Cenni introduttivi – Gruppo fonetico
Valdantena è il nome della valle, percorsa dalla Magra, che comincia poco sotto Pracchiola e finisce al Molinello, alla confluenza della Magra colla Civasola che scende da Gravagna (Cisa); col nome di Valdantena si designa pure la parrocchia formata dai paeselli sparsi nella vallata. Essi sono cinque. Sulla sinistra del fiume e man mano più lontani da questo, Casalina, ove è la chiesa parrocchiale, Versola, Toplecca, divisa in due ville, in alto un gruppetto di case, La Piagna. Sulla destra, venendo dal Molinello, Previdè e poco lontano la frazione di Barcola; più in su, lungo la mulattiera che va dal Molinello a Pracchiola, Groppodalosio, diviso anch’esso in due ville, superiore e inferiore (m. 540 e 520 s.m.).
Una strada costruita poco più di sessant’anni fa unisce ora il Molinello, sbocco della vallata, a Pontremoli; l’antica via saliva invece da Pontremoli ad Arzengio e di qui alla Crocetta sul dosso di Logarghena, e passando attraverso i villaggi di Toplecca, Versola, Casalina, risalendo, dopo varcata la Magra, a Groppodalosio, tagliava trasversalmente la vallata e proseguiva fino a Pracchiola. Di qui, per la ripida salita degli Scaleri , toccava un Ospizio di cui si vedono ancora le rovine ( Ospedaletto) e s’arrampicava fino al passo di Cirone, sulla cresta dell’Appennino , donde scendeva in val di Parma, a Corniglio e a Langhirano. Dell’ultimo tratto, dall’Ospedaletto al passo, oggi non resta più, si può dire, che la traccia.
I dossi di Logarghena (diramaz. dello Orsaio) limitano la valle a sud-est; dall’altro lato è limitata dal breve contrafforte tra la Magra e Civasola che si stacca dal centro del tratto appenninico Cisa – Orsaio e scende di giogo in giogo fino al Molinello, alla confluenza dei due fiumi.
Su questo contrafforte saliva, ed è tuttora abbastanza frequentata dai valligiani per recarsi in Lombardia (così chiamano ancora la regione d’oltre Appennino , una altra strada che arrivava al centro del tratto appenninico suddetto: di lassù il viandante poteva o piegare a destra verso il passo del Cirone e in val di Parma; o scendere direttamente (Val di Baganza); o volgersi a sinistra verso la Cisa e Berceto e di qui in val di Taro.
L’una e l’altra strada, specialmente la prima, erano battute in antico; da l’alta valle di Magra se, per recarsi a Berceto e a Fornovo, prendevano la strada della Cisa, per andare a Corniglio la via più corta era quella di Pracchiola – Cirone; prova evidente, anche se altra non ne avessimo, fu quella di aver edificato lassù, ai piedi del valico, l’ospizio accennato, tenuto dai Monaci d’Altopascio. Dal soffermarsi de’ viaggiatori e pernottare a Groppodalosio, ove le due strade accennate si riunivano, è probabile che questo paesetto prendesse il nome ( Groppo d’alloggio). Così molto più intensi che non oggi, in cui la vita della vallata gravita totalmente verso Pontremoli, e le nuove e più facili comunicazioni col Parmigiano hanno soppresso i faticosi viaggi a piedi pei valichi montani, erano gli scambi e le relazioni dei Valdantenesi co’ paesi d’oltre Appennino; li favoriva la facilità e la vicinanza del valico, l’identità della vita agricolo-pastorale; li favoriva la stessa relativa distanza e la disagiata via di comunicazione con capoluogo politico Pontremoli.
Di qui si spiega forse, per venire al dialetto della Valdantena, un doppio fenomeno: da un lato la presenza, nel dialetto valdantenese, che pur appartiene decisamente al gruppo dei parlari di Val di Magra, di suoni che risentono dell’emiliano; dall’altro la mancanza in esso di alcuni altri che sono così comuni nel pontremolese, come ad es. quello dell’u lombardo ; se pure (osservando che l’u lombardo trovasi pure nel Cornigliese) non vogliamo assegnare que’ fenomeni ad evoluzione tutta propria della fonetica valdantenese, sopravvivenza forse di condizioni politico – economiche e di speciali ragioni che ci sfuggono.
