Penso di poter subito affermare che il nome di questo villaggio alpestre, o, per dir meglio, insieme di villaggi, abbia origine dal significato etimologico di “Arx lata”, che va tradotto in “rocca” o “fortezza larga”.
Ovvia la domanda: perché “larga” e non “alta”, come logicamente lascerebbe supporre la collocazione di un fortilizio sulla cima di un monte?
L’Arxlata ( e non “Arxalta”) fu detta così perché le sue mura dovevano, più che alzarsi, allargarsi attorno al cucuzzolo del monte, in un cerchio che, come da scavi occasionali, sembrerebbe poter raggiungere il diametro di un’ottantina di metri.
Infatti il nome canonico di “Arzelato” che trovo in un registro parrocchiale è “Paroecia Arcis latae S. Michelis Arcangeli”. E’ dunque, evidente che quando si parla di Arzelato non ci si vuole riferire ad uno dei tanti castelli medioevali, ancora visibili in Lunigiana, ma ci si richiama ad uno dei fortilizi costruiti dai Bizantini, stanziati in Liguria nel primo Medioevo. Starebbe a suffragare questa tesi un’antica muraglia ancora osservabile al di sotto del vecchio cimitero, nella quale i competenti riscontrerebbero delle caratteristiche proprie alle costruzioni bizantine.
A quale epoca l’origine di Arzelato?
Secondo l’opinione del Cappuccino pontremolese Bernardino Campi, come per Gravagna, Montelungo, Valdantena, Saliceto, per i castelli della Rocchetta e della Valle di Dobbiana, di Rossano, di Zeri e di varie altre località, così anche per Arzelato si dovrebbe risalire al tempo della distruzione di Apua., che sorgeva dove oggi sorge Pontremoli. La maggior parte degli scampati, in un primo tempo, si ritirò nei dintorni più sicuri del territorio costruendosi fortilizi in posizione strategica. Ritornarono, poi, a ricostruire la città con il nome di Pontremoli, restando però padroni di quei rifugi provvidenziali ogni qual volta le orde più o meno barbariche avrebbero sostato a Pontremoli. Tornarono, infatti, a quei luoghi di sicurezza i maggiorenti pontremolesi dai nomi diversi, come i Pellizzari, i Giudici, i Vilani, gli Alfieri, i Trincadini, i Filippi, i Trabucchi, gli Enrenghini, i Boveri e i Parasacchi.
Per quanto riguarda Arzelato, poiché di questa villa dove sono nato e dove spesso ritorno devo occuparmi, trascrivo quanto leggo nel Campi: “Gli antichi Annali di Pontremoli riferiscono che la famiglia Parasacca riscuotesse un annuo tributo dalla villa di Arzelato, i quali attestavano che, nel passaggio di truppe straniere per Pontremoli, essi erano obbligati a sostentare per tre giorni a proprie spese la casa dei Parasacchi; indizio manifesto che i nobili di Pontremoli avevano dominio sopra i contadini e che questi erano obbligati a servirli”.
Risolto così il problema dell’origine di Arzelato, dovrei accingermi a narrarne la storia, se di storia potesse essere oggetto una popolazione che fino a tutto il secolo passato non superò mai la media di duecento persone. Mentre mi riprometto, se Dio mi darà vita e salute, di ampliare ed approfondire le mie ricerche sul simpaticissimo argomento, per ora posso assicurare i lettori che Arzelato esisteva come Parrocchia di San Michele Arcangelo nel 1470. Lo desumo da un “Extimum ecclesiarum Episcopatus Luensis exemptarum” compilato in detto anno in occasione del Sinodo tenuto a Sarzana dal vescovo Anton Maria Parentucelli. E’ un elenco delle ventitre Cure esistenti nella Pieve di S. Cassiano di Saliceto. Tra le ventitre c’è anche quella di “Arzelata”.
Gli Atti originali da me consultati si conservano a Modena, nella Biblioteca Estense, e fanno parte della Raccolra di Carlo Frediani, lasciata in legato al marchese G. Campori (Documenti Campori, Busta 198 (2) – filza IX, fascicolo 2).
