Il presente contributo si propone di presentare, in maniera sintetica, le testimonianze archeologiche relative a fortificazioni altomedievali lunigianesi recentemente indagate fra Pontremoli e Aulla. Inoltre si farà cenno al singolare sviluppo del dibattito storiografico relativo al limes bizantino e alla conquista longobarda. Un dibattito che, per moltissimo tempo, ha ruotato intorno alla disamina di pochissime fonti scritte e più numerosi toponimi storici, ma che proprio le evidenze materiali, con la loro concretezza, obbligano fin d’ora a ripensare su basi nuove. Guardando ai caratteri del popolamento, alla reale funzione e durata delle strutture difensive, all’assenza di indicatori ‘etnici’ e meno a questioni strategiche o di controllo della rete viaria.
Le prime ricerche e l’identificazione di un tema A quasi un secolo fa si datano le prime sistematiche ricerche sulle fortificazioni lunigianesi, preistoriche e non. All’inizio,
come noto, fu una ricerca orientata dal toponimo ‘castellaro’ e avente quindi per interesse le strutture dei Liguri Apuani con chiave di lettura storica le guerre romano liguri. Da subito fu però chiaro che, nei medesimi luoghi, si incontravano anche, o prevalentemente, fortificazioni di età storica degne di attenzione.
Ad una di esse, Monte Castello in val di Capria, fu dedicato un tuttora fondamentale lavoro di Pietro Ferrari1 . Un lavoro che non solo ha guidato tutte le successive ricognizioni, ma che ha fornito elementi importanti per integrare quanto noto dagli scavi condotti nel sito fra il 1987 e il 19942. Ferrari, non disponendo di elementi di sicura datazione delle strutture individuate a Monte Castello, per cercare di capire chi ne furono “i lontani abitatori” fece affidamento sulla toponomastica. In particolare su micro toponimi richiamanti, almeno in apparenza, i Saraceni a cui le fonti attribuiscono scorrerie fra Provenza e alto Tirreno nel IX e X secolo. In tal modo, Costa di Sarasin, Ca’ di Sarasin, Ara di Sarasin, e altri toponimi simili, spinsero Ferrari a dare per “certo che incursioni di Saraceni si ebbero anche nell’interno del territorio lunigianese, con provenienza, forse, oltre che dal mare, da altri centri dell’Appennino ligure. Anzi, che stanziamenti saraceni abbiano avuto luogo non solo sulla costa, ma altresì nelle alte valli del nostro Appennino, risulta anche dalle stesse fonti storiche relative alla Lunigiana”3.
Purtroppo, in nessuna delle successive ricerche si è mai avuta alcuna evidenza di presenze saracene in Lunigiana e il precedente richiamo serve soltanto a evidenziare quanto sia pericoloso spiegare le evidenze archeologiche, che oggi datiamo a un periodo di molto antecedente le supposte incursioni, ricorrendo a dati di altra natura, soprattutto se questi sono pochi, incerti, di dubbia interpretazione.
Nel citato lavoro di Pietro Ferrari si trova però anche un rinvio a una questione che, diversamente dai Saraceni, diventerà ricorrente nei decenni successivi e, forse, irrisolvibile con soddisfazione di tutti: l’identificazione di Sorano (toponimo e pieve di santo Stefano di Sorano) presso Filattiera con il Kastron Soreòn menzionato da Giorgio Ciprio fra i “luoghi della Maritima rimasti ai Bizantini”4 e con la sede del magister militum Aldio menzionato da Papa Gregorio in una lettera al vescovo Venanzio sul finire del VI secolo. A ben vedere, pochi passi in due documenti controversi, ma ritenuti sufficienti, per Ferrari e per molti dopo di lui, per sostenere la grande importanza strategica che aveva allora Filattiera in quanto posta lungo la strada della Cisa5.
