di Nicola Michelotti
Fra le carte destinate a « restare », l’atto testamentario è sempre stato il documento principe di un archivio notarile non soltanto sotto l’aspetto del Diritto: il suo contenuto, rimasto formalmente segreto fino al trapasso dell’autore, mantiene nel tempo quell’impronta di intimità e quasi di mistero che la sua pubblicazione non è riuscita a cancellare. La sua forma, ancorché impostata su linee obbligate oppure tradizionali ma sempre estremamente personalizzata, contiene una vivacità tipica alla quale non è estranea l’espressione verbale al tempo presente unitamente all’imperativo. Ecco perché un testamento, di recente oppure di lontana datazione, si fa leggere comunque con interesse, soprattutto se del suo autore, degli eredi e di tutto l’ambiente coinvolto avevamo già prima qualche conoscenza. Se poi la lettura saprà essere analisi, l’atto testamentario – per le esigenze epresse e per il tipo delle cosidette « ultime volontà” che vi sono contenute – diventerà un quadro di costume che valeva effettivamente la pena di prendere in considerazione.
L’atto che ci siamo proposti di analizzare, dettato oltre due secoli fa, contiene tutte le caratteristiche perché – indipendentemente dai temi concreti e dall’entità e ubicazione dei beni materiali in questione, e a prescindere dall’impostazione religiosa dettata dal suo più che “osservante” autore – possa ritenersi un testamento-tipo per quell’epoca. Inoltre esso contiene, sotto l’aspetto storico locale, motivi di peculiare interesse che più avanti metteremo nella dovuta evidenza.
Si tratta del testamento nuncupativo (1) del Canonico Giuseppe Maria Negri, Primicerio della Collegiata di s. Maria del Popolo di Pontremoli (2) e Cavaliere di Santo Stefano (3), datato 18 marzo 1779 e rogato da ser Gio. Leonardo Falaschi notaro pontremolese (4). Si ritiene utile, per diversi aspetti, pubblicare in appendice l’intero documento quale risulta da una copia autentica, a nostre mani, datata 1824 omettendo però tutto il preambolo formale che possiamo solo brevemente riassumere qui di seguito: il testamento, conformemente alle prescrizioni del tempo, viene aperto nella « Camera d’Udienza del Palazzo Pretorio di Pontremoli “personalmente dal Provicario regio su istanza del presunto erede (5). Sono presenti il già citato notaro e ben sette testimoni, tutti pontremolesi ed appartenenti alla nobiltà pontremolese oppure al ceto dei “benestanti” (6), Gioverà ricordare che l’elevazione di Pontremoli a città nobile è un fatto soltanto dell’anno precedente e lo stesso Canonico Negri era stato iscritto nel Libro della Nobiltà di Pontremoli (7).
La famiglia Negri (Neri o Negri indifferentemente sino alla prima metà del Settecento, poi soltanto Negri) aveva origini lontane nel tempo e derivava dai Pavesi: tale Bernardino, trasferitosi da Pavia a Corlaga di Bagnone nel 1477 e citato nei Protocolli del notaro Pietrino d’Agnetta come « pavese », fu l’iniziatore della famiglia lunigianese dei Pavesi. Sposò Caterina di Tommaso Malaspina, marchese di Cremolino, dalla quale ebbe tre figli maschi: Lorenzo, nato nel 1510, il quale assicurerà con il figlio Michele la discendenza mascolina; Rinaldo, nato nel 1515, il quale avrà un unico figlio Marc’Antonio che sarà scudiero di Papa Paolo III; Giovanni, che deve considerarsi l’iniziatore della famiglia Negri dal momento che assumerà l’appellativo Nigrus e i di lui figli saranno Nigri (= del Nigrus). È così spiegato anche il senso di questo cognome (8).
Il pronipote di Giovanni, Pietro Giacomo Negri (o Neri), si trasferirà a Pontremoli nella seconda metà del Cinquecento ed ivi sposerà Virginia Curini. Il loro figlio, Giovanni, sarà il primo Cavaliere di Santo Stefano della famiglia.
I Pavesi si porteranno a Pontremoli ai primi del Seicento con Pietro Giovanni, e questo era stato già precisato dal Ferrari (9), ma dal documento dell’archivio più sopra citato risulta che lo stesso Pietro Giovanni era figlio di Michele e di Caterina di Rolando Malaspina di Ponzano. Detta Caterina è semplicemente citata dal Litta senza alcuna nota (10); mentre viene rappresentata dal Branchi unitamente al suo primo marito, il Marchese Leonardo Malaspina di Gragnola (11).
Ma torniamo al documento. Dopo l’indicazione della data, viene la citazione del Pontefice Massimo, Papa Pio VI (12), e del Granduca Pietro Leopoldo di Toscana «clementissimo padrone e gran maestro »: una forma che, in apparenza, è più riverente verso il Granduca che non verso il Pontefice. E questo si può spiegare con la esaltata ammirazione che nobili ed ecclesiastici pontremolesi di quel tempo provavano verso la persona del Granduca autore, nel 1778, del noto motuproprio per la elevazione di Pontremoli a città nobile e, conseguentemente, a sede episcopale superando d’un tratto le annose difficoltà che erano ancora di impedimento alla realizzazione del progetto (13).