Ai competenti ne lasciamo il giudizio; e assommando, in certo qual modo, l’uno e l’altro fenomeno, notiamo le differenze più caratteristiche tra il dialetto di Valdantena e quello di Pontremoli.
Osserveremo intanto che “in montagna si va come si può”, come scriveva il Restori a proposito delle sue Note fonetiche sui parlari del Pontremolese; così, in mancanza dei segni tipografici solitamente usati in lavori di glottologia – né si potrebbero esigere da un periodico come il nostro – cercheremo di supplire con frequenti richiami e avvertenze.
Negli esempi citati la maiuscola P. indica la voce pontremolese, la V. il valdantenese.
I.
a) Turbamento prodotto da nas. n su tonica precedente in desinenze romanze, o amche in parole radicali. 1. des. – onus – a < P. ón, óna, V. áun – áuna dove (nel V.) a tende ad o, ed u si pronuncia debolmente:
bono P. bon ( o chiusa) V. báun – –
———– P. patóna V. patáuna —
corona P. corona V.coráuna
2) desin. – inus a < P. in – ina, V. áin ove a tende ad e e la i si pronuncia debolmente
—- P. mondìna V. mondáina (bruciata)
____ P. busin V.busáin (micio)
Così per citare parole caratteristiche del dialetto valdant., porváin (nevischio gelato), poráine (erbe da fare la torta), dorkáine (castagne secche e sbucciate, cotte nell’acqua), bragáin (fanciulletto), conáin (c pal., agnellino, voce infantile). Ed anche in radici: i lungo + n: vinum < P. vin < V. vain — pinus < P. pin < V. pain
3) Nesso lat. – ing < ora – ing, ora aing ma da des. germ. – eng si ha aing .
- cing(u)la < P. cinsa ( s dolce), V. cinga ( g. pal) ……….lingua P. lingua V. láingua ……. P. storlenga V. storlaiga
Così potláinga (bacca rossa della rosa canina): lasciamo agli etomologisti il trovare la derivaz. di questa voce!
4) Des. —ent(us), a < P. —-ent. —a < V. ant, a (a tendente a e):
- ru(di)menta rumoenta rumanta
Così vant (vento) dant (dente) a momanti (tra poco).é
Ben rari nel V. gli avverbi in-mente se alcuno oggi si nota, è accattato.
5) Des. —énu, a < P. én, a < V. ain, a . coll’a tendente ad e la i appena sensibile:
plenus < P pién V. piain
foenum < P. fén V. fain
caténa < P. cadéna V. cadáina
6) Nesso ens < e(n)s < V. ais (s dolce) – mense < mais; *rotense < rofais (la ruota ad asse verticale del mulino a palmenti).
A.P. < és (e chiusa, s dolce).
7) Nesso — ónt < P. ónt < V. áunt coll’a chiusa, u appena pronunciata:
ponte < P. pónt ( o chiusa) V. páunt
monte < P. mónt V. máunt
Così cáunt (conto e conte) – praunt (pronto) etc.
8) Des. un(us) < P. — un (u lomb) < V. aun. Sono il num. uno e composti: unus P. un (u lomb.) V. áun ( a chiusa ) – * cert(us) unus cerdáun
Quando è artic. indet. < V. on. La des. femm. — una invece si conserva anche nel V. : funa, luna, fortuna.
9) Des. – un(c)t(us), a < P. — unt (u lomb.), V. — unt (u tosc.)
punctus < P. punt < V. punt
bis-unctus < P. bsunt < V. bsunt ( s dolce)
Abbiamo invece V. maunt (a chiusa) da mun(c)tus: forse è per analogia col nesso —ont (v. n. 7) attraverso a * mon(c)tus. Così si spiegherebbe anche Sonta ( o chiusa, Assunta) da Assumpta, attreav. ad Asson(c)ta.
b) sdoppiamento del suono della nas. n in desin. — ána, che si conserva intatta nel P., ma a V. dà due suoni di n: il primo decisamente nasale, il secondo palatale-dentale: fenomeno assai strano!
