TIPI DI COSTUMI LUNIGIANESI

Non è possibile capire l’anima d’un popolo senza studiarne quelle caratteristiche manifestazioni costituite dagli usi popolari e dai costumi tradizionali. Le vicende dell’abbigliamento, le rozze manifestazioni industriali, fantastiche, religiose, che si possono osservare nel manufatto di un pastore, nell’utensile dell’agricoltore, nell’amuleto, nelle ingenue espressioni dell’arte primitiva, offrono allo studioso una documentazione oggettiva della vita popolare più intima, quale si cercherebbe invano nelle manifestazioni superiori dello spirito umano.

Non dunque la semplice curiosità del raccoglitore dirige l’etnografo, ma un severo spirito scientifico che, ricercando la vita più umile e trascurata , ma più schietta di un popolo ne coglie elementi caratteristici e dati preziosi per comprendere la sua psicologia e illuminare la sua storia.

Queste note sui principali tipi di costumi lunigianesi vogliono appunto riuscire un contributo allo studio dell’Etnografia della Lunigiana, portando non trascurabili documenti alla storia regionale e alla storia dei costumi italiani. Alcuni di questi costumi furono già da me illustrati nell’Archivio per l’Etnografia e la Psicologia della Lunigiana e vari esemplari di essi si trovano nella mia raccolta etnografica regionale, disposta in una sala del Museo Civico della Spezia.

In nessun altro paese forse, come in Italia, si riscontra tanta varietà negli antichi costumi contadineschi che, da regione a regione, anche a brevissima distanza, cambiano relativamente nella forma, nei colori, nel carattere. LO studio di queste forme e la storia delle loro trasformazioni sono ricche d’interesse. In tanta pittoresca varietà si rispecchiano le modificazioni dell’indole dovute all’influenza del clima, delle immigrazioni, delle dominazioni, dell’isolamento delle zone montuose, della assimilazione delle regioni più aperte ai traffici ed agli scambi.

Nelle loro trasformazioni, i secoli hanno lasciato il loro carattere: povertà di tessuti e sobrietà di ornamenti i tempi austeri, religiosi, operosi: fasto di sete, di broccati, di merletti, di ornamenti le epoche di decadenza. Queste tracce di lusso costoso sono assai frequenti nei vecchi costumi contadineschi delle varie regioni italiane. Più d’una volta dovettero intervenire a frenarlo le leggi suntuarie (1).

Tra le regioni italiane la Lunigiana ha avuto forse la maggiore varietà di costumi, talora spiccatamente diversi tra località vicinissime: sono di grande evidenza i divari tra le forme ed i caretteri, per i quali la foggia del vestire delle contadine della Spezia si differenza da quella delle donne di Biassa.

Or è ovvio indurre che ciò non è estraneo alla varietà straordinaria dei dialetti né alle travagliate vicende della storia della regione. Talché è facile rendersi conto della importanza, che può avere lo studio del costume per giungere a cogliere, attraverso la complessa varietà delle manifestazioni di vita della popolazione lunigianese, l’intima sua unità etnica e morale.

Non è azzardato dire che, con la ricerca delle cause, che hanno determinato prima la trasformazione del costume in relazione al volgere dei tempi e poi la sua scomparsa più o meno rapida a seconda dei luoghi, con lo studio critico delle sue forme caratteristiche (la tessitura, il colore, i ricami, gli ornamenti ecc.), si può arrivare a comprendere addirittura atteggiamenti e tendenze spirituali della gente di Lunigiana ed a valutarne la facoltà d’iniziativa e le attitudini industriali, artistiche e commerciali.

Le indagini in questa materia condotte con larghezza di criteri e con severità di metodo, evidentemente producono non solo contributi preziosi agli studi di argomento regionale, ma danno modo di aggiungere pagine interessanti alla storia dello spirito italiano.

