UN PONTREMOLESE FONDITORE DI CAMPANE

di Enrico Lazzeroni

Antica campana, esempio dell’arte dei fonditori pontremolesi del Medioevo

Gli storici di cose pontremolesi, che con sincerità di affetto verso la loro terra e con adeguata preparazione hanno fatto oggetto di studio, di ricerche e di esame ogni manifestazione di vita della nostra città e suo territorio nei suoi vari lati ed aspetti, hanno spesso, con quadri ben definiti e chiaramente lumeggiati da tratti di luce viva, indagato opere ed azioni di singoli o anche di masse nelle loro particolari relazioni di causa e di effetto, nelle note e nei caratteri più spiccati e negli atteggiamenti spirituali più espressivi e significativi. Talora invece, malgrado la loro vasta e solida cultura, si sono accontentati di rivolgere la loro attenzione alle cose più minute ed apparentemente meno importanti, mettendo in rilievo soltanto nomi, date, parole, espressioni, segni ed oggetti in modo da recare ugualmente un notevole contributo alla conoscenza di persone, di vicende, di luoghi e di tempi.

Tra i maggiori Manfredo Giuliani, con reale efficacia per la soluzione di importanti quistioni e problemi storici locali, ha tracciato profili di personaggi con profonda conoscenza dell’animo umano, ha illustrato con acuto spirito di osservazione episodi salienti di vita della nostra Pontremoli e con lucida intuizione, con padronanza assoluta del materiale, che aveva a disposizione, e con franca sicurezza di sintesi, ci ha dato eleganti e felici ricostruzioni storiche.

Tra le altre molte ha non lieve importanza quella relativa alle più antiche campane del Pontremolese (1). Queste sono le due piccole campane della chiesetta di S. Cristoforo, posta sulla riva destra della Gordana, nella parte inferiore della valle, percorsa da questo torrente.

Di più antiche non ce ne sono rimaste, perchè, mentre queste risalgono al 1303 (2), quella che si trova nel campanile della chiesa di S. Francesco, e che si deve all’opera di Ilario da Parma, è del 1313 (3). Tuttavia, appoggiandosi all’autorità di Bernardino Campi, cronista pontremolese, morto nel 1716, il Giuliani dà notizia di altre tre campane, esistenti al tempo del Campi stesso, di quella fusa nel 1277 da Giovanni da Parma per la Pieve di Saliceto e di due fuse nel 1350 e nel 1353 per conto della chiesa di S. Bartolomeo di Gravagna per opera del già ricordato Ilario da Parma (4),

È vero che si mostra dubbioso se accettare per queste ultime due la data accennata dal Campi tanto per la distanza che intercede (40 anni circa) tra la prima e le altre due fusioni da lui operate in periodi di tempo tra loro così distanti, quanto per l’inesperienza, da lui altre volte dimostrata, nel leggere e decifrare parole e date in caratteri gotici. Ma, per avvicinare tra loro queste date e rendere cosi possibile o, per lo meno, più logica l’accettazione dell’attribuzione dell’opera ad Ilario da Parma, accortamente propone una ingegnosa variante alla lettura delle date, sostituendo una X alla L, cioè un 10 al 50 nei due numeri romani MCCCL e MCCCLIII, che verrebbero cosi trasformati in MCCCX e MCCCXIII, nel qual torno di tempo si sa con tutta certezza che detto artista lavorava nella nostra città (5).

A questo punto dunque si conoscevano, oltre le date delle più antiche campane del Pontremolese, anche alcuni nomi di fonditori non pontremolesi, ma di Parma, i quali forse dovevano avere introdotto in Pontremoli e certo tenuto a lungo, come per una tradizione, l’arte, allora molto apprezzata, di fondere campane.

