GIUSEPPE MICHELI A CINQUANT’ANNI DALLA MORTE

di Nicola Michelotti

I partecipanti all’Adunanza della Deputazione di Storia Patria per le Prov. Parmensi al passo della Cisa il 28 settembre 1924. Al centro, con la folta barba bianca, il presidente Giuovanni Mariotti; il quarto da destra è Giuseppe Micheli

La generale disponibilità e, diciamo pure, il vivo interesse degli appassionati lunigianesi di storia locale verso l’ambiente culturale parmense sono situazioni che spingono a riflettere. Vien da pensare che in alta val di Magra si continui a vedere Parma “capitale”, anche se i così detti Stati Annessi del vecchio ducato hanno avuto poco più che due lustri di vita e sono cessati, com’è noto, con la realizzazione dell’unità d’Italia. Poi ci si rende conto che alla base di tale attrazione esiste, da tempo ormai lontano e indipendentemente da tutto, un legame tra uomini che al di qua e aldilà dell’appennino hanno comunicato tra loro col linguaggio della cultura e con l’amore verso la montagna. E tra questi uomini splende certamente la figura di Giuseppe Micheli.

Le montagne non separano, non dividono, ma uniscono indistintamente i popoli della terra: affermazione di enorme valenza civile e culturale che Giuseppe Micheli volle far propria, e tale sacrosanto concetto tenne presente in tutto l’arco della sua esistenza che fu attivissima, ricca di esperienze e marcata da impegni sociali e politici spesso gravosi.

Nella sua prima gioventù – educato all’amore del natio loco sulla scia di una meravigliosa tradizione familiare (2) poté rilevare, innanzi tutto, che non pochi confini regionali dell’Italia “unita” erano segnati dai monti, che cioè i monti erano stati presi, in diversi casi, per separare giuridicamente e politicamente tra loro zone geografiche che avevano invece comunanza di interessi culturali, di tradizioni, di antica civiltà; che le cime di quei monti, inopportunamente, erano viste soltanto nei limiti di “creste spartiacque”. Tuttavia per poter dimostrare la validità e l’attualità del concetto secondo il quale le montagne uniscono i popoli, intraprese con paziente e intelligente opera la via più razionale e concettualmente più valida: occorreva propagandare il rispetto e l’amore per la montagna. Ma per poterla amare bisognava conoscerla e studiarla e frequentarla. Quando le genti dei due versanti di una catena montuosa si fossero ritrovate sulla cima di quei loro monti, non portate, né trascinate da attrattive secondarie, ma spinte dall’amore genuino verso la montagna, allora quelle persone avrebbero scoperto di condividere un sentimento, di avere in comune qualcosa di superiore. A quel punto si sarebbero convinte di essere spiritualmente unite.

Il perseguimento di questo fine – dicevamo – ha regolato tutta la sua esistenza.

Giuseppe Micheli nasce a Parma nel 1874. Laureatosi in giurisprudenza, si dedica al notariato seguendo professionalmente le orme del padre con una “notevolissima, onesta attività”. E dal padre, inoltre, “apprende l’amore allo studio come disciplina severa di vita” (3). Nella sua dedizione alla politica attiva è costantemente sorretto da una profonda fede e “tale fede egli saprà conciliare con l’amore di patria” così da ritrovarsi tra i primi cattolici “sorti a sostenere la necessità della loro partecipazione alla vita politica dello Stato che egli saprà sempre fedelmente servire”: da consigliere di Comuni o di Province a deputato, a ministro, a vicepresidente della Camera, a senatore di diritto. Ma per valutare adeguatamente l’intensità e il livello del suo impegno politico è indispensabile un breve sunto di questo iter.

Occorre ricordare che il divieto di partecipare alla vita politica nazionale – imposto ai cattolici da papa Pio IX con il famoso Non expedit – aveva fatto sì che il Parlamento italiano si trovasse ad essere rappresentato solamente da esponenti per la maggior parte anticlericali: massoni, liberali, repubblicani, radicali, socialisti. Nei primi del Novecento, esponenti cattolici di primo piano su scala nazionale, tra i quali appunto Giuseppe Micheli, decidono di tenere un convegno a Milano: è il 4 agosto 1904. In quella sede concordano che è giunto il momento, per loro, di entrare in politica dato che quel divieto papale doveva ormai considerarsi superato dai tempi. Mancano però di adeguata organizzazione per cui, alle elezioni politiche del settembre dello stesso anno, riescono a far eleggere soltanto due deputati. Ad essi si unisce nel 1908, prima che abbia termine la ventiduesima legislatura, il trentaquattrenne Giuseppe Micheli, in occasione delle elezioni suppletive tenute presso il collegio elettorale di Castelnuovo Monti, collegio che aveva giurisdizione sull’alta val d’Enza, sia del versante reggiano che di quello parmense. Alle successive elezioni politiche – marzo 1909 – il Micheli ottiene la riconferma a deputato e tale resta ininterrottamente per sette legislature cosicché negli anni 1919-’20 partecipa al governo Nitti, e negli anni 1920-’21 a quello Giolitti, come ministro dell’Agricoltura e poi dei Lavori Pubblici in rappresentanza del Partito Popolare Italiano.

Dopo il delitto Matteotti, Giuseppe Micheli fa parte di quei deputati dell’opposizione al regime che compiono la secessione parlamentare dell’Aventino, per cui il 9 novembre 1926 gli vien tolto, unitamente ai suoi “compagni di cordata”, il mandato parlamentare. Rientra così a Parma dove riprende la professione notarile e l’attività giornalistica, per altro mai del tutto abbandonate.

