COSA SAPPIAMO DEI LIGURES

Premessa

E’ molto probabile che una grande mostra sui Liguri non avrebbe i numeri elevati di visitatori che hanno avuto quelle sui Celti e sugli Etruschi, come sostengono gli esperti della grande divulgazione storica e scientifica. Ci sarebbe sicuramente un buon numero di visitatori che si identificano in qualche modo in questa stirpe protostorica, ma non attirerebbe quelli che si identificano in altre stirpi e, soprattutto, i normali cittadini che vengono solo stimolati da una buona presentazione di oggetti in vario modo attraenti, o in grado di suscitare qualche curiosità conoscitiva. Anche per il primo gruppo ridotto di sicuri fruitori, l’effetto del visitare una grande mostra, e quindi l’immagine di rimando che se ne avrebbe, dipenderebbe comunque dalla “buona presentazione” degli oggetti e delle loro spiegazioni, sia nel senso di sceglierli e renderli attraenti e comprensibili, sia in quello di spiegare e ricostruire, per quanto possibile, gli aspetti del passato che più interessano gli uomini del presente, che non siano cioè specialisti od amatori di storia e di archeologia.

E’ naturale, infatti, che molti lettori di questa rivista, proprio perché sono tali, penseranno certamente che è esagerato indulgere troppo per attirare un pubblico che non sarebbe in grado di capire l’importanza di una tale manifestazione, ma una operazione di questa scala non potrebbe non tenerne conto, non soltanto per i suoi costi economici e umani, ma anche perché a poco servirebbe se informasse e facesse piacere soltanto a coloro che sono già più o meno informati.

I motivi per i quali una mostra sui Liguri potrebbe non lasciare un buon ricordo dietro di sé, almeno quelli meno difficili da identificare, sono dovuti principalmente al fatto che questi nostri antenati non producevano opere d’arte vistose, come scultura, pittura e architettura; opere che manifestano un pensiero e delle capacità realizzative, la cui presenza e forza a distanza di tempo è ancora evidente a chiunque, anche a chi non ne condivida il gusto, o non ne capisca lo scopo antico. Questa mancanza è grave perché dei Liguri ci manca l’altra importante fonte che conserva il pensiero circa una visione del mondo, della società e dell’esistenza, la scrittura. In quanto erano “illetterati”, come li definiscono le fonti antiche, persino il nome della loro entità etnica lo conosciamo dalle fonti scritte di altri popoli e non dai ritrovamenti archeologici.

Nino Lamboglia, che non si può pensare certo che fosse un denigratore della civiltà ligure, ha scritto sui loro aspetti negativi: “Mancava insomma assolutamente ancora nei primitivi liguri quella innata capacità ad elevarsi dalle contingenze della vita ad una più precisa coscienza del proprio essere di fronte all’ignoto e all’eterno, che fu invece scintilla delle altre luminose civiltà mediterranee”. Poi ha cercato di spiegarne le ragioni con le enormi difficoltà create dal rapporto uomo-ambiente e ha esposto gli elementi positivi che sono stati invece alla base del loro posteriore sviluppo (1).

Per completare il quadro degli aspetti negativi di una grande mostra sui Liguri, quanto detto per le arti maggiori vale anche per l’artigianato artistico, almeno per quello che produceva opere che sopravvivono nei depositi archeologici, come la metallurgia, l’oreficeria e le produzioni di vetro e ceramica con buoni valori estetici, oltre che funzionali, in grado cioè di dimostrare alcune qualità della vita quotidiana, nei vestimenti e nella casa, quelli rinvenuti risultano sempre di importazione da culture coeve; non abbiamo prove, invece per la loro deperibilità sulla qualità dei tessuti e degli oggetti in legno e in pelle, che certamente avevano una produzione intensa, se si tiene conto dell’economia degli insediamenti.

Gli archeologi in realtà non hanno bisogno di reperti con valori estetici per riconoscere e datare un insediamento, o più in generale un contesto ligure, perché anche la tipologia degli oggetti funzionali essenziali alla vita, e le loro associazioni, sono quasi sempre sufficienti a tali scopi. Ma ciò non può interessare un pubblico normale, perché si tratta di piccole differenze che ci vuole molto tempo ad imparare e che costituiscono comunque i “ferri del mestiere” dell’archeologo, e non i risultati storici delle sue ricerche.

Ma siamo proprio sicuri che l’archeologia, oltre agli oggetti affascinanti che non ci sono, e ai “ferri del mestiere”, non abbia altre informazioni da offrire ad un pubblico più vasto dei soliti interessati? Per esempio: cercare di dimostrare perché i Liguri non usassero la scrittura e non producessero arte, in confronto con altre popolazioni coeve, potrebbe creare per lo meno qualche curiosità generale che avrebbe qualche aggancio con il presente, ma forse farebbe progredire anche la stessa ricerca storica ed archeologica.