Seguono: nome, cognome, paternità, maternità e titoli onorifici: era figlio di Giovanni, parimenti Cavaliere di Santo Stefano, e di Donna Fiammetta Gerini di Pietrasanta. Dei titoli onorifici di cui godeva, è messo in particolare evidenza quello di Primicerio (14), Altre indicazioni di genere anagrafico sono omesse perché, evidentemente, si danno per conosciute: era nato a Pontremoli il giorno 11 settembre 1701 ed erano suoi fratelli Pietro Giacomo (1688-1758); Ippolita, della quale abbiamo già detto in nota; Nicol’Antonio, nato nel 1704; Tommaso, nato nel 1708 e poi abate di Scogna; infine Rosalba, che sarà monaca nel Convento di S. Antonio Abate di Pontremoli col nome di suor Caterina (15).
Nessuno lo avrebbe dubitato ma il Canonico Negri non ha difficoltà a dichiararsi « per la grazia di Dio interamente sano di mente, senso, vista, loquella, udito, et intelletto »; una formula che equivale all’affermazione di oggi: « nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ». Stabilito che, come testatore, egli sa chiaramente ciò che vuole, intende ora passare a dire le sue ultime volontà, al fine di non « ridursi a disporre… in tempo di malatia, nel quale si rimane agitato». Ed aggiunge un’espressione certamente lapalissiana ma anche un po’ patetica: “ perché si vede per continua esperienza, che quanto è certa la morte, altrettanto incerta l’ora del morire… Estote parati, quia qua hora non putatis Filius Hominis veniet ». In altre parole: quella di testare non sarebbe per lui una necessità urgente a dimostrazione del suo già di-chiarato ottimo stato fisico ed intellettuale ma vi provvede per non essere colto impreparato nell’ora solenne. Pure questa potrebbe sembrare un’affermazione abbastanza rituale, cioè tipica di quell’epoca, indipendentemente dal fatto che la madre del Canonico aveva usato nel suo testamento una frase quasi identica (16) Però quell’aggiunta delle parole prese dalle « Divine Scritture », la quale citazione avrebbe lo scopo di far apparire erudito il te-statore, infirma di certo l’efficacia totale giacché l’ammonizione dell’Estote parati dovrebbe essere riferita alla preparazione dell’anima e non ha nulla a che vedere con la disposizione, per tempo, dei propri beni materiali.
E quindi il momento di dichiarare anche la validità oggettiva del documento che deve intendersi « derogatorio a qualunque altro… ancor che munito di qualunque clausola » (17), prima di passare alla parte spirituale che il nostro testatore limita inizialmente alle invocazioni celesti per « felicemente passare alla patria beata del Paradiso ».
Dopo la chiara e lenta forma della prima parte del documento – e poi la cortesia espressiva, la riflessione e la preghiera – scaturisce d’un tratto la forza di chi sta imponendo le sue ultime volontà che dovranno essere rigorosamente rispettate: «Ordino e voglio», oppure « intendo e voglio», ed anche « lascio e ordino” sono le forme assunte nella parte più concreta dello stesso testa-mento. E alla preghiera per l’anima segue la disposizione per la sistemazione del corpo « fatto che sarà cadavere ». « Ordino e voglio – egli dice – che morendo in Pontremoli sia sepolto nella mia sepoltura nella chiesa delle Revende Madri di San Jacopo d’Alto Passo, se in Bagnone nella mia sepoltura nella chiesa dei Reverendi Padri Agostiniani di San Rocco, se in Caprigliola nella chiesa parrocchiale di San Niccolò nella mia sepoltura, se in Pietra Santa nella chiesa dei Reverendi Padri di San Francesco… » (18)
Una disposizione ampiamente previdente dal momento che la morte potrà coglierlo sia a Pontremoli, ov’egli abita nella vicinia di s. Cristina, nel palazzo oggi contrassegnato col n. 25 della via Mazzini (19); sia in Bagnone, ove spesso si incontra con il suo fattore Olivieri (20); oppure a Caprigliola, al quale luogo è affettivamente legato e dove possiede, oltre alle terre, ai frutteti, ai castagneti, alle abitazioni rustiche e ai molini, una villa comoda e di stile ragguardevole che lo accoglie frequentemente (21). Minori probabilità esistono che la morte lo sorprenda a Pietrasanta, ove peraltro possiede ancora beni immobili derivati dalle disposizioni testamentarie della madre (22).
Per la pomposità del funerale si rimette alla benevolenza e alla fantasia dell’erede ma intende e vuole che, « oltre le Messe » normalmente previste, si disponga perché nell’arco di due anni ne siano celebrate altre seimila, cioè una media di otto-nove Messe per giorno « in quelle Chiese che… pareranno o piaceranno ». La madre sua si era limitata al numero di tremila da celebrarsi nel tempo di tre anni, il che significava una media giornaliera di poco inferiore a tre. È fuori dubbio che la sostanziale differenza, su questo tema, tra le due disposizioni testamentarie deve ricercarsi nel fatto che il Canonico avrebbe lasciato – alla sua morte – capitale di gran lunga più ragguardevole di quello già cospicuo di cui disponeva per parte sua la madre e pertanto poteva ben pretendere da chi aveva designato come erede. V’è da aggiungere, anzi, che le spese per funerale e Messe non saranno gli unici esborsi cui dovrà sottostare l’erede, come si potrà vedere nel prosieguo di questa analisi.