E dopo gli avvenimenti dell’8 settembre ’43, sia per ragioni di sicurezza personale e sia perché richiesto da Alcide De Gasperi in vista dell’organizzazione della Democrazia Cristiana, raggiunge Roma. Nel maggio 1944, al tempo del governo Bonomi (7), Micheli ricopre la carica di ministro dei Lavori Pubblici che mantiene fino alla formazione del governo Parri, subito dopo la Liberazione. Nel 1945 è vice presidente della Camera dei Deputati.

Alcide De Gasperi, subentrato a Parri nel dicembre ’45, affida al Micheli il dicastero della Marina: compito gravoso dato dal fatto che la guerra aveva finito per distruggere quasi interamente non solo la flotta militare. Il 2 giugno *46 viene chiamato a far parte dell’Assemblea Costituente quale ex deputato in carica all’instaurazione della dittatura fascista. Tale resta fino alle elezioni politiche del 1948. Gli giunge quindi la nomina a senatore di diritto (8).

Ciò che meraviglia è constatare come Giuseppe Micheli abbia potuto svolgere compiti politici tanto importanti e gravosi, e occuparsi, nel contempo, di altre attività non meno onerose per impegno. Nella sua vita pubblica, come in quella privata, sente sempre fortissima l’azione a favore dell’umana solidarietà cosicché nel 1908 il giovane deputato trentaquattrenne Giuseppe Micheli corre a portare il suo contributo di forze a Messina, sconvolta dal terremoto. Vi giunge insieme all’amico conte Roberto Zileri Dal Verme “con pochi fondi elargiti dalla Cassa di Risparmio di Parma e da alcuni cittadini parmensi” (9). Provvede subito ad avviare i lavori per la costruzione di un villaggio che sarà chiamato “Michelopoli”: ricovero dotato di infermeria, refettorio, ufficio anagrafe e chiesa (10). E si adopera oltre il possibile per tutto il tempo in cui rimane in quei luoghi disastrati. Sarà poi opinione comune che per quanto aveva fatto, così generosamente e con tanto altruismo, dovesse meritare ben più della medaglia di bronzo di cui alla fine viene insignito, alla pari con tanti altri (11).

Questo suo sentire a favore del “sociale” si rileva in non pochi dei suoi scritti, anche in epoca successiva (12). Significativa del carattere del Micheli è la sottoscrizione, aperta per sua iniziativa a partire dal 1942, per la ricostruzione della chiesa matildica di Pieve San Vincenzo, nel territorio reggiano, distrutta dal terremoto del 7 settembre 1920, lo stesso evento sismico che al di qua dell’appennino, in Lunigiana, aveva recato danni ingenti al territorio fivizzanese. Né verranno meno le sue attenzioni verso problemi che riguardano la montagna lunigianese anche se, territorialmente, non toccano il suo collegio elettorale. Basti per tutte la sua premurosa azione a favore della variante alla strada interprovinciale del Lagastrello (13).

Tuttavia il suo orientamento, aldilà delle occupazioni di ordine politico, presenta un ventaglio assai ampio di interessi culturali, di ordine etnografico, storico e scientifico, cosicché avrà modo di far parte in maniera attiva, per un cinquantennio, della Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi nella quale era entrato nel 1897. Dei suoi studi pubblicati dalla stessa Deputazione risulta notevole quello relativo alle corporazioni parmensi d’arti e mestieri (14). Nel 1947, alla ricostituzione della stessa Deputazione la quale, com’è noto, nel 1935 era stata ridotta, per disposizioni centrali, a semplice sezione della Deputazione per l’Emilia e Romagna, ne sarà acclamato Presidente (15).

Ma se trova nella Deputazione parmense di Storia Patria l’ambiente più favorevole per approfondire e pubblicare gli studi prettamente storici, è nel foglio “La Giovane Montagna” che egli fonda all’inizio del secolo e del quale resterà sempre la mente e il cuore il suo campo per i prediletti studi rivolti alla montagna, parmense, reggiana e lunigianese. A questo unirà, nel 1905, una collana di opuscoli, di formato piccolo, per ospitare estratti dello stesso foglio ed anche articoli, rivolti per la maggior parte alla stessa montagna, prima pubblicati in forma sparsa: la “Biblioteca della Giovane Montagna”. Vi unirà, a partire dal 1937, una seconda collana per privilegiare ricerche e studi di ampia portata, i “Quaderni della Giovane Montagna”: montagna che egli visiterà minutamente scoprendo di ogni luogo, pur piccolo, pur remoto, oltre alle singole caratteristiche naturali, il verseggiatore dialettale, lo studioso di etnografia, il cultore della storia locale. Infatti, il paesaggio, la storia, le leggende, la letteratura, le opere dell’uomo e l’uomo della montagna sono i temi da approfondire, da studiare e da far conoscere perché possa nascere e svilupparsi in generale una vera ed effettiva coscienza montanara anche se è “innanzi tutto il montanaro che deve avere fede nella montagna”, come egli stesso avrà modo di sostenere.

Per questa sua ferma e particolare, potremmo dire singolare, dedizione sarà bonariamente definito “il patriarca della montagna”. Tutti i suoi “cari montanari” com’era solito chiamare i collaboratori delle diverse zone dell’appennino parmense, reggiano e lunigianese – egli sollecita a scrivere, a portare un contributo fattivo su di un tema che gli è particolarmente caro. E questo riesce ad ottenere esemplarmente perché è solito rivolgersi con il suo spirito intelligente ed arguto, con la bonarietà del suo tratto che scaturisce anche dalla figura fisica particolarmente possente, con l’espressione sempre chiara e gioviale (17).