Poiché anche soltanto da questo primo documento appare chiaro che l’entità storica di Arzelato è quasi strettamente di carattere religioso (perché collegata alla Parrocchia di S. Michele Arcangelo), dovrò limitare quasi esclusivamente alle fonti religiose le mie ricerche.
Trovo una di tali fonti preziose nei resoconti di una serie di Visite Pastorali che il Vescovo di Sarzana, o suoi delegati, compirono, a periodi più o meno distanziati, alla Parrocchia di Arzelato dal 1568 al 1768. Si tratta di manoscritti, non sempre facilmente decifrabili, contenenti constatazioni, giudizi, raccomandazioni, imposizioni e provvedimenti vari dai quali non è difficile intravvedere le condizioni di quelle poche famiglie che trascorrevano la vita povera, semplice ed illetterata in povere case, tra pochi campi, molti boschi e qualche prato. Di lassù, però stupendo era il panorama e visibile quasi ogni borgo ed ogni villaggio della Valdimagra nelle giornate serene, così come, quando, non ancora offuscato dal disastro ecologico il cielo, le notti erano tutto uno splendore di argento che deliziava lo sguardo ed affascinava l’animo. E dove andare ad inebriarsi di una visione più estasiante di quella offerta dalla Alpi Apuane all’occhio attonito quando è l’alba, quando sorge o quando tramonta il sole?
Ma lasciamo la parola alla storia.
La brevissima relazione della prima visita pastorale è del maggio 1560, è desolante nella prima parte, ma consolante la seconda. Dice: “La Chiesa di San Michele Arcangelo in Arzelato ha un solo altare, sul quale la sacra non è murata. Si ordina di murarla. Non si è trovato il Sacramento dell’Eucarestia per la loro povertà e perché poche le famiglie”.
Molto confortevole, invece, la situazione spirituale, così espressa: “Quanto alla vita, costumi ed abitazioni del prete ne abbiamo avuta buona relazione dai parrocchiani e similmente di essi dal suddetto Curato, dal quale sentiamo che essi sono buoni cristiani”.
La seconda relazione è dell’11 maggio 1584. E’ di un’importanza eccezionale, poiché ha il carattere di Visita Apostolica imposta dovunque dal Pontefice dopo il Concilio di Trento con lo scopo palese di realizzarne le disposizioni ed impostazioni.
Rettore della Parrocchia è il sacerdote Fabrizio Zambeccari di Pontremoli. “Erat videre miseriam”! Leggete: “Non si insegna la dottrina cristiana, non si spiega il Vangelo domenicale al popolo poiché, da quando il Rettore ha avuto la nomina, è sempre restato a letto ammalato”.
Al visitatore non resta che prendere atto del presente non lieto e procedere alla seguenti ordinazioni per l’avvenire: “Si provveda un libro decorso per la registrazione dei Battezzati ed un altro per i Matrimoni, Si provveda pure l’ampolla per l’Olio e Crisma dei Catecumeni ed un’altra per l’Olio degli Infermi. Si acquisti quanto prima almeno una Pianeta di seta per le feste di S. Michele, Natale e Pasqua nonché camici e amitti. Poiché la Chiesa non dispone di adiacenze ed ha un unico altare, si ordina di ampliarla e renderla più decorosa ed onorifica”. Per quanto riguarda la vita cristiana, il Visitatore comanda che non siano ammessi all’ufficio di Padrini, nel Battesimo, quei cristiani così rudi da non saper recitare il Padre Nostro, la Salutazione Angelica, il Simbolo Apostolico ed i Dieci Comandamenti. Il che si ordina pure a chi vuole contrarre matrimonio.
“La canonica, dove il Rettore non abita perché ammalato e degente in Pontremoli, è piccola e cadente: sia riparata”.
La terza visita è del 14 ottobre 1593.
Nove anni sono trascorsi senza che nulla di fatto abbia migliorato le condizioni precedenti. Poiché la casa parrocchiale è in rovina, il Visitatore ordina che almeno si ripari con urgenza il tetto ad impedire che i solai marciscano e cadano le pareti. In chiesa c’è una sola pisside, anche se è abbastanza decente; ne sarebbero necessarie due, ma sempre in considerazione della povertà dei parrocchiani, il Visitatore non procede ad imposizioni, limitandosi a scrivere: “Si impedisca l’accesso di bestie nel Cimitero e si ripari la scalinata che conduce alla Chiesa”.