*tra(ns)montana < P. tramontána < V. tramontanna , pronunciando i due n come sopra. Così, lanna, capanna, sdondánna ( si scuote, vacilla, 3. sing. di sdondanár da un * ex-undinare).
c) Turbamento prodotto da liquida su tonica o precedente.
- Des. —ore, a < P ó , óra ( o chiusa) V. aur, aura (a chiusa)
fiore < P. fiór < V. Fiaur
messor(i)a < P. amsòra V . amsàura
hora < P. óra < àura
Così riváur (pelle tenera delle castagne sotto la buccia) armadáura (palo di sostegno delle viti, claur (colore), aligidáur (uno dei due ciocchi posti orizzontalmente e paralleli sul focolare per sostenere i testi quando si scaldano); postula un * regitore.
2) Des. — ole di voce radic. < P. ól (o chiusa) < V. aul —sole < P. sol < V. Saul
Resta però invar. la desin. —ole di femm. plur. ed —ola di femm. sing.: sola, sole, Carola.
d) Des. dal suff. —iolus, eolus, a: ha dato una contraz. che suona oe nel P. e chiusa nel V.
filiolus < P. fioé < V. fié
filiola < P. foela < V. fiéla
- nuceola < P. nicoela < V. nicéla
Così V. pigné (pignuolo), staré (testaroli) maiéla (Magliolo), carzé, paré (paiolo) etc.
e) Des. — ét(tus) < P. — oet, V. át ( a tend. ad e)
- palettu < P. paloet < palat ( palo di sost. d. viti)
Così V. Sdalat (Ospedaletto, sopra Pracchiola ); galat ( latte rappreso e raccolto per farne il cacio) pikhhjat ( y implicato del Restori = martello di legno per “sricciare” le castagne) ghjaráta (g implicato: vaso di terra per liquidi con manico ad arco sulla sommità e beccuccio), bordát (brodetto) strat (stretto) pardlát (ciottolo, da *petrettus). Da * lapideu, attraverso * lavigeu, * lavigettu si ha V. laugát (g pal.) piccolo laveggio.
f) Des. –ósus, a < ós, a ( o chiusa, s dolce) V. aus, a (s dolce) – curiosus < P. curiós < curiáus.
Così pardáus (petroso) kjeráus (j implic. che fa buona cèra), Ambraus (fidanzato) etc.
g) Finale —oce , < P. – ósa ( s. dolce) V. — dusa ( s dolce, a chiusa)
voce < P. gósa – váusa —– Così fausa
Quanto alla fin. —uce , se deriva da u breve ha dato P. —ósa (o chiusa s dolce), V. –áusa ( s dolce)
cruce < crósa <cráusa
nuce < nósa < náusa
Se da u lunga in P. e V. dà —usa ( s dolce) luce < lusa
II
a) Esito diverso di vocale tonica (breve o lunga) nel Pontremolese e Valdantenese. Notiamo i casi più evidenti:
- E lunga e i breve. In sillaba aperta danno P. e (chiusa) V. ai ( a tend. ad e). Esempi, per e:
sera P. sera V. sáira
teg(u)la P. tega V. taiga
Così P. tela V. taila, P. a créd (io credo) V. a cráid e V. váina (vena), kandáila (candela) etc.
Per i :
pilus P. pel V. pail (pelo), e ancora V. Fáida, náiva, sáida, (sete), páivar (pepe) naigar (nero).
In posiz. lat. o romanza < P. oe, V. a (tend. ad e)
semper soemper sampar
foem(i)na foemna famma
vir(i)dis voerd vard
cin(e)re çoendra candra ( c pal.)
