I LONGOBARDI SUL MONTE BARDONE

di Ubaldo Formentini

Gli scrittori moderni, e possono essere un Bormann o un Pais, leggendo in Livio che l’anno 536 di Roma il console Sempronio, dopo l’esito sfavorevole della battaglia sotto Piacenza, si ritirò a Lucca, diranno che il passo è dubbio, o corrotto, non sapendo immaginare una strada di valico che congiungesse direttamente questi due punti. Gli è che tutti noi siamo straordinariamente suggestionati, nei nostri giudizi storico-geografici, dall’orientamento e dalla tecnica della viabilità moderna; e non ho che da richiamare su questo punto le belle osservazioni del Giuliani, nella sua prelezione agli studi folkloristici promossi dalla “Giovane Montagna”: aggiungendo che, se estendessimo la nostra ricerca alla letteratura preistoriografica, vedremmo che molte fra le più divulgate ipotesi di migrazioni di popoli, invasioni, commerci, influenze artistiche e culturali, ecc., sono determinate dal medesimo preconcetto.

Le strade moderne preferiscono i tracciati lungo il corso dei fiumi e cercano l’approccio ai valichi attraverso le valli trasversali alla catena appenninica; considerano insomma la catena stessa come un “ostacolo” da superare nel punto delle maggiori depressioni. L’Ingegneria e il lavoro moderno celebrano enfaticamente le loro “vittorie” sulla montagna, iscrivono nei loro fasti i nomi delle umiliate giogaie. Ma per gli uomini che vivono ad una determinata altitudine le montagne non sono dei nemici. Se noi ci trasportiamo da uno ad un altro livello di stanziamento umano e di localizzazione delle industrie (e in qualunque punto della nostra montagna possiamo cogliere i segni reali di questo perpetuo saliscendi), muta ai nostri occhi la carta stradale ed insieme, prodigiosamente, la geografia politica dei territori. Non è la stessa cosa che esista o non esista Velleia, o, per prendere un fatto apparentemente insignificante, che comandi alle strette della Magra Bibola invece che l’Aulla. I gruppi politici, le circoscrizioni maggiori o minori sono necessariamente orientate sulle strade: infatti non sono che dei limiti di possedimento, di espansione, di potenza segnati dal passo degli uomini.

La tecnica stradale, ed i connessi orientamenti umani, sono determinati in modo precipuo dal fattore demografico. Trattasi d’un fattore perpetuamente mobile; non credo infatti ( e qui mi discosto un poco dal Giuliani) che si possa opporre un sistema “naturale”, fisso, a sistemi considerati come “artificiali”. Le strade odierne rappresentano, in fondo, gli itinerari dei cives dei mercatores e dei burgenses: e sono naturali in una data fase di civilizzazione. Per le strade di lungo tragitto, ed in particolare per quelle di valico, del nostro Appennino, l’orientamento è dato, principalmente, dalla distribuzione dei centri urbani nell’uno e nell’altro versante; ed esso muta, nel tempo, a seconda che l’influenza dell’uno e dell’altro centro è maggiore o minore, e , nell’insieme, a seconda che la montagna è unita o separata dalla città, soggetta od opposta ad essa; cioè col fattore demografico, concorrono fattori politici.

Gli attuali concentramenti urbani, in larga zona, ai due lati dell’Appennino Settentrionale, datano dalla colonizzazione romana. E’ tuttavia un grave errore postulare l’identità, sia pure relativa, del sistema stradale e dell’ordinamento amministrativo romano e moderno. Errore che tien dietro all’altro d’identificare territorialmente la diocesi e il comitato medioevale con il municipio romano. L’ordinamento diocesano si conforma, se mai, in parte, alle descriptiones del Basso Impero (quella di Teodosio il Grande?) le quali riflettono un periodo di profonda decadenza economica e demografica della regione montuosa dell’Appennino . Basti dire che non vi ha traccia di circoscrizioni diocesane corrispondenti ai municipi montani di Libarna e di Veleia. Invece, l’ordinamento municipale appenninico dell’età classica (che possiamo far risalire all’età repubblicana) è caratterizzato dall’esistenza di questi e simili centri autonomi nella regione montuosa, indipendenti dalla città della pianura.

L’ORDINAMENTO MUNICIPALE ROMANO

Noi non possiamo tracciare la carta stradale romana senza tenere conto di queste localizzazioni demografiche, per quanto, come ho avvertito altra volta, nella viabilità romana abbiano potuto prevalere esigenze superiori agli interessi puramente locali. Ma sotto il tracciato delle grandi vie consolari si possono scorgere i segni di una fitta rete intermunicipale, rivelataci, appunto, dall’orientamento dei gruppi politici. In esse si manifesta la sopravvivenza di condizioni d’esistenza preistoriche. Nel processo delle attribuzioni, via via, coll’estendersi delle conquiste militari, i pagi alpestri furono aggregati alle colonie, secondo l’orientamento delle vecchie strade di comunicazione, vale a dire secondo le loro antiche esigenze di vita. Restituiamo, infatti, così come è testimoniato dalla Tavola di Veleia, l’ordinamento municipale nella regione appenninica che più c’interessa:

Il municipio veleiate, circoscritto nel versante adriatico dell’Appennino che ora chiamiamo piacentino, giungeva dalle rive della Trebbia allo spartiacque fra la valle del Ceno e la valle del Tar, dove incontrava il municipio lucchese: questo, a sua volta, dovea risalire la val si Serchio, la val d’Aulella, la val di Magra superiore e l’Alta val di Taro. L’asse delle due circoscrizioni riunite è rappresentato da una linea diagonale rispetto allo spartiacque appenninico, corrispondente all’indirizzo delle strade che il Giuliani chiama naturali, cioè sono appropriate alle condizioni di vita di popoli che coltivano la montagna. Infatti a questa linea ideale corrisponde un’arteria stradale che conosciamo soprattutto per documenti dell’Alto Medio Evo ( la strada del Bratello, magistralmente illustrata da Giovanni Mariotti), ma che, possiamo identificare, a ritroso, con l’itinerario del console Sempronio Longo, menzionato nelle prime righe di questo scritto.

Nessuno ch’io sappia, ha mai cercato il vero significato di quella curiosa “anomalia” che presenta il confine parmense nell’Alto Medio Evo, coll’abbracciare la valle superiore della Secchia e portarsi al confine della Garfagnana. Questo è indubbiamente un segno antico, poiché già dal tempo degli Ottoni questa divisione è scomparsa, e il gastaldato parmense di Bismantova s’è unito col Comitato di Reggio. Anche in questo caso l’orientamento delle circoscrizioni Parma-Lucca, riferito all’antichità classica, rende manifesta una direzione non meno “naturale” della precedente; e d’essa un solo, ma preciso, ricordo abbiamo nella via citata da Antonino, lunga circa cento miglia, da Lucca a Parma, che invano taluno s’è sforzato d’identificare con la via della Cisa.

La caduta dell’Impero segna il tramonto della civilizzazione urbana, e , se vogliamo, della civiltà nell’unico senso della parola. Ma per la campagna si preparano le condizioni d’una lenta rinascita. L’autonomia del contado (preparata già nel Basso Impero dalla relativa indipendenza giurisdizionale e amministrativa del fondo signorile) procede col lento distacco dal territorio urbano, fino a diventare, nell’età feudale, un vero predominio della Campagna, e più specialmente della Montagna, sulla città.

La Montagna ricrea e moltiplica i propri centri del tipo Libarna e Veleia; sorgono così sul territorio nostro Bobbio, Torresana, Bardi, Suriano (Filattiera), Carfaniana (Piazza), Ferronianum, ecc. capoluoghi, nell’età longobarda-franca, di gastaldati e comitati. Il moto si conclude, nell’insieme, col definirsi di una vera provincia di montagna (Alpes Appennine), la quale stacca l’Emilia e la Flaminia dalla Toscana augustea, e realizza un tipo rappresentativo di circoscrizione, eliminante del tutto, nella zona dei monti, le antiche influenze metropolitane.

LA PROVINCIA DELLE ALPI APPENNINE

Come ho osservato in altra occasione, con la Provincia delle Alpi Appennine, unita colla Provincia delle Alpi Cozie (la quale, a differenza della prima, comprende un limitato numero di città, però, quasi tutte preromane), si ricreano miracolosamente i confini della Liguria preistorica in lotta coi Romani. Le strade che noi possiamo riferire a questo periodo riproducon gl’itinerari di guerra dei Liguri antichi ed assumono, normalmente, quella direzione lungo la cresta dell’Appennino, o diagonale rispetto ai valichi, di cui sopra abbiamo fatto parola: sarà la via del Bratello, nella direzione Lucca – Piacenza, saranno le strade che dal litorale toscano e ligure corrono a Bobbio, e , per la via del Pènice, a Tortona, saranno le strade percorse dagli Attoni per espandersi dalla valle del Serchio nel contado di Parma e di Reggio.

Nell’età carolingia, specie per l’attrazione esercitata dal potere vescovile, l’unione vicendevole dei gastaldati e comitati appenninici dilegua; il comitato si conforma alle divisioni diocesane, le circoscrizioni della montagna sono aggregate al comitato cittadino, con un processo molto simile a quello della romana attributio. Così Luni assorbirà i gastaldati di Suriano e di Piazza, Reggio, quello di Bismantova nell’alta Secchia. Ma l’organismo delle Alpes Apennine persisterà a lungo nelle federazioni gentilicie accampate sui limiti dei comitati, e non verrà meno che col trionfo definitivo dei comuni cittadini. Soltanto in questa età, e per effetto delle lotte vicendevoli fra comune e comune (si osservi il lento delinearsi del confine piacentino-parmense nella valle del Taro: secondo la varia fortuna delle campagne militari, a cui partecipa Pontremoli, erede del gastaldato di Soriano) si modella quel reticolato di circoscrizioni, facenti capo allo spartiacque appenninico e ordinate in senso trasversale, lungo le linee dei contrafforti, che è rimasto impresso nell’ordinamento provinciale moderno e si osserva principalmente nelle confinazioni provinciali del versante adriatico. Le strade di valico prendono allora, preferibilmente, la direzione da Nord a Sud, e mostrano un tracciato rispettivamente simmetrico nel quale, vedendo bene, si riflettono le medesime leggi di concorrenza che sono postulate nei moderni teorici della viabilità ferroviaria dei valichi .

Questo saggio all’ingrosso d’una classificazione cronologica dei sistemi stradali in relazione con la storia delle costituzioni locali , è fatto solamente per dimostrare l’importanza dello studio degli itinerari e, diremo, in generale, dell’adozione di un criterio topologico per risolvere questioni storiografiche fra le più gravi, invano lungamente dibattute coi soli argomenti dell’erudizione e della filologia. Ma è chiaro, del pari, che ognuna delle questioni da noi sfiorate, per molte delle quali le nostre vedute si pongono in perfetta antitesi alla comune opinione, richiederebbe un volume di prove. Questo basta per giustificare la verifica analitica e necessariamente saltuaria della carta stradale dell’Appennino che noi abbiamo incominciato, e continuiamo in queste colonne.

LA STRADA DELLA CISA

Che la strada della Cisa sia molto anteriore alla via francigena, illustrata da insigni monumenti storici e letterari, è cosa che tutti sanno. La data di fondazione dell’Abbazia di Berceto testimonia la sua esistenza per lo meno nei primi del secolo VIII. Per il periodo che precede questa data si sogliono citare due fatti della storia longobardica connessi col Monte Bardone. Il primo sarebbe l’entrata per questa via di Rotari nella “Maritima” intorno all’anno 436; passaggio non precisamente testimoniato, ma probabile. L’altro ricordo, riferito a Gromoaldo, che nel 567 avrebbe condotto i Longobardi attraverso il monte Bardone per piombare sopra Forum Pompilii, è insussistente; per assalire Forlimpopoli non si passa dalla Cisa; il brano di Paolo Diacono dimostra soltanto che il toponimo “Monte Bardone” era assai diffuso nell’Alto Medio Evo e poteva essere riferito anche ad un passo dell’Appennino dell’attuale Romagna.

Ma più importanti sono le relazioni che, intorno alla Cisa i Longobardi ebbero coi Bisantini.

Le ricerche, in questo ultimo ventennio specialmente curate e perfezionate da storici tedeschi, sopra il famoso confinium della “Promessa” di Kiersy, fanno intendere che per la Cisa passasse una vecchia strada bizantina, la cui esistenza sarebbe spiegata dalla situazione in cui erano venute a trovarsi rispettivamente le province adriatiche e tirreniche dell’Impero in seguito alla invasione longobardica. Problemi attraenti ed oscuri, sui quali il Kehr, il Caspar, lo Schneider hanno portato vedute innovatrici, senza però riuscire, specialmente per difetto di Cisa, la quale discende dal valico per le groppe digradanti dei monti a Pontremoli, segue, a valle passo passo, il corso della Magra e poi continua, in linea parallela alla spiaggia, per la Toscana, è, secondo il modo d’intendere comune, una strada naturale; salvo variazioni locali insignificanti, ognuno penserà, il suo cammino non può aver subito grandi spostamenti.

Infatti la strada della Cisa, che oggi si fa in automobile, è fissata nelle sue tappe principali, in modo sicuro, da più di nove secoli; Sigerico di Canterbury che la percorse circa l’anno 990 così la designa: ” Luna Sce. Stephane, Aguilla, Puntremel, Sce Benedicte” cioè, come tutti capiscono, Luni, Santo Stefano, Aulla, Pontremoli, Montelungo; e non cito gli itinerari dei secoli XII e XIII che sono a tutti noti, né le fonti letterarie dell’epopea carolingia. Ma questa strada era la stessa che segnava il confinium della Promessa di Kiersy? Non ne siamo affatto sicuri. Frattanto è certo che alla data della Promessa (754) non esisteva l’Aulla, fondata assai più che un secolo dopo (884) e non esisteva Pontremoli, o, comunque, non aveva nessuna importanza; il capoluogo dell’alta valle del Magra, che i viaggiatori del secolo X ormai trascuravano, era stato nel secolo VIII, Suriano (Filattiera), ricordato dai geografi bizantini (Giorgio Ciprio)come “castrum”, poi capoluogo d’un gastaldato longobardo e franco; e in luogo dell’Aulla penso che dominasse le strette della Magra e dell’Aulella, come antico “castrum” bisantino, Bibola, essendo ricordata nell’Anonimo Ravennate il quale non nomina che città e castelli. Vecchi capoluoghi che decadono, nuovi che li sostituiscono, e l’allungarsi o l’accorciarsi delle tappe, il mutare delle stazioni , tutto dice che la strada ha subito dei cambiamenti; per esempio, l’oscillazione Bibola-Aulla ci fa persuasiche la strada bisantina non conosceva il tracciato che a noi sembra naturale, Aulla, S. Stefano, Sarzana, ma doveva raggiungere Luni, superando lo spartiacque dell’Aulella, per Bibola, Ponzanello, Monte Nebbione, e per la valle del Bétigna. Ma di ciò a suo tempo.

Poiché il nostro scopo è di rivolgere più specialmente l’attenzione alla storia longobardica della strada, licenziamoci in fretta dalle ricerche bisantine, e torniamo all’argomento.

Se il re Liutprando, secondo la testimonianza di Paolo Diacono e di Flodoardo, fondò al sommo del Monte Bardo9ne l’Abbazia di Berceto, e la donò poi ad un pellegrino francese, il vescovo S. Moderanno, è segno che la strada era già frequentata, a questo tempo, dai pellegrini dell’Alta Italia e d’Oltralpe che andavano a Roma. Al tempo di Liutprando, e forse soltanto con lui, ogni avanzo del dominio bisantino era scomparso nell’antica Provincia Maritimna Italorum e più specialmente a Luni e nell’Appennino lunese-emiliano: il re lombardo era ormai il solo padrone della vecchia via di Cisa. Ma, fino a poco tempo innanzi, questa era stata riservata all’Impero Orientale, sotto un regolamento di diritto internazionale di cui possiamo intravedere l’esistenza senza conoscerne in nessun modo i termini e le regole.

Avanti il regno di Liutprando e finché i Bisantini tennero piede nella Maritima (sia pure ridotti al dominio di poche città e castelli isolati) i Longobardi usavano la strada della Cisa in comunione coi Bisantini, od erano ad essa del tutto estranei? E in questo secondo caso come avevano provveduto alle comunicazioni transappenniniche fra l’Emilia, la Liguria e la Tuscia, che non potevano evitare il Monte Bardone e le alti valli adiacenti della Magra e del Taro ? Non è dato rispondere categoricamente a tutti questi quesiti: si può però affermare, con abbastanza sicurezza, che i Longobardi conobbero una strada attraverso la Cisa congiungente il Parmense con la Riviera Ligure e con Genova, una diramazione dalla quale, sotto Pontremoli, costituiva in pari tempo una comunicazione con la Tuscia.

L’OSPEDALE DI MONTELUNGO

Tocca il merito allo Schneider d’aver ritrovato, con la felice integrazione d’un mutilo diploma reale longobardico, una notizia dell’ospedale di San Benedetto di Montelungo assai più antica di quelle che sono state adoperate sinora dagli scrittori nostri sebbene lo storico tedesco sviato da una “glückliche Entedeckung” del Kehr, abbia perduto in parte il frutto della sua scoperta con una identificazione del tutto erronea dei fines Sorianenses ricordati nell’atto stesso. Trattasi d’un diploma del re Adelchi dato nel l’11 novembre 772 nel quale si ricapitolano e confermano le vecchie concessioni all’Abbazia del San Salvatore ( poi di S. Giulia) di Brescia, antico cenobio longobardico di regale fondazione; fra i monasteri assoggettati all’Abbazia se ne ricorda uno in loco qui dicitur Monte (longo), nei confini di Suriano, nominato poscia, senza possibile equivoco, come hospitale, in altri diplomi, alla stessa Abbazia bresciana, di Lotario e di Ludovico II (851, 861, 868).

Ora noi sappiamo, in più dello Schneider, presso a poco la data di fondazione dell’ospedale di Montelungo, essendone iscritta la memoria in una lapide che ritroviamo appunto in Suriano, scoperta e illustrata da Piero Ferrari e da Ubaldo Mazzini, datata l’anno quarto del regno di Astolfo, cioè l’anno 752. Un ignoto personaggio celebrato dalla lapide, mutila proprio nella parte del nome (che si tratti del vescovo Leodegar, come suppone il Mazzini, non giurerei: – e non potrebbe essere piuttosto un castaldo di Suriano, visto che l’ospedale di San Benedetto non appartiene poi alla chiesa di Luni, ma alla reggia longobardica?) tra le memorabili opere di pietà e di religione compiute nella sua vita, ha fondato, dice l’epigrafe, la cappella con l’ospedale di S. Benedetto, la quale notizia concorda con altre riferite, pur senza precisione cronologica, da vecchi cronisti pontremolesi. Un personaggio morto nel quarto anno d’Astolfo ha compiuto senza dubbio il maggior corso della sua vita nel regno di Liutprando; la data di fondazione dell’ospedale di Montelungo si ravvicina, dunque, a quella della fondazione dell’Abbazia di Berceto, fatta appunto da Liutprando nel secondo decennio del secolo VIII; e questo contemporaneo manifestarsi di grandi iniziative e cure ospitaliere indica un momento culminante nella storia della strada di Monte Bardone, a cui l’una e l’altra istituzione appartengono.

Ma il personaggio di Suriano ha costruito insieme un’altra “aula”, dice l’epigrafe, sotto il titolo di S. Martino, e se anche questa, come è probabile, è connessa

con un’opera assistenziale pei viandanti l’identificazione della chiesa di S. Martino ci servirà per fissare un nuovo punto della strada a cui provvedevano, con tanto fervore, nei primi del secolo VIII, la corte e i dignitari del regno.

Fra le molte chiese che portano il titolo di S. Martino, il Mazzini ha scelto la chiesa della Durasca, poiché ha memorie assai antiche, risalenti al secolo X, e perché la sua architettura ricorda monumenti del secolo VIII, specie la cattedrale di Brugnato le cui origini risalgono appunto a questa età. Non opporrò argomenti negativi alla ipotesi del Mazzini, ma un’osservazione ovvia, in linea di probabilità, mi sembra questa: che “l’aula” di S. Martino fondata dal dignitario di Suriano debba ricercarsi in territorio più prossimo a S. Benedetto di Montelungo, che non sia la lontanissima chiesa della Durasca, e preferibilmente nell’ambito dei fines Surianenses. Ora in questi confini, e più strettamente nella giurisdizione nella plebs di Surano, troviamo un’altra chiesa di S. Martino; ed è la vecchia cura del vetustissimo castello di Mulazzo. Che questa sia “l’aula” fondata dal pio dignitario di Suriano ci persuaderà un numeroso gruppo di documenti del secolo X ed oltre, riguardanti una abbazia regia del Bresciano, in certo modo collegata con S. Salvatore e S. Giulia: l’abbazia di Leno; nei quali documenti l’ospedale di Montelungo è collegato con Mulazzo, se non proprio con una chiesa di S. Martino; e se Mulazzo segna il punto d’una strada unita con Montelungo, qui siamo sviati del tutto dal cammino della strada bisantina che conosciamo.

Vediamo dunque questi documenti: essi sono assai noti, citati dallo Sforza e da altri, come documenti della strada della Cisa; ma non in tutto bene esaminati e riferiti come vedremo.

LE STRADE DELLA “MARITTIMA”

L’anno 1014 l’imperatore Corrado II conferma all’Abbazia di Leno, fondata da re Desiderio, gli antichi possedimenti, e fra questi l’ospedale di S. Benedetto di Montelungo e due parti della strada di Pontremoli. Non è il caso di enumerare i diplomi e le bolle posteriori di conferma che giungono fino al 1196, con un privilegio di Arrigo VI, ricorderemo soltanto una sentenza di Niccolò II del 1050 contro le pretese del vescovo Guidone di Luni su Montelungo, e una bolla di Gregorio VII del 1078, nella quale compare per la prima volta la chiesa di S. Giorgio in Pontremoli. Ma i nostri scrittori regionali non hanno veduto, ch’io sappia, come la serie dei diplomi di Leno contempli anche altri luoghi e possedimenti nella Lunigiana, oltre quelli del versante padano di Monte Bardone che sono ben noti agli storici parmensi. La lezione dei nomi varia da carta a carta, alcuni nomi di luogo sono omessi talvolta nella serie, ricomparendo in carte successive; in sostanza, però, fin dal primo diploma del 1014, le possessioni lunigianesi dell’Abbazia di Leno sono abbastanza chiaramente definite. Esse sono, oltre Montelungo e i pedaggi di Pontremoli: beni in Griniacula, con una chiesa; in Sexto, manentes sex, beni in Melazano( o Mulazano), in Talavorno, l’intera Villa Laude, cum duabus partibus de Arcole. Griniacula non può essere che Zignago in Val di Vara (Zignacula, nei documenti del secolo XII e XIII) cioé il centro, o una delle ville, della antica pieve di Cornia; il podere in Sexto, per conseguenza, sarà stato alla Sesta, pure in Val di Vara, nella pieve di Robbiano, contigua alla precedente. Non v’è dubbio che Mulazanum sia Mulazzo; lo conferma il vocabolo Talavorno con esso unito, che è pour oggi Talavorno in quel comune. Del resto Mulazanum è ancora il nome della corte e del castello di Mulazzo nel diploma di Federico I a Obizzo Malaspina del 1169. Non saprei identificare la villa Laude, né stabilire se questa possessione fosse topograficamente unita cum duabus partibus de Arcole; ma qui si parla d’Arcola, sul basso corso della Magra, noto castello e pieve.

Queste possessioni lunigianesi non venivano all’abbazia di Leno col privilegio di Corrado II. L’imperatore non fece che confermare i precetti dei suoi predecessori e, se è vero che nei più antichi diplomi di Leno da noi conosciuti, Lodovico II, 852, Berengario II e Adalberto, 958, ecc. , non troviamo specifica menzione dei luoghi sopra nominati, li possiamo però supporre compresi nella ripetuta indicazione generale “omnes curtes et villas que sunt in Tuscia” ; e non sarà inutile ricordare che il fondatore di Leno, re Desiderio, era stato un duca della Tuscia, a cui apparteneva, nel tempo, l’intera Lunigiana.

I nomi della Seta, di Zigango, di Mulazzo, collegati con Pontremoli e con Montelungo fissano nella nostra mente nel modo più perspicuo, il sistema stradale che caratterizza la vita economica e politica di Pontremoli nell’età comunale. E qui mi appello di nuovo all’articolo citato del Giuliani. Per Zeri e per la Sesta, per Arzelato, Rossano, Zignago, per Mulazzo, Suvero il Comune di Pontremoli svolgeva i suoi rapporti con la “Maritima”; sono queste le strade ricordate nelle prime convenzioni dei Pontremolesi col Comune di Genova del secolo XII, le strade riguardate negli Statuti ; per le stesse vie erano saliti a Pontremoli i vescovi di Brugnato, i conti di Lavagna, ai quali forse si congiunge il più antico nucleo aristocratico del Comune , riapparenti poi in veste signorile coi Fieschi.

In sostanza, la testimonianza della lapide di Filattiera, i diplomi delle abbazie regie di S. Salvatore e S. Giulia di Leno, ci portano a connettere lo sviluppo del sistema stradale ora descritto con le iniziative ospitaliere del Regno longobardico nel secolo VIII; e con queste, cioè con un disegno politico, economico, o strategico del Regno stesso, anche l’origine di Pontremoli ( se è lecito sfiorare così di sfuggita un tale argomento), giacché non potremmo attribuire che l’attivarsi di queste nuove comunicazioni il rapido sinecismo dei piccoli nuclei precedenti il futuro capoluogo di Val di Magra, che l’acuta osservazione del Giuliani ha testé scoperto. Ma nuove tracce longobardiche troveremo lungo il percorso da Pontremoli alla Riviera, e queste forse ci daranno la ragione dell’orientamento economico e politico del Regno, che le strade da noi studiate manifestano. Non sarà da trascurare il toponimo “Montereggio”, sulla via Mulazzo-Suvero-Brugnato; l’appellativo “regio”, nella toponomastica medioevale, viene riferito per comune sentenza al regno longobardico. Ma sovra tutto, è da notare che la strada Rossano, (almeno, un braccio di questa per Zignago) e quella di Mulazzo – Suvero si ricongiungono, nella media Val di Vara, all’Abbazia di Brugnato, la quale, come i monasteri di Brescia e di Leno, dominanti più sopra la strada della Cisa, e come Berceto, è una reale abbazia longobardica; la più grande istituzione del regno della Lunigiana, la cui fondazione è forse coetanea con quella di Berceto, dell’ospedale di Montelungo, di S. Martino di Mulazzo, giacché essa novera il suo primo diploma Liutprando.

Le testimonianze da noi raccolte sono troppo concordanti per non dimostrare che la strada diretta dalla Cisa alla Riviera ebbe un’importanza precipua nella politica longobardica. Infatti la strada guidava a Sestri e Genova. E fra Brugnato e Sestri, convergeva sulla nostra, in senso diagonalmente opposto, un sistema di strade, partenti dalla valle occidentale del Po, alle quali comandava la più antica ed insigne istituzione politico – religiosa de Lombardi nell’Alta Italia: l’Abbazia di Bobbio.

Il grande ventaglio, di cui siamo venuti a fissare, con la nostra strada di Monte Bardone, l’estrema linea orientale, rappresentava dunque, nel loro dilatarsi e progredire, le uscite a mare dei Longobardi, nel periodo dalla spedizione di Rotari nella “Maritima” alla definitiva conquista dell’Alta Italia compiuta da Liutprando.


Le strade della riva destra del Magra, in particolare la strada di Mulazzo, erano riguardate dagli Statuti pontremolesi, secondo osserva il Giuliani, anche come strade per la Tuscia. La menzione di Arcola, nel gruppo dei diplomi di Leno, indica una strada attraverso la Val di Magra, percorrente la riva destra del fiume? E’ ben vero che i diplomi di Leno non indicano, alle lettera, degli itinerari, ma è ovvio che la distribuzione dei possedimenti monacali, data da particolare organizzazione economica delle grandi abbazie regie (vedansi, proprio per S. Giulia, gli studi di L. M. Hartmann), dovesse specchiare, nelle varie regioni, il sistema stradale; tanto più che questi stabilimenti monacali ci appaiono, nel caso nostro, connessi con cure assistenziali e ospitaliere. Se a questa strada della sponda destra della Magra potessimo dare il nome “longobardica”, con la stessa certezza che alle strade verso la Riviera, avremmo forse nella prima il segno d’una strada parallela e concorrente alla bisantina Luni – Suriano. Ma lo studio della viabilità medioevale sul lato occidentale della Magra è ancor tutto da fare; accontentiamoci, per ora, di averne segnalato una piccola traccia.

U. Formentini, I Longobardi su Monte Bardone, La Biblioteca della Giovane Montagna, Parma, Stamperia Bodoniana, 1929

La fotografia di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia

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