La morte lo coglie a Roma il 17 ottobre 1948: intellettualmente poteva essere considerato ancora sulla breccia, ma le conseguenze della guerra avevano finito lentamente per logorarlo. Infatti era stata determinante, per il suo morale, la perdita di un figlio Michele (Michelino) in Russia, ufficiale degli Alpini (18). Unanime è il rimpianto: a Parma, come tra la gente della “sua” montagna e tra quanti lo conoscevano anche nella vallata della Magra fino alla Spezia, presso i numerosi amici ed estimatori: in primis, Ubaldo Formentini, Mario Niccolò Conti, Lanfranco Bellegotti, Luigi Buglia, Ferruccio Sassi, Marco Vinciguerra, Alberico Benedicenti, Manfredo Giuliani, Nicola Zucchi Castellini, don Marco Mori (19).

A quale livello il nostro appennino fosse al centro dei suoi interessi, è possibile rilevare dalla sua azione e dagli studi di ordine folcloristico ed etnografico che seppe avviare e condurre. Egli stesso aveva inteso trattare dei Canti popolari dell’alta Valle del Taro (20); Gli scavi di Monte Castello ed una strada militare per il Lago Santo (21); La Sagra del Faggio Crociato (22), oltre alla trattazione delle diverse “Caminate” (della Val di Ceno, del Taro e del Piacentino): sono articoli suoi di particolare pregio tra quelli di ordine storico-montanaro apparsi sulla “Giovane Montagna”. Aveva sollecitato a scrivere della montagna anche sotto l’aspetto religioso, coinvolgendo i non dimenticati don Luigi Fugaccia (23) ed il canonico di Massa Luigi Mussi (24), tanto per restare nell’ambito lunigianese.

I poeti in vernacolo non venivano certamente dimenticati, anzi continuavano ad essere ospitati anche dopo che il regime aveva posto severe restrizioni sulla stampa di soggetti in forma dialettale. Così, per quanto riguarda la Val di Magra, aveva avuto il suo giusto spazio Marco Vinciguerra del quale proprio il Micheli aveva recensito il volume Al Suel (25) e pubblicato alcune composizioni dialettali nella rubrica, curata dallo stesso Micheli, Tra zufoli e zampogne. Tra i poeti lunigianesi in lingua, ospitati sullo stesso foglio, occorre qui ricordare i “nostri” Luigi Buglia, Erberto Buttini e Corrado Martinetti. Significativi restano, per importanza, gli studi storici di Pietro Ferrari, Ubaldo Formentini, Manfredo Giuliani e Nicola Zucchi Castellini, per i quali si rimanda alle rispettive elencazioni bibliografiche. Con questi studiosi lunigianesi il Micheli aveva allacciato legami culturali assai stretti e proficui.

Uno dei capolavori della “Giovane Montagna”, nel tema dell’ambiente montanaro, era stata certamente la presentazione di un personaggio singolare: Giacomo Ferrari da Quattro Castella, autodidatta, illustratore delle Parri allo stesso Micheli, incombendo in Italia le elezioni amministrative.

Soltanto dopo la consultazione elettorale, e dopo aver sentito il parere della popolazione, sarebbe stato possibile affrontare la questione (27). Tuttavia l’iniziativa più importante e finale di Giuseppe Micheli, condotta in maniera veramente decisa, si deve ritenere la proposta che egli aveva fiduciosamente e fermamente avanzato all’Assemblea Costituente. nel 1946, per la creazione di una nuova regione definita “Emiliano-Lunese” sostenuta in Lunigiana dal Formentini e caldeggiata dallo stesso Giuliani. Avrebbe dovuto essere composta dalle province di Piacenza, Parma, Reggio e Modena con l’aggiunta di quelle della Spezia e di Massa Carrara. Lo scopo del proponente era di ricongiungere “la feconda pianura del Po al mare luminoso di Luni, con tutte le possibilità che il nuovo regime democratico avrebbe consentito”. E “La Giovane Montagna”, per questo tema, era uscita in edizione straordinaria riportando per intero il testo ufficiale di quel progetto e, in appendice ad esso, il seguente trafiletto dello stesso Micheli: “Il nostro giornale risorge oggi, dopo breve pausa, per recare la buona novella nelle valli e nei monti (…). Chi sta per perdere la partita cercherà di confondere le cose. Speriamo invano: perché in questa affermazione esclusiva dei nostri interessi, la politica non c’entra nel modo più assoluto” (28).

La realizzazione di siffatto progetto sarebbe stato anche il suo trionfo personale perché con il raggiungimento di questo supremo traguardo avrebbe dimostrato se ancora ve ne fosse stato bisogno che le montagne non possono prendersi come riferimento di separazione geografica e politica. E le loro cime non sono soltanto creste spartiacque. Le montagne non separano, non dividono, ma uniscono indistintamente i popoli della terra. Un’affermazione che restava e resta valida ancor oggi, nonostante quel progetto della nuova regione non andato in porto (29). Chi stava per perdere la partita -e il Micheli sapeva bene a chi riferirsi e chi temere – aveva avuto invece il sopravvento contro ogni logica aspettativa.