Lo Sforza però ci rende noto il nome anche di un Pontremolese fonditore di campane “Petrus de Pontremulo, riportando lui pure la notizia dal Campi e precisamente dalle sue “Memorie historiche…” Il cronista pontremolese, dunque, avrebbe letto sulla campana minore della chiesa parrocchiale di Zeri: “†CCCCII PETRUS DE PONTREMULO ME FECIT LUEM ARIA GRE”. Lo Sforza naturalmente e giustamente rigetta tale data, correggendola, con l’aggiunta di una M iniziale, in MCCCCII e dando al resto dell’iscrizione, da lui mutata in AVE MARIA GRATIE PLENA, con quest’ultima parola corrosa dal tempo, un senso, che invano si cercherebbe di rintracciare nell’astrusa trascrizione del Campi (6). Il Giuliani, riprendendo in esame questa questione, ed ammesso l’errore del Campi, propone una soluzione più accettabile, mettendo una M al posto del primo C e leggendo MCCCII (cioè 1302) invece del 402 del Campi e del 1402 dello Sforza e attribuendo al resto dell’iscrizione un significato allusivo al patrono della Chiesa, S. Lorenzo martire (Laurentii martiris ad gloriam), per giungere alla conclusione che a questo stesso fonditore Pietro da Pontremoli, con la data del 1302. potrebbe attribuirsi anche la fusione delle due campane di S. Cristoforo (7). Queste sostituzioni sono suggerite anche dal fatto che spesso tali date sono poco decifrabili non solo per l’erosione del tempo, ma anche per la scarsa regolarità dell’incisione.

Come logica conseguenza dunque il Giuliani giustamente arguisce che sulla fine del sec. XIII ed ai primi del secolo successivo operava in Pontremoli una maestranza di fonditori parmigiani (8); ma noi riteniamo che non sia interamente da escludersi che accanto a questa, e forse in concorrenza con essa, analoga maestranza pontremolese esercitasse nella nostra città nel sec. XIV tale arte con perizia e con passione.

Infatti all’ultima segnalazione del Campi, fatta oggetto di studio, integrata e corretta e quindi avvalorata dallo Sforza e dal Giuliani, siamo ora in grado di aggiungerne un’altra di grande valore, perchè ci permette non solo di indicare con tutta certezza il nome di un fonditore pontremolese del sec. XIV e la data relativa all’opera sua, ma anche di stabilire che questo artista ha lavorato fuori di Pontremoli e del Pontremolese, facendo onore alla sua arte e tenendo alto il nome della sua città.

Sulla Piacenza- Bobbio- Genova a 29 Km. di distanza da Bobbio, del cui ex-circondario faceva parte come capoluogo di mandamento ed a 67 da Genova, cioè nell’alto Piacentino ai confini col Genovesato da una parte e col Tortonese e col Pavese dall’altra, si trova il borgo di Otione, che giace su zone di argilloscisti, alla base di una conoide lambita ad ovest dal fiume Trebbia e a sud ovest dal suo affluente il torrente Ventra. Questo paese, che anticamente faceva parte del feudo malaspiniano di Oramala (9), conserva tuttora oltre un casamento denominato castello dei Fieschi, in ultimo appartenuto ai Doria, e caratterizzato da due speroni e da una finestruola chiusa da grosse sbarre di ferro, tre chiese: la Parrocchiale con un interno in stile barocco settecentesco, dedicata a S. Marziano, costruita nel 1690 dopo la demolizione della primitiva chiesa, dedicata allo stesso Santo, ed anticamente riconosciuta come Matrice Plebana; la piccola chiesa di S. Rocco, non ultimata, un Oratorio, che ha un altare a S. Antonio di Padova e dove si battezzava e nel 1600 si conservava il Santissimo; quella della Pieve di S. Bartolomeo, situata presso il Cimitero a ridosso del colle, a circa un chilometro dal paese e chiamata ancora oggi “l’antica Chiesa Matrice… (10),