Nel 1930, Ubaldo Formentini, scrivendo di scavi e ricerche sul limes bizantino, procedette a sgombrare il campo dalla questione ‘Saraceni’, ma diede per certo che “La plebs de Surano, ricordata nelle note bolle pontificie ai vescovi di Luni è stata sicuramente identificata da Pietro Ferrari e da Ubaldo Mazzini con la Pieve Vecchia di Filattiera”. E, citando vari storici tedeschi, Formentini antepose a un breve regesto dei documenti l’osservazione che Sorano corrisponde a “uno dei castelli bizantini della Maritima”6. Arrivando, più avanti, a concludere che l’antica storia di Surianum si circoscrive, topograficamente, nel luogo della pieve e nell’altura di Castelvecchio”7 . Un’altura dove, prima di altri, Formentini coglie i resti di un “recinto primitivo a ridotte sbarrate” che oggi sappiamo essere genericamente altomedievale8. E qui, dopo una articolata disamina del territorio, forse per la prima volta, compare l’idea che le strutture castellane note a Filattiera non solo facessero parte del limes, ma costituissero un sistema locale orientato al controllo viario: “Quando caddero la fortezza di Montecastello e caddero insieme tutte le fortezze di Surianum in mano ai Longobardi?”9 .
Proprio in questa prospettiva, che amplifica e finirà con il orzare quanto desumibile dalle fonti, Formentini inaugura così una stagione di riflessioni relative a viabilità, azione dei presidi bizantini (ad esempio in relazione al culto di san Giorgio), tempi e direzioni della conquista longobarda. Riflessioni accompagnate da poche certezze e, per questo motivo, sempre integrate da considerazioni territoriali, più o meno venate da determinismo ambientale e da considerazioni su quali dovevano essere le scelte strategiche e tattiche degli eserciti in campo10.
Per quanto datata l’opera di Formentini è quindi ricca di intuizioni davvero originali, peraltro quasi mai supportate da evidenze materiali, fra cui mi piace però richiamare la ‘fine’ che Formentini ipotizza per i “militi presidiari” che dopo “l’invasione rotariana” da “vecchi soldati” si riducono a una “vita semi-brigantesca” i cui segni si confondono con quelli “d’una precoce attività feudalistica”. Al punto da mantenere in vita presidi semi abbandonati più “per spirito d’indipendenza e d’avventura che per disciplina ed ordinato comando”11. Considerazioni che andranno tenute presenti quando ragioneremo delle evidenze materiali reali e che indicano quanto tuttora i grandi storici della prima parte del Novecento siano di stimolo alle ricerche sul territorio in una chiave multiperiodale che lega protostoria ad incastellamento feudale e oltre.
Proprio il breve regesto documentario predisposto da Formentini va però richiamato per sottolineare l’esiguità della documentazione scritta e le problematiche interpretative che la stessa pone. Uno soltanto è difatti il documento che menziona fra gli altri alcuni castelli bizantini della Lunigiana e, in particolare, un Kastron Soreòn. Ma l’elenco di stanziamenti militari bizantini redatto a metà del VI secolo da Giorgio Ciprio è un’opera non priva di approssimazioni e che secondo il Conti12 fu organizzata seguendo un ordine geografico “a spirale”. Per cui non c’è alcuna certezza che Kastron Soreòn sia il Sorano di Filattiera e per taluni il toponimo indica invece una località dell’Italia centrale13. A dire la loro sull’identificazione del Kastron Soreòn sono stati in molti14, ma non vale la pena elencarli in questa sede perché quel che conta è che, se anche fosse accertabile che Giorgio Ciprio scrive di Filattiera, nulla ci direbbe sulla consistenza materiale del castello bizantino, sulla sua esatta ubicazione, sul motivo per cui fu costruito e su quello per cui fu abbandonato. Nulla.
Così come non c’è alcuna prova certa della presenza di un qualsivoglia magister militum a Filattiera e, quindi, non si può dedurne alcunché.
Ripercorrere nel dettaglio la storia degli studi basati sui documenti potrebbe, però, essere interessante solo per evidenziare tre posizioni; chi è contro l’identificazione Kastron= Filattiera, chi è a favore e opta ora per Castelvecchio e ora per la zona della pieve o per Monte Castello, chi ritiene possibile che con Kastron Soreòn si indicasse, a Filattiera, un complesso di più fortificazioni (forse una ‘chiusa’) di cui si hanno svariate evidenze archeologiche15. Irrilevanti, invece, sono quei casi in cui per assenza di alternative, pigrizia o sull’onda di altrui ricerche è stato usato Kastron Soreòn solo per indicare (e sostenere!) che a Filattiera ‘doveva’ essere esistito un presidio bizantino importante. Disponendo, in tal modo, di una pedina in più per ricostruzioni storiche, talvolta al limite del campanilismo, che assomigliano a war games territoriali dove si ipotizzano, senza prove, razionali strategie difensive e offensive, avanzate e retrocessioni, cambiamenti di politica, un generale stato di pericolo e arretratezza, il ruolo dei monasteri, ma anche la sostanziale subordinazione dei lunigianesi sempre comprimari di vicende organizzate in altre sedi e di cui perfino la cronologia rimane incerta e discutibile. E che, nonostante ciò, vengono poi riprese anche in opere dall’impianto ben solido ma più generali e impossibilitate a soffermarsi sui dettagli delle situazioni locali16.