Conoscenze utilizzabili

Bisogna dire che da parecchio tempo l’archeologia si occupa dei Liguri, almeno nella regione che porta ancora il loro nome, si è molto impegnata a intervenire scientificamente a seguito di ritrovamenti casuali , o per prevenire perdite del patrimonio, mentre sembra mancare un progetto a lunga scadenza che tenga conto di tutte le conoscenze finora acquisite, onde programmare delle campagne di scavo mirate a risolvere volta per volta i singoli problemi ancora aperti. Come ha chiaramente dimostrato il recente convegno di Mondovì, la messa sul tappetto di ciò che si acquisito negli ultimi decenni in tutte le regioni interessate ai Liguri, e sotto diversi profili disciplinari, ha proposto o confermato importanti ipotesi generali, a cui dovrebbe seguire però una programmazione di ricerca interregionale e pluridisciplinare mirata a verificare queste ed altre ipotesi (2).

Un esempio di ricerca programmata e condotta a tappetto, anche ha riguardato un piccolo territorio montano, come quello di Zignago, ha richiesto campagne sul terreno per più di dieci anni solo per la protostoria (3), ma continua ad essere ancora il campione che è in grado di fornire, in modo sufficientemente attendibile, dati qualitativi e quantitativi per dare risposte alle domande che vengono fatte ai fini delle interpretazioni storiche (4), risposte che non si possono avere invece dai molti dati sparsi raccolti occasionalmente, anche se ne migliore dei modi. In questo caso infatti resta sempre il dubbio che siano molte le informazioni mancanti in goni territorio a causa della casualità delle scoperte.

Un dato di fatto che le ricerche archeologiche hanno già evidenziato, con una chiarezza maggiore di quanto si potesse dedurre prima dalle fonti scritte, e che andrebbe maggiormente sviluppato e analizzato, è proprio costituito dalle due diverse organizzazioni socio-economiche, ma anche culturali che esistevano tra i Liguri dei monti e quelli della costa, o comunque dei centri legati ai traffici mercantili messi in moto dalla rotta marittima per l’Occidente.

E’ stato confermato, per esempio, un fatto già noto: le forti pendenze delle montagne, anche quando arrivavano al mare, permettevano soltanto una economia si sopravvivenza agro-silvo-pastorale, in cui erano ancora praticate costantemente la caccia e la raccolta di erbe selvatiche, realizzata da piccoli gruppi di famiglie che esercitavano la transumanza stagionale degli animali allevati, con una densità di popolazione molto bassa. Nelle tombe di montagna non si vedono differenze da attribuire a gerarchie sociali: è ormai evidente che la non rara presenza di armi in tali tombe sia da attribuire, in accordo anche con le fonti scritte, al sostegno economico costituito spesso per i Liguri dei monti dalla pratica del soldato mercenario. Sempre le fonti antiche confermano che gli unici prodotti di scambio sono costituiti da legname, formaggio, cera, resine e miele. Gli oggetti necessari alla vita quotidiana conservati dai giacimenti archeologici erano per la quasi totalità prodotti localmente, in modo autarchico, o frutto di piccoli scambi che seguivano le vie della transumanza: solo i pochi monili metallici con funzioni nell’abbigliamento, assieme a qualche vaso di un certo pregio usato soprattutto nelle tombe, erano importati da altre culture.

Anche dei Liguri della costa conosciamo abbastanza per poter caratterizzare la loro entità socio-economica. Abitavano in case di legno, anzi in capanne di rami e argilla come quelli dei monti. Non vi erano terreni e attività agricole che potessero giustificare la ricchezza dei loro corredi domestici e delle loro necropoli , dove tuttavia esistevano differenze, a loro volta anche notevoli, fra tomba e tomba, non si sa se solo per ragioni economiche o anche di classe. Gli oggetti usati in casa e nel corredo personale, così come quelli delle tombe, venivano importati dalle aree da cui provenivano i mercanti che si muovevano lungo la rotta dell’Occidente: quelli dell’Etruria meridionale in modo particolare, dei quali alcuni abitavano certamente nell’oppidum di Genua (iscrizioni personali nel vasellame domestico). E’ molto probabile quindi che la ricchezza dei Liguri di questi centri dipendesse da qualche attività svolta in vario modo nell’ambito o a sostegno dei traffici commerciali.

I dati archeologici hanno fornito informazioni non di poco conto anche su problemi che riguardano le abitazioni, nonché le credenze e le pratiche religiose. Anche in questi aspetti importanti della vita esistono differenze abbastanza chiare fra i Liguri dei monti e quelli urbanizzati. Per quanto riguarda le credenze, se si escludono i riti sepolcrali che sono in entrambi i casi basati sull’incinerazione, secondo la tradizione che si è sviluppata nell’età del bronzo in buona parte delle popolazioni europee, i primi sono rimasti sempre legati a certe credenze molto più vecchie, di origine preistorica, come il diffuso culto delle vette montagnose soggette a improvvisi temporali locali, o il probabile culto degli antenati materializzato nelle statue-stele della Liguria storica orientale. Di recente è stato dimostrato che tale culto è sopravvissuto, almeno a Filattiera, fino alla cristianizzazione, anche se con un adeguamento a qualche nuova corrente culturale attorno al VII – VI secolo avanti Cristo.