E’ in questa visita che si constata “de visu” il famoso fenomeno delle “formiche alate di S. Michele” di cui riferirò più ampiamente in seguito.
Dopo soli tre anni segue, il 6 novembre 1596, la quarta Visita ad Arzelato. Dopo aver constatato con triste monotonia l’esiguità del numero dei fedeli e la loro permanente povertà, il Visitatore indulge alla mancata continuità della presenza dell’Eucarestia sull’altare, ma ordina perentoriamente che “per l’avvenire la SS. Eucarestia sia custodita sull’altare almeno nelle solennità del Corpus Domini e sua Ottava, nella Festa di Pentecoste e sua Ottava, dalla festa dell’Epifania a tutta la Quaresima sino alla Domenica in albis inclusa”.
Si ordina di provvedere a dipingere esteriormente il Tabernacolo ligneo indorandolo in parte e ricoprendolo pure esteriormente con tela serica bianca.
Nella quinta visita del 22 settembre 1605 è Rettore Fabio Rocca di Pontremoli. Il numero dei fedeli supera di poco il centinaio. Si deplora ancora una volta che la canonica sia cadente e si ordina di ripararla sotto pena dell’interdetto.
Dopo un vuoto di quasi un cinquantennio, abbiamo una sesta visita il 19 settembre 1652, allorché il Rettore è un certo don Francesco Leoni di Pontremoli.
Il testo della relazione mi riesce indecifrabile. Sembra tuttavia trattarsi di ordinaria amministrazione, che poco o nulla ha da ripercuotersi sulla storia contemporanea.
Altrettanto potremmo ripetere per la settima visita del 12 novembre 1654, nella quale, sempre per le stesse motivazioni, si torna ad esigere che l’Eucarestia resti in permanenza nei giorni già precisati nel 1596 e quando lo richiedesse la necessità di qualche infermo. Si aggiungono ordini per la decorosa manutenzione del Tabernacolo.
L’ottava visita ha luogo il 22 ottobre 1665. E’ Rettore il sacerdote Giacomo Manganelli. Dalla relazione del Visitatore sembra iniziato un miglioramento nel complesso della vita liturgica, del ministero sacerdotale e della sistemazione economica.
Oltre alla solita pisside, ora ne è a disposizione un’altra più piccola per portare il SS. Sacramento agli infermi. L’altare maggiore è in regola con le disposizioni canoniche precedenti; annessa a tale altare viene istituita la Confraternita del SS. Sacramento, provvista di un reddito annuale di quattro scudi di moneta pontremolese, proveniente da un castagneto lasciato in testamento da Domenico Gearis.
Il soprannominato Rettore avrà l’onere di celebrare ogni lunedì, o immediato giorno non impedito, una Messa per i Defunti ed otto altre Messe per la festa di San Michele nonché un’altra ancora durante l’anno.
La sacrestia è trovata abbastanza provvista del necessario. I Libri delle Anime sono tenuti regolarmente, la Dottrina cristiana è insegnata, il corpo della Chiesa non abbisogna di alcuna riparazione.
Ed eccoci alla nona visita del 15 settembre 1668, quando, ancora Rettore don Giacomo Manganelli, quasi tutto è riscontrato come di dovere. Altrettanto si può ripetere per la decima visita, mentre da poco tempo è rettore don Domenico de Benedictis di Vignola. Siamo al 14 luglio 1671. A distanza di oltre un ventennio, il 30 aprile 1692, don Carlo Maraffi, Arciprete di Pieve di Saliceto, compie la dodicesima Visita mentre regge la parrocchia il sacerdote Giandonnino de Donnis.
Per la seconda volta si entra nel campo economico della parrocchia, dichiarando che la Fabbriceria ha a disposizione un reddito annuale di lib. 36, mentre la Confraternita del SS. Sacramento ne ha 20. E’ impartito l’insegnamento della Dottrina cristiana ai ragazzi e tenuta regolarmente la “concione” agli adulti. Il numero delle anime è di duecentoquarantaquattro , delle quali 222 adempiono il dovere della Comunione pasquale.
Nella tredicesima visita, avvenuta il 25 dicembre 1696, è al timone della parrocchia il sessantaquattrenne don Paolo Donnini.
Il Visitatore si compiace di trovare un nuovo altare che la pietà dei fedeli ha dedicato a S. Antonio; ordina poi, che, entro un anno, sia costruito il campanile e siano posti i necessari cancelli al cimitero.
Il 30 ottobre 1709 è nuovamente delegato alla visita pastorale il parroco della Pieve di Saliceto, il quale constata “de visu” che il cimitero è racchiuso da cancello e il campanile è stato costruito come da precedente imposizione. Si dice che i fedeli siano soltanto 144, dei quali 109 si accostano alla S. Comunione Pasquale. Si nota un calo disastroso della popolazione che dai 244 del 1692 scende a 144. Errore di computo o straordinaria mortalità dovuta alla falce di una epidemia?
Per la terza volta l’Arciprete della Pieve di Saliceto disimpegna il compito di Visitatore nella quindicesima Visita, compiuta il 22 settembre 1717. Tutto a posto; null’altro dunque che compiacersi con il Rettore Niccolò Calcagnoti di Pontremoli.
Cinque anni dopo, il 5 maggio 1722, è ancora Rettore il precedente. Il numero dei battezzati dai 144 è risalito a 160.
Nulla di nuovo nella diciassettesima visita del 3 luglio 1737, mentre è ancora Rettore don Calcagnotti.
Trascorsero ventitre anni senza che alcuno salisse ad interessarsi della parrocchia di S. Michele; forse per tale motivo o, più verosimilmente, perché gli ultimi Visitatori si erano comportati con troppa indulgenza e con tanta superficialità, gli inconvenienti andavano moltiplicandosi in Parrocchia.
Fu, forse, così che per la Visita pastorale del 14 settembre 1760 si ricorse ad un personaggio di provata competenza e rigore sagace quale il M. Rev. Padre maestro Vincenzo Alessandrini dei Frati predicatori, detti anche Domenicani. Da quattordici anni era Rettore di Arzelato don Paolo Donnini, di anni quarantaquattro. Il Visitatore, delegato dal Vescovo di Sarzana, constata che l’altare maggiore viene officiato a spese dell’>Opera Parrocchiale, che dispone del reddito annuo di lib. 36 di moneta regionale, unitamente alle elemosine amministrate dal Massaro eletto anno per anno. La Confraternita del SS: Sacramento dispone del reddito di lib. 10 di moneta regionale. il calice e la patena necessitano di indoratura da effettuarsi entro sei mesi, trascorsi i quali entrambi saranno interdetti; tre pianete sono in condizioni miserabili, perciò vengono interdette; non migliori le condizioni del baldacchino, anch’esso interdetto; finché non sarà rinnovato sono proibite le processioni ed è gravemente onerata la coscienza del Rettore se entro sei mesi non sarà eseguita l’imposizione. E’ anche proibito usare i confessionali fino a quando non saranno provvisti dell’elenco dei casi riservati. Si stabilisce poi di porre le sacre immagini dalla parte del penitente “sub poena gravi arbitraria”. La chiesa è in buone condizioni ma si ponga la croce sulla facciata e si provveda al sepolcro dei sacerdoti entro un anno “sub poena gravi arbitraria”.
Il Visitatore impone poi l’esecuzione di mandati non eseguiti da qualcuno, richiama gli eredi di un certo defunto ad adempiere l’onere di otto Messe; se inadempienti bisognerà informare il Vescovo per i provvedimenti di competenza. La relazione chiude con l’affermazione che l’altare eretto alla Beata Vergine delle Grazie dalla pietà del popolo è stato visitato. E’ sconosciuta la data dalla quale la Madonna di Arzelato fu onorata sotto il titolo si “Beata Vergine del Carmine” come tutt’oggi.
Siamo giunti ormai alla data storica del 1787, anno in cui Pio VI eleva la città di Pontremoli alla dignità di Diocesi. Le Visite pastorali saranno compiute in futuro non più dal Vescovo di Sarzana, ma da quello di Pontremoli.
Ravvicinate le distanze e diminuito il numero delle parrocchie, le Visite Pastorali diverranno più frequenti e più efficaci.