Al proposito, per chiarezza, è bene riproporre quanto scritto a conclusione delle ricerche archeologiche a Filattiera: “In passato, porre il Kastron Soreòn a Filattiera, aveva portato
a molte congetture che tentavano di situarlo nella rete insediativa archeologicamente nota, suggerendone la coincidenza ora con Castelvecchio, ora con l’area pianeggiante prossima alla strada e alla pieve di santo Stefano o con l’intera rete dei siti fortificati noti per l’età tardo antica. Se tali congetture possono essere state di stimolo alle ricerche, esse hanno però finito, ed è più importante, con il fare ritenere Filattiera un caposaldo del limes bizantino. Per taluni, un sito eccezionale. Se, invece, il Sorano di Filattiera non ha nulla a che vedere con il Kastron Soreòn di Giorgio Ciprio è evidente che si può tornare alle evidenze archeologiche più liberamente e senza suggestioni che possono rivelarsi fallaci. Fra l’altro, l’attuale dialettale Faltéra rinvia al Feleteria attestato in un documento del 1024, al felecteria del 1287 e, se per alcuni è derivante dalla presenza di felci, è ormai prevalente l’opinione di una derivazione dal termine greco fulactéria a significare un posto fortificato della cui consistenza si dovrà ragionare. La toponomastica, quindi, allo stato delle ricerche sembra indicare presente a Filattiera non un Kastron di assoluta rilevanza, ma un più generico posto fortificato bizantino. Esattamente quello che le ricerche archeologiche sembrano avere messo in luce”17.
Le evidenze archeologiche: Filattiera
Ritenendo ancora valido quanto sopra, la sintesi che segue ha lo scopo di evidenziare la complessità delle evidenze archeologiche relative a siti fortificati che si datano a Filattiera fra V e VI secolo e fare un cenno a recenti scoperte avutesi ad Aulla. In siti molto diversi fra loro e che, in nessun caso, hanno i caratteri che si vorrebbero distintivi un castrum bizantino e che invece compaiono, in qualche misura, ad esempio nel castrum di S. Antonino di Perti nel Finalese18. A Filattiera (e ad Aulla), ad esempio, non ci sono evidenze di importazioni significative dal Mediterraneo bizantino, non ci sono reperti che identifichino eventuali ‘bizantini’ e neppure militari di professione o persone etnicamente caratterizzate. E neppure compaiono, nella Lunigiana interna, reperti tipicamente longobardi e, per quanto ciò possa dipendere da un difetto delle indagini, al momento occorre tenerne conto19.
Monte Castello in val Caprio
Lo scavo stratigrafico ha evidenziato, oltre a scarse testimonianze dell’ Età del Ferro, una fase di incastellamento databile fra metà VI e metà VII secolo, con erezione di una possente cinta muraria lunga cento metri e larga almeno m 1,50 (fig. 1).
A questa si addossava un edificio a un solo piano, lungo trentacinque metri e largo undici, interpretabile come caserma.

Diviso in tre vani aveva un porticato acciottolato e, al centro, un focolare datato con il metodo del radiocarbonio fra 410-675 (2 sigma, 95%). Un periodo che si estende quindi dal V secolo fino alla conquista longobarda della Liguria conclusasi definitivamente con Rotari nel 641-643.
All’interno del castello in posizione sommitale si trovava anche una piccola chiesa a una navata, con abside rettangolare e pavimento in cocciopesto.
Il castello, esteso su un’area di circa 3500 metri quadrati, al proprio interno non comprendeva altre costruzioni e dopo un breve periodo, forse a seguito della conquista longobarda della Lunigiana, fu abbandonato. Tra XI e XIII secolo, sulla chiesa distrutta fu costruita una torre quadrata (fig. 2) simile a quella di san Giorgio di Filattiera (vedi infra). In seguito l’area non fu più frequentata con continuità e divenne proprietà comune degli abitanti di Lusignana. Sui versanti del monte si conservano notevoli resti di costruzioni rurali postmedievali quasi certamente relative alla conduzione del castagneto e allo sfruttamento dei pascoli.