(e)piscopo voesk vask
2) O breve, in sillaba aperta:
P. oe, V. e (chiusa)
focus < P. foegh < V. fégh
solea soela séla
bove boe bé
Così V. nev (nove) féra (fuori) legh (locus) élie (olio) fédra (fodera) e forse da una rad. re-cok – la voce archés (s dolce) cioé quella piccola quantità di latte che s’aggiunge al siero, dopo aver fatto il formaggio, per trarne la ricotta.
3) U lungo, in sillaba aperta:
P. u lomb., V. u toscano
Così si pronunciano a P. con u lomb. fum, mut, fortuna, sudor etc. mentre a V. decisamente con u toscano
b) 1) Ove il V. conserva c e g palatali e z sorda (o aspra) il P. le muta rispettivamente in ç ed s (ora dolce, ora aspra).
cerasa < P. çiresa < V. ciresa
calig(i)ne < calisna (s dolce) caligna (g pal.)
jugu < sov ( o chiusa s dolce) gau ( g pal).
collatione < clasión ( s aspra) claziáun
2) Così il V. offre spesso quello che il Restori chiama j implicato ove il P. presenta c palat.
Così P. césa (chiesa) V. kjesa, — cucár (c pal.) V. cukjar (cucchiaio)
Dalle succinte osservazioni finora fatte appare prevalente nel Valdantenese il suo a attenuato, ne’ numerosi casi accennati, da una lievissima tendenza all’e o all’o originari: all’ a tonica segue spesso una i, su cui passa spedita la voce, quando la tonica deriva da orig. e; segue una u, anch’essa, debolmente pronunciata, quando deriva da origin. o. Caratteristica l’assoluta mancanza nelle turbate oe, u lomb., per cui il dialetto della vallata (Vald. e Pracchiola) differisce dagli altri del territorio pontremolese.
Accennate così, per sommi capi, le principali differenze col pontremolese, rispondiamo agli altri quesiti della Giovane Montagna.
Gruppo morfologico
- Forma del pronome “io”. In Vald. fa mé (e aperta) Nelle 1. pers. de’ verbi si ha sempre la protetica a; nelle 3. i.
a fag (faccio) a fama ( a tend. ad e facimus) i fa (facit) i fan (faciunt)
Se il verbo comincia per voc. la protetica é sostituita dal sing. da mè , al plur. i, che diventa semicons. : mè àuz; (io alzo); j’àuzin (alzano).
2) Forma dell’articolo. Articolo determ. : Masch. sing. : l avanti a vocale: l’orbàg (l’alloro) l’arad (aratro) l’aurúi ( il catenaccio), ar davanti a cons. b, c guttur., f, g guttur. n, p, v; o davanti a c e g pal. d, j, l, n, s, t, z. Es. ar bé, ar car, ( il carro) ar fer, ar gat ( il gatto) ar moràc (c pal.: il pennato) ar palédar (sorta d’erba) ar védar (il vetro); ma invece o ciàr ( il margine erboso dei ripiani seminativi dette “scie”), o did (il dito) o gvanèl (g pal.: il vermiciattolo delle castagne, che cade nel gradile quando son poste a seccare), o jasÍl (parte della treggia), o lavag ( g pal.: il laveggio) o ni (il nido) o sàul (il sole) o tér ( il piede degli alberi) o znábar ( il ginepro).
Masch. plur. sempre i; davanti a parole comincianti per vocali j: i pói ( gli uccelli), j’ asin (gli asini).
Femminile: sing. la che si apostrofa davanti a vocale: la gurgàla (escrescenza rotonda e legnosa del cerro) laiava (l’ape) l’arta (l’arte) — plur.: al avanti a conson.: al pégre ( le pecore); al + j un protetico che si unisce alla parola seg., davanti a vocali a, e : al jave (le api) al iásne (le asine) al jérbe (le erbe; agl’ (suono it. di gli) + i protet. davanti ad o, u: agl’agl’iaumbre (le ombre) agl’iúnghje (le unghie: j impl.).
