Torrano è composto di tre ville: Mezzadura, Valle e Torrano dove è la chiesa parrocchiale intitolata a S. Geminiano. La popolazione, almeno fino alla prima guerra mondiale (1914-1918), era dedicata al lavoro dei campi e alla pastorizia. I pastori vivevano in capanne coperte di paglia, con muri a secco, lontani dai rumori mondani, lieti come i nostri progenitori nel paradiso terrestre. Era un po’ il sogno dei poeti arcadi: belati di agnelli, mugghio di bovini, suono di corni, sotto il gigante che si chiama monte Burello, metri 900). E’ tuttora avvolto in famose leggende tramandate fino ai giorni nostri. Ne hanno parlato Pasquale Pasquali (Leggende del Monte Burello, La Spezia, 1917) e Manfredo Giuliani (Monte Burello e il culto ligure delle vette, Parma, 1964).
In breve, la leggenda è questa. Una pastorella, negligente, inquieta, una sera, tornò a casa senza il montone. La madre, furibonda, le impose di ritornare subito al monte, benché la notte era ormai imminente. Piangendo, ritornò sui passi di prima, tra sterpi spinosi, imprecando e bestemmiando; in fine, vide un montone, che sembrò il suo, e cercò col vincastro, di spingerlo avanti, verso casa. Ma il montone era il diavolo, che afferra violentemente la ragazza, e la getta giù da una roccia sfracellandola. Poi, quel cornuto diavolo cuoce le carni sanguinanti in un forno scavato nella roccia, le divora, bevendone anche il sangue.
Anche oggi, quella roccia si chiama il forno del diavolo, e il cumulo di massi tecchia del sangue.
Lungo una vecchia mulattiera, che conduceva al Monte Burello ed oltre, sussiste tuttora un casamento in parte abitato, chiamato il Convento. Doveva essere un fabbricato costruito dai Benedettini, a favore di pellegrini, come al passo del Borgallo e a Montelungo.
Si sa, come la montagna, presso l’antichità era sentita, nei suoi misteri, come sede di divinità, ma, poi, col trascorrere del tempo, prevalse il sentimento religioso e sulle vette furono costruiti santuari e cappelle per i pellegrinanti.
D’inverno, i Torranesi, si raccoglievano sotto i gradili, al lume del crepitare del ceppo, e narravano di vecchie leggende misteriose, con vivo stupore dei bambini.
Uno degli ultimi cantastorie fu un certo Davide Varoli, bizzarro, esuberante di fantasia. Amava cantare filastrocche sue e di altri autori, più audace e brillante se bevuto il vino gagliardo degli Stretti di Giaredo. Il suo cavallo di battaglia era la famosa filastrocca Gosto e Mea con questo preambolo:
Un contadino vivea ne’ tempi andati
in un villaggio presso Pontedera,
che in sconto cred’io dei suoi peccati
ebbe in moglie una femmina ciarliera:
ella Mea nominossi, ed egli Gosto
come fa fede il libro del Proposto.
Non sappiamo se questo spirito bizzarro scrisse altro di sua vena; è certo che sapeva tenere in allegria anche l’uomo più musone.
Torrano era anche nota per i funghi profumati, e per la selvaggina, l’eden dei cacciatori.
Fra Ginepro ( don Luigi Fugaccia)
Tratto dal Corriere Apuano del 28.9.1966