L’ho cercata per anni, tentandone perfino una ricostruzione grafica. E per me, che vi ho sempre creduto, era del tutto normale che prima o poi fossi riuscito a trovarla. Ma solo quando, la mattina del 18 maggio all’Archivio di Stato di Firenze, mi è capitato tra le mani il documento n. 375 ho avuto finalmente la conferma di quanto questa mia convinzione non fosse mai stata la chimera di una grande illusione ma di come gli avvenimenti storici e le vicende politiche di una città di così lunga tradizione avessero potuto lasciare traccia di loro.
La scoperta, che avviene in un momento di particolare risveglio di interesse storico attorno alle cose di casa nostra, si affianca per importanza ad altre dello stesso genere ed a una serie di iniziative di ricerca e di studio che hanno recentemente riguardato la storia della nostra città.
ln questo contesto si inquadrano i ritrovamenti del prof. Enzo Artemio Baldini, ordinario di storia delle dottrine politiche all’Università di Torino, il quale ha rintracciato altre carte geografiche di questi siti presso l’Archivio General de Samâncas, in Spagna, il prezioso lavoro di ricerca dell’arch. Riccardo Lorenzi della Soprintendenza ai beni ambientali e architettonici di Pisa, Lucca e Massa e lo studio di riprogettazione tipologica delle fasi di sviluppo del tessuto edilizio del centro storico, compiuto dall’arch. Mauro Lombardi, di Pontremoli.
La pianta consiste in un disegno a penna, acquarellato di rosso, bruno, ocra e verde, realizzato su nove carte bianche incollate tra di loro e di complessiva forma rettangolare; posta verticalmente misura mm. 675 di base per 1235 di altezza.
Rappresenta prospetticamente in una singolare e dettagliata veduta “a volo d’uccello”, l’intero comprensorio urbano visto da Sud, estendendosi dall’antica chiesa della Madonna del Carmine, sopra Terrarossa, alla chiesa ed al convento della SS. Annunziata.
Una lunga legenda, composta di ben 37 voci, ne localizza le porte, le chiese, le proprietà e gli edifici pubblici e privati di maggior interesse.
Lo scenario è quanto mai suggestivo: tra i fiumi che fanno da quinta ad un ordinato susseguirsi di casette dai tetti rossi, le chiese, le porte ed il castello innalzano le loro elevazioni a testimonianza di una presenza attiva e pur dolcemente sperduta nel verde della natura circostante. Ciò che maggiormente colpisce a prima vista, oltre la fantastica percezione visiva di queste antiche figurazioni, è quell’insieme di serena tranquillità e di acquisito benessere che l’anonimo autore ha saputo infondervi: una città apparentemente in pace, essenziale nella sua struttura, urbanisticamente avanzata, ben difesa da ogni lato con mura e fossi ed opportunamente organizzata tanto nel politico quanto nel sociale.
E’ la stessa immagine felice che ci trasmette il Campi nelle ultime pagine delle sue Memorie: un primo allargamento urbano fuori le mura con due sobborghi, tredici chiese di cui sei parrocchiali, quattro conventi di più ordini religiosi di frati e monache, due ospedali, il duomo, un’attività industriale come la concia dei cuoiami, il Palazzo di Giustizia e la Torre civica, dall’alto della quale la campana dell’arengo fa giungere ai singoli cittadini la voce della comunità.

La sua datazione può essere fatta risalire, con ragionevole approssimazione, attorno alla metà del Seicento ed essere collocata in un arco temporale non anteriore al 1647 e non posteriore al 1661. Lo testimonierebbero, da un lato, l’esistenza di un significativo elemento di riferimento e, dall’altro, la comparazione con un’altra piantina, già nota, la cui datazione è storicamente accertata e che mostra l’evoluzione architettonica di alcuni palazzi della piazza di sotto.