L’art. indeter. è on avanti a cons., n’avanti a voc. pel maschile; ‘na av. a cons., n’ avanti a voc., per femminile. Non è però raro il caso, quando il nome preced. dall’artic. deve avere una forza speciale ( nelle espressioni di sdegno, di minaccia,. ecc. sentire pel femm. l’intera forma: ona, on’ ( a pÎi óna stanga e….)
Gruppo lessicale
- Ape. In V. < iáva. con scambio di lab.
- Aratro < aràd. Parti: la pèrgda, o timáun (a tend. ad o): il cavicchio, in cima alla pertica, che s’attacca al giogo; o cok (c pal.): la parte massiccia centrale da cui sporgono al pane ( a tend. ad e: le alette) la cóga (stiva) la goméra (vomere); narvál è il cavicchio di legno che serve ad alzare ed abbassare l’aratro.
3) Falce: amsáura ( con la a tonica tend. ad o) la falce pel grano, < * messoria; fèr da sgar ( s dolce) la falce pel fieno. Segare < sgar (s dolce)
4) Ricotta < arcóta
5) lucciola < nicla (c pal.) < * luceola
6) Imbuto < tortiré * tra(je)ctar(i)olu (m)
7) Scopa o stipa < uls (s dolce), da ul(i)ce. L’erica bassa che ricopre il terreno dei vasti castagneti è chiamata grom ( o chiusa)
8) La porca non ha voce che nel V. le corrisponda
Appendice
Etimologia delle parti della treggia.
Non è stata, credo, ancora fatta. La gente di montagna conosce bene questo veicolo, che va scomparendo, sostituito dal carro, man mano che lo permette il miglioramento delle strade. E’ una specie di slitta trascinata da buoi o da vaccine aggiogate ( a V. esclusivamente da queste) che chiunque può vedere nella casa d’un contadino di montagna. E ciò ci dispensa da una prolissa descrizione, che riuscirebbe ad ogni modo sempre oscura.
Diamo le diverse voci in dialetto di V. :
Traga ( g pal.) < trahea da traho.
Gambli i due lunghi pali che da un lato, divergenti, strisciano a terra, dall’altro sovrapposti s’attaccano al giogo. Nel punto ove si sovrappongono sono tenuti insieme da un cavicchio di legno o di ferro, detto Kaikj (j implic.). Gambli, da * gamb(u)lu (?) dal b. l. gamba.
Kaikj da * kav(i)cu
Iasil ( s dolce) il palo centrale della treggia, di sezione quadrata, un po’ arcuato in alto sul davanti, nel quale sono infisse le stantare e le maisle. Per questa voce cfr. Schnell, Less., a zasil.
Stantáre le due assicelle verticali, traforate in cima per fermarvi il parksèl 8 v. sotto) che servono a sostenere tra loro il carico di fieno < [assis] * s(u)stentaria.
Maisle < mens(u)lae; le due, o anche tre assicelle infisse orizzontalmente nello jasil e fermate ai gambli e ai pé mediante le kaikje. Il nesso -ens – ha appunto, nel Vald., un esito in ais ( v. retro, a, n. 6) con s dolce.
(i) Pé, piedi: altri due pali striscianti, attaccati per un capo all’estremità di ciascun “gambal” mediante le kaikje < pedes.
Kaikje (j implic.) < * ka(v)ica, quattro cavicchi ben sporgenti che fissano insieme, le due anteriori i pé, i gambli e le maisle, le due posteriori i pé e la maisla.
Parksél un paolo do due fori in corrispondenza delle stantáre nelle quali, traforate in cima, si fissa quando la treggia è carica di fieno. Per comprimere il fieno, si percuote con una pietra il parksél fino a toccare le stantáre, alle quali si fissa con cavicchi; onde il suo nome: < *perk(u)ssellu.
Parksadáura ( a ton. chiusa) la pietra colla quale si percuote il parksél; < [petra] * perc(u)ssatoria.
Can. Emilio Cavalieri, Appunti sulla fonetica del dialetto di Valdantena, Parma, Stamperia Bodoniana, 1929