A cinquant’anni dalla sua dipartita dobbiamo constatare che i temi che Giuseppe Micheli ha dibattuto in tutto l’arco della sua esistenza restano di piena attualità: la nostra montagna va conosciuta e frequentata anche dalle giovani leve perché la si possa amare e rispettare; si è spopolata per la mancanza di una redditività accettabile e per l’assenza di una politica economica a suo vantaggio. Ma non si devono perdere le speranze di rivederla viva e vivace. L’inserimento poi della val di Magra in una diversa regione, a suo tempo miraggio di rilevante contenuto culturale, resta per molti versi, più che un desiderio vivo, un bisogno presente.

Uomini come Giuseppe Micheli vanno degnamente ricordati nel tempo, con la speranza di contribuire, in qualche modo, a far si’ che – ove possibile – ne siano imitati lo spirito e l’azione.

Nicola Michelotti, Giuseppe Micheli a cinquant’anni dalla morte,pubblicato in StudiLunigianesi, voll. XXII – XXIX, 1992/99, edito dall’Associazione Manfredo Giuliani per le Ricerche Storiche ed Etnografiche della Lunigiana, Villafranca Lunigiana


(1) Per le ragioni che portarono alla creazione degli Stati Annessi e al loro inserimento nei ducati di Parma e Piacenza, vedi Il Trattato di Firenze del 28 novembre 1844, in G. Bortolotti, Guida dell’alto Appennino Parmense e Lunigianese dal Passo del Lagastrello alla Cisa, Bologna, Tamari, 1966, pp. 611-622; G.C. Venturini, Note al Trattato di Firenze del 1844, in AA.VV., Studi Storici.  Misacellanea in onore di Manfredo Giuliani, Parma, “La Nazionale”, 1965, pp. 213-220; N. Zucchi Castellini, Pontremoli dalle origini all’unità d’Italia, Pontremoli, Artigianelli, 1969, U. Folloni, II Trattato di Firenze e la costituzione della Lunigiana Parmense, in AA.VV.. Villafranca nel Ducato di Parma, “Studi Lunigianesi” vol., 1971, Pontremoli, Artigianelli. 1971, pp. 9-13; G. Cavalli, Considerazioni politiche sulla Lunigiana Parmense, pp. 41-51.

(2) Gli era zio materno il senatore Giovanni Mariotti (1850-1935), archeologo e paleontologo, dal 1875 al 1933 direttore del Museo di Antichità di Parma e promotore degli scavi di Velleia; dal 1885 presidente della Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi succeduto nella carica al conte Filippo Linati; nel 1882-1886 deputato al parlamento nazionale; dal 1888 professore onorario dell’Università di Parma; nel 1889-1914 sindaco della stessa città; nel 1901 senatore del Regno. Era ritenuto, con Quintino Sella, il precursore dell’alpinismo italiano.

L’ 11 agosto 1936 è stata scoperta al Lago Santo Parmense una lapide con la seguente iscrizione: QUI/DOVE TUTTO RICORDA / LA CARA BUONA IMMAGINE PATERNA / DI GIOVANNI MARIOTTI/LA SEZIONE DELL’ENZA DEL C.A.I. / DA LUI FONDATA E DIRETTA / PER LIX ANNI / VOLLE ETERNARE / IL NOME ILLUSTRE E VENERATO. Occorre ricordare che il rifugio del Lago Santo, con il vicino boschetto, erano di proprietà dello stesso Mariotti che ne fece dono al C.A.I.: cortese informazione fornitami dal notaio dott. Ferruccio Micheli che ringrazio. La sua bibliografia è stata redatta da Giuseppe Sitti in “Aurea Parma”, 1935, pp. 53-57. completata da Guido Monaco nella commemorazione di Giovanni Mariotti apparsa nell” “Archivio Storico delle Prov. Parmensi” (d’ora in poi ASPP), IV s., v. II, anni 1949-1950, pp. 32-34. Vedi anche p. F. Da Mareto, Bibliografia Generale delle Antiche Province Parmensi – I – Autori, Parma, 1973, ad vocem.

(3) Cfr. T. Marchi, Commemorazione di Giuseppe Micheli, in ASPP, cit, pp. 37-43. La professione notarile nel casato Micheli di Parma ha avuto origine nel secolo XV. è continuata in quelli successivi ed è brillantemente attiva ancora ai nostri giorni.

(4) Con il Micheli occorre ricordare il milanese Filippo Meda, tutti spronati in special modo dal sacerdote Romolo Murri.

(5)  Erano Carlo Cornaggia Medici, per il collegio di Milano 4, e Agostino Cameroni, per il collegio di Treviglio.

(6) Queste elezioni si erano rese necessarie per la morte del deputato in carica, on. Gian Lorenzo Basetti di Vairo di Palanzano. Il Basetti, padre della moglie di Giuseppe Micheli, di estrazione della sinistra radicale, era personaggio molto popolare, tanto che per ben trentaquattro anni era stato riconfermato deputato presso lo stesso collegio. Vedi l’articolo Della vittoria elettorale di Micheli nel collegio di Castelnuovomonti, in “La Giovane Montagna” di Parma (d’ora in poi G.M.), a. IX, 23 maggio 1908; G. Micheli, In memoria di G. Lorenzo Basetti, Parma, Zerbini, 1908. Successivamente il collegio elettorale del Micheli sarà quello di Langhirano.

(7) L’on. Ivanoe Bonomi, come noto, era subentrato al maresciallo Badoglio.

