
Monte Burello ( Pontremoli)
Delle coppelle del monte Burello si è occupato Manfredo Giuliani, dapprima nel 1911 (6), e quindi nel 1964 (7), ma sempre incidentalmente, nel corso di articoli attinenti aspetti folkloristici e demo-psicologici delle genti lunigianesi. Giuliani riferisce la leggenda locale (Torrano) di una pastorella blasfema e disattenta che finisce sfracellata, sbranata, dissanguata e arrostita dal diavolo che le si era presentato in sembianze di montoncello. Nelle cavità, che vengono tuttora additate come il forno del diavolo, le corna del diavolo e la scodella del diavolo devono essere individuate altrettante coppelle. Conferma indiretta, ma autorevolissima, della notevole antichità di queste cavità è la stessa presenza della leggenda. Come spesso avremo occasione di riscontrare, anche in questo caso le popolazioni cristianizzate della zona hanno reso di quei fori una “spiegazione” accessibile alla loro mentalità.
Il processo di “cristianizzazione” di quel sito si è quindi protratto attraverso l’incisione di un segno di croce in un vicino macigno ed infine con l’erezione di una lapide “ ut spiritus Domini renovet faciem terrae” (8).
Queste manifestazioni di rinnovamento spirituale hanno indotto a riconoscere nel monte Burello indizi di quel preistorico culto delle vette, di cui, nella Liguria etnica, già si sono rintracciati altri significativi esempi (9). Il Burello del resto è già a ridosso del territorio di Rossano nella cui località di Pradalinara è documentato un tipico sepolcreto ligure ad incinerazione (10).
Petroglifo del monte della Madonna, presso Biassa (La spezia)
si deve al Mazzini (11) la pubblicazione del cippo che reca il petroglifo (12): cippo da lui inizialmente ritenuto un lapis terminalis, che è ora conservato presso il Museo Civico della Spezia e che, quando fu notato, era posto lungo un antichissimo sentiero , sul crinale dei rilievi montuosi che separano il Golfo della Spezia dalla costa delle Cinque Terre, non lontano da Monesteroli (13) ed assai prossimo al più celebre menhir di Tramonti, di cui appresso si dirà.
Sul masso sono complessivamente ancora visibili ben sei coppelle.
La più piccola (circa un centimetro di diametro per uno di profondità) è collocata quasi al centro del graffito ed ha l’aspetto dell’impronta di un dito. Assai più vaste e profonde le altre cinque, di sezione sommariamente conica, che sono scavate una sul lato destro di chi guarda e quattro – una sotto l’altra, intervallate di pochi centimetri – sul lato sinistro. Il loro diametro varia fra i tre e i sei centimetri e la loro profondità fra i quattro e i cinque centimetri. Vicino al gruppo delle quattro si nota una marcata incisione verticale, lunga una decina di centimetri, che sembra assai più recente.
Il fatto che siano scavate su un piano verticale costringe a scartare l’ipotesi che siano state praticate per raccogliere e/o mantenere sostanze, a meno che non si voglia abbracciare l’eventualità , estremamente improbabile, che l’inclinazione del masso fosse in origine un’altra; o meglio (dato che esse appaiono su lati diversi) che il masso sia stato fatto ruotare e che ognuna delle coppelle abbia perciò avuto modo di essere per qualche tempo in posizione orizzontale. Quest’ipotesi però parrebbe proprio doversi scartare e dunque, rimane misterioso il significato di queste cavità, proprio ai lati di un complesso di incisioni non certo meno problematico, pur se non del tutto nuovo, nel quadro dell’arte rupestre schematica ligure (14).
Menhir di Tramonti, presso Biassa ( La Spezia)
A breve distanza dal sito di rinvenimento del petroglifo sopra esaminato, si erge tuttora un grosso masso – da non molti decenni sormontato da una croce ferrea – al quale, sempre il Mazzini, riconobbe, per una serie di particolarità (inclusevi paurose leggende), i caratteri di menhir (15).
Trent’anni dopo R. Formentini, nel confermare il giudizio di Mazzini (16) individuò, a conferma del carattere preistorico di quel monumento, alcuni ulteriori significativi elementi, tra i quali la presenza di una coppella, praticata su una roccia attigua al masso, affiorante dal terreno.
Si tratta di una profonda cavità ( circa quattro centimetri di diametro per sette di profondità) dall’andamento assai regolare e quasi cilindrico, il cui bordo è è ribassato mediante una sorta di scalino, sommariamente quadrangolare, che presenta qualche analogia con gruppi di coppelle osservate nella Valle del Pelice (17).
Tra gli abitatori dei vicini villaggi c’è chi conosce l’esistenza di questo foro (nonostante esso sia non molto visibile) ma qualcuno lo attribuisce ad un remoto tentativo di farvi brillare una mina. Questa spiegazione non è per nulla attendibile, non comprendendosi infatti né perché qualcuno potesse essere motivato a far brillare proprio colà una mina, né perché mai poi quell’azione sarebbe stata interrotta.