MONTAGNA PONTREMOLESE

La figura n. 12 rappresenta un vecchio montanaro di quelli che pochi tutt’ora ricordano, i quali scendevano ancor cinquant’anni fa a Pontremoli nei giorni di fiera o di mercato. Quei robusti vecchi dai calzoni corti e dalle alte uose di lana, venivano dalla Cervara o da Bratto o da Braia o dagli altri villaggi sparsi nella regione montuosa dell’Alta Val di Magra, per vendere i loro prodotti e rifornirsi delle cose che loro occorrevano.

Oggi essi non vengono più, e di loro e del loro caratteristico costume non sopravvive che, labile, il ricordo.

La figura riproduce un dipinto del Comm. Cesare Bertolla, che con fedeltà ed evidenza ha fissato nel suo quadro il tipo del costume della montagna pontremolese.

Al contrario del vestito femminile, diverso da regione a regione, quello maschile, aveva molta analogia con quelli usati negli altri paesi della Lunigiana.

Il giacchetto ed i calzoni erano fatti con tessuti di mezzalana o con pannetto di colore verde o avana scuro: il panciotto generalmente era di un bel rosso vivo e portava due file di bottoni di metallo dorato: le scarpe erano basse e munite di due grandi fibbie di metallo o d’argento; le calze erano di colore bianco o di lana, e venivano allacciate ai ginocchi con cordoncini di seta. Su esse, d’inverno, venivano messe delle uosa di lava (stuvai); il berretto era di lana a doppia faccia, rosso all’esterno e nero all’interno. Quando se lo mettevano vi facevano una risvolta in fondo all’apertura, in modo che la parte nera dell’interno rimaneva fuori a mo’ di un bordo. Veniva portato cadente sull’orecchio.


Anche l’antico vestito delle montanare del territorio di Pontremoli s’è perduto, ma lentamente trasformandosi.

La figura n. 13 è una riproduzione del costume femminile, che debbo alla gentilezza di Manfredo Giuliani, il quale se ne servì in un suo interessantissimo articolo intitolato Costumi – Tipi e industrie del Pontremolese – Alta Val di Magra pubblicato sulla rivista mensile del Touring Club Italiano – anno XXIII n. 9, Settembre 1917:

Ecco come Egli lo descrive:

” La gonnella (dial. Vèsta) era di una grossa stoffa turchina detta bùdana, tessuta di lino e cotone; oppure, nei tipi più economici, di mezzalana, tessuto di lana e canapa, di colore verde o caffè. Essa era allargata sulla vita di una grossa imbottitura (salam) sulla quale veniva fittamente pieghettata. Talora la gonnella presso la cintura aveva una grossa piega in fuori, della ghinon o basta.

Il busto si faceva di broccato di un broccato a fiori, talora molto ricco per stoffa ed opera. I busti delle montanare, che portavano la cintura molto in alto, erano corti, e lunghi quelli delle donne dei paesi più bassi. Dal busto emergeva la camicia bianca di lino o cotone nella parti visibili – maniche e collo – e di canapa nel resto.

Il panno bianco da testa, detto tuaia o drap, era di lino o di tessuto più ordinario, stirato e lucido con pieghe caratteristiche. Intorno al collo, ai polsi, al drappo da testa, erano messi ornamenti di pizzo più o meno ricchi: le frange dei polsi e del collo si chiamano fraple, lavori in genere di mussola merlettata e ricamata, prodotti di industrie locali e personali, fiorenti a Pontremoli.

Giovanni Podenzana, Tipi di costumi lunigianesi, La Spezia, Tip. Moderna, 1928

(1) Nel 1568 p. es., nella provincia di Arezzo alle contadine non era permesso di di indossare indumenti di seta. Soltanto la rete da testa, la cuffia, i nastri, la cintola potevano essere di seta. La collana non doveva eccedere il valore di tre scudi, ed era concesso di portare due soli anelli dello stesso valore di tre scudi.

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