(1) Più volte, infatti, nel corso della preparazione di questo scritto ci siamo imbattuti in testimonianze o indicazioni di ulteriori “buchi” – probabili coppelle – per il cui controllo sarebbero occorse altre perlustrazioni e, quindi, altri mesi. Si è così preferito non ritardare la pubblicazione dell’articolo, ripromettendoci peraltro di redigere periodici aggiornamenti del repertorio delle cavità lunigianesi.
(2) L’abbinamento coppella-croce meriterebbe un ampio discorso a parte poichè è noto che la croce, assai prima che emblema cristiano, è stata utilizzata quale simbolo antropomorfico, ed appunto in tale suo valore è spesso accompagnata, fin dai tempi lontanissimi, alla coppella.
(3) Sulla derivazione di tecniche preistoriche d’incisione litica da altre tecniche d’intaglio ligneo, cfr. R. Battaglia, Sulla distribuzione geografica delle statue-menhirs. Contributo all’etnologia dei Liguri, in Studi Etruschi. Vol. VII, 1933, pagg. 35-36
(4) Quale più tipico indizio di tale probabile consuetudine va indicata una grande coppa (circa cm. 40 di diametro e 25 di profondità), perfettamente circolare ed orizzontale, visibile tra i monti Verrucoli e Galera, presso il punto trigonometrico che sovrasta Riomaggiore (cfr. U. De Champs, Fenomeni di erosione meteorica nell’arenaria dei monti della Spezia, in Memorie della Società Lunigianese “G. Cappellini”, vol. IV, fasc. I-II, La Spezia, 1923. La cavità, seppure generata essenzialmente dall’azione idrica e di sostanze organiche, appare tuttavia di così eccezionale regolarità di forme da implicare un intenzionale intervento umano: la presenza di una fenditura della pietra, che forma una sorta di “canaletto” naturale e – guardacaso – di una croce incisa su un masso vicino, un toponimo “la croce” poco lontano, la sostanziale coincidenza con l’arcaico sentiero già caratterizzato dal menhir di Tramonti e dal petroglifo del Monte di Madonna, unite alla sua superba ubicazione di crinale, fanno di questa cavità un documento alla cui suggestione riesce impossibile sottrarsi.
(5) Nell’esposizione si è seguito il criterio cronologico della pubblicazione cui la coppella è riferita. Per ultime si troveranno quindi quelle tutt’ora inedite. In nota si sono menzionate quelle coppelle di cui si è solo attinto notizie o riferimenti tanto vaghi da non permettere pratiche possibilità di rapide verifiche.
(6) M. Giuliani, Gli usi funebri nella Val di Magra: Torano, in Archivio per l’Etnografia e la Psicologia della Lunigiana, Vol. I, Fasc. II, La Spezia, 1911
(7) M. Giuliani, Monte Burello e il culto ligure delle cime, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Serie Quarta, Vol. XVI, Parma, 1964
(8) Chi scrive non ha avuto ancora modo di compiere una verifica in situ e si affida, per queste notizie, al già citato saggio su Monte Burello del Giuliani; fonte d’altra parte autorevolissima.
(9) Sul culto ligure, oltre al citato articolo del Giuliani, cfr. U. Formentini, Monte Sagro. Saggio sulle istituzioni demo-territoriali degli Apuani, in Atti del I Congresso Internazionale di Studi Liguri, Bordighera, 1952; T. Ossian De Negri, Un bronzetto votivo a Monte Alfeo e il culto delle vette
(10) U. Formentini, Tomba a cremazione scoperta nel territorio di Rossano (Zeri), in Notizie degli scavi di antichità, serie VII, Anno II, Fasc. 7,8,9, 1941.
(11) U. Mazzini, Alcune osservazioni intorno ad un antico “lapis terminalis”, in Memorie della Società Lunigianese “G. Cappellini” Vol. III, Fasc. III, 1922, La Spezia, 1923. Va notato, per inciso, che il Mazzini, pur generalmente così meticoloso, evidentemente tutto assorbito dal problema del petroglifo tribolato deve avere insufficientemente considerato le croci e le coppelle del cippo, dato che, sia per numero che per disposizione, la descrizione che ne ha lasciato non corrisponde a quanto, nonostante la sconciatura, apicale nel frattempo subita dal monumento sia ancora oggi visibile.
(12) Sul petroglifo del Monte della Madonna in relazione alle manifestazioni d’arte rupestre schematica ligure, cfr. E. Anati, la Stele di Trioria, in Bollettino del Centro Camuno di Studi Preistorici, Vol. X, Capodimonte, 1973; ed inoltre l’intervento dello scrivente al Convegno di Studi “la Lunigiana prima dei romani”, in Annali del Museo Civico della Spezia, 1977/78, La Spezia, 1980, pagg. 172 segg.
(13) Sulle possibili relazioni, denunciate dal toponimo, dii tale località con il mondo preistorico, cfr. U. Formentini, I Divini abitatori del Golfo della Spezia, in La Spezia, rassegna Municipale, anno XIX, n. 4, La Spezia, 1950.