Castelvecchio
Il sito è stato indagato archeologicamente solo nel 1982 accertandovi l’esistenza di un sistema difensivo con doppio fossato e aggere in ciottoli sormontato da una palizzata (fig. 3). All’interno del castello vi erano case di legno testimoniate da buche per pali e pochi reperti mobiliari che fanno ipotizzare una breve durata della frequentazione, cessata forse a causa della conquista longobarda. Poche ceramiche a vernice nera e qualche anforaceo tirrenico attestano una precedente fase di frequentazione nella seconda Età del Ferro.
La pieve di Santo Stefano o di Sorano
L’indagine di scavo intrapresa nel 1996 all’interno e lungo i perimetrali della pieve, benché condizionata dalle esigenze del restauro, ha consentito di accertare una prima fase di edificazione in età tardo antica a partire dai resti di strutture difensive di incerta definizione (probabilmente una o più torri collegate da una cortina muraria) seguita da successivi ampliamenti della chiesa, dalla continuità d’uso del sepolcreto fino in età bassomedievale e moderna, dalla realizzazione di campane (figg. 4-5; tab. 1 con periodizzazione delle evidenze archeologiche).



Particolarmente importante fu la realizzazione di una tomba privilegiata con resti databili fra fine VI e VII secolo riferibili a un personaggio eminente della Lunigiana altomedievale. Tale sepoltura, in età romanica fu inglobata in una vasca usata come fonte battesimale (fig. 6).
Nella piana retrostante la pieve, a circa cento metri dalla stessa è stato indagato un aggere in ciottoli funzionalmente simile alle strutture note a Castelvecchio e presumibilmente destinato a circoscrivere l’abitato tardo antico (fig. 7).

Da notare che riutilizzata come architrave nella fase romanica della pieve di Santo Stefano è stata anche rinvenuta una statua stele dell’Età del Rame, in parte rilavorata nel VI secolo a.C. (fig. 8). Proprio la collocazione della statua stele testimonia che, per tutta l’età tardo antica e altomedievale, tali manufatti rimasero fuori terra nella disponibilità delle persone del luogo. Indizio, questo, di rispetto per le statue stele in sé e del perpetuarsi di una memoria millenaria nonostante il mutato contesto storico, culturale, sociale.
La collina di San Giorgio
Abbandonato ormai da secoli Castelvecchio, a partire dal Duecento sulla collina di San Giorgio un profondo vallo e una cinta muraria chiusero l’area del castello medievale di Filattiera. La torre, tutt’ora conservata in elevato, in passato fu giudicata bizantina, ma lo scavo dell’interno ha consentito di fissarne la costruzione non prima del XII secolo, nel momento in cui fu anche costruita la vicina chiesa castrense intitolata a San Giorgio (figg. 9-10). In tale chiesa, in epoca imprecisata, fu anche murata la cosiddetta lapide di Leodegar, datata al 752 e che non si può escludere provenga dalla zona della pieve. Un manufatto che rinvia a questioni importanti: fra tutte, la cristianizzazione della Lunigiana interna e la persistenza di culti pagani in epoca altomedievale (fig. 11)20.
Considerato il tema del presente contributo si deve rilevare che non è possibile escludere con certezza la possibilità che nell’area non indagata esistano tracce di frequentazioni anteriori che, per esperienza, sappiamo labili e di non facile identificazione.
Tralasciando San Giorgio, dove non vi è prova di una frequentazione anteriore al Mille, a Filattiera in età tardo antica esisteva perciò un grande castello (con una cinta imponente, una ‘caserma’ e una chiesa, posto piuttosto lontano dalla viabilità principale e frequentato per un lasso di tempo molto breve), un castello chiuso da fossati e palizzate lignee ed in relazione con un sottostante villaggio di case di legno, chiuso – almeno in parte – da un aggere; forse una torre su cui fu poi costruita la prima chiesa di Santo Stefano.


In nessun caso si ha testimonianza di edifici di pregio, di significativi manufatti d’importazione, di presenze militari sia bizantine, sia longobarde.