La « Chiesa della Beata Vergine degli Angioli dell’Eremo del Ponte » in quel di Caprigliola è propriamente un oratorio che porta la data del 1664. Ai tempi del Canonico Negri ed anche presentemente-vi si canta la Messa la domenica successiva alla festa del 15 agosto con grande concorso di fedeli (23). Già nell’anno 1763 lo stesso Canonico aveva incaricato lo scultore Giovanni Ba-ratta di Carrara della costruzione di un altare in marmo coll’im-magine della Beata Vergine degli Angeli (identica commissione il Negri affiderà allo stesso scultore per la Chiesa del Convento di S. Antonio Abate di Pontremoli nel quale, in quell’anno 1763, era Abbadessa la di lui sorella Rosalba). V’è da pensare che l’oratorio fosse particolarmente seguito e beneficato dal nostro personaggio il quale vuole premiare almeno una delle fanciulle del coro con la formula del sorteggio, ammesso che possegga i requisiti richiesti (24),
In passato il Canonico aveva sempre provveduto in solido acché si suonasse l’Ave Maria del mezzogiorno con le campane della parrocchiale di Caprigliola: ebbene, egli dispone nel testa-mento (ed impone all’erede) che l’usanza continui per altri cinquant’anni (25).
Sempre all’erede impone che alla nipote Maria Pellina, sua vita natural durante, siano versati annualmente « Zecchini gigliati venticinque » affinché « si ricordi di pregare, e far pregare… » per l’anima sua, non per altro (26). Così come impone, ancora per lo stesso scopo, che siano versati a ciascun fattore « Scudi Cento da lire Sette Moneta di Parma », al servitore Neri da Sarzana « Scudi duecento” e a ciascuna delle altre persone al suo servizio « Scudi Cinquanta » con la sola clausola che, per poter beneficiare del lascito, siano al servizio suo al tempo in cui morirà, e che abbiano ad assisterlo etc., etc.: un atto magnanimo e indicativo di indubbia disponibilità, mentre la vera signorilità traspare per intero quando impone all’erede che sia annullato « ogni e qualunque Credito potessi avere contro de’ miei Mezzadri tutti, concernenti a vettovaglie fatteli somministrare… ».
Al termine di questa molto ampia e particolareggiata e, per la maggior parte, formale introduzione si entra nel tema propriamente materiale del testamento. Si inizia con l’elencare i beni: nel caso specifico, il primo ed il più nobile » di questi è il palazzo di « Piazza de’ Dodi » (27), precisato nei suoi confini; poi vengono gli altri beni immobili siti in Pontremoli, quindi la villa e i diversi possedimenti di Caprigliola e zone limitrofe. Detto tutto questo, finalmente è svelato il nome dell’erede: il nostro Canonico intende che i beni « passino in primo Genitura nel Signor Giovanni figlio Primo Genito del Signor Pietro Pavesi…», il quale Pietro Pavesi era figlio di Francesco e di Ippolita Negri, sorella di Giuseppe Maria, « di Primogenito in Primogenito maschio in infinito di detta linea, quale cessando…». E qui inizia – tipica espressione del modo di vedere un po’ irreale e un po’ sospettoso la panoramica delle diverse possibilità di soluzione – la prevedibile serie dei vincoli nell’eventualità che dovesse estinguersi « che Dio non voglia » la discendenza maschile nei figli di Pietro Pa-vesi (28)
In effetti, Giovanni (1753-1819), non avrà figli maschi cosicché il patrimonio passerà al secondogenito Giuseppe (1758-1820) sposato con la marchesa Maria Isabella da Passano (29), e quindi al primogenito di questi, Pietro (1786-1860) che sposerà la marchesa Carolina Coppeteti, dai quali ultimi coniugi il loro primogenito Fabio (1835-1900), padre a sua volta del marchese Uberto (30)
La contropartita affettiva che il Canonico Giuseppe Maria Negri impone è che Giovanni di Pietro e gli altri conseguenti eredi e discendenti del ramo specifico assumano la sua « Arma » ed il suo nome ed abbiano a chiamarsi PAVESI-NEGRI. Ecco spiegato il perché di tale doppio cognome per questo ramo dell’antica famiglia Pavesi, del quale ramo e della quale famiglia sono state riportate notizie di indubbio interesse nel contesto dell’analisi di questo particolare atto testamentario.
NICOLA MICHELOTTI, Un modo di testare nella seconda metà del settecento,pubblicato in Studi Lunigianesi, voll. XII – XIII, anno 1982-1983, edito dall’Associazione Manfredo Giuliani per le ricerche storiche e etnografiche della Lunigiana, Villafranca
(1) Cioè dettato a voce, davanti a testimoni: un istituto del Diritto Romano non più previsto dal Diritto Civile italiano.