(14) Sulle relazioni tra questo petroglifo e la stele di Trioria, cfr. D. Manfredi Sull’appartenenza alla preistoria del petroglifo del Monte della Madonna e sull’influenza culturale esercitata dai monumenti megalitici del Golfo della Spezia, in corso di stampa su Studi Lunigianesi , Vol. X, Villafranca in Lunigiana
(15) U. Mazzini, Monumenti megalitici del Golfo della Spezia, in Memorie della Società Lunigianese “G. Cappellini”, Vol. III, Fasc. II, la Spezia, 1922. Sul menhir di Tramonti e sulle sue relazioni con la presenza umana preistorica sulle alture del golfo spezzino, cfr. U. Formentini, I divini Abitatori, cit.; ed inoltre: C. Ambrosi, Corpus delle Statue Stele della Lunigiana, Bordighera, 1972, pag. 16
(16) R. Formentini, Civiltà Megalitica nel Golfo della Spezia, in Giornale Storico della Lunigiana, n.s. Anno I nn. 1-2 Bordighera-La Spezia, 1950
(17) O. Coisson, Incisioni rupestri nelle Alpi occidentali e nella Valle del Pelice, in Bollettino del Centro Camuno di Studi Preistorici, Vol. III, Capodimonte, 1967
(18) R. Formentin, Civiltà Megalitica cit. , pag. 21; ed ancora R: Formentin, “Cupules” e segni cruciformi in relazione con la leggenda della Madonna nella Liguria orientale, in Rivista di Studi Liguri, Anno XVII n. 1, Bordighera, 1951
(19) Nel citato studio di R. Formentin sulle Cupules e segni cruciformi è altresì registrata una croce “sorgente da una coppella” incisa in uno stipite di abitazione a pochi metri dal menhir di Tramonti. A detta coppella non può essere assegnata datazione preistorica, trattandosi di pietra manifestatamente squadrata per servire a quello stipite e perciò risalente all’epoca della costruzione della casa (1688 secondo un architrave ivi giacente). D’altra parte va segnalata una croce assai simile (quasi a conferma d’uno stile spontaneamente barocco) incisa a Montelama (Rossano) nello stipite d’una casa che parrebbe della stessa epoca. Sempre in tema analogo si segnala che alcune croci incise su architravi di Scudeletto (modesto insediamento da tempo abbandonato ed ormai in rovina nell’alta valle del Teglia) sorgono invece da esigue cavità di forma triangolare. Nello stesso villaggio ( ed anche nel campanile di Bergugliara) se ne osservano altre “sorgenti” da graffiti ad ogiva o triangolari , che simboleggiano il Calvario. Questo accostamento induce a collegare le diverse incisioni, ipotizzando che la cavità coppelliforme, almeno in un certo periodo sia stata adottata(senz’alcun riferimento all’omografo emblema preistorico) quale simbolo del fatale monte.
(20)R. Formentini, Cupules, cit.
(21) Il già citato articolo di R. Formentini sulle Cupules ricorda ancora una cavità presso Equi , che sarebbe stata lasciata – secondo la tradizione – sempre dalla Madonna, con un piede.
(22) R. Formentini, Il Mundus etrusco romano e i suoi rapporti con il simbolo delle cupole nei monumenti megalitici, in Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze G. Cappellini, Anno XXIV ( n.s. II) Fasc. Unico, la Spezia, 1952
(23) Cfr. in proposito: A.C. Ambrosi, La leggenda di S. Viano in Garfagnana ed i santuari di “abri” nella Liguria etnica del levante, in Miscellanea in onore e memoria di Ubaldo Formentini – Memorie della Accademia Lunigianese di Scienze G. Cappellini, La Spezia, 1961, pag. 29.
(24) Sul santuario del mitico santo garfagnino e sugli analoghi luoghi di culto eredi, nella Liguria etnica del levante dei più arcaici culti preistorici, cfr. A.C. Ambrosi, La leggenda di S. Viano, cit.
(25) Sebbene non sia propriamente una coppella appare opportuno segnalare, sulla medesima pietra, la presenza anche d’una incisione sommariamente rettangolare che, in qualche modo, sembra collegarsi con quelle, già ricordate, di Campiglia.
(26) Sulle testimonianze della preistoria garfagnina rese dall’archeologia, cfr. A.C.Ambrosi, Garfagnana Presistorica, E.P.T. Castelnuovo Garfagnana, 1958
(27) F. Ruschi, Istoriazione geometriche nella grotta di Diana presso Canossa in Lunigiana, in Bollettino del Centro Camuno di Studi Preistorici. Vol. XVI, Codiponte, 1977, pag. 139
(28) Comunicazione pronunciata da I. Pucci nel corso del 2° Convegno di Preistoria Ligure, Varazze, 1980
(29) Il rinvenimento della pietra ed il suo conferimento al Museo del Piagnaro sono dovuti ad esclusivo merito del sig. Marcello Gozzi della Spezia.
(30) In questo caso la leggenda lega la coppella ad un ferro del cavallo della Madonna.