(8) l relativo decreto, a firma di Enrico De Nicola, porta la data 29 aprile 1948. Occorre ricordare che su 320 senatori, ne dovevano venire eletti 213 direttamente dal popolo e 107 dal Presidente della Repubblica in applicazione di una norma transitoria della nuova Costituzione, da scegliersi tra i personaggi che maggiormente avevano ben meritato per il Paese. Vedi II Parlamento Italiano dal 1861 al 1958, Roma, Nuova CEI Editrice, 1986. Per altre notizie relative al tema politico nazionale del tempo, mi sono avvalso dell’aiuto dell’amico comm. dott. Carlo B. Brunelli che ringrazio.

(9) I. Giuffrida, Giuseppe Micheli e il terremoto di Messina del 1908, in “Aurea Parma”, a. LXXXII, f. III, sett.-ott. 1998, p. 269.

(10) Ibidem; inoltre cfr. S. Anilio, Michelopoli, Messina, F.lli Bruschetta, 1934.

(11) A Messina, che sta risorgendo, fonda il primo giornale della città dal titolo “Ordini e notizie”: vedi p. F. Da Mareto, Bibliografia Generale, cit., p. 353. Vedi anche L’Onorevole Micheli a Messina, in G.M., 23 febbraio 1909. La grande considerazione per la figura e l’opera di Micheli traspare anche dalla decisione dell’amministrazione municipale di Roma di intitolargli una via nel quartiere EUR.

(12)  Si vedano, tra i suoi scritti più significativi di ispirazione e contenuto sociale, Pensioni di guerra, in “Politica Nazionale”, sett.-ott. 1909; Per le condizioni tributarie dei Comuni monta-ni, Parma, Federale, s.d. (ma 1914); In difesa della piccola proprietà, Parma, Federale, s.d. (ma 1914); Disposizioni pel soccorso giornaliero alle famiglie dei militari di truppa alle armi, Parma, Bodoniana, 1918; Quattromila maestri a lire 30,12 mensili, Parma, Bodoniana, 1918: La ricostruzione del paese in un grande programma sociale cristiano, in “La Giovane Monta-gna”, a. XXII, 12 maggio 1921.

(13) Si riporta in Appendice, al punto C, la lettera del Ministro dei Lavori Pubblici on.le Giuseppe Romita al Micheli del 27 settembre 1946 e, al punto D, la lettera informativa sul tema, dello stesso Micheli, all’ avv. Giulio Galeotti, presidente dell’Amministrazione Provinciale della Spezia, in pari data. Queste due lettere e le altre lettere del Micheli che pubblichiamo sempre in Appendice ai punti E, F mi sono state cortesemente fornite in copia dalla gentile signora Rossana Piccioli che sentitamente ringrazio.

(14) Cfr. G. Micheli. Le corporazioni parmensi d’arti e mestieri, in ASPP, a. V (1896), pp. 1-137.

(15) Nel 1945, alla fine del conflitto, aveva ricevuto la nomina di Commissario Governativo per il riordinamento della Deputazione di Storia Patria dell’Emilia e Romagna. Nei suoi interventi presso il Ministero della Pubblica Istruzione e il Commissario Governativo della Giunta Centrale per gli Studi Storici riuscirà poi a far riconoscere il principio di restituire la piena autonomia alle Deputazioni di Bologna, Ferrara, Modena e Parma che il passato regime aveva riunito, a livello di sezioni, nella già citata Deputazione per l’Emilia e Romagna. Dalla Camera dei Deputati, il giorno 1 marzo 1947 Giuseppe Micheli potrà finalmente scrivere a Ubaldo Formentini: “[…] sono lieto di rimetterLe copia della lettera pervenutami dal Ministro della P.I. On.le Gonella con la quale il medesimo mi informa che, in questi giorni, è stato firmato dal Capo Provvisorio dello Stato e dal Presidente del Consiglio il provvedimento legislativo con il quale si restituisce l’autonomia alle Deputazioni di Storia Patria. Come vede, siamo a buon punto e dopo le formalità prescritte della registrazione e della pubblicazione, il provvedimento potrà considerarsi esecutivo […]”.

(16) Il foglio nasce come settimanale, col sottotitolo Organo degli interessi delle vallate Parmensi e Pontremolesi, poi cambia cadenza e sottotitolo: Rivista mensile di studi e di interessi montanari; quindi, definitivamente, Rivista mensile di studi montanari e dialettali. Nasce “con premesse elettoralistiche e letterarie ma successivamente avviato ai grandi dibattiti della politica, della sociologia, del costume e delle tradizioni religiose” ovviamente della montagna: vds. S. Passera, Giuseppe Micheli e “La Giovane Montagna“, Appendice, in G. Bortolotti, Guida dell’alto appennino, cit., pp. 609-610. Tuttavia esistono studi di ambiente montanaro, dello stesso Micheli, pubblicati fuori del suo foglio, come p.e., tra i più significativi: Appello per l’erezione di ricordo religioso sul valico del Faggio Crociato tra l’emilia e la Toscana, Parma, Cavalli & C.. 1900; Escursione da Borgotaro al valico del Faggio Crociato, Parma, Fiaccadori, 1900; Appello per un religioso ricordo sul Montagnana, Parma, T.O.S.Anna, 1900; Studi montanari, Parma, Zerbini, 1903; L’alta valle del Taro al principio del secolo scorso, Parma, Zerbini, 1908; L’alta valle del Parma nelle carte del X secolo, Parma, Fresching, 1924; Documenti per la storia della montagna parmense: le carte bobbiesi dell’Archivio Doria di Roma, Parma, Fresching, 1924: La statua del Petrarca a Selvapiana, Reggio Emilia, Ist. Em. Edit., 1927; Pel tempietto petrarchesco di Selvapiana: una lettera di Angelo Pezzana ad Enrico Adorni, in “Aurea Par-ma”, 11 (1927), pp. 256-260: Il marchesato di S. Stefano d’Aveto e il suo passaggio dai Fieschi ai Doria, Chiavari, Esposito, 1929; Il Lago Santo Parmense ed il rifugio Giovanni Mariotti, Parma, Fresching. 1933: La partecipazione della montagna ai moti parmensi del 1931, in ASPP, a. XXXIII (1933), pp. 155-175; Gli Statuti comunali della montagna parmense, Parma, Dep. St. Patria, 1935; La Pieve di Bedonia, in “Nuovo Giornale” di Piacenza, 8 luglio 1937; La Madonna della Guardia al Monte Barigazzo, in “Osservatore Romano”, 14 settembre 1940; Divagazioni appenniniche: Monte Caio e San Matteo, Parma 1940.