(2) Si trattava, e si tratta, del titolare del Canonicato della ss. Concezione, eretto nella Collegiata pontremolese per disposizione della famiglia Campi, personalmente don Bartolomeo e chierico Giovanni Campi con rogito del notaro Curini del 29 settembre 1740. La famiglia Negri aveva fondato nella stessa chiesa altro Canonicato, quello di s. Rosa da Lima, per volontà di don Alessandro Negri, zio paterno del nostro Giuseppe Maria. Cfr.: Nicola Michelotti, I benefici ecclesiastici nella Pontremoli granducale, in Arch. Stor. Prov. Parm., IV s., v. XXXI (1979), p. 103 e sg.
(3) L’Ordine cavalleresco toscano istituito nel 1562 da Cosimo I de’ Medici a ricordo della vittoria riportata a Marciano sui Francesi e sui Senesi nel 1554. Sarà soppresso dalla Rivoluzione francese ma verrà ripristinato e riformato nel 1817.
(4) I suoi Protocolli, conservati nell’Archivio notarile di Pontremoli, vanno dal 1744 al 1783. Il padre suo, Ascanio, pure notaro rogò dal 1712 al 1735. I notari contemporanei di Gio. Leonardo Falaschi a Pontremoli furono Lorenzo Orlandini, dal 1743 al 1783; Riccardo Andrea Micheloni, dal 1748 al 1803; Giuseppe di Gaetano Maracchi, dal 1752 al 1809. Queste ed altre informazioni sono state cortesemente fornite dal dott. Mario Angella, archivista notarile a Pontremoli.
(5) Data di pubblicazione: 27 dicembre 1782. Il personaggio che “presume » di essere erede oppure esecutore testamentario, e come tale presenta l’istanza per l’apertura del testamento, è il nobile Pietro di Francesco Pavesi (1726-1802), la cui madre era Ippolita Negri (1698-1744) sorella del testatario.
(6) Si trattava dei nobili Leonardo di Paolo Castellini, Ottavio di Donnino Cortesini e Anton Maria di Antonio Francesco Ferdani; dei benestanti Pietro di Francesco Restori, Ignazio di Domenico Pedroni e Francesco di Giulio Bertinelli. Il settimo testimone è tale Jacopo Ferri che, al momento, non è possibile identificare. Il citato Pietro Restori è anche noto e ricordato per essere stato una delle cosiddette teste calde del 1799, uno cioè degli arrestati di quell’anno perché sospetto di glacobinismo: Nicola Michelotti, Note di cronaca pontremolese in un archivio parrocchiale, in Arch. Stor. Prov. Parm., IV s., v. XXIV (1972), p. 82 e sg.
(7) Nicola Zucchi Castellini, Pontremoli dalle origini all’Unità d’Italia, Pontremoli, 1976. Nicola Michelotti, 1778: Pontremoli Città nobile, in Arch. Stor. Prov. Parm., IV s. v. XXX (1978), Tomo I, p. 109 e sg.
(8) Il legame di parentela con i Malaspina non era noto né al Branchi, né al Litta. Le notizie sulle origini della famiglia Negri e della famiglia Pavesi, finora del tutto inedite, sono ricavate da un documento manoscritto dell’archivio domestico dei marchesi Dosi Delfini; documento che lo scrivente ha potuto esaminare per la cortesia della n.d. dott.ssa Gabriella Gray De Cristoforis Dosi Delfini.
(9) Pietro Ferrari, La Chiesa e il Convento di San Francesco di Pontremoli, ivi, 1926, p. 490 e sg.
(10) Pompeo Litta, Famiglie celebri italiane: Malaspina, Tav. XI.
(11) Eugenio Branchi, Storia della Lunigiana Feudale, v. II, Tav. XIII sotto il titolo Marchesi Malaspina Signori di Lusuolo (da cui Ponzano e Aulla) ».
(12) Giovanni Angelo Braschi.
(13) La elevazione di Pontremoli a sede episcopale era da lungo tempo invocata. Il Ferrari fa risalire questa aspirazione dei Pontremolesi all’anno 1306 quando, stipulata la pace tra i Malaspina ed i Vescovi-Conti di Luni, fu segnata la fine del potere temporale della Chiesa lunense. Cfr.: Pietro Ferrari, Pontremoli e la sua Diocesi, in Corriere Apuano del 12 aprile 1930; Nicola Michelotti, Il catalogo delle chiese lunensi di Padre Bernardino Campi, in Arch. Stor. Prov. Parm., IV s., ν. ΧΧΙΧ (1977), p. 75.
(14) Nella copia autentica a nostre mani è scritto “Primicero». Altra inesattezza: la dizione « noncupativo” per “nuncupativo”.
(15) Si tratta del Convento delle Monache Rocchettine, una ramificazione del-le Agostiniane, ubicato nella parrocchia di s. Cristina. Suore e Convento erano anche detti di Sant’Antonio con riferimento ai locali dell’omonimo ospedale di Imoborgo che il Monastero occupò a partire dalla prima metà del Seicento. Quando, nel 1810, il Convento sarà soppresso per effetto del noto decreto napoleonico, i locali saranno trasformati in prigioni. Il Convento è ricordato per aver accolto, tra le giovani, Maria Caterina Orefici (1699-1766) morta in concetto di santità: Orazio Antonio Ghelardi, Vita della Serva di Dio Maria Caterina Orefici d San Benedetto, religiosa conversa... etc., Lucca, 1774; R. De Arimannis (Leonello Ricci Armani), II Libro dei Capitoli delle Monache di S. Antonio Abate di Pontremoli, Parma, QGM, 1937; Nicola Michelotti, Ordini religiosi a Pontremoli, in Corriere Apuano del 15 novembre 1975.
(16) La madre aveva lasciato detto che «Non essendo più cosa certa della morte né più incerta dell’ora della medesima, et essendo comune a tutti li viventi pagare questo debito…: Cfr.: Testamento della Signora Fiammetta Gerini di Pietrasanta, moglie del Sig. Cavallere Giovanni Negri, fatto in Pontremoli il 26 settembre 1739, pubblicato dal notaro Gaetano Maracchi il 23 marzo 1748. Presso lo scrivente è una copia autentica datata 1814.
(17) A questo punto esiste una imperfezione sostanziale, riscontrabile nel testo pubblicato in appendice: il testatore volendo garantire ancor più l’autenticità e quindi la validità del suo testamento, lo definisce “scritto… di proprio pugno», nel qual caso l’atto non potrebbe definirsi propriamente nuncupativo.
(18) La sepoltura più ragguardevole e prestigiosa era senza dubbi quella pontremolese. Chiesa e Convento erano a suo tempo appartenuti all’Ordine degli Spedalieri di S. Giacomo d’Altopascio che aveva lo scopo precipuo di accogliere pellegrini, curare infermi, accompagnare viandanti, ed anche quello di riattare strade e ponti, ed ebbe vita fino a quando Cosimo I destinò le entrate di Altopascio ad una commenda del nuovo Ordine di Santo Stefano da lui istituito, come abbiamo già visto in precedente nota. A questo punto entrarono le suore agostiniane. Cfr.: Nicola Michelotti, Ordini religiosi a Pontremoli, in Corriere Apuano dell’8 novembre 1975. Nel centro della chiesa è visibile riprendo dai Quaderni di Giuseppe Brunero una grande lapide sul pavimento con l’arma della famiglia Negri: è la pietra tombale di Giovanni Negri con pomposa scritta latina. Si tratta del bisnonno del Canonico Giuseppe Maria, morto quarantaseienne nell’anno 1650. Nella stessa sepoltura saranno collocati altri membri della famiglia: la stessa Donna Fiammetta aveva chiesto, nel testamento di cui s’è detto, di essere sepolta in s. Giacomo d’Altopascio.
(19) Il palazzo passerà poi ai conti Corradi che lo terranno per lunghi anni. Attualmente è di proprietà dei marchesi Dosi del ramo di Francesco di Giuseppe Antonio, che lo hanno acquistato dai Ceppellini.
(20) Unica traccia di sepoltura nella chiesa bagnonese, già degli Agostiniani di San Rocco, è quella di Antonio Cartegni, il celebre fisico dello Studio pisano. Il Convento, soppresso dalle note disposizioni granducali, è stato successivamente trasformato in casa canonica ed è per norma abitato dal primo parroco di Bagnone che ha il titolo di Prevosto e Vicario Foraneo. Cortese informazione dell’amico comm. dott. Carlo B. Brunelli.
(21) Il Canonico Giuseppe Maria Negri morirà nella sua villa di Caprigliola il 28 novembre 1782 (come si rileva da documenti della Curia Vescovile di Pontremoli) e il giorno 30 successivo sarà sepolto nella tomba dei Negri della Chiesa parrocchiale di s. Nicolò di Caprigliola (come si rileva dai registri parrocchiali che il Prevosto, don Michelangelo Romeo, ha gentilmente mostrato). La pietra tombale, collocata “ante maius altare” e fuori della balaustra, porta l’iscrizione per Nicolaus Antonius De Nigris, Cavaliere di Santo Stefano, figlio di Giovanni (e fratello del nostro), morto trentenne nel 1734. Questa nuova Chiesa fu inaugurata nel 1696 e, da quel momento e fino al 1811, la vecchia verrà impiegata solo per le sepolture. I Negri tuttavia ottennero la tomba nel nuovo edificio.
(22) Gran parte delle sostanze sue la madre aveva disposto in modo da assi curare la necessaria assistenza al figlio Tommaso, abate de jure ma di fatto incapace di intendere. Esecutore testamentario il figlio Canonico, come si desume dal già citato testamento di Donna Fiammetta Gerini vedova Negri.
(23) Trascritta nei registri parrocchiali di Caprigliola si trova la seguente LEGGENDA: Veniva da Pontremoli, verso la sua villa di Caprigliola, un Marchese Negri-Pavesi [sic]. Arrivato a pochi passi dal luogo dove ora sorge l’oratorio, vede alcuni individui che lo aspettavano con sinistre intenzioni: i loro occhi erano assetati di sangue e di rapina. Egli rimane titubante, ferma il cavallo e, mentre essi avanzano per afferrarlo affinché non tornasse indietro, alza gli occhi al Cielo e invoca Santa Maria e in quel mentre appare l’immagine della Madonna sullo scoglio che è sulla riva sinistra del canale. Il cavallo spicca un salto… e il Negri è salvo miracolosamente dai malandrini». La trascrizione è di epoca non lontana.
A pie’ della pagina stessa figura questa annotazione:” Ma la data incisa sul portale (1664) fa escludere i Pavesi-Negri ». Ma non esclude, sosteniamo, noi, i Negri-Pavesi per le ragioni espresse in merito alle origini della famiglia che in un primo tempo potrebbe essersi chiamata appunto Negri-Pavesi per diventare poi soltanto Negri.
Per quanto concerne la stessa leggenda, vds.: Giulivo Ricci, Un Inventario nella Lunigiana del Cinquecento, Artigianelli, Pontremoli, 1973, p. 195 e sg.
(24) Il Canonico Negri, con istrumento datato primo gennaio 1744 a rogo Domenico Maria Giannetti notaro fiorentino, aveva lasciato diversi beni all’Oratorio dell’Eremo del così detto Ponte, come si rileva dalla copia autentica di un atto dell’anno 1831 tra le carte parrocchiali di s. Nicolò di Caprigliola.
(25) Ancor oggi, dallo stesso campanile di allora, si suona l’Ave Maria di mezzogiorno.
(26) E la marchesa Pellina Giovo de’ Giovi, moglie di Pietro Pavesi.
(27) Per le particolarità artistiche del palazzo e le sue preziosità interne cfr.: Pietro Bologna, Artisti e Cose d’Arte e di Storia Pontremolesi, Firenze, 1898; Ros-sana Bossaglia, Vasco Bianchi, Luciano Bertocchi, Due secoli di pittura barocca a Pontremoli, Carrara, 1974. E il palazzo, già citato, della via Mazzini.
(28) Il ramo si è purtroppo estinto nella prima metà di questo secolo.
(29) Era figlia del marchese Manfredo da Passano, Governatore del Finale. (30) Delle femmine Pavesi-Negri sono ricordate: Margherita di Francesco, sorella di Pietro, andata in sposa ad Anton Maria di Ottavio Ricci e di Olimpia Canossa; Margherita di Pietro coniugata col marchese Giovanni di Niccolò Dosi e della contessa Teresa Morandi di Piacenza.
TESTAMENTO
Dell’Illmo Signore Cavaliere, Primicierio
D. Giuseppe Maria NEGRI
della Città di Pontremoli
Rogito
Ser Gio. Leonardo FALASCHI
del di 18 del Mese di Marzo dell’anno 1779.
“Nel Nome del Signore Iddio, oggi che n’abbiamo del mese di marzo dieciotto, dell’anno Mille Sette Cento Settanta Nove, sedendo sopra il Solio Pontificio Pio Sesto Pontefice Massimo, e felicemente Regnando Pietro Leopoldo Gran Duca di Toscana mio Clementissimo Padrone, e Gran Maestro.
Io Giuseppe Maria Negri, figlio del fu Cavalier Giovanni e della Donna Fiammetta Gerini di Pietra Santa, Cavaliere dell’Insigne Sacro Militar Ordine di San Stefano Papa martire, e Primicero dell’Insigne Collegiata di Santa Maria della Città di Pontremoli, mia Patria, per la Dio grazia interamente sano di mente, senso, vista, loquella, udito, et intelletto, ma non volendo ridursi a disporre delle cose mie in tempo di malatia, nel quale si rimane agitato, e forse da qualche improvviso colpo restarne deluso, poiché si vede per continuo esperienza, che quanto è certa la morte, altrettanto incerta l’ora del morire, come si legge nelle Divine Scritture: Estote parati, quia qua hora non putatis Filius Hominis veniet. Pertanto nel presente mio Testamento, scritto e sotto scritto di proprio pugno, derogatorio a qualunque altro avessi mai fatto, ancor che munito di qualunque clausola, che qui derogando dovessi esprimere, con il quale intendo di morire, che si dice Noncupativo, ossia senza scritti, et in Noncupativo simpliciter stabilisco, e voglio disporre come segue:
Primieramente raccomando l’Anima mia all’Onnipotente Iddio, alla Santissima Vergine Maria, alli miei Santi Avvocati, ed a tutta la Corte Celestiale, quali tutti unitamente invoco ad assistermi nell’ora della mia morte, acciò possa felicemente passare alla Patria Beata del Paradiso.
Ordino, e voglio, che il mio Corpo fatto che sarà Cadavere, morendo in Pontremoli sia sepolto nella mia sepoltura nella chiesa delle Reverende Madri di San Jacopo d’Alto Passo, se in Bagnone nella mia sepoltura nella chiesa dei Reverendi Padri Agostiniani di San Rocco, se in Caprigliola nella chiesa parochiale di San Niccolò nella mia sepoltura, se in Pietra Santa nella chiesa dei Reverendi Padri di San Francesco, con farne fare un deposito di marmo, e frattanto collocarmi in un deposito provisionale in essa chiesa. In ordine poi alli funerali, ed esequie, mi raporto ad essere onorato secondo parerà, e piacerà agli infrascritti Signori miei Eredi, o Erede, quale, o quali intendo, e voglio siano tenuti farmi celebrare, oltre le messe del funerale, altre messe sei milla in quelle Chiese o a lui, o loro pareranno, o piaceranno in termine di due anni, e queste in suffragio dell’anima mia e delli miei Antenati.
Item per ragione di legato intendo, e voglio, che la Domenica dopo la festa della Assunta, in occasione che si canta la messa nella Chiesa della Beata Vergine degli Angioli dell’Eremo del Ponte di Caprigliola il mio signor Erede, o Eredi, faccino avere a quel Sacerdote, che canterà la messa dieci, o dodici biglietti, in cui vi saranno notate quelle Fanciulle, che stimeranno più bisognose e convenevoli in quella Parochia, una delle quali dovrà essere estratta, quale se nel termine di anni due prenderà marito, e presenterà le fedi al Paroco d’essere sempre vissuta onestamente, et che abbia frequentato li Santissimi Sacramenti, dopo sei mesi che sarà sposata le debbino dare lire Cento di Genova.
Item per ragione di legato lascio che dal mio Signor Erede, o Eredi, faccino suonare giornalmente l’Ave Maria del mezzo giorno nella Chiesa Parochiale di Caprigliola, come ho fatto sempre praticare in passato, e detti due prelegati cessino dopo anni Cinquanta.
Item per ragioni di legato lascio che dal mio Signor Erede, o Eredi, siino dati alla Signora Maria Pellina Giovi ne’ Pavesi mia dilettissima nipote annualmente Zecchini gigliati venticinque sua vita natural durante, acciò si ricordi di pregare, e far pregare per l’Anima mia.
Item per ragione di legato lascio al Signor Don Ferdinando Chiavacci di Caprigliola mio Fattore in detta Villa Scudi Cento da lire Sette Moneta di Parma, il simile al Signor Don Giuseppe Olivieri mio Fattore in Bagnone, et il simile a Santi Tedeschi mio Fattore in Pietra Santa, allorché però si ritrovino ancora all’attuale mio servizio nel tempo della mia morte, et che mi abbino fedelmente servito, et assistito nelle mie malatie, e parimente con tali condizioni, lascio, et ordino che siino dati a Giovan Antonio Neri di Sarzana mio attuale servitore Scudi duecento moneta di Parma, come sopra, se pure si ritroverà ancora alla mia morte al detto attuale mio servizio, e parimente con le suddette condizioni intendo, e voglio, siano dati Scudi Cento Moneta come sopra alla Cristina Malatesta di Caprigliola mia Cameriera siccome a tutta l’altra servitù che si ritroverà alla mia Morte all’attuale mio servizio le sia dato Scudi Cinquanta per ciascheduno Moneta come sopra acciò preghino per l’anima mia.
Item per ragione di legato, intendo, e voglio che a titolo di Carità sia scancellato ogni, e qualunque Credito potessi avere contro de’ miei Mezzadri tutti, concernenti a vetovaglie fatteli somministrare, non tanto al Mezzadro di Verdena, che a quelli di Bagnone, a quelli di Caprigliola, et a quelli di Pietra Santa, che alla mia Morte si ritroveranno nelle mie possessioni, acciò preghino per l’Anima mia.
Item voglio che per ragione d’Instituzione, legato, o in altro miglior modo che fare, o dir si possa, intendo e voglio che il mio Palazzo con tutti li mobili che sono e servano ad uso abitabile Civilmente in detto Palazzo con il suo Giardino, che ho, tengo, e possedo in Pontremoli nella Piazza de’ Dodi, vicinanza di Santa Cristina, che confina con la strada pubblica, il Fiume Magra, gli Signori Fratelli Zucchi, e Signori Fratelli Maracchi, unitamente al Podere, ossia Possessioni che tengo in Verdeno, sotto la cura parimente di Santa Cristina sotto li suoi noti confini, come possedo il presente e con tutti li suoi Capitali di Bestiami che si ritroveranno in detta Possessione al tempo di mia morte, con il Casone di Castagni che sono nella Comune di Vignola, teritorio pure di Pontremoli, che sono pure uniti alla Possessione di Verdeno, così che uniti con essa formano un solo Podere, e tutto sotto i suoi noti Confini, siccome la palazzina, ossia Villa, che ho nella giurisdizione di Caprigliola luogo detto alla Bettola, con tutti li mobili che esistono in essa, unitamente a tutti gli effetti, e terreni che sono annessi alla medesima, con la fabbrica, ossia Casa, che esiste sotto al Giardino ad uso di saponiera, siccome la possessione della Casetta che confina verso Stadano con li Beni di detta Villa, come pure tutti li Beni, terre, Castagni della piana, la Casa che comprai da Domenico Parutelli, ad uso di Osteria, con altra Casa allivellata al fu Francesco e Domenico nipote Parutelli et insomma tutti li livelli, od altro, che di mia ragione si ritroveranno nella Villa dell’Isola di giurisdizione di Caprigliola suddetta; siccome la Possessione che riscossi dal Signor Don Antonio Orlandini di Santo Stefano, posta nella Giurisdizione di Caprigliola luogo detto al Fornello, in oggi tenuta a mezzadria da Domenico Pucci; così ancora il Torchio, e Mulino di mezzo, con il Mulino piccolo che conduce a livello li Fratelli Chiocca, che si l’uno che l’altro li comprai dal Signor Proposto Lunini di Caprigliola; siccome altro Torchio e Mulino di fondo, che comprai dal Signor Capitano Ferdinando Caimi di Santo Stefano, e detti edifizi, Case et effetti sopra de-scritti, intendo, e voglio, dico che passino in primo Genitura nel Signor Giovanni figlio Primo Genito del Signor Pietro Pavesi mio nipote, quale Signor Pietro è figlio della fu Signora Donna Ipolita mia sorella e del fu Signor Francesco Pavesi mio dilettissimo Cognato. Così nel di lui Primogenito maschio, e di Primogenito in Primogenito maschio in infinito di detta linea, quale cessando, subentri l’altra linea agnata, e più prossima al mio erede, come sopra istituito, e gravato, e così di mano in mano fino che vi saranno dei chiamati maschi, discendenti del nominato Signor Pietro Pavesi mio nipote, e in estinzione di tutta la linea maschile come sopra istituita, e sostituita, voglio, et ordino, e comando, estinguendosi la Linea maschile nelli Figli del detto Signor Pietro – che Dio non voglia – il primo figlio maschio della di lui prima figlia che viverà nel tempo di tale sostituzione, subentri, e così di mano in mano riguardandosi nel succedere alla prossimità al primo gravato fino in infinito in tutti gli maschi descendenti dalle altre Famiglie, con patto però che tanto detto Signor Giovanni mio pronipote come sopra istituito, e tutti gli altri sostituiti osservino, e prendino il Cognome ed Arma di me Testatore, e così della Casa Negri, volendo in essi conservare la mia finta agnazio-ne, e così dovranno chiamarsi PAVESI-NEGRI. Come pure proibisco a loro ogni e qualunque alienazione, propria, o impropria in qualunque modo, e per qualsivoglia Causa d’ogni benché minima porzione di detti fondi Primogeniturale, e così qualunque ipoteca di fondo, o fondi, e detrazione che mai immaginar si potesse, poiché tanto nel primo Caso di non assunto Cognome ed Arme, quanto nel secondo Caso d’alienazione, voglio, et intendo che subito sul fatto, senza alcun ritardo, o purgazione di mancanza, decada, e subentri il Sostituto che non sarà contraveniente. E così di mano in mano in tutti li Sostituti in infinito; di più se alcuno, tanto instituito che sostituito, o altro che avesse, o godesse qualunque Cosa del mio volesse impugnare, o in tutto, o in parte tale primogenitura da me formata, in tal caso, non solamente resti privo d’essa quando vi fosse chiamato, ma di qualunque altra Cosa appartenesse alla mia Eredità così che resti spogliato del tutto, quale passerà interamente a quello instituito, o sostituto in grado più prossimo, successibile, che non l’impugnerà.
In oltre, che detta primogenitura in quanto alla proprietà come sopra instituito e sostituito, passi in detto Signor Giovanni mio nipote, anzi Pronipote subito seguita la mia morte, o in altro Sostituto pure come sopra in caso della di lui premorienza, ma che l’usufrutto resti appresso al Signor Pietro mio nipote per vita naturale durante in pieno, e libero godimento, e soltanto alla di lui morte si consolidi colla proprietà delli Istituti, e Sostituti nella predetta formata Primogenitura.
In tutti gli altri miei mobili, immobili, semoventi, azioni, ragioni, nomi, da debitori, presenti, ed in avvenire di qualunque sorte, e specie, salvo sempre il sopra da me disposto, istituisco e voglio che sia mio erede universale il sopra nominato Signor Pietro Pavesi mio Nipote, e figlio del fu Signor Francesco Pavesi suddetto, e della fu Signora Donna Maria Ipolita mia dilettissima sorella, quale istituisco Erede in ogni meglio modo che fare, e dire si possa, quanto in tale testamento noncupativo di Noncupazione implicita da me scritto, e sotto scritto viene contenuto, e la mia mente, e volontà libera, e determinata, che intendo, e voglio sia eseguita appuntino dopo la mia morte, quale se mai non sussistesse per via di testamento, protestandomi però, se vi fosse in questo qualche cosa contraria al Gius Civile Municipale o Leggi veglianti di Toscana, che quello cada, perisca, e sia per non apposta, e scritta così, che non apporti nullità alcuna alla presente mia disposizione, valga per via di Codicillo; se non valesse per via di Codicillo, valga per via di Donazione Causa Mortis, e se non valesse per via di Donazione Causa Mortis, valga per qualunque titolo, e modo che fare, o disporre si possa, e così sia.
Io Giuseppe Maria del fu Signor Cavaliere Giovanni Negri, Cavaliere di Santo Stefano, e Primicero di questa Insigne Collegiata di Pontremoli, ho scritto il presente mio Testamento di Noncupazione implicita di mia mano, e proprio mio Carattere, e lo sottoscrivo di mia mano, e mio proprio Carattere, volendo che sia l’ultimo mio Testamento, ed ultima mia volontà, e che valga per qualunque modo, via, e ragione. Mano propria. GIUSEPPE MARIA NEGRI »,