(31) Sull’arcaicità della rete di comunicazioni che interessa lo Zerasco cfr.: M. Giuliani, Il Castello di Zeri e le comunicazioni antiche e medioevali della regione del Gottero, in Archivio Storico per le Province Parmensi, Serie Quarta, Vol. XI, Parma 1959
(32) C. Caselli, La Lunigiana geologica e preistorica, La Spezia, 1926, pag. 265; ed inoltre: M. Giuliani, Tomba ad incinerazione nell’alta Val di Magra, in Giornale Storico e Letterario della Liguria, Anno XV Fasc. III, 1939
(33) A proposito di questa stele (la n. 1 del Corpus dell’Ambrosi) qui appare opportuno segnalare che tra i molti fori che la caratterizzano, dovuti all’uscita degli “inclusi”, almeno uno (del diametro di due centimetri e profondo poco meno di uno) posto quasi al centro del “petto” sembra affatto intenzionale ed è – oggettivamente – coppelliforme. Il particolare acquisisce ulteriore valore se lo si accosta all’analoga cavità, praticata grosso modo in corrispondenza dell’ombelico, della stele di Falcinello. Né vuolsi dimenticare la coppella centrale del petroglifo del Monte della Madonna, che, in certo modo, costituisce il trait d’union tra gli aniconici menhirs e la statuaria megalitica cui le stele lunigianesi appartengono. E’ d’altra parte noto che molte statue-stele francesi sono dotate di coppelle, sia isolate che a gruppi.
(34) Sul possibile significato delle coppelle e sulla principale bibliografia loro connessa, cfr. C. G. Borgna, L’arte rupestre preistorica nell’Europa Occidentale s.n.d.l. (ma 1980). Eè peraltro doveroso avvertire che in tale volume, per tanti versi prezioso di notizie di notevole interesse preistorico, documentario ed etnografico, non mancano singolari ingenuità ed affrettate certezze.
(35) Cfr. A. Bausani, Interpretazione paleo-astronomica della stele di Trioria, in Bollettino del Centro Camuno di Studi Preistorici, Vol. X, Capodimonte, 1973
(36) Si può viceversa osservare che conferma di un rito propiziatorio dell’acqua può consistere anche in una coppella sita in zona riarsa o di crinale. In verità in questo genere di congetture ogni elemento può avere una determinata valenza ed anche la sua opposta….
(37) Tra queste, per rimanere in territorio lunigianese, si deve rinviare all’interpretazione di R. Formentini, ce pone le coppelle in relazione con il “Mundus” del mondo religioso etrusco-romano. Cfr. R. Formentini, Il Mundus etrusco-romano, cit.
(38) Accanto all’interpretazione sessuale non sembra fuori luogo esprimerne un’altra – parimenti anatomica – che potrebbesi definire “umbicale” e che sembra precipuamente attagliarsi alle coppelle praticate su menhirs o statue-stele. Ciò non tanto perchè queste coppelle compaiono talvolta non in zone corrispondenti alla localizzazione anatomica bensì più in alto (fatto che, questo, potrebbe anche spiegarsi con mere esigenze statiche o estetiche) quanto e proprio per il valore di legame che l’ombelico indubbiamente riveste nella psicologia – e quindi nella simbologia – primitiva. Valore di legame , perciò, che il preistorico incisore di coppelle può, volta a volta, aver inteso riaffermare – quasi a trarne forza e protezione – tra se stesso e l’entità espressa nel megalito o addiritttura ( e sembra questo il caso di certe grosse baccinelle rupestri) con la “Grande Madre” della arcaica religione mediterranea.
(39) E’ meritevole d’essere qui annotata, vuoi per il suo significato etnografico, vuoi per il curioso richiamo onomastico, vuoi per la possibile relazione con la succitata teoria del Mundus (cfr. nota precedente), la notizia d’un trastullo praticato almeno fino ai primi del secolo nello Spezzino: il “gioco del Mondo”. Esso consisteva nello scavare nel terreno una buchetta d’una quindicina di centimetri di profondità e nel riporvi piccoli oggetti e cianfrusaglie, come biglie, foglie, pezzetti di carta stagnola. La buca veniva poi coperta con un vetro e quindi ricoperta di terriccio. Più tardi se ne fingeva la riscoperta e scostando poco a poco la terra , ci si chinava a scrutare all’interno attraverso il vetro, “reindovinando” , uno ad uno, gli oggetti depostivi.
(40) Ci piace ricordare che, dall’alto della sua vastissima conoscenza dei popoli mediterranei preistorici, il prof. Silvio Ferri non si tratteneva dal riconoscere pubblicamente di non poter sapere ” che cosa mai ci fosse in quella testaccia loro”!
(41) Una notizia, ad esempio – dovuta alla gentilezza dell’amico Germano Cavalli – si presenta di interesse tale da rendere inopportuno qualunque ritardo: si tratta di una pietra contenente più cavità, rinvenuta qualche anno addietro (ed ora forse perduta) nella celebre selva di Filetto, che già tante stele ha restituito: un’ulteriore connessione, dunque, tra statua-stele e cavità coppelliformi.