Quando Livio (XXI, 59) ci dice che, dopo la battaglia della Trebbia, il console Sempronio « Lucam concessit l), gli storici si trovano assai imbarazzati. Così, il De Sanctis 4) si limita prudentemente a dire che egli usò un passo appenninico sconosciuto; il Bormann 5) afferma « num haec narratio fide digna sit dubium est » ; il Lenschau 6)trova la notizia “ eigentiimlich “; il Pais 7) pensa al passo della Cisa e propone di correggere Lucam in Lunam; il Solari 8) suppone che Sempronio abbia seguìto la Parma.:Lucam.
Credo possibile poter ricostruire la via usata dal console Sempronio, cioè una via diretta che univa Piacenza a Lucca. Questa via non è particolarmente ricordata da nessun itinerario, ma esistette e dovette avere anche una importanza assai notevole, sia in epoca romana che preromana, come dimostrano i fatti che man mano esamineremo a prova della sua esistenza.
Nè il silenzio degli Itinerari, della Tabula Peutingeriana, o dell’Anonimo Ravennate – che alla Tabula attinge – la rendono meno importante, perchè essi non ricordano numerose strade che noi sappiamo essere esistite. Cito, ad esempio, la via aperta nel 187 a. C. tra Faenza ed Arezzo dal console Flaminio, via che gli Itinerari non ricordano, ma di cui casualmente ci ha lasciato notizia Livio (XXXIX, 2, 6).
Di questa via Placentia-Lucam ha ancora importanza nel Medioevo il tratto Piacenza-Pontremoli. È una strada assai facile, ma poco adatta ai moderni mezzi di trasporto a causa di quei continui dislivelli di cui gli antichi non si curavano troppo. Taglia obliquamente le catene longitudinali dell’A.ppennino e le valli del Nure, del Riglio, del Ohero, dell’A.rda, del Oeno e del Taro e, per il passo del Brattello – il più basso tra i valichi della Lunigiana e Garfagnana (m. 914), – scende in Val di Magra. È per mezzo di essa che i Piacentini compiono numerose incursioni nell’alta valle del Taro 9), e il fatto stesso che tra Pontremoli e Piacenza per tutto il Medioevo vi sono stati continui rapporti sia d’amicizia che d’inimicizia 10) dimostra interessi comuni e facilità di comunicazioni. Lo Schiitte 11) e lo Jung 12) hanno studiato la sua importanza durante il Medioevo ed han dimostrato che esisteva una diramazione la quale, traversando la Trebbia e il Tidone, portava al Ticino ed a Pavia. Vi passò nel 1167 1’imperatore Federico, guidato dal marchese Malaspina 13), e, nel 1268, l’esercito di Corradino 14). Le tappe di questa diramazione sono date dagli Ann. Placo Ghib. ad ano 1268: Buriono (identificato dallo Schiitte 15) alla confluenza del Lisone col Tidone), Tolleria (presso l’antica abbazia di Val di Tolla), Bardi.
Questa via esisteva già in epoca longobarda, perchè lungo il suo percorso furono fondate le due abbazie regie di San Salvatore di Tolla e di Gravago, la cui funzione politica – come pure di ospizio e tappa per il traffico – deve essere implicitamente ammessa, dopo gli studi dello Schneider 16): ne sono una prova, del resto, le cure che Liutprando é Rachis ebbero per il monastero di Tolla 17). Un’altra prova della importanza che ebbe in quell’epoca la Piacenza-Pontremoli ci è data dai due toponimi Bardetti e Bardi, che ripetono nella radice Bard- un nome proprio a luoghi che furon di particolare importanza per i Longobardi 18). Ma dall’epoca longobarda si può risalire all’epoca romana e preromana? Credo di sì.
Lo Sforza 19) afferma che « non mancano i ricordi ed i monumenti di una antica via romana che legava insieme Luni, Velleia e Piacenza»; ne suppone l’esistenza il Formentini (( Studi etruschi ll, III, pp. 51-66).