(17) Il marchese Andrea Dosi (1863-1924), in un album di sua composizione dal titolo Ricovero del Club Alpino al Lago Santo, lasciato nell’archivio di famiglia, nella villa dei Chiosi a Pontremoli (mappa DD42), dice testualmente: “Una vecchia barca del Lago Santo, affondata in epоса lontana, è stata ripescata prodigiosamente dal giovanotto palombaro Giuseppe Micheli il 18 luglio 1893. Nota: il signor Giuseppe Micheli ha 18-19 anni, è alto quasi due metri con circonferenze proporzionate all’altezza, ed ha una barba degna del più sapiente filosofo dell’antica Grecia. Il successivo 19 luglio lo stesso marchese Dosi inserisce nell’album un suo componimento in versi per ricordare la suddetta operazione alla quale ha assistito.

(18) Giuseppe Micheli, terminata la guerra, non intendeva accettare l’idea che il figlio fosse morto e, per lungo tempo, aveva continuato a sperare nel suo ritorno. Speranza che, ovviamente, si affievoliva giorno dopo giorno, man mano che il tempo passava, fino a quando don Carlo Gnocchi che, com’è noto, era stato cappellano in Russia della divisione Tridentina – interrogato dallo stesso genitore, gli dava purtroppo la triste conferma, essendo stato vicino al giovane nei suoi ultimi momenti. Anche questa informazione devo alla cortesia del dott. Ferruccio Micheli.

(19) Erano già passati a miglior vita Giovanni Sforza (1922), Ubaldo Mazzini (1923), Achille Neri (1925), Luigi Bocconi (1929), Giovanni Podenzana (1943), Pietro Ferrari e Camillo Cimati (1945). In apertura della seduta della Deputazione di Storia Patria delle Prov. Parmensi del 13 marzo 1949, in Parma, il prof. Stefano Fermi vicepresidente della sezione di Piacenza – renderà solenne omaggio alla memoria di G. Micheli: vedi ASPP, IV s., v. 1 (1945-1948), pp. 17-18. Alla presidenza della stessa Deputazione gli subentrerà il prof. Teodosio Marchi. Significativo il profilo tracciato da L.. S. Peppino Micheli, in “Gazzetta di Parma”, 1948, 21 ottobre: molto specifica la commemorazione di M. Giuliani, Giuseppe Micheli e gli studi storici regionali. Bertocchi, Pontremoli, 1949,

(20) In G.M., a. XXIX, n. 11 (1 novembre 1928).

(21) In G.M., a. XXXI, n. 11 (15 novembre 1930).

(22) In G.M., a. XLI, n. 8 (15 agosto 1940).

(23) Vedi di L. Fugaccia, Glorie Lunigianesi: Padre Silvestro Landini, in G.M., a. XL, n. 8 (15 agosto 1939); Il padre Landini in Corsica, Id., a. XLI, n. 7 (15 luglio 1940); San Celso Martire e Malgrate, Id., a. XLI, n. 11 (15 novembre 1940).

(24)  Vedi di L. Mussi, L’Altare dell’Assunta nella Chiesa di S. Pellegrino alle Alpi, in G.M., a.XXXVIII, n. 6 (1 giugno 1937); Una visita del Vescovo di Luni-Sarzana alla Pieve di S. Pietro, Id., a. XLI, n. 3 (15 marzo 1940).

(25) Pel volume di versi dialettali di Marco Vinciguerra, in G.M., a. XLI, n. 10 (15 ottobre 1940).

(26) Riportiamo in Appendice A e B rispettivamente il testo integrale dell’Ordine del Giorno, datato 19 maggio 1945, e la risposta del Presidente Parri del 24 agosto successivo. I due documenti, in copia d’epoca, sono giacenti nell’archivio Dosi Delfini ai Chiosi di Pontremoli, cap. DD 46, filza 4 “Attività e situazioni politiche”. Ringrazio il march, dott. Pier Andrea Dosi Delfini che mi ha permesso la consultazione e la loro riproduzione.

(27) G. Micheli. La proposta all’Assemblea Costituente per la regione Emiliano-Lunese, in G.M.. a. XLVII, numero unico del 17 dicembre 1946. Questo numero contiene inoltre una lettera aperta di Carlo Sforza allo stesso Micheli di adesione, una relazione di Ferruccio Sassi estensore per conto dell’Amministrazione Provinciale della Spezia circa la possibile unione della stessa Provincia alle citate province emiliane, e una dotta dissertazione del piacentino E. Nasalli Rocca, Come potrebbe nascere una nuova Regione. Sotto la stessa data, 17 dicembre 1946, il Micheli scrive a Ubaldo Formentini: questa lettera, unitamente ad altra, datata 4 gennaio 1947, sempre indirizzata allo stesso Formentini e di sicuro interesse storico e politico, sono riportate in Appendice, rispettivamente ai punti Ce D.