Questa Pieve è veramente antica, perchè pare risalga al sec. XI; ma l’edificio della chiesa omonima venne incominciato nel 1598, quando era Arciprete di Ottone Filodoro Bertolasio e Podestà Hortensio Rachi. La costruzione andò piuttosto a rilento per quistioni tra parrocchiani. Venne continuata poi nel primo quarto del sec. XVII e fu terminata sui primi del sec. XVIII. La facciata fu costruita nel 1738 e fu ristorata nel 1933. La chiesa internamente in stile rinascimento toscano, è a tre navate ed ha, oltre l’altar maggiore in stile gotico, due altri altari. L’altar maggiore è sormontato da una elegante ancona con la statua di S. Bartolomeo apostolo; l’altare della navata “Cornu Evangeli”, è sormontato da un dipinto raffigurante il mistero della Visitazione, l’incontro di Maria Vergine con S. Elisabetta ad Ebron; quello della navala “Cornu Epistolae” è dedicato all’Angelo Custode ed ha un dipinto molto recente, opera di Rinaldo Leverone Ottonese, rappresentante l’Angelo Custode (11).

La sua tozza torre cam-panaria, quadrata e senza guglia, è invece evidentemente medioevale; ma dal 1786 al 1790 ed anni successivi fu sottoposta a lavori, a ritocchi, a varianti che ne hanno alquanto alterato il carattere, poichè fu riformata alla base, quindi rialzata intonacata e imbiancata.

Tre sono le campane, delle quali due, la più piccola e la “mediana”, sono relativamente recenti, perchè furono fuse a Borzoli nel 1819. La terza, che è la più grossa ed è del peso di 16 rubi (12), fessa e rotta in più parti, risale al 1355 e porta in giro sul labbro inferiore questa iscrizione “†MCCCLV Johanes de Pontremulo me fecit +.. Dal calco ritrattone, appare chiarissimo ed evidente il nome dell’artista pontremolese, in contrasto con quello riportato dal Mancinelli, il quale inspiegabilmente vi ha letto Lotares invece di Johanes (13).

L’importanza storica di questa campana è stata messa in bella evidenza anche dall’autorità ecclesiastica, poichè in un Decreto di visita pastorale del 1901 è vivamente raccomandato che se ne abbia una cura attenta e sollecita e ne è esplicitamente vietata la vendita. Riproduciamo il passo, quale ci è stato appositamente trascritto dall’insigne cultore di cose storiche bobbiesi Can. Cesare Bobbi; “ Sedula cura custodiatur, nec vendere fas sit….. sicutetiam pervetu-sta campana quae in turri S. Bartholomei extat ab anno 1355” (14).

Resterebbe ancora da indagare come mai dell’attività di questo artista pontremolese, del quale nulla è rimasto tra noi, tanto che se ne ignoravano perfino l’esistenza e il nome, esista traccia in una località così distante dalla sua terra nativa.

Bisogna pensare che il territorio pontremolese e quello piacentino erano nel Medioevo allacciati tra loro da una strada montana, il cui passo, il Brattello (m. 951), era di accesso piuttosto facile e quindi molto frequentato (15), sicchè non solo non esisteva alcuna soluzione di continuità tra queste due zone, ma anzi le loro relazioni di interessi e di commercio erano allora fortemente attive e correnti (16).

D’altra parte Pontremoli aveva le sue comunicazioni dirette, oltrechè con Piacenza e col Piacentino, anche con Parma attraverso la strada della Cisa, che aveva assunto uno sviluppo prevalente sull’altra, molto più antica, del Cirone, detta anche dei Lombardi o della Scala fin dell’epoca longobardica (17).

Questa strada era denominata anche di Monte Bardone (18).