Ma di questa via romana è possibile avere una conferma sicura nei ritrovamenti archeologici della regione. Unisco qui una carta di quel che di romano o preromano è stato trovato nell’Appennino piacentino-parmense, nella Lunigiana e Garfagnana per illustrare meglio quello che affermo (tav. IV) : non intendo con questo dare la carta archeologica completa della regione, ma il materiale riunito mi sembra sufficiente per provare la mia ipotesi 20).
Per prima cosa, è subito evidente che sulla via della Cisa, la grande arteria medievale costantemente usata dai pellegrini e dagli imperatori, nel tratto Fornovo-Pontremoli, non esiste nessun ritrovamento, mentre ve ne è un numero assai rilevante per la strada del Brattello e nelle sue vicinanze, segno indubbio della vitalità portata da una strada importante. Riunendo i ritrovamenti da me segnati, e confrontando con i dati medievali e la ubicazione delle antiche pievi, credo di poter stabilire il seguente tracciato stradale, riguardo al quale avverto che non segna un percorso ideale, ma segue vie realmente esistenti, siano esse mulattiere, sentieri, o carrozzabili.
Dalla antichissima pieve di San Cassiano di Urceola – situata a un miglio circa da Pontremoli, fra la confluenza della Gordana e del Teglia con la Magra – la via romana saliva a Castel del Guelfo e al passo del Brattello, scendeva in Val di Taro e risaliva non al valico di M. S. Donna, come l’odierna carrozzabile, ma – per la mulattiera – all’ antica pieve di San Cristoforo, dove esistono resti romani, passava nella valle del Noveglia e, per la pieve di Gravago, l’abbazia regia di Gravago 21) (l’odierno Monastero) e Praderi, arrivava a Bardi. Di qui la via medievale passava dal Monte Pellizzone (m. 1022), dove era un ricovero 22), toccava Bardetti, l’abbazia regia di San Salvatore di Tolla, fondata nel VII secolo 23), e la pieve di Macinesso, sorta sulle rovine dell’antica Velleia 24). A giudicare dai ritrovamenti, la via romana si allontanerebbe un poco da questo tracciato: da Bardi seguiva la mulattiera che passa sopra a Rugarlo, toccava Casanova (sede di pieve) e, per Villora, Metti, Sette Sorelle, raggiungeva a Bardetti la più tarda via medievale 25), poi, passando da Taverne, andava a Velleia. Di qui proseguiva per Oastellana e arrivava a Piacenza, o direttamente per San Giorgio Piacentino, dove, nel XIV secolo, esisteva un ponte di legno sulla Nure 26), o per il tracciato segnato
dallo Schiitte nella carta che accompagna il suo studio, cioè per il ponte Arbarolle e Podenzano 27), oppure – come crede il Molossi 28) – per Rivergaro, Oolonese, Settima, Quarto. Una prova del passaggio di una importante via romana è data anche dal nome della località Taverne, in Val di Tolla, che sembrerebbe ricordare una delle tante tabernae, dove i viaggiatori potevano cambiare i cavalli e, volendo, passare la notte.
In questo tratto alcune vie secondarie dovevan certamente diramarsi dalla principale e raggiungere, seguendo le catene trasversali o le valli dei fiumi, i centri romani della Via Aemilia. I ritrovamenti archeologici sembrerebbero indicare:
1) una via che dalla Val di Taro per San Cristoforo-Tiedoli Branzone-Ia Valmozzola-Pizzofreddo-Rubiano-Fornovo-Collecchio conduce a Parma;
2) una via San Cristoforo-Tiedoli-Mariano-Tosca-Val di Ceno-Pellegrino Parmense-Salsomaggiore-Fidentia ;
3) una via che dal monastero di San Salvatore di Tolla per Lugagnano e Castellarquato porta a Firenzuola;
4) una via che per l’alta valle del Taro riunisce Barbigarezza, Compiano, Bedonia.