Le evidenze archeologiche: Aulla

L’assistenza archeologica ai lavori di ristrutturazione della chiesa e dell’abbazia di San Caprasio (fig. 12) ha restituito nel corso degli anni molte informazioni sull’evoluzione del complesso posto in prossimità della confluenza dell’Aulella nel Magra21. In sintesi, tralasciando pochi materiali sporadici, fra cui una fibula di VII secolo a.C., parte di un’iscrizione onoraria in marmo e pochi frammenti di tegoloni, si può schematizzare la storia del sito religioso distinguendo molteplici fasi.
La costruzione di una prima chiesa ad una navata (fig. 13, abside 1) dovette aversi almeno due secoli prima dell’intervento di Adalberto di Toscana che ricostruì la chiesa ampliandola (fig. 13, abside 2). In quest’ultima fase, sul finire del IX secolo, nell’abside pavimentata con lastre marmoree di reimpiego, trovava posto una sepoltura secondaria, in realtà una riduzione all’interno di una cassetta reliquiario di resti databili fra 430 e 600 d.C. (fig. 13, abside 2 e loculo A). Tale sistemazione fu svuotata intorno al Mille e i resti ossei furono ricomposti in un sarcofago di stucco al centro dell’abside di una chiesa finalmente a tre navate e planimetricamente simile all’attuale (fig. 13, abside 3, fossa B; fig. 14).


Fra fine X e inizi XI secolo si datano anche i più antichi resti riferibili all’abbazia: un corpo di fabbrica unitario, largo circa 7 metri e lungo 24 metri avente il muro occidentale in linea con la facciata della chiesa attuale e suddiviso in tre vani (fig. 12). Il centrale dei quali doveva essere la sala capitolare lunga circa 12 metri. Fin dalle origini chiesa e abbazia furono luoghi di sepoltura con un fitto succedersi di sepolture terragne sia all’interno del complesso sia nel chiostro.
All’interno dell’abbazia furono anche fuse diverse campane; nella sala capitolare, con fornello a cestone e profonda fossa in cui si sono riconosciute più fasi (fossa A; datazione radiocarbonica al 95% fra 770 e 1020; fig. 15); appoggiando lo stampo su alcuni ciottoli al fondo di una piccola fossa fusoria (fossa B, databile fra XI e prima metà XII secolo); in una struttura più grande con appoggi per lo stampo ricavati nel sedime e conservazione parziale del mantello esterno (fossa C, datata al 95% fra 1030 e 1260, ma, considerate le datazioni delle altre fosse, è probabile la parte più recente del periodo, forse non prima della metà del XII secolo).E altre campane furono fuse nell’attuale chiostro (fossa D) non oltre il XII secolo e in una navata laterale durante i lavori di ristrutturazione della chiesa databili fra XVI e XVII secolo (fossa E).

Altre evidenze importanti a cui è utile fare cenno sono la vasca battesimale rotonda in uso dal XII al XVI secolo, ubicata a destra dell’attuale ingresso della chiesa, e le strutture del chiostro con pilastri quadrati decorati con elementi architettonici figurati, la cui costruzione si data al XIV secolo, o poco prima (fig. 16). Più fasi, anche antecedenti sono però testimoniate da materiali architettonici reimpiegati nelle strutture bassomedievali e, soprattutto, moderne (figg. 17-19)22
A questo complesso insieme di evidenze archeologiche, nel 2014 si è aggiunta la scoperta di una base di torre antecedente alla fondazione dell’abbazia e particolarmente importante proprio per sviluppare la riflessione sull’argomento di questo lavoro e, cioè, il limes bizantino longobardo. Alle spalle delle absidi della chiesa romanica, i lavori di ristrutturazione di un vano destinato ad attività parrocchiali hanno portato alla luce una torre quadrata con lato di circa 7 metri e con murature larghe m 1,80 realizzate esternamente con conci squadrati di grandi dimensioni (figg. 20-21).