Ora, scartata l’ipotesi che detta campana possa essere stata, per ovvie ragioni di opportunità e di convenienza, fusa a Pontremoli e di qui trasportata ad Ottone, bisogna convenire che il nostro artista pontremolese in quegli anni lavorasse fuori dei confini della sua regione. Per questo motivo la supposizione più degna di considerazione e di credito, come quella che più e meglio delle altre mostre evidenti i segni di una stretta aderenza alla probabilità, è che Giovanni appresa l’arte del fonditore nella sua città alla scuola di altri artisti pontremolesi o parmigiani o nella città di Parma (19) o di Piacenza, ivi alla fine sia stato raggiunto dall’ordinazione relativa alla campana per la chiesa di Ottone.

Sono semplici congetture queste, manca cioè il conforto di qualsiasi documento, che valga a definire questo particolare; ad ogni modo è certo che il nuovo artista lavorò anche lontano da Pontremoli, quindi, malgrado l’uso degli artisti del tempo di firmare con il nome di battesimo accompagnato da quello del paese di origine, ci piace scorgere in lui uno dei tanti veri tipi di Pontremolesi emigrati, forse vittima della concorrenza, erranti in cerca di possibilità di vita migliori di quelle, che possa offrire la loro città: Pontremolesi, che non si smentiscono mai, in qualsiasi tempo vivano. L’indicazione allora della sua città natale, sia pure in questa sua forma asciutta e schematica, potrebbe contenere non solo la tenera espressione di un affettuoso ricordo della sua terra, ma anche un acuto senso di nostalgia e di mesto ed accorato rimpianto per luoghi, persone e cose care e lontane.


Enrico Lazzeroni, Un pontremolese fonditore di campane, pubblicato in Il Campanone – Almanacco Pontremolese, 1940, Scuola tipografica Artigianale di Pontremoli.

(1) M. Giuliani “Le più antiche campane del Pontremolese”. Estr. dal Giornale Storico della Lunigiana A. XIII fasc. 1 1923. Borgotaro Tip. C. Cavanna 1923.

(2) id. op. cit. p. 6.

(3) id. op. cit. p. 7. Cfr. in proposito anche Bologna “Artisti e cose d’arte e di storia pontremolese, Firenze 1898 p. 62.

(4) M. Giuliani op. cit. p. 8.

(5) ibid.

(6) Q. Sforza “Memorie e Documenti per servire alla storia di Pontremoli”, P.e 1. Vol. I p. 94 п. 17.

(7) M. Giuliani op. cit. p. 8 n. 1.

(8) id. id. 48

(9) Alla sommità di un poggio, nei pressi della famosa abbazia di S. Alberto di Butrio, esistono ancora importanti rovine di questo antichissimo castello, che fu la culla dei Malaspina. Domina dall’alto i due versanti di Valle Staffora verso Varzi e di Val Tidone verso Zavattarello, ambedue allacciate a Val di Trebbia rispettivamente attraverso i passi del Penice (m. 1046) e del Brallo (m. 9511. In questo castello fu certamente di passaggio, diretto a Pavia e quindi in Germania, Federico Barbarossa nel suo ritorno da Roma (a. 1167), scortato da Villafranca ad Oramala, attraverso i monti del Pontremolese e del Piacentino, dal Marchese Obizzo Malaspina, al quale aveva concesso tale feudo, togliendolo al Vescovo di Tortona, con diploma del 1164. (Intorno ad Obbizzo Malaspina v. P. Ferrari “La Lunigiana e i suoi Signori”, Estr. dall’opera “I Castelli di Lunigiana… alla quale serve da introduzione pp. 125 126, 153 e G. Sforza – op. cit. Vol. III p. 3011. Oramala rimase ai Malaspina fino al definitivo tramonto del feudalesimo, cioè alla fine del sec. XVIII (v. F. Mancinelli “Il Pavese montano Pavia Tip. Popolare 1922 p. 222).

(10) F. Mancinelli op. cit. p. 270.

