I GARIBALDINI DELL’ALTA E BASSA LUNIGIANA

Molte volte ho trattato argomenti riguardanti Aulla nella sua storia e aspetti della bassa e alta Lunigiana.

Iniziando questa trattazione, mi piace ricordare le parole di Angelo Patri rivolte a Giuseppe Lombardo Radice: “Vedi, Lombardo, voi Italiani fate bene a curare di conservare ogni rudere. Perché la storia non è mai morta…”)

Confortato da questa affermazione di Angelo Patri, affronto un tema di non facile trattazione per il motivo che le memorie, almeno per Aulla, si perdono nel tempo in cui la nostra città era solo un borgo e certamente la sua popolazione, fatta eccezione per pochi, non poteva pensare all’unità d’Italia, perchè impegnata a risolvere gravi problemi di carattere economico e culturale. È comprensibile quindi che non ci fosse un generale entusiasmo per le idealità di Cavour, di Gioberti, dell’apostolo del nostro Risorgimento Giuseppe Mazzini, definito da un conterraneo: “Un artista travolto dalla politica” e di Giuseppe Garibaldi “un grande soldato” desideroso di liberare i popoli oppressi.

Anche tra la gente di questa “rupestre Lunigiana”, qualche coraggioso si pose problemi relativi alla Patria, all’unificazione d’Italia, alla libertà e alla giustizia. Avvertì le misere condizioni dei contadini delle nostre campagne, dei braccianti, degli operai e degli artigiani, che esprimevano il malcontento con il silenzio, quel silenzio che ha una grande valenza psicologica. Forse quei coraggiosi interpretarono il silenzio dei loro conterranei e se ne fecero carico, manifestando idee libertarie, aderendo a quella famosa spedizione de “I Mille”,che, per precisione storica, dovremmo dire dei millenovantasei, i quali si diedero appuntamento con Giuseppe Garibaldi tra il 4 e il 5 maggio allo scoglio di Quarto (GE).

Provenivano da tutte le città d’Italia, con la speranza nel cuore di realizzare la Patria: una, libera e indipendente.

Bisogna precisare subito che allo scoglio di Quarto, il 5 maggio 1860, non partì con Garibaldi alcun lunigianese, mentre la nostra Provincia fu presente alla spedizione con due garibaldini di Massa: Frediani Francesco di Carlo e Carli Nello e un carrarese Orlandi Bernardo

Sono perfettamente d’accordo quindi con Nicola Michelotti a proposito dell’assenza dei garibaldini della bassa e alta Lunigiana allo scoglio di Quarto, quando i due vapori il “Piemonte” e il “Lombardo” salparono per la Sicilia.

“Questo particolare, certamente non trascurabile, spinge a considerare che nella Pontremoli del tempo –  e questo vale anche per Aulla – il “collegamento informativo” e la propaganda conseguentemente non erano adeguati alle necessità, né si registravano con tempestività le situazioni nuove negli stati confinanti, soprattutto ciò che accadeva a Genova e in tutto il territorio ligure-piemontese: l’assenza dei Pontremolesi e aggiungo ancora degli Aullesi – tra i Mille sembra che si debba attribuire a tale motivo più che alla mancanza di un personaggio trascinatore” (4),

All’impresa dei Mille e riporto ancora lo scritto di Nicola Michelotti “avevano potuto e voluto partecipare alcuni volontari” nell’ambito della Lunigiana storica, nelle persone di: Canini Cesare di Sarzana, Stefanini Giuseppe di Arcola, Monteverde Gio Batta di San Terenzo, Faccini Onesto di Lerici, lo spezzino Castellini Francesco Maria.

Bisogna però dire che non mancarono garibaldini sia nell’alta che nella bassa Lunigiana. Senza dubbio parteciparono alla seconda spedizione per la Sicilia affidata a Giacomo Medici del Vascello a distanza di circa un mese dalla prima. È da sottolineare che Garibaldi, prima di partire da Quarto, lasciò uno scritto al Medici “È meglio che tu resti, puoi essere più utile restando…” (6) Garibaldi assicurò inoltre il Medici che avrebbe avuto tutti i mezzi che si fossero resi necessari.

“Il Cavour, dopo la vittoria di Calatafimi e la presa di Palermo, ebbe netta la sensazione che la spedizione sarebbe riuscita e prese a favorirla per controllarla e impedire che prendesse sviluppi rivoluzionari o comunque contrari alla sua politica. Grazie a questi e ad altri rinforzi, Garibaldi poté apprestare una sua piccola armata. Sciolse le squadre siciliane e congedò i “picciotti”. trattenendo solo i migliori dei volontari siciliani. Tutti gli uomini furono ordinati in due brigate, riunite in una divisione” (7).

Al di là di questa precisazione sulla più consistente spedizione diretta dal Medici, si devono segnalare due comitati di soccorso: “Il Comitato Centrale in aiuto a Garibaldi con sede a Genova e diretto da Agostino Bertani, la Società Nazionale, diretta da Giuseppe La Farina e il fondo per il milione di fucili con sede a Milano, sotto la direzione di Enrico Besana e di Giuseppe Finzi” (10)

Allora dobbiamo pensare che i garibaldini dell’alta e bassa Lunigiana siano partiti per raggiungere Garibaldi con la seconda o con la terza spedizione.

Infatti Nicola Michelotti scrive che il Medici “salperà da Cornigliano e poi dal molo centrale rispettivamente il 9 e il 10 giugno e arriverà a Castellammare del Golfo il giorno 17 con duemilacinquecento volontari. Già in questa spedizione erano presenti otto pontremolesi: Bertucci Carlo, Giuli Romano, Guidi Eligio, Montani Pellegrino, Palmieri Antonio, Ravani Francesco, Trivelloni Domenico e Savani Silvestro, i quali saranno raggiunti da un numeroso nucleo di cittadini che partiranno con la spedizione Cosenz (11) il 6 luglio” (12)

II Michelotti fa cenno anche a tre garibaldini bagnonesi:

Bicchierai Giovanni, Malingambi Edoardo e Olivieri Antonio, puntualizzando che non gli è possibile stabilire se i tre garibaldini abbiano fatto parte della seconda o della terza spedizione. Altrettanto dicasi per il volontario Garbesi Senofonte di Licciana Nardi, nipote del più famoso Anacarsi. Michelotti ricorda inoltre il filattierese Benedetto Zampetti, studente alla facoltà di medicina in Pisa, che, con ogni probabilità, partì con la terza spedizione.

Dei quattro garibaldini aullesi, Michelotti non fa cenno, forse per mancanza di documentazione. Per testimonianze di vecchi aullesi, sono riuscito ad individuare nelle persone di Raffaele Bertoncini di Bibola, Leopoldo Giannini di Canova, Torello Giromini di Aulla e Aristide Riccardi di origine fiorentina, ma abitante ad Aulla, i volontari garibaldini.