Considerando la disposizione dei ritrovamenti, mi sembra lecito supporre che la via da Luni a Parma non fosse la medievale strada Romea per Monbardone e la Cisa, che non presenta tracce di vita romana, ma la prima di queste vie secondarie elencate, cioè quella che per il Brattello, San Cristoforo, Rubiano, Fornovo riuniva la val di Magra a Parma. Nell’età romana il passo della Cisa fu probabilmente conosciuto, ma non deve esser stato molto frequentato: ne è una prova indiretta la pietra miliare G. I. L., XI2 , 6665a (cfr. p. 109). Acquistò valore, io credo, alla fine del V secolo, quando Ravenna divenne la capitale dell’impero romano d’occidente, perché era la via più breve tra Luni e la capitale. Questo spostamento nelle comunicazioni e il passaggio di una strada importantissima provocarono probabilmente anche la fioritura di Parma, che l’Anonimo Ravennate chiama Chrisopolis, e che Paolo Diacono (Hist. Lang. 2, 18) ricorda tra le città più ricche dell’Emilia.
Che la via della Cisa avesse una importanza capitale sotto i Bizantini, lo mostra la promessa di Kiersy del 754, giustamente fatta risalire dallo Schneider 29) ad una più antica carta bizantina. In essa, come fu riconosciuto dal Kehr, il designatum confinium è una strada, che, necessariamente, dovette essere una strada usata dai Bizantini. Lo Scbneider 30) dimostra che il documento originale, nello sue tappe Luni, Surianum (Filattiera), Monte Bardone, Parma, Reggio, Mantova, Monselice, riproduce condizioni corrispondenti al periodo 568- 592 circa. Ma, se questa strada era bizantina al momento della primitiva stesura dell’atto, doveva esserlo, a più forte ragione, all’epoca dell’ incontrastato dominio bizantino, essendo – come ho già detto – la via più corta fra la capitale e la provincia delle Alpes Cottiae. Questo fatto deve aver dato al passo di Monte Bardone quella importanza che, evidentemente, non ebbe in epoca romana.
Guardando la carta dei ritrovamenti si affaccia un altro dubbio. Sepolcri e stele liguri non sono sulla sinistra della Magra, lungo il moderno percorso della strada – che è quello della medievale Romea, – ma sulla riva opposta, che seguono fino alla confluenza con la Vara.
Perciò io credo che la via preromana debba aver seguìto la riva destra del fiume, dato anche che il centro ligure alla foce, Ameglia, era sulla destra della Magra. Col sorgere e fiorire della colonia romana di Luni la via deve essersi spostata per seguire la riva sinistra, sulla quale si trovava anche il centro romano. Ma di questa via parlerò più a lungo in un mio volume su Luni, studiando le comunicazioni del territorio lunense.
Ristabilire il percorso di quel tratto della Piacenza-Lucca che univa la Val di Magra a Lucca, è più difficile, perché tracce medievali e romane sicure di questa strada esistono solo tra Lucca e Piazza al Serchio.