(11) II M. Rev. Arciprete di Ottone Sig. Don Stefano Barbieri, al quale debbo la maggior parte delle notizie riguardanti le tre chiese di Ottone, ed al quale esprimo la mia viva riconoscenza per le informazioni gentilmente fornitemi, ci scrive: “L’Oratorio di S. Bartolomeo è piuttosto povero di arredi sacri; ma da qualche anno si attende a rifornirlo del più necessario e siamo arrivati a buon punto. Con la alienazione di alcuni legati si é realizzato un modesto annuo red-dito per l’Oratorio”. L’opera d’arte che onora Ottone, merita qualche sacrificio e noi auguriamo che lo zelo del Sig. Arciprete e l’orgoglio dei parrocchiani riescano a ridare a questa chiesa, se non lo splendore di un tempo, un decoro degno del suo grande pregio.

(12) v. Inventario del 1841.

(13) Mancinelli op. cit. pag. 271.

(14) L’illustre Can. Cesare Bobbi, alla cui bontà e gentilezza debbo il passo riferito, è scomparso da poco, lasciando in amici ed estimatori largo rimpianto di sè per l’opera sua di studioso colto ed appassionato.

(15) G. Sforza op. cit. Vol. III. pp. 355 e 368 e M. Giuliani “L’Appennino Parmense”, Bibl. della Giovane Montagna Parma Stamperia Bodoniana 1929 pp. 22-23-27-28. A questa strada il Giuliani accenna anche in “Note di topografia antica e medioevale del Pontremolese,, Estr. dal Vol. XXXV – N. S. dell’Arch. Stor. per le Provincie Parmensi. Off, Graf. Fresching Parma passim. (16) Una prova dell’importanza di questa strada e di questo passo nel Medio-Evo è la lotta che Piacentini e Pontremolesi dovettero sostenere contro Parmigiani e Marchesi Malaspina per il possesso del Castello di Grondola, che dominava nettamente questa strada (G. Sforza op. cit. Vol. III. Append. 1.0, specialmente a p. 308).

(17) M. Giuliani (“Note di topografia cit. p. 11), basandosi sul fatto che al re longobardo Liutprando si deve la fondazione della Abbazia di Berceto (Paolo Diacono “Dei Fatti dei Longobardi c. VI,o cap. L. VIII in Muratori “Rer. Ital. Serpt.,, Tip. della Soc. Palatina nella Regia Curia Milano MDCCXXIII T. Lo pp. 395-512), fissa questa epoca intorno ai tempi di questo re. E’ interessante riportare su questo argomento la nota 236 al testo dello sterico longobardo, secondo la quale Liutprando non sarebbe il fondatore, ma il munifico benefattore del monastero di Berceto: “Non conditorem sed auctorem Monasterii Berceti in Monte Bardonum Liutprandum regem ex gestis Moderamni Episcopi Redonensis a Frodoardo narratis (liber I cap. XX) probat optime Mabillonius in Annalibus tomo II anno DCCVIII, illudque in honorem S. Abundii Martiris antea constructum, postea in honorem S. Remigii cuius reliquias e Remensi Monasterio Moderamnus in Italiam contulerat, et miraculo monitus ibidem deposuerat, ita Liutprandus regia liberalitate per suum diploma bonis, et aedificiis ditavit, ut a nostro conditoris loco habeatur,,. Cfr. in proposito anche G. Sforza cit. Vol. cit. Append. I pp. 357-358. op.

Era detta anche via di Monte Bardone, Romea, Francigena o Francesca, Lombarda e Pontremolese [G. Sforza op. cit. Vol. III. Append. I pp. 341], sebbene con l’indicazione di Lombardia si accennasse più particolarmente a quella del Cirone, la più breve tra la Val di Magra e le Valli del Parma e dell’En-za. Questa strada nel Medioevo assurse veramente a grande importanza per il commercio e come via di transito per le relazioni che passavano tra l’Italia Meridionale e Centrale e la Settentrionale e tra questa e la Francia, l’Inghilterra, le Fiandre e la Germania, tanto da essere appaiata con la via Flaminia. Enrico Besta [“Il Diritto Pubblico nell’Italia Superiore e Media durante il periodo comunale, Pistoia 1923 p. 9], trattando dell’ordinamento economico nell’età comunale, scrive: “Da Roma e dall’Italia Meridionale salivano a frotte i mercanti per la Toscana e le Marche e la Romagna e nel Veneto e in Lombardia attraverso la via Francesca e la via Flaminia; poi dalla Lombardia e dal Veneto le merci per i passi del Monginevra, del Cenisio, del S. Bernardo, del Lucumagno, del Settimo, del Brennero, di Montecroce [il S. Gottardo vi si aggiunse più tardi], salivano in Francia, in Inghilterra, nelle Fiandre, nella Germania”.

