di Ubaldo Mazzini
La sconfitta toccata dai Liguri Apuani per opera di Sempronio nel 185 a.C. (1) li tenne quieti per cinque anni; ma poi tornarono alla vecchia abitudine di scendere nelle pianure sottostanti a depredarle. Per ciò il Senato nell’anno 180 decise di rimuovere quei molesti montanari, e trasferirli con le famiglie e le robe loro nella pianura taurasiana, territorio dell’Italia Meridionale, tolto in origine ai Sanniti, e ancora disabitato. Tale operazione fu compiuta con successo e senza violenza dai consoli M. Bebio e P. Cornelio, che trasportarono 40 mila Apuani dai loro monti, con le mogli e le famiglie, alla nuova dimora. Furono dati fondi a pubbliche spese per far intraprendere ai nuovi coloni la coltivazione delle terre. (2) Questi Apuani trasportati furono noti fino al tempo dell’imperatore Traiano col nome di “Ligures Corneliani et Bibiani” (3).
E’ necessario trascrivere l’intero passo liviano, qualoe resulta dalla più vulgata lezione: ” Interim P. Cornelius et M. Baebius , qui in consolatu nihil memorabile gesserant, in Apuanos Ligures exercitum induxerunt Ligures, qui ante adventum in provinciam consulum non expectassent bellum, improviso oppressi, ad duodecim milloia hominum dediderunt se. Eos, consulto per literas prius senatu, deducere ex montibus in agros campestres procul ab domo, ne reditus spes esset, Cornelius et Baebius statuerunt, nullum alium ante finem rati fore Ligustini belli. Ager publicus populi Romani erat in Samnitibus, qui Tau rasinorum fuerat. In eum quum traducere Ligures Apuanos vellent, edixerunt, Ligures ab Anido Montibus descendere cum liberis coniugibusquw; sua omnia secum portarent. Ligures, saepe per legatos deprecati, ne penates, sedem, in qua geniti essent, sepulcra maiorum, cogerentur relinquere, arma, obsides pollicebantur. Postquam nihil impetrabant, neque vires ad bellandum erant, edicto paruerunt. Traducti sunt publico sumptu ad quadraginta millia liberorum capitum cum feminis puerisque. Argenti data centum et quinquaginta millia, unde in novas aedes comnpararent, quae opus assent. Agro dividendo dandoque iidem, qui traduxerunt, Cornelius et Baebius praepositi. Postulantibus tamen ipsis, quinqueviri ab senatu dati, quorum ex consilio agerent. Transacta re, quum veterem exercitum Romam deduxissent, triumphus ab senatu est decretus. Hi omnium primi nullo bello gesto trumpharunt. Tantum hostes ducti ante currum; quia, nec quid ferretur, neque quid duceretur captum, neque quid militibus daretur, quidquam in triumphis eorum fuerat”.
Il punto che ho trascritto in corsivo è evidentemente corrotto. Non v’è modo di mettere d’accordo Anido con montibus, e per quanto i traduttori abbian sempre concordemente inteso “dai monti di Anido”, o “dal monte Anido”, pure la costruzione latina non regge, e bisogna cercare se Livio non abbia voluto dire qualche cosa di diverso. Fu notata da antico la sconcordanza, e furon fatti tentativi di correzione. Il Sigonio osservò che nel passo controverso mancherebbe per lo meno il nome di un altro monte, per aver ragione di quel montibus: “Neque hic locus perfectus est; deest enim alterius montis nomen quamquam ne Anidi quidem mentio est” (4). E non ha torto, sia per l’una , che per l’altra osservazione. M.A. Muretus congetturò “ut Ligures Apuani de montibus descenderent”, sopprimendo addirittura l’Anido; ma la restituzione è troppo arbitraria, perché la lezione dell’unico codice che contiene il libro XL non consente facilmente. Più cauta è la congettura del Cluvier, che corresse: ” ab Anido monte ut descenderent“, supponendo che il monte Anido corrisponda all’odierno Borgallo, dell’Appennino pontremolese (5). Le moderne edizioni o si attengono a quella del codice (6), o accettano la lezione muretiana (7).
“Sarebbe opera perduta il tentare di rintracciare dopo venti secoli a quale fra i monti dell’Appennino di Lunigiana, o suoi limitrofi, riferire volesse lo storico romano”, dice assai saggiamente il Repetti, dopo di aver registrato la voce Anido nel suo Dizionario (8).
In fatto, nessun nome, che anche lontanamente s’accosti a quella voce, ritroviamo vivo attualmente nella regione montuosa, già abitata dai Liguri Apuani, né morto nelle vecchie carte. Ciò non toglie per altro che geografi e storici stranieri e nostrani si siano industriati in passato di individuare quel monte, chi cercandolo qua, chi là fra le alture delle Alpi Apuane o dell’Appennino lunigianese. Già ho accennato alla identificazione del Cluvier, che sospettò “Anidum montem esse eum, qui Macram effundens flumen, nunc dicitur monte Borgada, seu Borgalla“; notizia peregrina per ogni rispetto, giacché fra l’altro, la Magra scaturisce da tutt’altra banda che dal Borgallo. Questa opinione è stata combattuta dall’autore delle istoriche sulla provincia della Garfagnana, il quale piuttosto si accostò al sentimento espresso dal Bardetti, che a pag. 143 della sua opera Della lingua de’ primi abitatori d’Italia, scrive: ” i monti Anido erano facilmente quegli altissimi sopra il principio della Lenza, ne’ quali presso il Manini, tavola 16, si vede ancora Neda, che è manifesto avanzo Anido, ma poi si è mutato in Annetta” (9). Piccola cosa invero un minuscolo casale disperso tra le forre dell’Appennino per albergare “quaranta migliaia di teste libere, con le relative femmine e i loro figlioli”, ciò che equivale, se non m’inganno, almeno a centomila persone! (10).
A questo non aveva pensato nemmeno il Cluvier, quando supponeva che i Romani avessero trasportato tutta quella gente dal monte Borgallo, dove fra que’ sassi sterposi non troverebbe da vivere un sol uomo. Pare vi pensasse invece Angelo Anziani di Pontremoli, il quale per monte Anido non intese una sola cima montana, ma bensì tutta la catena di monti che oggidì portano il nome di Alpi Apuane, limitate dal lido marittimo e dalla valle del Serchio. Ecco come egli si esprime: “Livio nel fatto di Sempronio accennò in genere il MOnte, dicendo Montem antiquam sedem majorum suorum caeperunt: e in seguito leggiamo il nome del monte allora denominato Anido, ed al presente Pietra Pania, ossia le Panie. Edv è tutta quella catena di monti alle spalle di Pietra-Santa, Massa e Carrara, che divide verso ponente la Garfagnana da’ luoghi marittimi. Voi gli avete indicati sotto il nome di Pietra-Pania nelle carte geografiche dell’Ortellio e del Magini, annotatore di Tolomeo…..” (11). E fin qui non ha l’Anziani tutti i torti, almeno circa l’indicazione della antica sede degli Apuani, i quali per altro dovettero occupare una molto maggiore estensione di territorio all’intorno del principale gruppo montano, non soltanto per la considerazione del numero grande di Apuani strappati dai Romani a quel suolo, numero che di gran lunga sorpasserebbe l’attuale popolazione, ma soprattutto perché Livio stesso con qualche accenno ce lo dimostra.
Torto ha invece il critico dell’Anziani, il quale lo rimbrotta in malo modo, chiamando la sua opinione ” una solenne corbelleria” e dimostra di non aver inteso nè Livio né l’Anziani stesso. Ne giudichi il lettore da queste sue parole: “Un tal monte colla catena degli altri, che Panie si dicono, non sono capaci di contenere migliaia di persone, a ameno che non vi seguisse uno di que’ miracoli di Astolfo, cantati dall’Ariosto. In somma questo monte chiamato Panie altro non è, per le sincere informazioni che n’ho avute, se non se una rupe, un sasso, ignudo d’alberi e d’erbe, su cui, per esser fatto, come si suol dire, a schiena d’asino, è impossibile di fermare il piede; e però malamente avrebbero scelta i Romani sì angusta e disadatta situazione (comprendendovi anche la su accennata catena di monti che Panie si appellano) per radunarvi ed estendervi tanta gente, e per somministrarle il necessario sostentamento (12). Granciporro imperdonabile in un critico! non aveva capito che i Romani trasportarono gli Apuani nel paese dei Sanniti!
Per consentimento generale degli editori e dei commentatori il luogo del testo liviano è adunque guasto, e non solo qui, ma in altri punti ancora dello stesso capitolo, sui quali non vale ora intrattenerci. Ma io penso che il guasto sia per l’appunto nella parola Anido, che non credo sia affatto il nome di un monte, perché, ripeto, Livio non potè scrivere che tutti quei liguri fossero tratti da una sola località montuosa, né può sussistere che gli Apuani abitassero un solo monte, per quanto grande e propagginoso si fosse. Io penso che il testo potesse essere in origine così: “Edixerunt Ligures a nido in ( o ex o de) montibus descendere”; il codice, da cui esemplava il copista di quello che ci resta, portava anido in cambio di a nido, cosa che non può meravigliare alcun conoscitore di scritture antiche. Il copista non capì, e interpretando anido per nome proprio, vi antepose la preposizione del caso, che gli pareva mancasse, ab. Soppresse quindi in (o ex o de) che gli era d’impiccio.
Il senso, con tale restituzione, è chiaro. I consoli Bebio e Cornelio stabilirono che quei Liguri discendessero dal loro nido ne’ monti alla pianura con le donne e i bambini e con tutte le robe loro. Che i monti fossero il nido degli Apuani Livio lo aveva già detto piùinnanzi: “Hostes montem, antiquam sedem maiorum suorum, ceperunt” (13); lo ripete poco appresso nello stesso capitolo di cui ci occupiamo: “Ligures, saepe per legatos deprecati, ne penates, sedem, in qua geniti essent, sepulcra maiorum, cogerentur relinquere”. E’ lo stesso concetto riferito in forma poco diversa.
Circa alla latinità dell’espressione, è certo che abbiamo anche in latino, come nel nostro volgare, l’accezione di nidus per luogo dove si nasce, per patria, per domicilio in generale. E quantunque in Livio non si troverebbero altri esempi al di fuori di questo, se ne incontrano in Plinio, in Orazio, in Cicerone, per i quali basterà il rinvio al vocabolario.
Ubaldo Mazzini, Restituzione di un passo di Livio relativo agli Apuani, in Giornale storico della Lunigiana, 1920
(1) Livio, XXXIX, 32
(2)Livio, XL, 38
(3) Cfr. The Romans on the Riviera and The Rhone, a sletch of the conquest of Liguria and the roman Province, by W.H. (Bullock) Hall, F.R.G.S. London, 1898, p. 57
(4) Caroli Sigonii, Scholia quibus T. Livii Patavini Historiae, et earum wpitomae emendantur, partim etiam explanantur, etc. Vnetiis, apud Paulum Manutium Aldi f., MDLXVI, c. 83
(5) Italia antiqua, Lugduni Batavorum, 1624, I, 10, p. 76
(6) Cfr. Titi Livii Patavini, opera quae supersunt omnia ex recensione G.A. Ruperti, Torino, 1826, VII, p. 479
(7) Cfr. Titi Livii, Ab urbe condita libri, recognovit W. Weissenborn, Lipsia, Teubner, 1862, V, p. 86
(8) Dizion. Geog. fisico-storico della Toscana, I. p. 91
(9) Pacchi D., Ricerchje istoriche sulla Provincia della Garfagnana, Modena, Società tipografica, 1\785, pp. 41/42
(10) Si è sempre detto che questi Apuani dedotti furono 40 mila; ma parmi che nella frase di Livio “traducti sunt ad quadraginta milia liberorum capitum cum feminis puerisque”, i quarantamila devono intendersi oltre le donne e i bambini
(11) Compendio storico della Provincia di Lunigiana, Parma, 1870, pag. 29. L’opera è anonima. Cfr. Sforza, Bibliografia storica della città di Luni e suoi dintorni, n. 39
(12) Osservazioni o sia lettera critico-.apologetico-istorica di un anonimo sulla Lunigiana di cui trattano due opuscoli ultimamente usciti alla luce, Parma, 1870, pag. 17 e 19.. L’anonimo sarebbe l’avv. Paolo Pisani di Sarzana secondo l’affermazione dell’avv. Ilario Lari. Cfr. Sforza, op. cit., n. 40
(13) XXXIX, 32