Da Lucca la via risaliva il corso del Serchio dapprima sulla riva sinistra, poi sulla destra 31) : lo provano sia i ritrovamenti di Ponte a Moriano, di Sesto (sede di antica pieve, ricordata in un atto dell’ 806), di Diecimo (pure sede di pieve) e di Cardoso; sia il selciato romano rinvenuto a Sesto; sia i toponimi Sesto, Ottavo (Val d’Ottavo), Diecimo, indicanti il passaggio di una via importante. Oltre Cardoso, la strada traversava il fiume e proseguiva probabilmente sulle colline, seguendo il tracciato di mulattiere tuttora esistenti, toccando la pieve di Loppia (ricordata nel 982), Albiano, Cesarana, Fosciana (la cui pieve di San Cassiano è ricordata come tale fin dall’ 839), San Romano, Sala (Piazza al Serchio), località tutte che, come dimostrano i ritrovamenti casuali, erano abitate in epoca romana o preromana. Di qui, a giudicare dai resti archeologici e dalla ubicazione delle pievi, la via non scendeva, come attualmente, in Val d’Aulella per proseguire
fino all’Aulla, tracciato assai tardo e posteriore alla fondazione del Monastero di San Caprasio all’Aulla. Si dirigeva, invece, verso la valle del Rosaro, passando da Gragnana, Sermezzano, Pugliano, oppure – ed io propenderei per questo secondo tracciato – toccava Castagnola e Minucciano (dove furon trovati sepolcri liguri) e per il valico di Santa Tea arrivava in Val d’Aulella, traversando il fiume all’antica pieve di Codiponte. Da Minucciano e Castagnola passava in ogni caso una diramazione che per Monzone e Castelpoggio scendeva a Luni 32). Dopo Codiponte la via toccava Moncigoli e l’antica pieve di Soliera, Pontebosio, la pieve di Monti, Filetto, Filattiera, Scorcetoli 33) e raggiungeva la via del Brattello. L’ultima parte del tracciato, non testimoniata da nessun ritrovamento romano, è, però, segnata, per l’epoca preromana, dalla ubicazione delle statue-stele, e delle cosiddette tombe « a cassetta» liguri, che naturalmente debbono indicare la presenza di raggruppamenti umani. La mancanza di avanzi di epoca romana credo sia dovuta ad un fatto: Luni ha avuto un periodo di splendore, durante il quale il suo porto venne ad assorbire il commercio di tutto il territorio retrostante. Allora attrasse a sè, a preferenza di Lucca, coloro che venivano dalle città dell’ Emilia, o che vi si dirigevano. I mercanti erano attratti naturalmente dal centro più importante e, anche coloro che non avevano affari, preferirono probabilmente la via costiera, un poco più lunga, ma in pianura e quindi più rapida e meno faticosa, a quella interna più disagevole e probabilmente meno curata. Che in epoca romana si considerò come un’unica strada la Piacenza-Luni, piuttosto che la Piacenza – Lucca, lo mostra la pietra miliare rinvenuta nel Lago di Porta, a sud di Luni (O. 1. L., XI\ 6665 a), che segna la distanza da Piacenza in 118 m. p. La via indicata non può essere c e quella del Brattello, perchè sarebbe altrimenti assai strano indicare la distanza da Piacenza, invece che da Parma.
Resti romani si trovano nel tratto Lucca-Piazza al Serchio, perché era seguìto anche dalla via che per il passo di Pradarena andava a Parma.
Dobbiamo tuttavia supporre che in epoca imperiale esistesse ancora la via diretta da Lucca alla Magra, perchè altrimenti non potremmo spiegare come mai la tavola di Velleia ricordi i possessi dei coloni lucenses nell’alta valle del Taro, presso Bedonia (C. I. L., XI’, 1147; VI, 60). Se il territorio di Lucca giungeva fin nella val di Taro dovevano esservi comunicazioni dirette fra il centro della colonia e i suoi confini settentrionali, comunicazioni che, probabilmente, avvenivano lungo la strada segnata dai sepolcreti liguri e dalle statue-stele, dove, poi, sorsero le pievi ricordate.
Questa via Pieve di San Cassiano Lucca era ancora usata in epoca longobarda. Durante le lotte tra i Longobardi e i Bizantini, quando – come ha dimostrato lo Schneider – la Luni-Parma era in. mano dei Bizantini, i Longobardi di Pavia e quelli di Lucca dovevano pur comunicare tra di loro. È stato supposto (Schneider, op. cit., p. 45 sgg.) che i Longobardi passassero anche essi attraverso alla Cisa: i castelli bizantini che guardavano questa strada, non essendo strettamente uniti tra di loro, non erano in grado di trattenere forti schiere longobarde e, non essendoci nei monti una stretta catena di posti di guardia, anche ai singoli individui doveva essere assai facile passare tra un castello e l’altro.