[18] Per M. Bardone, secondo il già citato storico dei Longobardi [op. cit. 1. V. c. XXVII], passò il re longobardo Grimoaldo nel 667 per recarsi in Toscana con i suoi Longobardi, all’insaputa dei Romani [e non dei Ravennati, come op. cit. Vol. III.0 riferisce il Muratori “Annali,, all’a, 667, seguito dallo Sforza Append. 1 p. 357], diretto alla distruzione di Forlimpopoli. Il testo originale di P. Diacono porta: “nescientibus omnino Romanis,.

Anche qui trovo molto interessante riprodurre integralmente la nota 110 al testo di P. Diacono: “De Alpe Bardonis, Berceto infra lib. 6 cap. 58 memorato Cluverius dict. 1. I pag. 293. Quone situ utrumque nomen fuerit arguit ex Chronici Casinensis 1. I cap. 9et Liutprandi lib. 1.o cap. II ex quibus asserit, Montis transitum nullum esse alium quamper quem celeberimmo hodieque itinere, ex Macrae amnis valle ab oppidis Sarzana, Ula [Aulla], Villa Franca, et Ponte Tre-mulo transitur ad Bercetum unde porro iter fert per Foruni novum ad Parmam urbem, Romanorum etiam duces olim ex hac exercitus ductitasse supra ad Mu-lilum Boiorum castrum docui; sed hunc Bardonis Montem Ligures tune Apuani tenebant.,,

Di Monte Bardone però è cenno anche nella famosa donazione che nell’817, in occasione del Sinodo o Concilio di Aquisgrana, Ludovico il Pio, emulando la pietà del padre Carlo Magno, fece alla Chiesa: “a Lunis cum Jnsula Corsicae, deinde in Surriario [Surriano, l’odierna Filattiera), deinde in Monte Bardonis, deinde in Berceto, exinde in Parma, deinde in Regia etc.,, [v. Compendio storico della Provincia di Lunigiana Parma Fratelli Borsi MDCCLXXX. p. 56]. Con qualche variante queste stesse indicazioni si ripetono a proposito di Surriano anche nella Vita di Papa Adriano I del Liber Pontificalis: “….. a Lunis, deinde in Surriano, deinde in Monte Bardonis, id est in Verceto, deinde in Parma, (v. U. Mazzini “Un’epigrafe lunigianese del secolo ottavo,, in Giorn. Stor. della Lunigiana A. II Fasc. III.0 La Spezia 1911 p. 160 n.). Per la donazione di Ludovico alla Chiesa di Roma v. Baronio (“Annali ecclesiastici – Pars altera Romae Typis Petri Antonij Facciotti MDCXXXV all’a. 817 p. 257). Questa strada era detta anche Romea, perchè battuta da chi si recava a Roma in pellegrinaggio (v. U. Mazzini op. cit. p. 159).

(19) Questa strada, come aveva fatto con quella del Cirone, riuscì poi a prevalere anche su quella del Brattello ed infine a soppiantarla interamente (G. Sforza op. cit. Append. I pp. 369-370 e M. Giuliani “Note di topografia ecc.,, cit. pp. 10-12-13 n. le “L’Appennino Parmense-Pontremolese ecc.,, cit. pp. 16-17, 21, 27)

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