Di Aristide Riccardi non c’è aullese anziano che non ricordi la camicia rossa con le medaglie e il berretto con visiera nera. La camicia veniva custodita in una teca nell’orologeria-oreficeria del figlio Felice in via XX settembre ed esposta in occasione di ogni festa nazionale o ricorrenza storica.

La divisa, in quelle occasioni, veniva appesa alla porta dell’oreficeria.

I ragazzi erano estasiati nel vedere quel cimelio e in ogni aullese c’era un certo orgoglio che un cittadino avesse partecipato a quell’impresa che fu definita “il più poetico e commovente episodio del Risorgimento” (13)

Peccato che quel cimelio, che era stato il vanto degli Aullesi, sia andato perduto, non per il bombardamento del 19 maggio 1944, ma durante lo sfollamento di Guido Riccardi, nipote di Aristide, a Bibola.

Non posso stabilire se i garibaldini aullesi si aggregarono alla seconda o alla terza spedizione, proprio perchè non sono riuscito ad avere alcun documento.

È certa, invece, la partecipazione di Antonio Bassi, fratello dell’indimenticabile Silvestro, sindaco e podestà di Aulla, autore dell’opera: “Il castello e l’abbazia dell’Aulla nella storia della Lunigiana“.

Egli dedica questo scritto al fratello che aveva partecipato, con Garibaldi, nel 1867, al tentativo di colpo di mano su Roma. II 3 novembre di quell’anno, Garibaldi fu costretto alla ritirata, per l’intervento delle truppe francesi e pontificie. Fu arrestato a Figline Valdarno e condotto, per la seconda volta, al Varignano ed il 25 novembre confinato a Caprera. Trascrivo in nota la dedica di Silvestro Bassi, che compare sia nella prima edizione della Tipografia V. Mori e figli, Aulla, 1927, che nella ristampa a cura del centro Aullese di Ricerche e Studi Lunigianesi, diretto dal Prof. Giulivo Ricci, 1972, Tipografia Mori Metello (14)

La città di Pontremoli, che dispone di documenti, ha ricordato i suoi garibaldini, tracciando per molti di essi un profilo.

Aulla, distrutta interamente dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, ha perduto ogni documentazione e quindi chi scrive è impossibilitato a fornire notizie sui volontari garibaldini citati.

I Pontremolesi hanno il merito di aver sempre ricordato le figure di spicco dei garibaldini e di altri combattenti per l’unità d’Italia.

Già nel 1905 dedicavano a Pompeo Spagnoli un numero unico, il 5 settembre 1933 in Pontremoli il Gen. Pietro Ferrari, medico e storico, rievocava la figura di Garibaldi e dei garibaldini pontremolesi (15).

Il generale Dante Lorenzelli, Comandante la Divisione garibaldina “Caccia tori delle Alpi” inviò da Perugia, in data 11 febbraio 1940, al Comitato di redazione de “Il Campanone” Almanacco Pontremolese, un vibrante messaggio che s’ispirava a La Marmora e a Garibaldi. Ecco alcuni passi: “Sui campi delle battaglie, di cui ogni nome merita un culto, due grandi macchie si agitavano e si confondevano nei miei occhi sognanti: quella bruna dei bersaglieri, quella rossa dei garibaldini”.

E più avanti: “Voi spiriti della mia terra natale: Pompeo Spagnoli, Pietro Dani, Giuseppe Focacci, Emilio Buttini, Vincenzo Ferretti, Guglielmo Giumelli……; rosse camicie pontremolesi, che prima di me avete venerato l’Eroe dei due Mondi e per lui cadeste a combattere. Davanti alle lapidi che vi ricordano assieme a tutti gli altri caduti pontremolesi, io vengo con il pensiero ad inchinarmi”. Il generale Dante Lorenzelli chiude il messaggio cosi: “Garibaldini pontremolesi! Il generale dei “Cacciatori delle Alpi” Vi rende omaggio del suo cameratesco saluto” (16)

Nel primo centenario dell’Unità d’Italia i pontremolesi dedicarono ancora un saggio di riconoscimento a tutti coloro che combatterono nelle file dei garibaldini. In esso vengono ricordate, con un profilo stringato, le figure di Pompeo Spagnoli, Enrico Buttini, Giuseppe Focacci, Pietro Dani, Armando Tassi, Guglielmo Giumelli, Vincenzo Ferretti (17)

I garibaldini sopra ricordati sono menzionati anche da Nicola Michelotti, con l’aggiunta dei fratelli, Parolini Vittorio, Carlo e Giacomo e Teodoro Reghini. Il Michelotti termina il suo saggio così:

“Nell’arco di vent’anni, dal 1848-49 al 1870, Pontremoli contribuiva alla causa italiana, complessivamente, con poco meno di duecento uomini, i quali, con apporti personali differenti, ma con identica dedizione e pari lealtà, lasciavano un segno…” (18)

La figura di Giuseppe Garibaldi e le sue gesta influenzarono i patrioti lunigianesi, molti dei quali aderirono al movimento garibaldino.

Non voglio però fare la storia delle imprese di Garibaldi, perchè su questo personaggio, che ha caratterizzato, con Cavour, Vittorio Emanuele II e Giuseppe Mazzini, il Risorgimento italiano, sono stati consumati fiumi d’inchiostro.

Garibaldi è un mito a cui il mondo intero ha riconosciuto il titolo di “Eroe dei due mondi”; desidero però mettere in luce un aspetto che non riguarda il nizzardo condottiero, combattente, eroe, ma l’uomo.

Renzo Martinelli, nel 1947, aveva aperto, con Clelia Garibaldi, una corrispondenza e molto spesso si recava a Caprera, per parlare del grande personaggio. Un giorno, mentre Clelia raccontava di suo “Papà”, di sua madre e di suo fratello Manlio, si accorse che il Martinelli aveva tra le mani qualcosa che poteva essere ed era un foglietto d’appunti.

Clelia subito smise di parlare “con questo monito perentorio”; “No. La vita di mio padre è mia. Un giorno, può darsi, la racconterò. Ma da me. Con la scusa di abbellire ogni cosa, voialtri finite per sciupare tutto. “Renzo Martinelli si limitò, quasi a disagio, a rispondere: “Scusi sa ……” (19)

E venne il tempo in cui Clelia scrisse “Mio padre” (20), un’opera in cui le figure di papà, della mamma, dei fratelli, della vita familiare, nell’isola di Caprera, appaiono nella loro vera luce, affascinano e a volte commuovono il lettore.

Si respira in quest’opera un clima familiare sereno, carico di sentimenti. Ma, a volte, questo idilliaco mondo è colpito da fatti funesti, come la morte di Rosa, che Garibaldi ebbe da Francesca Armosino, terza compagna e poi sposa il 26 gennaio 1880 (dopo l’annullamento del matrimonio avvenuto nel 1860 dalla marchesina Giuseppina Raimondi). Un altro lutto della famiglia riguardò Anita, nata da Battistina Revel di Nizza e da Giuseppe Garibaldi.

Proprio per rispetto alla memoria di Clelia e al suo senso d’intimità familiare, per evitare di “sciupar tutto…” mi limiterò a stralciare dall’opera “Mio Padre” alcuni brani che meglio caratterizzano Garibaldi come uomo.

“…La voce, la sua bella voce non la dimenticherò mai. Molti mi domandano: “Chissà che voce tonante, che fare autoritario deve avere Garibaldi per aver potuto trascinare con sé sì numerose schiere di giovani. Come si sbagliano! Non ho udito più in vita mia una voce più dolce, più melodica della sua…”

“Era di carattere sereno e giocondo, non l’ho mai visto arrabbiato…”  (21). Penso che questa sia una bella lezione di umanità. Garibaldi amava la natura, gli animali, le stelle. L’astro suo preferito era Arturo, mentre per Clelia era Sirio.

Scrive Clelia: “Per questo suo amore per le bestie, per la natura, per le stelle, mi accade spesso, di paragonare mio padre a San Francesco. Un giorno, che parlai di questo con Padre Facchinetti, venuto in visita a Caprera, rimase anche lui meravigliato di come in verità, fra i due spiriti esistessero, per certi aspetti di finezza sentimentale, evidentissimi punti di analogia (22). L’amore dell’eroe per la terra è dimostrato dal fatto che, Garibaldi, dopo aver costruito con le proprie mani la casa a Caprera, dissodò molto terreno, lo coltivò, vi pose a dimora piante d’aranci e un fico “La Bellona” portato da Nizza, seminò legumi, verdure e fiori.

Bello è pensare che, nello stesso giorno della nascita di Clelia, Garibaldi piantò un pino davanti a casa per farlo crescere insieme alla figlia. Il pino assunse una forma particolare, non per intervento di tecnici, ma per l’appollaiarsi delle galline sui rami ancora teneri nelle sere d’estate. L’agricoltura fu un grande amore per Garibaldi, che, ogni volta deponeva le armi, tornava ai campi, schivo di onori e di gloria.

In ogni suo documento, alla voce professionale, figura sempre agricoltore. Amò profondamente Francesca Armosino e con lei visse in Caprera gli anni più felici; d’altro canto, per Francesca, Garibaldi rappresentò il compagno ideale prima e il marito dopo. Garibaldi ebbe molti amici, tra persone importanti anche se non mancarono avversari e, in un certo senso, nemici.

Caprera era diventata un luogo di pellegrinaggio per gente importante e umile. Nelle visite di Garibaldi alle città di Palermo, Napoli, Milano ed altre ancora, la folla gli tributò onori regali.

Scrive Clelia: “Milano, nel novembre 1880, alla stazione trovammo una dimostrazione così grande di simpatia e di affetto quale io non avevo ancora visto. La carrozza che ci doveva condurre all’albergo de “La Ville” venne bloccata dalla folla in modo da non poter proseguire per parecchio tempo.

Ad un tratto, gli studenti staccarono i cavalli e trainarono loro stessi il veicolo fino all’albergo, in un ininterrotto delirio d’applausi e di grida, sotto una fitta pioggia di fiori; Papà, commosso, rispondeva con larghi gesti della mano e buttando baci in tutte le direzioni. Aveva gli occhi lucidi e ogni tanto stringeva a sé la sua Francesca” (23)

Un fatto analogo successe nella vicina La Spezia garibaldina, che ebbe modo di ospitare Garibaldi per ben due volte al Varignano.

Riporto uno stralcio di capitolo di un’opera di Pietro Fulgenzio Ferro “II Varignano sotto il Regno d’Italia”.

“Il Lazzaretto del Varignano è celebre per la dimora fattavi dal Generale Garibaldi nell’anno 1862. II Generale ferito, il 29 agosto di detto anno veniva portato a braccia dai garibaldini da Aspromonte a Scilla sopra la barella improvvisata, ed imbarcato sulla Regia Nave “Duca di Genova” diretta al Varignano, ove doveva rimanere prigioniero.

La nave, una delle più belle fregate del suo tempo, dislocante 3484 tonnellate, varata a Genova nel Cantiere della Foce il 3 novembre 1860, e radiata poi dal naviglio da guerra nel 1875, approdava il giorno 1 settembre nel seno del Varignano, ed alle ore quattordici del giorno dopo, il Generale, sopra una barella, fabbricata dal maestro d’ascia di bordo, veniva sbarcato e trasportato nell’appartamento destinatogli al piano nobile del Palazzo del Comando del Varignano.

Dai giornali di quel tempo “Il Movimento” e “La Nuova Europa”, si rilevava che la camera destinata al Generale era modestamente arredata; ma forse era quanto di meglio aveva l’appartamento del Commissario del Lazzaretto, Nob. Antonio Boccardi, il quale ebbe anche l’incarico di provvedere alla mensa dell’illustre Prigioniero. Nelle stanze attigue alloggiati alla meglio, o alla meno peggio, i medici prigionieri che avevano accompagnato il Generale: Dottori Albanese, Basile e Ripari, ed i Maggiori Basso e Bideschini.

II Generale ferito fu subito visitato dai chirurghi di Negro, Palasciano, Porta e Bertami. Accorsero poi Parlrige dell’Inghilterra, Pirogoff dalla Russia e Nelaton dalla Francia.

Il Generale Garibaldi rimase al Varignano circa quaranta giorni, e la mattina del 22 ottobre 1862, per consiglio dei medici, veniva trasportato alla Spezia nell’ Albergo Milano, che trovavasi nel Palazzo dove ora ha sede l’Ammiragliato. Del trasporto, che fu commovente, si occupò la Spezia garibaldina, e si raccontano in proposito diversi gentili episodi.

Vittorio Vecchi, allora Ufficiale di Marina e testimonio de visu, racconta: “A spalle d’uomini il letticciuolo sul quale il Generale era giacente, fu portato lungo il sentiero che mena dal piazzale del Varignano al mare. Ansaldo rese gli onori militari al corteggio. Un galeotto trovavasi a caso sul cammino. L’uomo, che era stato in lotta con la società, cadde ginocchioni, denudò del rosso berretto il capo raso e lo chinò riverente senza far motto, lagrimando”.

Garibaldi ritornò prigioniero al Varignano nell’anno 1867. Vinto a Mentana, mentre ritornava nel regno per ridursi a Caprera, fu arrestato alla Stazione ferroviaria di Figline, nel Valdarno superiore. Arrivò per ferrovia alla Stazione di Valdellora, (Spezia) che in quel tempo formava la testa di linea per la Toscana, la sera del 4 novembre 1867,

Erano ad attenderlo una compagnia di marinai sotto il Comando dell’Ufficiale Ricotti, per servire di scorta alla carrozza che doveva condurre il Generale al Varignano, e una moltitudine di popolo. Uscito il Generale dalla stazione e salito, fra le acclamazioni, in vettura, staccati da questa i cavalli per tirarla a braccia dal popolo acclamante, al chiarore delle torce fu trasportato in città. Fosse concerto prestabilito, oppure subitanea determinazione, non è certo; ma giunta che fu la carrozza davanti all’antico albergo della Croce di Malta, nell’attuale via Chiodo, venne fatta ripiegare e, in cambio di avviarla per la strada di Marola che conduceva al Varignano, fu introdotta nell’atrio dell’Albergo, affinché ivi il Generale potesse passare la notte e riposare.

Col Generale prigioniero erano il Tenente Colonello dei RR.CC. Camossi, che l’aveva arrestato, e il Sotto Prefetto Gerenzano, del Circondario della Spezia. Questi, tra l’ordine esplicito del Ministero dell’Interno di far condurre Garibaldi al Varignano, e l’atto della cittadinanza che lo voleva suo ospite, cedette ai cittadini e permise che il Generale rimanesse alla Spezia fino all’indomani mattina. Il giorno 5 le porte del Varignano si aprivano di nuovo per ricevere un’altra volta prigioniero il Generale. In sulle prime, non si permise fosse avvicinato da alcuno; ma poi il governo si mostrò più condiscendente, e permise che egli fosse visitato dai medici professori Zanetti e Ginozzi. Essi dichiararono concordi che per la salute del Generale si richiedeva che questi cambiasse la dimora del Varignano, con quella di Caprera.

II 26 novembre il Ministro degli Interni così telegrafava al Sotto-Prefetto della Spezia: “Prego comunicare Colonello Camossi seguente telegramma: – Ella accompagnerà Garibaldi Caprera. Prima di partire Gli chiederà sua parola d’onore resterà nell’isola a disposizione autorità giudiziaria. In tal modo avuto sua parola, come è giusto, non farà alcuna guardia nell’interno dell’Isola”.

Alle ore 10 dello stesso giorno, Garibaldi, data la parola richiesta, prendeva imbarco, col suo seguito, sulla R. Nave “Esploratore”, che lo portava a Caprera.

A ricordare la dimora fatta dal Generale Garibaldi al Varignano, la Regia Marina deliberava di apporre un ricordo marmoreo all’esterno del muro di cinta dello Stabilimento di fronte al pontile di sbarco. Il 4 dicembre 1907, giorno della festa di S. Barbara, si inaugurò, infatti la lapide commemorativa con la solennità richiesta dall’avvenimento. Essa è in pietra di Subbiaco con cornice di travertino di Tivoli, e ornamenti di bronzo. Misura m 2,88 per m 2,24, ed è collocata in modo che essa si scorge subito dal mare, entrando nell’insenatura delle Grazie.

Il lavoro della lapide fu eseguito a Roma presso lo Stabilimento dell’Aquila, sotto la direzione del Colonnello Moneta, e con la collaborazione artistica di Romolo Piva.

L’epigrafe, come anche quella della lapide commemorativa, murata nella facciata laterale prospiciente il corso Cavour, del palazzo dell’ Ammiragliato, in Spezia, nella medesima occasione, fu dettata dall’Illustre Senatore On. Pasquale Villari (24).  La riporto qui, nella sua integrità e disposizione grafica:

QUI

IL II SETTEMBRE MDCCCLXII

FU DOPO ASPROMONTE

 GIUSEPPE GARIBALDI

TUTTI TREPIDAVANO PENSANDO

ALLA SUA FERITA

EGLI MEDITAVA NUOVE IMPRESE

PER DARE ALL’ITALIA

LA CAPITALE

ONORANDO L’EROICO PROPUGNATORE

DI LIBERTÀ LA REGIA MARINA

POSE

QUESTO RICORDO

MCMVII

Dopo le visite alle maggiori città italiane, Garibaldi fece ritorno a Caprera, ma le sue condizioni di salute si aggravarono giorno dopo giorno. La moglie era sempre al suo capezzale; Clelia e Manlio, nelle ultime ore dell’Eroe dei due mondi, con una scusa furono portati ad attendere un piroscafo sul quale doveva arrivare il prof. Albanese, medico curante di Garibaldi. Scrive Clelia: “Appena via noi, raccontava la mamma, due capinere vennero a posarsi sul davanzale della finestra della camera di mio Padre, dove, di solito, essendo quella la camera da pranzo, tutti i giorni erano messe briciole di pane per gli uccellini. Mamma, temendo che le capinere, con il loro cinguettio, dessero noia a Papà, cercava di mandarle via; ma egli disse piano: “Francesca, non le scacciare; forse sono le anime delle nostre bambine che vengono a prendermi”. Mamma capì che era la fine…”.

“Fu chiamato d’urgenza il dott. Cappelletti, medico di bordo del Cariddi, ancorato alla Maddalena. Fu telegrafato ai figli, fu telegrafato al dott. Albanese.

Nelle ore che seguirono, le forze lo abbandonarono sempre di più. La notte trascorse lunga, inquieta. Chissà quali ombre si agitarono nella grande anima, chissà quanti ricordi! Forse quella notte la stanza del morente dovette essere popolata dai fantasmi degli uomini che Egli aveva portato a combattere per la patria e che lo avevano di tanto preceduto nel regno delle ombre. Forse il battito accelerato del cuore dovette ritmargli galoppi di cavalli, l’incerta luce della candela disegnargli sul muro sventolii di bandiere, la voce lieve di donna Francesca ingigantirsi nell’urlo dei combattimenti.

Sopraggiunse l’alba; poi la luce del giorno crebbe, a poco a poco si affievolì …Si passò una mano sulla fronte. “Sudo”, mormorò. Poi chiese di Manlio e domandò l’ora. Erano le 6,20 pomeridiane del 2 giugno 1882″.

Giuseppe Garibaldi era morto.

L’Italia cadde in ginocchio. Tutto il mondo s’inginocchio dinanzi a quel dolore” (25)

Le ultime parole di Garibaldi furono: “Muoio col dolore nel cuore di non vedere redente Trento e Trieste” (26).

La salma rimase esposta otto giorni e poi fu sepolta nel piccolo recinto accanto alle sue dilette figlie.

Con la morte di Garibaldi, non morirono però le Associazioni garibaldine.

Lo spirito garibaldino rimase e il garibaldismo coinvolse la letteratura italiana caratterizzando uno degli aspetti del Romanticismo.

Ad Aulla non è mai esistita un’ Associazione garibaldina, ma Garibaldi e le sue gesta erano nel cuore di tanta gente, al punto che un aullese, Ottavio Pedrini. fu volontario nelle Argonne nel 1914-1915. Di questo garibaldino ho documenti provanti la sua partecipazione alla campagna di Francia (27) e una lettera scritta da lui ad un amico genovese. Mi sembra opportuno trascrivere un breve profilo di questo volontario aullese.

Ottavio Pedrini nacque ad Aulla il 9 luglio 1885, da Angelo e da Rosa Petriccioli. La sua famiglia era numerosa perchè vi erano otto figli. Ottavio raggiunse, negli anni 1911-1912, la sorella Matilde nell’ America del Nord, ma dopo poco ritornò a Genova. In questa città si accostò al movimento garibaldino, per il suo spirito libero e patriottico. Parti con il reparto italiano al comando del generale Peppino Garibaldi, nipote del grande eroe, e raggiunse le Argonne, regione che fu teatro di duri scontri tra truppe francesi e germaniche. Fu ferito e trasportato all’ospedale di Wicky n. 41. Di qui scrisse la lettera citata all’ amico genovese. La trascrivo integralmente: “Quantunque il terreno ci fosse sconosciuto, quantunque fossimo stanchi, spossati e sfiniti, abbiamo vinto, perché l’italiano vince sempre, perché l’italiano è guerriero ed anche io mi sento tale. I nostri combattimenti furono sempre ingaggiati allo spuntar del giorno, e nella rigida mattinata di questo freddo gennaio, il sangue latino bagnò i boschi delle Argonne.

Raccontarvi tutti gli episodi cui assistetti sarebbe compito per me difficile, e questa lettera diverrebbe lunga assai.

Tra il finimondo, nel momento della battaglia, la terra tremava sotto i piedi, l’aria aveva rimbombi ed echi spaventosi, che ci rintronavano le orecchie in modo da sbalordire, mi sembrava di essere all’inferno, credevo fosse la fine del mondo; gli alberi, ad ogni colpo di cannone, sradicati dalla terra, si alzavano, venivano proiettati a distanza. L’aria era verde, turchina, gialla, come un arcobaleno, aveva riflessi di sangue ed esalazione di polvere; l’artiglieria pesante mandava bagliori sinistri, l’esplodere dei grossi obici mi faceva schiantare il cervello, non ci vedevo più, non sapevo se c’ero più, e talvolta mi toccavo per accertarmi che ero ancora vivo, che il mio corpo non era balzato in aria a brandelli.

Credevo alla guerra, ma non allo sterminio dei popoli. Vidi rivoli di sangue e montagne di morti.

I fratelli Garibaldi caddero da eroi, Bruno era due passi da me e cadde gridando: “Oh, avanti ragazzi!”.

Pedrini, dopo aver accennato alle sue condizioni di salute e alla dura vita di trincea, conclude: “Sento di aver fatto il mio dovere e ne sono orgoglioso, e sono pronto, come sempre, ad aiutare questa Francia che io amo per il trionfo della latinità, della civiltà contro la barbarie. Non ho più forze, ma lo spirito mi assiste, la mia fede mi sorregge, e neanche la morte potrà distruggerla; alla civiltà dò tutto, anche la vita.

Appena guarito, ritornerò sul fronte, e questa volta, forse, per restarvi, scriverò fin che posso”.

Dopo la campagna delle Argonne, Pedrini ritornò in Italia con il grado di caporale e fece parte, come combattente, dell’esercito italiano nella prima guerra mondiale con il grado di sergente. Al termine del conflitto, si stabilì definitivamente a Genova, però nel cuore portava sempre la sua Aulla, dove ogni anno, in agosto, ritornava dalla sorella Adele e vi rimaneva con la famiglia per circa un mese. Sempre si sentiva orgoglioso di essere un garibaldino. Infatti, nel 1931, l’anno prima del cinquantenario della morte di Garibaldi, (2 giugno 1932) partecipò al recupero dei resti di Anita (28), la prima moglie di Garibaldi, che dal cimitero di Nizza fu portata, prima a Genova e, nel 1932, al Gianicolo, dove fu eretto un monumento, opera del Rutello, presso quello di Garibaldi. Le fotografie, pubblicate a scopo didattico, ne sono una testimonianza.

Dopo la seconda guerra mondiale, Ottavio Pedrini, ormai libero da impegni di lavoro, venne più frequentemente ad Aulla. Come si sentiva orgoglioso di essere garibaldino, altrettanto si sentiva fiero di essere un aullese “pure sangue” tra gli aullesi. Ricordo, nelle nostre passeggiate serali, oltre il ponte che congiunge Aulla a Podenzana, mi parlava dei garibaldini, delle visite a Caprera, delle manifestazioni garibaldine e mi diceva: “Quando morirò, vorrò essere sepolto nel cimitero di Aulla dove riposano i miei genitori, mia sorella Adele e mio fratello Guido. Sulla mia tomba farai scrivere così:

“Ottavio Pedrini, nato ad Aulla, combattente per la libertà dei popoli”. Morì il 31 ottobre 1961 a Genova, due giorni dopo che era partito da Aulla.

Le circostanze vollero che fosse invece sepolto nel cimitero di Staglieno, nel campo dei garibaldini.

Insieme al garibaldino aullese Ottavio Pedrini è giusto che ricordi che nelle Argonne si trovò anche un cittadino della Lunigiana storica: Attilio Battolini.

Egli nacque a Vezzano il 14 luglio 1896. Fu pacifista e antifascista. Socialista massimalista, si trovò, nonostante le sue idee, coinvolto nella prima guerra mondiale, prima nel 90° Fanteria, poi nella 4ª compagnia automobilisti.

Dopo la ritirata di Caporetto, scrive Battolini in una testimonianza conservata nella Biblioteca “Beghi” di La Spezia, “fui inviato al fronte francese, con il secondo Corpo d’Armata Italiano; sconfitto l’esercito tedesco, con i soldati alleati e sempre come autiere fui comandato a far parte del corpo d’occupazione in territorio tedesco per il rispetto delle clausole d’armistizio”.

L’esercito italiano fu di appoggio con i garibaldini alle truppe francesi che riuscirono a vincere i tedeschi. Battolini fu una figura di rilievo dell’antifascismo sia di Vezzano che di Sarzana e di La Spezia.

La sua vita fu dedita interamente all’ideale socialista e per questo motivo fu perseguitato, bastonato, arrestato. Partecipò ai fatti di Sarzana del 21 luglio 1921 con i compagni Zappa Emilio, Bassano e Bernardini.

Definito “sovversivo pericoloso” non solo perse il posto di lavoro, ma fu costretto a riparare all’estero: prima ad Anversa e poi a Bruxelles.

Fece ritorno a La Spezia per poi rifugiarsi ad Asti, ospitato da due rappresentanti di commercio, uno socialista e l’altro repubblicano, quest’ultimo nipote di Giuseppe Garibaldi da parte dell’ultima moglie Francesca Armosino. Continuò la sua attività clandestina sia ad Asti che, in seguito, a La Spezia e nell’intera Liguria fino all’otto settembre 1943.

Dopo questa data, militò nella Colonna “Giustizia e Libertà”, subì il rastrellamento del 3 agosto 1944. Nel dicembre dello stesso anno fu ancora arrestato durante “uno dei più organizzati rastrellamenti nazi-fascisti”. Nella sua testimonianza Attilio Battolini scrive: “Portato al 21° Fanteria, torturato per sei ore consecutive per due giorni (con 21 capi di accusa, fui condannato a morte), venni poi trasferito, per mezzo di una zattera, al carcere di Marassi, quindi a San Vittore e a Gries di Bolzano.

Per le torture rimando ad un mio articolo apparso nel ’55 sulla rivista del Comune della Spezia. Nel blocco “E” che assieme al blocco “D” ospitava i politici condannati a morte, rimasi sino al maggio 1945, con una puntata in vagone bestiame sino al Brennero (qui un provvidenziale bombardamento aereo americano interruppe il mio viaggio per Mauthausen).

In campo di concentramento, malgrado la fame, il freddo, la dissenteria e le nervate, riuscivamo tuttavia a riunirci e ad avere noi del C.L.N. del campo contatti e notizie dal C.L.N. Alta Italia, sezione di Trento e Bolzano, che a loro volta erano collegate con Milano. Alle riunioni partecipavo assieme al Prof. Alfredo Poggi, recentemente scomparso, all’Avvocato Luigi Ducci, all’On. Tonetti di Venezia, ai milanesi Dr. Ferrari (che diventerà poi Sindaco della capitale lombarda) e Laura Conti. II C.L.N. di campo, durante una riunione che si svolse nel Marzo 45 dietro la “legnaia”, mi affidò l’incarico di organizzare e comandare un gruppo di sabotatori composto da deportati (in prevalenza comunisti e socialisti) di Parma e Bologna, di Cuneo (in prevalenza democristiani) e della Spezia (vezzanesi, sarzanesi di varie opinioni e arcolani). Poi la liberazione, da parte degli alleati, il 1° Maggio e dopo peripezie indimenticabili – il ritorno a casa l’11 Maggio. Altri nomi desidero fare di compagni di baracca: i Ferdeghini di Vezzano, l’ing. Del Chicca, Montefiori, Morelli, Rinaldo Basini, Lumachelli, Leonardi di Arcola, il prof. Pardi. Un particolare ricordo per alcuni amici morti nel campo, per fame e patimenti: Andreani e Bucchioni, quest’ultimo fratello del maestro vezzanese fucilato nella Piazza del Popolo in quanto segretario del C.L.N. clandestino.

Tornato alla Spezia, seppi che i compagni della Federazione mi avevano “riservato” un posto nel Direttivo. Ma non ho mai avuto, per fortuna mia, ambizioni: ho continuato così a lottare ed a lavorare ben oltre i 65 anni – per raggranellare una più che modesta pensione Inps. Il mio grande conforto è comprendere l’indispensabilità della funzione del Partito cui appartengo dal Gennaio 1919 (la prima tessera la ricevetti ora ricordo dalle mani del compagno Ernesto Carpanini di Vezzano) e la necessità storica di rimanere fedeli agli ideali della Resistenza, della resistenza dei partigiani come di quella dei deportati e dei perseguitati politici antifascisti (29).

Di fronte ad una persona di così grande coraggio qualunque sia il credo, la fede sia politica che religiosa si avverte un senso di rispetto e di riverenza.

Mi viene alla mente quanto Giuseppe Mazzini scrisse per la patriota modenese Giuditta Sidoli. Mazzini amò questa donna con ardentissima passione: “Mori cristiana? Io non appartengo a quella fede, ma ogni fede, anche imperfetta e guasta da falso dogma, conforta il guanciale di chi muore, e lo consacra più che non può l’arida, scarsa, tristissima menzogna di scienza che chiamano oggi Libero Pensiero e Ragione”.

Le figure che ho ricordato in questo scritto sono di esempio e di incentivo ai giovani del terzo millennio per vivere alti ideali, quali la patria, la giustizia, la libertà, il sacrificio, l’amore e la democrazia, ideali che consentono di vivere in un mondo a misura d’uomo, senza mai dimenticare che “l’uomo vive nel presente con le esperienze del passato in vista del futuro”.

Oggi, un movimento del Nord tende a dividere l’Italia; qualcuno sostiene che “lo Stato nato dal Risorgimento non è un dogma”.

Si parla di secessione, ma non è concepibile un salto indietro di un secolo e mezzo e non è possibile cancellare i sacrifici, le lotte e le battaglie ideali e in armi di tutti coloro che hanno immolato le loro vite per l’unità d’Italia.

Plaudo al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per le significative parole rivolte a Caserta ai sottufficiali dell’aeronautica: “Amate la vostra bandiera, che è l’unione di tutti noi in una patria unita” e a Roma all’ Accademia della Finanza, quando tornando sull’argomento definisce “indispensabile l’unità nazionale” e prosegue: “Voi di questo corso venite dalle parti più diverse d’Italia. Dunque voi rappresentate questa splendida, affascinante, indispensabile unità della Patria”.

Questi concetti di unità d’Italia sono stati ribaditi dal Presidente della Repubblica nell’ultima ricorrenza del 2 giugno.

Concludo il mio saggio ringraziando i cugini Licia Pedrini in Rigon, figlia di Ottavio, il garibaldino combattente nelle Argonne, Lucia Grasso in Papadia, Luigi Pedrini per le informazioni, per le fotografie del trasporto di Anita Garibaldi da Caprera al Gianicolo.

Un ringraziamento al signor Giuseppe Boero, Presidente dell’ Associazione Combattenti e Reduci di Genova Quarto ed al signor Pietro Magagnin, segretario dell’ Associazione, per la disponibilità dimostrata in occasione della mia visita al Museo garibaldino di Quarto, che dovrebbe essere visitato dalle scolaresche per il suo valore storico.

A mia figlia Adele un grazie per la collaborazione.


Luigi Ceresoli, I garibaldini  dell’alta e bassa Lunigiana, pubblicata in Cronaca e Storia di Val di Magra, anno XXV, 1996, edito dal Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesi, Aulla

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Alberti De Mazzeri Silvia, Le donne di Garibaldi, Milano, Editoriale nuova copyr 1981.

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Spadolini Giovanni, Il “mio” Garibaldi, sta in Nuova Antologia, Anno 117 (1982).

Note

(1) Giuseppe Lomardo Radice, Dal mio archivio didattico III, Una visita di Angelo Patri pag. 27. Ass. per il Mezzogiorno ed., 1928.

(2) Arturo Salucci, Tavolozza Genovese, Genova Libreria editrice Moderna, 1926, pag. 97.

(3) Vedasi Indice completo dei Mille sbarcati a Marsala condotti dal prode Giuseppe Garibaldi eseguito dal signor Alessandro Pavia, piazza Valoria, n. 4; Genova 1867, Stabilimento degli Artisti tipografi, piazzetta Serra, n. 4, allegato al volume di Marziano Brignoli, I Mille di Garibaldi, Rusconi Immagini, 1981.

(4) Nicola Michelotti, Arch. storico per le Province parmensi VI serie volume XXXIV, 1982, pag. 99 e seguenti.

(5) Medici Giacomo nato a Milano nel 1819 e morto a Roma nel 1882. Ha combattuto con i “Cacciatori di Oporto” e ancora contro i carlisti spagnoli. Unitosi ai garibaldini nella difesa della Repubblica Romana, nel 1859 comandò il secondo reggimento dei Cacciatori delle Alpi e nel 1860, con Garibaldi, si distinse nelle battaglie di Milazzo e del Volturno. Partecipò alla terza guerra d’indipendenza e fu insignito di medaglia d’oro. Fu senatore del Regno. Nel 1876 Vittorio Emanuele II gli conferì il titolo di marchese del Vascello.

(6) Arturo Codignola (ed altri), Genova e l’impresa dei Mille, Roma, Canesi. (Nota riportata anche da Nicola Michelotti nell’op. cit. pag. 110.)

(7) Marziano Brignoli, I Mille di Garibaldi, Volti di protagonisti e comparse. Rusconi Immagini, Collana Lunaria, sett. 1981.

(8) Bertani Agostino, patriota e scienziato italiano (Milano 1812 Roma, 1885), Prese parte alle cinque giornate di Milano e alla difesa di Roma nel 1849. Fu agli ordini di Garibaldi e con lui militò nel 1866 e a Mentana nel 1867.

(9) Giuseppe La Farina, uomo politico e storico italiano nato a Messina nel 1813 e morto a Torino nel 1863. Vicino a Cavour, liberale, appoggiò la spedizione dei mille. Giuseppe Finzi, uomo politico e patriota italiano, nato a Rivarolo di Mantova nel 1815, morto a Mantova nel 1886. Fervente mazziniano si iscrisse alla “Giovane Italia”, contribuì alla spedizione dei Mille.

(10) Enrico Besana, patriota e medico italiano, nato a Milano nel 1813 e morto a Genova nel 1877. Con Giuseppe Finzi amministrò i fondi per dare impulso alla spedizione dei Mille.

(11) Cosenz Enrico, generale italiano (Gaeta 1820-Roma 1898). Nel 1848 fece parte del contingente napoletano inviato alla guerra d’indipendenza nazionale; passò poi agli ordini di Gugliemo Pepe. Comandò nel 1859 un reggimento di Cacciatori delle Alpi. Nel 1860, partecipò, come comandante di divisione, alla spedizione di Garibaldi in Sicilia. Fu deputato e senatore del Regno.

(12) Nicola Michelotti, op. cit.

(13) Armando Lodolini, “Storia dell’Unità d’Italia”, da Roma al Risorgimento, Roma, 1963, pag. 423.

(14) “Dedico queste mie fatiche alla memoria del caro fratello Antonio, granatiere di Lombardia nel 1866 e volontario con Garibaldi nel 1867, che alle cose pubbliche dette volontà e fede, in Aulla e poi a Murano, ove morì anzitempo e ai due diletti miei figli, Mario, dolcissimo fanciullo, perduto a otto anni, e Giovanni, volontario di guerra, caduto sul San Gabriele il 2 settembre 1917”

(15) Pietro Ferrari, “Il Campanone”, Almanacco Pontremolese, 1961-62.

 (16) Pietro Ferrari, “II Campanone”, Almanacco Pontremolese, Scuola Tipografica. Artigianelli, Pontremoli, 1940, pagg. 199-200.

(17) Pietro Ferrari, op. cit. pag. 51 e seguenti.

(18) Nicola Michelotti, op. cti, pagg. 111-112.

(19) Clelia Garibaldi, “Mio padre“, Ed. Vallecchi, Firenze, 1948, pag. 13.

(20) Clelia Garibaldi, op. cit.

(21) Clelia Garibaldi, op. cit., pag. 22.

(22) Clelia Garibaldi, op. cit. pag. 45.

(23) Clelia Garibaldi, op. cit. pag. 115.

(24) Pietro Fulgenzio Ferro, “Il Varignano” Portovenere cenni storici, La Spezia 1930. Ristampato a cura dei Consubin in occasione del 7′ raduno incursori in congedo, ed. 1990.

(25) Arturo Fratta, Garibaldi Passioni Battaglie, Fausto Fiorentino Editore, Napoli, 1961. pag. 414.

(26) Clelia Garibaldi, op. cit. pag. 156.

(27) Vedasi riconoscimenti allegati.

(28) Anita (Anna Maria Ribeiro da Silva) nacque a Morinkos, (Brasile 1821), morì alla cascina di Guiccioli alle Mandriole presso Ravenna, nel 1849. Sepolta prima in una località detta Mota della Pastorara, dopo alcuni giorni fu tumulata nel cimitero delle Mandriole. Nel 1859 fu trasportata al cimitero di Nizza presente Garibaldi. Compagna dell’Eroe dimostrò coraggio e fermezza d’animo. Garibaldi conobbe Anita nel 1838, già sposata a Manuel Duarte de Aguiar. Fuggì con Garibaldi e morto il marito la sposò a Montevideo. Garibaldi ebbe da lei quattro figli: Menotti, Teresita, Ricciotti e Rosita, morta negli ultimi giorni dell’anno 1845 per scarlattina. Per una maggiore conoscenza della vita di Anita leggasi, di Giuseppe Marasco, “L’Amazzone Rossa”, Liguria Edizioni Sabatelli, Genova, febbraio 1982.

(29) Attilio Battolini, Testimonianza depositata presso la Biblioteca “Beghi” di La Spezia.

(30) Il museo garibaldino, realizzato a villa Garibaldi di Quarto, un’antica villa patrizia acquistata verso la metà dell’ottocento dal marchese Spinola, desta interesse nel visitatore. In questa villa, il generale Garibaldi si rifugiò, ospite del suo compagno d’armi Candido Augusto Vecchi, prima della storica partenza dei Mille. Scrive Riccardo Massa su “Il Lavoro del 1 maggio 1982: “Nessuno poteva immaginare che cento anni più tardi quelle stesse stanze, quartiere generale prima e ricovero poi (pochi sanno che Garibaldi veniva a Quarto per curarsi di artrite) avrebbero rischiato d’essere demolite. A salvarle assieme a testimonianze storiche di inestimabile valore, è stata solo la cocciutaggine di circa duecento reduci che hanno fatto del piccolo museo garibaldino la loro sede abituale…”

Foto tratta dal volume:"Garibaldi ed i suoi tempi. di Jessie W.Mario. Illustrato da Edgardo Montania, MIlano, fratelli Treves Editori, 1884. Il volume è conservato presso  il Museo garibaldino di Genova-Quarto.
Foto tratta dal volume:”Garibaldi ed i suoi tempi. di Jessie W.Mario. Illustrato da Edgardo Montania, MIlano, fratelli Treves Editori, 1884. Il volume è conservato presso il Museo garibaldino di Genova-Quarto.
Lapide posta sulla facciata dell'antico palazzo Centurione di Aulla. In essa si legge: " A Giuseppe garibaldi che meravigliando e illuminando con le sue virtù militari e civili passò attarverso due continenti e due generazioni. Ricordo monito e incitamento ai venturi, il popolo aullese pose". 3 maggio 1901
Lapide posta sulla facciata dell’antico palazzo Centurione di Aulla. In essa si legge: ” A Giuseppe garibaldi che meravigliando e illuminando con le sue virtù militari e civili passò attarverso due continenti e due generazioni. Ricordo monito e incitamento ai venturi, il popolo aullese pose”. 3 maggio 1901
L'arrivo a Genova della salma di Anita portata a spalla dai garibaldini. Sono presenti autorità e rappresentanti di tutte le armi. Si notano anche fascisti in divisa.
L’arrivo a Genova della salma di Anita portata a spalla dai garibaldini. Sono presenti autorità e rappresentanti di tutte le armi. Si notano anche fascisti in divisa.
La salma di Anita giunge al cimitero di Staglieno il 24 dicembre 1931
La salma di Anita giunge al cimitero di Staglieno il 24 dicembre 1931
Autorità a garibaldini (ultimo a destra Ottavio Pedrini), presente il podestà di Genova Eugenio Broccardi, sostano davanti alla tomba di Giuseppe Mazzini
Autorità a garibaldini (ultimo a destra Ottavio Pedrini), presente il podestà di Genova Eugenio Broccardi, sostano davanti alla tomba di Giuseppe Mazzini
Autorità ed Ezio Garibaldi, il quarto da sinistra, davanti all'entrata di Staglieno
Autorità ed Ezio Garibaldi, il quarto da sinistra, davanti all’entrata di Staglieno
L'arrivo delle spoglie di Anita a Roma il 2 giugno 1932
L’arrivo delle spoglie di Anita a Roma il 2 giugno 1932
Le spoglie di Anita vengono deposte al Gianicolo, accanto al monumento a Garibaldi
Le spoglie di Anita vengono deposte al Gianicolo, accanto al monumento a Garibaldi
Un incontro di garibaldini a Roma alla presenza di Benito Mussolini (forse in occasione dell'arrivo a Roma delle spoglie di Anita Garibaldi) (Foto Istituto Nazionale Luce)
Un incontro di garibaldini a Roma alla presenza di Benito Mussolini (forse in occasione dell’arrivo a Roma delle spoglie di Anita Garibaldi) (Foto Istituto Nazionale Luce)
Nella stessa occasione, il Re Vittorio Emanuele III, la regina Margherita e Benito Mussolini si intrattengono con Ufficiali garibaldini (Fotografie di Avvenimenti Religiosi e Nazionali, Roma)
Nella stessa occasione, il Re Vittorio Emanuele III, la regina Margherita e Benito Mussolini si intrattengono con Ufficiali garibaldini (Fotografie di Avvenimenti Religiosi e Nazionali, Roma)
Un gruppo di garibaldini a Brusasco (Torino) il 25 aprile 1937
Un gruppo di garibaldini a Brusasco (Torino) il 25 aprile 1937
Attestato concesso ad Ottavio Pedrini per la sua partecipazione alla battaglia delle Ardenne
Attestato concesso ad Ottavio Pedrini per la sua partecipazione alla battaglia delle Ardenne
Interno di una sala del Museo garibaldino a Genova-Quarto (Foto Adele Ceresoli)
Interno di una sala del Museo garibaldino a Genova-Quarto (Foto Adele Ceresoli)
Berretto di un garibaldino che partecipò alla spedione dei Mille, conservato nel Museo  garibaldino di Genova-Quarto (Foto di Adele Ceresoli)
Berretto di un garibaldino che partecipò alla spedione dei Mille, conservato nel Museo garibaldino di Genova-Quarto (Foto di Adele Ceresoli)
Un gruppo di garibaldini davanti a villa Sivelli il 5 giugno 1932. Al centro, in borghese, Egisto Sivelli, l'ultimo dei Mille, spentosi a Genova il 3 novembre 1934. In prima fila, dove le persone appaiono sedute, si notano, rispettivamente al secondo e al terzo posto il garibaldino aullese Ottavio Pedrini e la figlia Licia
Un gruppo di garibaldini davanti a villa Sivelli il 5 giugno 1932. Al centro, in borghese, Egisto Sivelli, l’ultimo dei Mille, spentosi a Genova il 3 novembre 1934. In prima fila, dove le persone appaiono sedute, si notano, rispettivamente al secondo e al terzo posto il garibaldino aullese Ottavio Pedrini e la figlia Licia
Articolo di Emilio Cerulli sul quotidiano "Il lavoro" il 1.5.1932
Mi è parso interessante trascrivere un articolo apparso il 1 maggio 1932 sul quotidiano “Il lavoro” a firma di Emilio Cerulli, perchè mi è sembrato alquanto interessante; infatti dimostra l’attaccamento di Giuseppe Garibaldi alla città di Chiavari
la morte dell'ultimo dei "Mille", che si era arruolato all'età di diciasette anni. Il quotidiano "Il secolo XIX" lo ricordò il 3 novembre 1934 così
Non poteva passare inosservata la morte dell’ultimo dei “Mille”, che si era arruolato all’età di diciasette anni. Il quotidiano “Il secolo XIX” lo ricordò il 3 novembre 1934 così

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