In assenza di qualsiasi reperto mobiliare, un carbone rinvenuto nella malta della struttura è stato datato con il metodo del radiocarbonio al 535-660 d.C. (2 sigma, 93,5%). Un periodo quindi di molto antecedente la costruzione, a pochi metri di distanza, della prima chiesa, la riedificazione con ampliamento imputabile ad Adalberto, l’impianto dell’abbazia basso medievale. Un periodo che impone di ripensare le vicende bizantino-longobarde che, nella Lunigiana interna, sono sempre state lette ponendovi al centro Filattiera. Non è questa la sede e gli studi sono in corso, ma è evidente che, per la prima volta, si è di fronte a un edificio che richiese un investimento di risorse notevole, attività di cava, maestranze specializzate e che, per questi motivi, doveva avere un’importanza del tutto particolare.
In conclusione
Alla luce delle ricerche ancora in corso ad Aulla e di quanto già noto a Filattiera, nei diversi siti indagati, è chiaro che bisogna non solo ‘tirarsi fuori’ dalla questione del ‘Kastron Soreòn’ e della presenza in loco del magister militum Aldio, ma anche riconsiderare il senso di un’importanza strategica, di Filattiera e dell’area circostante, troppo spesso richiamata, ma che sembra non avere obbligato i bizantini a investire risorse e/o stanziare truppe né, tantomeno, i longobardi a una qualche riconoscibile
attività bellica e insediativa in loco.
Inoltre, ed è di grandissima importanza, ognuna delle fortificazioni tardo antiche e/o altomedievali note in Lunigiana fa caso a sé e si differenzia da tutte le altre per ubicazione rispetto alla morfologia, relazione con la viabilità naturale o storicamente ipotizzata, materiali e tecnica costruttiva, dimensioni e partizioni interne, probabilmente storia (e memoria, resa ad esempio dalla sopravvivenza del toponimo, dalla sua alterazione o da rifrequentazioni e rifondazioni nel medesimo sito).
Se di un campione si tratta, è un campione così eterogeneo che, al momento, non si può neppure ipotizzare cosa potranno restituire future ricerche, ma, nonostante ciò, è anche un campione che ha consentito di scrivere un pezzo di storia con un grado di certezza maggiore di quanto desumibile da altre fonti.
Le datazioni di cui si dispone consentono infatti di sostenere l’ipotesi di un precoce abbandono delle strutture militari di Filattiera e lo stesso forse avvenne ad Aulla in un centro, non menzionato dalle fonti tardo antiche, ma che archeologicamente sembra essere stato di eccezionale importanza. E, in sintesi, quanto scritto nel 2010 sembra ancora valido anche per ciò che attiene allo sviluppo storico: “la presa di Filattiera, e di conseguenza della Lunigiana, dai dati archeologici a di sposizione sembra essere avvenuta nella prima fase della conquista, probabilmente ad opera di Alboino o Agilulfo, […] la conquista longobarda probabilmente avvenne ‘di corsa’ e non seguita da una politica di insediamento nella valle. La conquista dovette, quindi aversi bruciando e violentando, certamente obbligando ad abbandonare i siti difesi, ma senza distruggere cinte o devastare valli, e rispettando la chiesa e il tessuto insediativo di cui i Longobardi assunsero il controllo in un’ottica che li voleva proiettati oltre la valle del Magra”23.
E, allora, torna alla mente un brano di Ubaldo Formentini, finora trascurato, in cui si sosteneva che “la definitiva conquista del territorio appenninico compiuta da Liutprando fu meno un’impresa guerresca che un’operazione di polizia in grande stile”24. Oggi, ipotizzando una datazione anteriore a Liutprando, è questo che sembra emergere dall’evidenza e quindi occorre ridimensionare, non solo un’intera tradizione di studi segnata da una acribia notevole, ma condizionata dalla eccessiva pochezza di fonti di incerta interpretazione, ma anche l’importanza della contrapposizione territoriale bizantino longobarda, delle strategie messe in atto dalle due parti, e perfino del circuito viario che solo in epoche successive fu certamente oggetto di interventi di controllo e gestione: ad esempio nel 752 con la menzione dell’ospitale di Montelungo nella cosiddetta lapide di Leodegar. La torre di Aulla, in tutto questo, introduce ulteriori elementi di riflessione, ad esempio, obbligando a ipotizzare un maggior ruolo della bassa valle, dove l’Aulella si getta nella Magra e dove le strade costituiscono non una direttrice obbligata Sud Nord, ma un crocevia che guarda anche verso la Liguria costiera e la Toscana.