La sua posizione, prospiciente il masso e l’orizzontalità dell’orifizio (che provoca il ristagno dell’acqua piovana) ne danno invece un’impressione affatto cultuale o votiva.
Certamente, l’aspetto megalitico del sito e la suggestione che ne deriva non facilitano la serenità di giudizio su questo straordinario complesso litico.
Campiglia ( La Spezia)
Lungo il medesimo antico sentiero ove sorge il menhir di Tramonti e dove è stato riconosciuto il petroglifo del Monte della Madonna è stata rinvenuta a non grande distanza da questa località (sui cui richiami culturali si veda quanto scritto e notato a quel proposito), un un’ulteriore singolare pietra, dotata di due coppelle (18).
R. Formentini nel pubblicarla riferisce che si tratta di una lastra di arenaria di circa cm. 1,10 per 0,50 recante due cavità rettangolari a sezione ellittica di circa dieci centimetri per quindici. La superficie della pietra è inoltre caratterizzata da una serie di graffiti tipicamente preistorici: una specie di pentagramma, due o tre incisioni a “phi” ed un segno cruciforme (19).
Monte San Giorgio, presso Aiola ( Fivizzano)
Ancora R. Formentini (20) ha pubblicato la coppella “a forma di tacco” scavata pressoché orizzontalmente sul piede d’una rupe che, in alto, si fregia d’una croce. Su questa coppella s’innesta una leggenda che la vuole creata dal tacco della Madonna, la quale – appunto – si sarebbe protesa a tracciare col dito il segno della croce.
La presenza della leggenda mariana (tutt’altro che infrequente come già si è visto e si vedrà) accresce indubbiamente l’interesse verso questa cavità, che, del resto, anche quanto alla forma, sebbene inconsueta, non è unica (21).
Grotta di “Bucamon”, presso Aiola (Fivizzano)
Alcune coppelle in parete ed una orizzontale si trovano nella grotta di Bucamon , lungo il sentiero che da Aiola sale ai ruderi d’una torre medioevale localmente detta Castellaccio (22). Riferisce R. Formentini che alcune cavità del diametro di pochi centimetri sono scavate in una parete della grotta, presso l’imboccatura, mentre una sorta di “vaschetta” orizzontale copre il fondo d’una cavità, probabilmente naturale, che si apre ad alcuni decimetri dal terreno.
Ancora una volta – secondo la tradizione – le coppelle nella grotta sarebbero dovute all’intervento mariano. Tuttavia, nonostante questa celeste manifestazione, l’atteggiamento della popolazione del vicino villaggio è piuttosto di oscuro timore, che di venerazione. Questo particolare, richiamando singolarmente il fenomeno di Tramonti e delle sue ripetute croci, è da intendersi come una conferma dell’ipotesi che in era cristiana si sia insistentemente tentata la surrogazione delle antecedenti tradizioni pagane – e probabilmente preromane – ma anche che il culto pagano si sia mantenuto tra queste montagne fino ad epoche relativamente piuttosto recenti (23).
Santuario di S: Viano ( Vagli di Sopra)
Il santuario di San Viano, oratorio rupestre erto sulle pendici del monte Roccandagia, sulle Alpi Apuane, costituisce un’importantissima testimonianza del popolare processo di traslazione delle credenze connesse con i preistorici culti delle pietre, delle piante e delle acque (24) nel cristianesimo.
Die pietre, nelle immediate vicinanze dell’edificio religioso, recano coppelle.
Un primo paio di queste cavità compaiono su una lastra calcarea di circa m. 1,40 per 0,70 unitamente ad un gran numero dei consueti graffiti di carattere preistorico: croci, ipsilon, segni a “phi”, triangoli ed incisioni balestriformi. Le coppelle, non molto profonde e del diametro di circa dieci centimetri, sono attribuite dalla leggenda alle ginocchia del santo e quasi a volerne ribadire la sacralità, sono “dotate” di due incisioni cruciformi assai marcate (25). Poco oltre, presso una sorgente, si scorgono su una rupe altre tre coppelle, disposte a triangolo. In questo caso la leggenda le attribuisce alle dita di S. Viano.
Ambedue le pietre sono assai venerate e, nei periodici pellegrinaggi al santuario, nessun pellegrino omette di baciarle o di toccarle devotamente. Siamo senz’altro nella zona meno contaminata della Garfagnana (26) ed il rilievo che ancor oggi hanno questi documenti non può non assumere grande valore antropologico.
Grotta di Diana, presso Canossa (Villafranca Lunigiana)
La grotta di Diana ( o della Diana) è nota da qualche tempo per le incisioni che vi si osservano (27). Si tratta dei consueti graffiti reticolari e balestriformi. Questi ultimi, creduti “forchette” dagli abitanti del vicino villaggio, hanno fatto sì che quell’anfratto sia popolarmente detto anche la “grotta delle forcine”. Recentemente (28) sono state individuate, sparse tra gli innumerevoli altri segni lasciati dai preistorici frequentatori della grotta, anche una quantità di coppelle minuscole, quasi tutte inferiori ad un centimetro, sia di diametro che di profondità.