(29) Manfredo Giuliani nello stesso periodo, e per breve tempo, ricoprì la carica di sindaco di Pontremoli. Un suo intervento ufficiale sul tema aveva scatenato l’ira di una frangia politica massese alla quale il Giuliani rispose da par suo: vedi M. Giuliani, Polemica, in G.M., a. XLVI, n.ri 3-4, ottobre-novembre 1945. Lo stesso “Corriere Apuano”, organo della Curia Vescovile di Pontremoli, in un trafiletto dell’11 ottobre 1945, non firmato e pertanto attribuibile al direttore del tempo, il can. Marco Mori, aveva replicato “ai democristiani massesi”.


Appendice

A

I sottoscritti Sindaci dell’ex Circondario di Pontremoli, adunati in quest’ultima città, nella sede del C.L.N., hanno votato, all’unanimità, dopo un esauriente scambio di idee, il seguente Ordine del Giorno da far pervenire al Governo Nazionale:

I sottoscritti Sindaci dei Comuni di Pontremoli, Zeri, Mulazzo, Villafranca, Bagnone, Filattiera, interpreti dei sentimenti delle rispettive popolazioni, espressi con ripetuti voti solenni sino dai primi anni dell’unità nazionale, mai soddisfatti dai Governi costituzionali per ragioni procedurali, conculcate violentemente dal governo fascista per opera della ricciana Provincia di Apuania, strumento di oppressione faziosa, rivolgono caldo invito al Governo Nazionale perché fin da ora prenda in considerazione le infelici condizioni in cui da lungo tempo si trova l’alta Val di Magra, ovvero ex Circondario di Pontremoli; condizioni aggravate da quasi un anno di violenta oppressione fascista e tedesca e dai vasti danni prodotti dalla guerra, e provveda, a sollievo delle oppresse popolazioni, al suo riordinamento territoriale ed amministrativo, con i seguenti provvedimenti da tanto tempo invocati e sollecitati:

1°) Ristabilimento del Circondario di Pontremoli, soppresso dal fascismo colla solita leggerezza ed incoscienza. Tale circoscrizione che corrisponde all’antica Provincia di Pontremoli, che utilmente funzionava prima del ’59, risponde ad una vera necessità territoriale ed amministrativa data la situazione geografica della località, posta tra i monti e nei monti, appartata da ciascuno dei centri più vicini che possano essere scelti per Capoluogo della superiore circoscrizione amministrativa alla quale verrà aggregata. Ora poi, tale provvedimento tanto più s’impone in quanto la guerra ha portato nel territorio rovine e distruzioni tali, specialmente nella ferrovia, nelle strade, nei ponti, che terranno il territorio per lungo tempo isolato e riportato alle condizioni di viabilità di oltre un secolo indietro, quando l’alta Val di Magra non era aperta alle ruote.

2°) Accoglimento dell’antico voto della popolazione di essere staccata dalla Provincia di Apuania, famigerata creazione fascista, per essere unita alla Provincia di Parma che, in questo momento, è l’unica forte provincia limitrofa che, per omogeneità di interessi, sviluppo della viabilità, tradizioni storiche e relazioni culturali e commerciali possa risollevare la Val di Magra, specie nell’agricoltura, dalla sua penosa depressione. Alle ragioni dei voti tante volte espressi dal ’62 al 1892, al 1913 e a tempi più recenti, si aggiunge ora un fermento di odii insorti contro le popolazioni dei capoluoghi (sfollati, impiegati, funzionari), con uno dei soliti violenti provvedimenti proprii del fascismo, importati nell’alta Val di Magra a carico e a danno delle popolazioni locali, fermento di rancori e di odii che renderanno sempre più difficili anche le relazioni amministrative.

3°) Affidano a S.E. I’On. Giuseppe Micheli, Vice Presidente della Camera, antico e provato amico dell’alta Val di Magra e conoscitore profondo dei suoi problemi territoriali, stradali, ferroviari ed economici, la cura di illustrare al Governo Nazionale la ragioni di quest’Ordine del Giorno e la grave situazione che si è venuta a creare nell’alta Val di Magra e che richiede, sia pure in via provvisoria, in attesa di riforme più generali, una soddisfacente soluzione.

Pontremoli, 19 maggio 1945.

B

Il Presidente

del Consiglio dei Ministri

Roma, 24 agosto 1945

Caro Micheli,

con riferimento alle tue gradite premure per il passaggio del Circondario di Pontremoli alla Provincia di Parma debbo comunicarti che, in seguito a direttive di massima stabilite da questa Presidenza già da parecchi mesi, ai provvedimenti del genere potrà essere dato corso soltanto dopo che abbiano avuto luogo le elezioni amministrative. Ed occorre che siano suffragati, anzi preparati, da manifestazioni della volontà delle popolazioni.

Cordiali saluti

tuo

Ferruccio Parri

                                                                                 C

Il Ministro

 dei Lavori Pubblici

Roma, 27 set. 1946

Caro Micheli,

in relazione al tuo interessamento per il completamento della strada interprovinciale n. 161, per la parte ricadente nel territorio della Provincia di Apuania, ti informo che, a seguito di una richiesta di variante da parte del Comune di Comano, la strada già costruita fino al torrente Macerini anziché proseguire per la località Linari e poi al Passo Lagastrello, al confine delle due Provincie, dovrebbe svolgersi a sud e ad ovest del Monte del Giogo fino a raggiungere passo Lagastrello. Su tale variante si pronunciò favorevolmente il Consiglio Superiore dei LL.PP., e fu anche redatto un progetto [….] riguardante la costruzione di un tronco di ml. 1429 da Rio Macerini verso il Passo del Giogo, progetto che non ebbe però attuazione.