La supposizione dello Schneider presenta difficoltà pratiche maggiori di quel che sembri a prima vista. Non si tratta, infatti, di passare soltanto dai monti: dopo il 589-90 Parma, Reggio e Piacenza sono in potere dei Bizantini, che non avrebbero permesso il passaggio a eserciti nemici e neppure, probabilmente, a singoli individui, tanto più che non doveva riuscire molto difficile arrestare soldati e privati in territori di pianura assai fittamente popolati.
lo credo che i due centri longobardi comunicassero per mezzo della via che io ho studiato e che gli Annali Piacentini chiameranno “ per montaneas Placentiae “, passando, però, non da Piacenza, ma da quella diramazione che da Velleia andava direttamente al Po e al Ticino e che usarono in seguito anche l’imperatore Barbarossa 34) e l’esercito di Corradino 35). Questa via longobarda si incrociava sotto a Pontremoli con quella bizantina della Cisa.
Il Formentini – in seguito agli scavi eseguiti dalla R. Sopraintendenza d’Etruria a Monte Castello nel pontremolese – ha constatato tutta una linea di difese bizantine sui contrafforti del Monte Borgognone, a Monte Castello, a Monte Sant’Antonio, a Torre Nocciola 36).
Questi castelli bizantini sono disposti parallelamente al crinale appenninico, di cui dominano i valichi, dal passo della Cisa al passo dell’ Ospedalaccio, ma al tempo stesso sono anche paralleli a questa via da me ricostruita dal passo del Brattello alla Valle del Serchio. Lo credo che fossero destinati a sorvegliare l’arteria di transito longobarda, per impedire eventuali incursioni nemiche attraverso i passi del Cirone, del Lago Verde, di Linari.
Che la via attraverso le montagne piacentine sia stata per prima In mano dei Longobardi, lo prova l’anteriorità delle fondazioni a scopo politico, militare e commerciale lungo il suo percorso. Difatti, le due abbazie di Tolla e di Gravago furono fondate nel corso del secolo VII, mentre l’abbazia di Berceto e l’ospedale di Montelungo, sulla via della Cisa, furono fondati soltanto nella prima metà del secOlo VIII.
Nel VII-VIII secolo, dunque, ambedue le vie – quella del Brattello e quella del Monte Bardone – avevano importanza assai grande, se i Longobardi curarono le fondazioni lungo il loro percorso. Come mai, in seguito, la Piacenza-Filattiera-Lucca decadde, mentre l’importanza della via della Cisa aumentò? lo credo che la ragione sia da ricercarsi nel fatto che, mentre la Piacenza-Lucca traversava per tutto il suo percorso regioni montuose e perciò coperte da boschi e facili alle aggressioni, la Parma-Luni passava il crinale appenninico in un punto assai stretto: la zona montuosa e pericolosa era soltanto quella tra Fornovo e Pontremoli, cioè un tratto di soli chilometri 55.
Si capisce, quindi, che i pellegrini ed i mercanti preferissero seguire l’itinerario più lungo, ma più sicuro, di Castel Sali Giovanni-Piacenza – Fidenza-Fornovo-Pontremoli-Luni-Pisa, piuttosto che quello più breve
Piacenza-Pontremoli-Lucca. Ma, mentre il percorso Piacenza-Pontremoli continuò ancora ad essere usato, il tratto Pontremoli-Lucca – già decaduto in epoca romana e ritornato in uso sotto i Longobardi – cadde in desuetudine assai rapidamente. Difatti, la strada tra Pontremoli e Piazza al Serchio si spostò verso sud e, seguendo la valle dell’ Aulella, raggiunse la via Romea presso l’Aulla 37).
Tuttavia, durante il Medioevo i Lucchesi dovevano ancora servirsi occasionalmente della vecchia strada romana e longobarda. Troviamo infatti che Lucca, nel XIII secolo, ha esercitato nell’alta valle del Taro e in Pontremoli una influenza che non avrebbe potuto esistere se non fossero esistite comunicazioni dirette. Così nel 1205 i Pontremolesi stringono amicizia con Lucca 38) e nel 1293 i guelfi di Pontremoli si danno ai Lucchesi, dai quali ricevono un podestà 39).