La presenza della “Fabrica nova de Capucini”, la cui edificazione iniziò nel 1647 appena fuori le mura del Castelnuovo e l’appellativo di “Magra fiume reale” con cui l’anonimo autore definisce il corso fluviale, autorizzerebbero, più segnatamente, a ritenere che il completamento della pianta sia stato ultimato prima della fine di quello stesso anno.
Fino al 10 dicembre, infatti, presenti i lavori di costruzione del nuovo insediamento dei Cappuccini, Pontremoli era ancora sottoposta al governo spagnolo di Milano, di Filippo IV re di Spagna, il cui governatore, Bernardo Fernandez do Velasco, proprio l’11 dello stesso mese la vendette, in nome del sovrano, alla repubblicana Genova per la somma di 200.000 pezze.
L’ignoto autore potrebbe essere quel certo Cesare Faracone, conte romano e celebre architetto, inviato a Pontremoli dal Governatore di Milano proprio nel 1647. Scrive il Campi che vi giunse “a di 20 di giugno, giorno solenne del Corpus Domini, visitò Il castello del Piagnaro insieme ad altri, e le muraglie. A dì 23, fece la rassegna di tutte le milizie rurali della giara e prati dell’Annunziata. Dopo scorse per tutta la Lunigiana sino a Massa, e di nuovo ritornò in Pontremoli, dappoi a Borgo Val di Taro, il tutto disegnando; finalmente si portò in Milano”.
Ma la ricerca di una datazione rigorosamente esatta è tuttavia un particolare che riguarda più la storia del documento in sé che il significato meramente documentale che in questa circostanza ci occupa.
Cogliamone, in sintesi, qualche dettaglio.
Vi si scorge il Castello, ancor oggi facilmente riconoscibile nelle sue strutture essenziali, l’ospedale di San Antonio poco sotto la piazzetta di Sommoborgo, la chiesa di San Nicolò con l’abside volta verso la via ed alla quale si accede mediante un’ampia scalinata ed oltre, San Geminiano ed il suo campanile.
Cacciaguerra ancora parzialmente scoperta, bella e merlata, si appalesa, come in un sogno, fiera e maestosa al centro della Piazza, con la sua torre centrale a mezzo della quale sono rappresentate, con sorprendente realtà, le armi della comunità, quella degli Antelminelli e la famosa iscrizione che il capitano lucchese vi fece apporre a memoria delle sue gesta.
Nostra Donna ha il suo aspetto antico, essenziale, senza campanile, posta un po’ di traverso alla via e, più sotto ancora, al fondo di una piccola via in salita, allora come oggi, Santa Cristina.
ln fondo è San Pietro, con la sua grandiosa porta merlata dotata di ponte levatoio. Da una porticciuola munita di grata, un biedale, forse il Canale della Carpanella, porta l’acqua alla concia dei cuoiami, una costruzione a più piani fuori terra, situata all’incirca nelle odierne proprietà De Negri e Lumachelli.
Tutt’intorno, a fianco della strada che scende all’Annunziata, il segno evidente di rigogliose colture: il giallo delle messi, il bruno della terra, il verde degli orti.
A volte l’esasperata precisione del dettaglio è sorprendente: pare di essere al mese di giugno, il sole sta scendendo ad occidente e diverte accorgersi che l’orologio del Campanone segna le 17 e 25 di un giorno d’estate di trecento anni fa.
Fuori città è il vecchio convento dei Cappuccini, quello stesso voluto dalla comunità affascinata dalle predicazioni di Onorio da Napoli alla fine del ‘500. Ora è scomparso, trasformato o parzialmente inglobato nella villa Capellini, triste rudere ormai fatiscente che ancora si scorge, dalla statale, all’interno del terreno della ex Cementi.
E poi l’ospedale di San Lazzaro, San Lorenzo e la SS. Annunziata, con le prime case. Tutto intorno alla piazza una bassa cinta muraria conduce ad una porta merlata munita di inferriata che sbarra il passo a chi vi giunga dal ponte della Magra.
Vi mancano gli odierni palazzi, frutto del successivo rifacimento della città, quelli inalzati nella seconda metà del Seicento, che dettero la fisionomia attuale al centro urbano. Quello dei Dosi-Magnavacca, dei Venturini, degli Eschini, dei Noceti, dei Negri oggi Dosi a piazza Dodi, il Duomo nella sua forma attuale e tanti, tanti altri.
L’aspetto generale è, in buona parte, ancora quello tardo- cinquecentesco che molto lasciò perplesso il celebre de Montaigne quando vi soggiornò, di passaggio, nell’ottobre del 1581.
E’ però un insieme magnifico: una sensazione emozionante che avvince chi l’osserva. Ben poche città possono ancora riconoscersi in una loro rappresentazione di alcuni secoli prima.
L’approfondita lettura di questa pianta offre lo spunto ad una serie di interessanti ragionamenti e dà parziale conferma a supposizioni avanzate sull’aspetto architettonico e l’originaria collocazione di strutture urbane ma pone, nel contempo, un numero ancor maggiore di interrogativi.
L’attendibilità delle cartografie secentesche, ad eccezione di qualche particolare, è, come noto, parecchio lontano dal concetto di rispondenza rappresentativa che ne abbiamo oggi. Vi era in quei tempi una generalizzata tendenza a diffondere e riprodurre, non di rado modificandole, case e cose secondo il particolare gradimento del committente, raffigurando come completati edifici che in realtà non lo erano ancora e come ancora esistenti palazzi e costruzioni che non lo erano più da tempo ma la cui presenza costituiva una testimonianza ricca di significati ancora vivi nella coscienza storica delle popolazioni. Qual era l’aspetto reale di Cacciaguerra ai tempi di Castruccio? La porticciuola attraversata dal biedale, presso San Pietro, poteva ere la ”porta delle acque” cui si fa cenno nei documenti antichi? Com’era la tanto rimaneggiata casa dei Bernardi, il “Palatium Communis” testimone di tutti gli avvenimenti? E il Battifredo ricordato negli Statuti? Perché all’interno della cinta muraria, nella parte sotto Castelnuovo, una stradetta che fiancheggia le case correndo sotto le mura dalla parte del fiume, nasce all’improvviso dall’argine e scende verso San Pietro? Forse vi arrivava, in tempi ancor più antichi, il ponte del Casotto che deviava sulla Magra a mo’ di semplice guado anziché sul Verde come accade oggi e come sostiene il Lombardi sulla scorta di prove documentabili?
E ancora: com’era la prima Pontremoli? Quale ne era l’aspetto ai tempi dell’invasione di Totila? Può quello strano emiciclo di case del Piagnaro, osservabile solo dall’aereo, rappresentare l’esistenza di un sottostante insediamento di tipo bizantino?
La risposta è complessa e a tentarla si finirebbe di fare solo della facile letteratura. ln ogni caso è giunto il momento di occuparci, come unica possibile via di progresso, non tanto dei soli avvenimenti ma anche del “topos” che ne fu il loro teatro, lasciando ormai la parola al piccone e le supposizioni al ripasso sistematico di archivi sempre più moderni e sempre più ordinati ed allo studio più approfondito e razionale del sottosuolo in cui, more su more, ampliamenti e rifacimenti, hanno, per oltre un millennio, lasciato le tracce più autentiche del passato.
Uno sviluppo logico del grande lavoro dello Sforza che, con molta umiltà e smisurata scienza, lesse e raccolse anche per noi quasi tutto ciò che c’era da leggere e da raccogliere al solo scopo di “servire” alla storia di Pontremoli.
E questa non è una supposizione tra le tante. E’ solo l’invito, o se si vuole la preghiera, che è necessario muovere alle Autorità competenti perché vogliano essere, come è doveroso che siano, fra i promotori della rinascita di una nuova coscienza cittadina, dal momento che la cosa più terribile che possa accadere ad una comunità di Uomini non è il momentaneo venire meno della libertà o del benessere economico ma la perdita definitiva della propria memoria storica.
Edoardo Filipponi, Il Corriere Apuano, 8.7.1989