Recentemente il Sindaco di Comano, con lettera già in possesso del Provv.to, nel segnalare che sarebbero stati stanziati fondi per il completamento della strada seguendo il primitivo tracciato, ha fatto voti a questo Ministero perché si attui la variante predetta, tanto più, come ha riferito il Sindaco, che sarebbe stato già costruito e convenientemente sistemato il tratto Passo Lagastrello-Passo del Giogo, a cura di una Ditta esportatrice di legname e carbone di quella zona.

Stando così le cose, sembra che il problema della “161” in Provincia di Apuania possa considerarsi già avviato a soluzione salvo accertare se per la variante anzidetta fu emesso il prescritto decreto reale di modifica del tracciato.

Comunque, poiché l’esecuzione dei citati lavori rientra nella competenza del Provv.to Reg.le alle OO. PP. di Firenze, ho segnalato la questione al detto Istituto per l’adozione dei necessari provvedimenti al riguardo, in relazione anche alle vigenti norme per i lavori a sollievo della disoccupazione.

Cordiali saluti.

G. Romita

D

Roma, 27 Sett. 1946

Gentile Avvocato,

di seguito alla mia del 13 corr., Le rimetto, in originale, la lettera pervenutami dal Ministro dei LL. PP. On.le Romita, con la quale il medesimo mi dà notizia dei provvedimenti che sarà possibile adottare per il completamento della Strada interprovinciale n. 161.

Come vede il problema della Strada provinciale di Apuania sembra che possa considerarsi già avviato a soluzione.

Con cordiali saluti.

G. M.

E

Roma, 17 Dicembre 1946

Caro Formentini,

Ti ho spedito a mezzo del Sottoprefetto ieri copia della Relazione che ho presentato a nome di dodici Deputati fra cui gli On.li Barontini e Gotelli.

Ti avevo telegrafato per la proposta di Manfredi di sostituire Lunigianese a Lunese. Non ho ricevuto risposta e così ho lasciato le cose come erano. Nella Sottocommissione abbiamo un grande oppositore nell’On. Lami Starnuti. Io ho controbattuto anche con lui, e la maggioranza dei componenti mi ha promesso, in seguito, ad un lavoro personale di persuasione.

Ma vi è il tentativo di rinviare la decisione all’ Assemblea. Oggi vi è stata una lunga adunanza, ma ignoro ancora se il tentativo dilatorio sia approdato o meno.

Comunque, quando vi sarà la battaglia all’ Assemblea, bisognerà mettersi d’accordo per un’azione comune.

G. M.

F

Roma, 4 Gennaio 1947

Caro Formentini,

ho avuto la Tua del 30 dicembre. Il telegramma pel cambiamento del nome della regione non mi è mai pervenuto. Ad ogni modo si potrà cambiare nella discussione della Costituente se, come mi pare, sia opportuno.

I socialisti votarono per il rinvio unicamente per solidarietà con Lami. Targetti e Bocconi mi avevano promesso, ed io feci osservare loro che fra gli aderenti alla proposta vi erano tre socialisti: Mazzoni, Ghidini e Bernini. Il Lami rappresenta l’opposizione di Carrara, che resterebbe sola perché, consta anche a me, Massa e Montignoso aderirebbero volentieri. E la ostilità di Carrara è basata sulla questione del porto.

Bisognerà che io abbia l’articolo del dott. Beghi in risposta a Grieco, deputato comunista, l’unico che ha votato contro alla sua regione del Salento.

Il sindaco dott. Prosperi mi ha mandato un telegramma di ringraziamento e di adesione. Ma temo che in ultimo arriveranno ordini drastici.

Taviani e gli altri amici di Genova non si oppongono: chiedono solo che restino colla loro provincia Varese, Maissana e forse Framura. Io ho detto che noi non possiamo avere difficoltà, e attendo un promemoria preciso, perché le cose dette a voce volano. (….)

Penso che alla Costituente bisognerà fare un nuovo stampato, sviluppando meglio tutto quello che Tu credi opportuno, liberamente, perché io ho dovuto improvvisare sul vecchio canovaccio del mio articolo del 1945.

II Vice Prefetto mi assicurò dell’immediato recapito di 3 copie (Formentini, Sassi e Boracchia). Me ne restano pochissime ma una te la potrò mandare per la Biblioteca. Pel resto, se occorressero, potrei farTi spedire da Parma copie del giornale che la riproduce per intero.

Dalle lettere di Sassi e Boracchia vedo sorgere l’altra questione. Se non riuscisse la proposta, tentare di fare unire egualmente Spezia all’Emilia intera. Bisogna però ritirarsi su questo all’ultima ora, e per parte mia non ho nessuna difficoltà, salvo se credessi opportuno far presentare la proposta da altri. Ecco perché ci vorrà un comitato di alcuni che dirigano. Ad es. a Fivizzano, Casola ecc. chi ci pensa?

Vedi di rispondermi presto, e di tanto in tanto, magari con cartolina.

Ti ricambio gli auguri.

G.M.


Rispondi

Scopri di più da Museo Virtuale dell'Alta Lunigiana

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere