CA’ DEL GUELFO E LE SUE VITTIME


5 Luglio 1944

Il mattino del 5 luglio, proveniente da Borgotaro, scende alla stazione ferroviaria di Guinadi, una trentina di tedeschi, armata di tutto punto. La comanda un maresciallo che, già ufficiale della Marina mercantile tedesca – da tempo ai pesci – si è specializzato, strano a dirsi, in rastrellamenti di alta montagna. La pattuglia, appena fuori della stazione, si pone alla ricerca di una guida, pratica dei luoghi, per far ritorno, attraverso il Bratello, a Borgotaro.

Gli uomini del Borgallo, alla vista dei tedeschi, si sono sollecitamente eclissati. E’ restato solo, nella propria casa, il signor Giovanni Magnavacca, da alcuni giorni seriamente indisposto. Avvicinato dai tedeschi e perentoriamente invitato a far loro da guida, ha la felicissima idea di dichiararsi affetto da una grave malattia infettiva. I tedeschi, pur brontolando, lasciano la casa del Magnavacca con una tale sollecitudine, che ben dimostra con quanta diligenza tengano all’integrità della loro salute. Quanto mai irritati di non trovare nessun uomo nelle case vicine e tanto meno in circolazione, risolvono l’urgente problema con estrema prontezza: tornati in stazione, intimano a due manovali in servizio, Giuseppe Micheli e Guido Andreetti, di far loro da guida. Inutile dire che nessuno, compreso il capostazione signor Dall’Olio, osa profferir parola.

Dietro invito del maresciallo, che, da buon marinaio parla un discreto italiano, la pattuglia con in testa i due ferrovieri, si pone sollecitamente in marcia verso l’alto della vallata. Ogni cento, duecento metri, si ripeterà la stessa fulminea scena: montanari che alla vista degli armati si eclissano con una velocità che ha del fantastico, del miracoloso; pastorelle che affannosamente incitano, spingono il bestiame verso le più prossime zone selvose. S’incontrerà solo qualche donna avanzata in età, qualche bambino e null’altro.

Il paese di Braia è quasi deserto. Forse dall’alto del solaio della chiesa, gli uomini, lassù rifugiati, assisteranno alla brevissima sosta dei tedeschi, i quali, dopo aver consumato un po’ di latte e un po’ di focaccia, offerti, col cuore in gola, da una donna del luogo, se ne vanno più spediti che mai.

Improvvisamente, nella vicinanze di Cà del Guelfo, echeggia un intenso fuoco di fucileria. I tedeschi, per qualche attimo, s’acquattano fra le alte erbe per rispondere a casaccio tra l’alberato foltissimo. Sparatoria di pochi minuti ma sempre tale, da porre i rastrellatori in forte allarme. Dopo caute e attente esplorazioni per la zona circonvicina, il maresciallo chiama a se i suoi uomini. Breve colloquio, terminato il quale, la maggior parte al suo comando, proseguirà direttamente per Cà del Guelfo e l’altra, con i ferrovieri-guida, dovrà portarsi fino al Bratello e sostarvi in attesa di ordini.

Cà del Guelfo, luogo di ambitissima sosta per i partigiani di transito sui due versanti appenninici, viene occupata, si può dire, d’assalto, tanto è impressionante la sorpresa prima e lo spavento poi dei pochi abitanti. Due partigiani rifugiatisi lassù, la notte precedente e senz’armi, tentano la fuga. Uno riesce a salvarsi, l’altro, fulminato dai tiri tedeschi, cvade un centinaio di metri fuori dall’abitato. In pochi minuti, donne e bambini del piccolo centro montano vengono rastrellati e radunati su un breve spiazzo all’aperto. Tre tedeschi, muniti di una piccola mitragliatrice, per evitare sorprese, vanno ad appostarsi un centinaio di metri più a monte dell’abitato, in un piccolo anfratto selvoso, fiancheggiante un sentiero che scende dal Molinatico.

Il maresciallo è furibondo. Vuole sapere dalle donne, chi ha sparato prima, dove sono i partigiani, chi li aiuta, chi li sfama. Inutile dire che le donne, pur impressionatissime, negano ogni addebito, proclamandosi invece d’essere alla fame, alla disperazione. Il tedesco è inflessibile. – Vostri uomini – grida – avere sparato e poi fuggiti. Voi essere complici e noi caput voi e bambini. Alla gravissima minaccia, più d’una donna si getta in ginocchio, con le mani giunte, implorando pietà, misericordia, mentre i piccoli, impressionatissimi, s’avvinghiano con gesti disperati alle vesti delle madri. Ad un tratto, una donna, è spinta da un’iniziativa che avrà un effetto miracoloso. Non è vero – grida – i nostri uomini non hanno sparato. E’ impossibile; sono parte in Africa a combattere e parte in Germania a lavorare. Il maresciallo, alla notizia, detta con tanta franchezza, resta per qualche attimo perplesso, poi, con fare meno brusco si rivolge alla donna. – Vostri uomini in Germania? avere prove?. Una donna prima ed una seconda poi, raggiungono due diverse casupole, per uscirne, poco dopo, con delle carte in mano. Il tedesco legge attentamente, esamina con cura i documenti mostratigli e, rivolto agli uomini, impartisce l’ordine di lasciare tutti in libertà.

Sono le ore dodici del 5 luglio 1944. La tanto paventata carneficina di Cà del Guelfo, per puro miracolo, è stata scongiurata. A parte l’infelice giovane freddato dai tedeschi e abbandonato nel bosco, poco distante all’abitato, pare che l’ira dei barbari sia sfumata. Vana illusione! Altre due vecchie, laboriose esistenze, cadranno stroncate dal piombo tedesco.