La cavità occupa un’assai limitata superficie e ciò porterebbe ad escludere che essa abbia mai potuto costituire una stazione permanente, preferendosi l’ipotesi che sia stata occasionalmente scelta quale riparo d’emergenza ed affatto temporaneo.
La zona ha già reso due importanti testimonianze del più lontano passato: la statua-stele n. 44 (Canossa I) e la n. 50 (Canossa II)in costruzione , ambedue rivenute nel raggio di poche centinaia di metri. Né va dimenticato che pure la stele n. 4 (Campoli) sembra provenisse da queste alture.
Taponecco
Nel museo delle statue – stele di Pontremoli è ora conservata una pietra (29) proveniente dalle alture prospicente il villaggio di Taponecco, nella valle del Taverone (affluente di sinistra del Magra).
La pietra in questione – un masso erratico di forma sommariamente ovoidale lungo circa quaranta centimetri – presenta sulla faccia che sembra essere stata maggiormente esposta ben sette cavità. Esse sono disposte a rosa, in modo da dare forma ad una sorta di esagono irregolare, che racchiude la settima coppella, in posizione grosso modo centrale.
Le dimensioni delle coppelle non sono esattamente rilevabili per la irregolarità delle forme e della superficie, ma comunque oscillano tra i due e i cinque centimetri, sia di diametro che di profondità. La loro sezione è sommariamente conica ed il fondo risulta lievemente arrotondato.
Un particolare caratterizza e rende specialmente interessante questo complesso: l’esistenza di tre solchi o canaletti, scavati a sezione decisamente triangolare, che mettono in comunicazione tra loro alcune delle coppelle. Un solco unisce la coppella centrale ad una del “perimetro”; gli altri due solchi mettono in comunicazione tre coppelle contigue . Due coppelle rimangono così isolate dai due “gruppi”, rispettivamente di due e di tre coppelle.
La non rara presenza di solchi tra le coppelle viene per lo più interpretata con l’intento di consentire un travaso rituale di liquidi tra una cavità e l’altra. Nel nostro caso l’ipotizzato travaso può supporsi agevolato dalle piccole dimensioni della pietra, atta certo ad essere inclinata, volta a volta, nel senso voluto dallo scorrimento del liquido.
La valle del Tavarone già da tempo ha rivelato per più d’un segno d’essere stata sede di stanziamenti e transiti fin dai più remoti tempi. In essa sono documentati, quantomeno, i castellari di S. Antonio, Prota, Licciana, Cisigliana e Comano; fu percorsa da un’importante pista preistorica ed a testimonianza di tale antichissima frequenza sono le stele, o i frammenti, finora rinvenuti: a Venelia, a Castagneta di Licciana e – assai vicino al nostro masso – a Taponecco. Ancor oggi il tipo d’insediamento umano tradisce l’origine d’una organizzazione pagense. Aggiungiamo che il luogo di rinvenimento è non lontano dalla zona del Lagastrello, da cui si ha da tempo segnalazione d’una coppella a ferro di cavallo, ancora una volta legata ad una leggenda mariana (30).
Castello di Zeri
Una cavità coppelliforme isolata – riconosciuta da chi scrive – è visibile sulle pendici del Monte Favà, nello Zerasco. Essa è scavata in un lastrone lapideo affiorante dal terreno, lungo la mulattiera che da Coloretta conduce alla Cascine di monte Favà, ed in carta topografica risulta essere in linea d’aria a circa un chilometro a Ovest di Coloretta ed altrettanto a Sud di Castello.
Il lastricato della mulattiera in quel punto, vicino ad un casale ormai rovinato, s’interrompe per il tratto d’alcuni metri, in quanto una grande lastra oblunga affiora dal terreno e, mantenendo la medesima modesta pendenza del sentiero, sostituisce e costituisce essa stessa, per così dire, il lastricato.
Il foro che si può osservare nel bel mezzo della lastra è di forma esattamente rotonda, del diametro di circa quattro centimetri e profondo forse sette. La sezione è quasi esattamente cilindrica.
Non siamo dunque di fronte alle forme e dimensioni “classiche” di una coppella; tuttavia essa, sia per posizione, sia per i suoi rapporti dimensionali, richiama spiccatamente quella, già esaminata, prospicente il menhir di Tramonti. Altre due analogie con quella coppella meritano d’essere qui annotate: l’identica collocazione di transito su sentieri di remotissima origine (31); l’identica presenza, nel vicino rudere, d’una incisione cruciforme, praticata sullo stipite della porta, con intento che appare chiaramente scaramantico.
Lo Zerasco d’altra parte già ha fornito più d’una documentazione di presenza preistorica (32), né è lontano da questo sito – appena oltre la foce di Cavaggina – il territorio dello Zignago che ci ha restituito – a Novà – la prima e più originale delle statue-stele lunigianesi (33).