Una situazione che, però, resta ancora da approfondire con gli strumenti caratteristici della ricerca archeologica (ad esempio nei tanti castelli fra Aulla e Pontremoli mai fatti oggetto di ricerche puntuali e in quei siti che per morfologia e caratteri sono fortemente indiziati di celare testimonianze importanti) evitando altresì lo storytelling bizantino longobardo che ha funzionato, in qualche caso, come stimolo alle ricerche sul campo, ma spesso si è rivelato inconcludente se non, addirittura, sviante.
Enrico Giannichedda, Il limes bizantino in Lunigiana fra fonti e archeologia, Dall’Appennino a Luni tra età romana e medioevo, Atti della giornata di studi Berceto 26 settembre 2015, Edizioni ET, MILANO — ITA 2016
1 FERRARI 1926
2 Filattiera-Sorano 2010, a cui si rinvia per la bibliografia precedente.
3 FERRARI 1926, p. 98.
4 FERRARI 1926, p. 104.
5 FERRARI 1926, p. 105 e FORMENTINI 1930, p. 59.
6 FORMENTINI 1930, p. 39.
7 FORMENTINI 1930, p. 44.
8 CABONA – MANNONI – PIZZOLO 1984; Filattiera-Sorano 2010; GIANNICHEDDA c.d.s.
9 FORMENTINI 1930, p. 59.
10 Per un esempio recente di tentata integrazione fra dati diversi cfr. BOTTAZZI 1993
mentre le questioni stradali sono ampiamente state dibattute in DALL’AGLIO 1998 e
per i toponimi si veda PETRACCO 2009. A questi lavori e a Filattiera-Sorano 2010 si
rinvia anche per la bibliografia precedente. Si veda ora anche PETRACCO infra.
11 FORMENTINI 1930, p. 63.
12 CONTI 1975.
13 Fra gli altri, PETRACCO 2009 e Filattiera-Sorano 2010, p. 255.
14 La questione è stata recentemente ripresa in SANTINI 2013.
15 Su questo tema cfr. Filattiera-Sorano 2010, in particolare le pp. 258-261.
16 Cfr., ad esempio, PAVONI 1992, pp. 75 e 144; CHRISTIE 1989, p. 16 e CHRISTIE 2006,
p. 439.
17 Filattiera-Sorano 2010, p. 255.
18 S. Antonino 2001.
19 Le seguenti schede relative ai siti ubicati nel comune di Filattiera sono tratte, con
leggere modifiche formali, da GIANNICHEDDA c.d.s. Per descrizioni maggiormente
dettagliate cfr. Filattiera-Sorano 2010 con bibliografia precedente.
20 Temi ampiamente discussi in Filattiera-Sorano 2010, in particolare alle pp. 254-
268.
21 In generale per Aulla cfr. ARSLAN ET AL. 2006, GIANNICHEDDA ET AL. 2011,
GIANNICHEDDA 2012
22 Per questi materiali vedi il contributo di Maria Letizia Casati in ARSLAN ET AL.
2006, pp. 188-197.
23 Filattiera-Sorano 2010, p. 261.
24 FORMENTINI 1930, p. 65
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SANTINI S. 2013, Il Castrum Suriani, «Archivio Storico per le province parmensi», Quarta serie, LXIV, pp. 95-102.
S. Antonino: un insediamento fortificato nella Liguria bizantina, a cura di T.
MANNONI – G. MURIALDO, 2 voll., Bordighera 2001.
Riassunto
Le testimonianze archeologiche relative alle fortificazioni lunigianesi indagate fra Pontremoli e Aulla obbligano a riconsiderare alcune questioni: l’ipotizzata importanza
strategica di Filattiera, la natura della contrapposizione bizantino-longobarda, i tempi
e i modi dell’invasione. Privilegiando lo studio dei caratteri del popolamento ed evitando, invece, ogni storytelling avvenimentale.
Parole chiave: torri – castelli – villaggi trincerati
Abstract
The archaeological evidences related to the fortifications that were investigated in Lunigiana between Pontremoli and Aulla make necessary to reconsider some issues: the
hypothesized strategic importance of Filattiera, the nature of the Byzantine-Longobard
clash, the times and ways of the invasion. This was made by putting into evidence how
the area was populated instead of the storytelling of each event.
Keywords: towers – castles – trenched villages
Enrico Giannichedda – Istituto per la Storia della Cultura Materiale (ISCUM) – Centro
Studi Lunensi – e.giannichedda@libero.it