Non vi sono, invece, tracce di questi culti di antichissima tradizione nei centri a carattere urbano, dove sono comparsi in cambio segni di una maggiore libertà di scelta religiosa, sotto la probabile influenza delle importanti persone di culture differenti che frequentavano o stanziavano nelle aree portuali, come è sempre avvenuto nelle comunità antiche e moderne dedite al commercio. E’ in questo quadro che vanno collocate anche le poche opere di scultura trovate in ambito ligure, oltre alle statue-stele della Lunigiana.

Queste differenze trovano un riscontro anche nelle diverse scelte politiche; per esempio: di opposizione incondizionata alle mire espansionistiche romane da parte dei Liguri dei monti, disposti a difendere, la loro antica libertà con la guerriglia organizzata; diplomatiche e aperta a trovare futuri vantaggi quelle, per esempio, dei Genuati. Questa differenza può essere vista ed interpretata anche nella sentenza del Senato Romano iscritta nella Tavola della Polcevera che regolava i diritti sulle terre tra i Liguri dei monti retrostanti a Genova e i Genuati che da essi evidentemente in qualche modo derivavano.

Organizzazione delle ricerche

L’archeologia dei Liguri così esposta non corrisponde ovviamente alle descrizioni oggettive che si fanno degli scavi e dei reperti, la tanto importante archeografia che sta alla base di qualsiasi discussione critica , ma i dati sono già stati scelti, depurati e confrontati tra loro e con le fonti scritte, allo scopo di ipotizzare degli scenari storici: non vanno presi cioè neanche come vere e proprie interpretazioni archeologiche, anche se alcune inquadrature sono molto più probabili di altre. Le ipotesi però, e persino le semplici congetture, se hanno cercato soprattutto di tenere conto di tutti i dati oggettivi finora conosciuti su uno specifico argomento, da qualunque fonte essi provengano, hanno il grande vantaggio di aprire il passaggio dall’archeografia all’archeologia vera e propria, indicando come ristudiare i vecchi materiali e cosa indagare con le nuove ricerche sul terreno.

Questo passaggio, come è ben noto agli archeologi, è sempre critico, perché molto spesso le descrizioni oggettive dei dati raccolti non sono sufficienti da sole a produrre delle ricostruzioni storiche. Così si presentava l’archeologia dei Liguri trent’anni fa, nonostante che fossero stati fatti importanti ritrovamenti. Il primo tentativo è stato quello di allargare i dati con altri metodi archeologici, come l'”archeologia globale”: ricerche a tappetto in un’area ben definita con ogni strumento disponibile (toponomastica, geomorfologia, raccolte di superficie, fonti orali, prospezioni geofisiche, carotaggi, scavi stratigrafici, eccetera). Quella urbana, nonostante operi con difficoltà in un tessuto vivente, viene a fornire nel tempo molti dati, come hanno dimostrato le quarantennali ricerche condotte nell’oppido e nel porto di Genova (5).

L’archeologia globale del territorio ha meno vincoli, ma anche spazi molto più estesi, se deve operare per la conoscenza dell’insediamento diffuso di piccola entità, come avviene sempre nelle aree montane. Esperimenti parziali sono stati condotti nel Finalese e nelle valli del Genovesato oltre a quello già menzionato dello Zignago: qui si è dimostrato che dopo il primo insediamento alle Case Castellaro, trovato casualmente, è stato possibile rinvenirne in circa 20 chilometri quadrati altri cinque protostorici e due preistorici, che certamente non sarebbero stati trovati in seguito ad altre attività in un’area montana in via di abbandono.

I fatti hanno però dimostrato che non basta aumentare i dati archeografici per poter dedurre da essi delle ricostruzioni storiche oggettive. Queste pongono sempre delle domande, per essere minimamente completate, alle quali i dati raccolti non forniscono risposte, proprio perché spesso i dati stessi sono di natura differente da quella delle domande che vengono loro rivolte; per esempio: per le ricostruzioni storiche si ha bisogno di sapere lo scopo di offerte fatte sulla vetta di un monte, ma i dati archeologici parlano soltanto di oggetti, anche di un certo valore e con scelte differenti da quelle degli insediamenti, dei quali mancano inoltre le tracce, ma nulla di più; oppure, sarebbe utile sapere se ogni insediamento fosse veramente autonomo o avesse scambi con altri, a partire dagli oggetti importati da altre culture, che potrebbero però anche essere stati invitati, ma i dati prevalenti parlano solo di recipienti ceramici con forme e lavorazioni tutte uguali; o di ossa di pecora e di maiale che ovviamente non possono cambiare da un territorio ad un altro.

Per questo motivo negli anni Settanta i primi esperimenti condotti a Genova sulle analisi delle tecniche produttive e delle aree di produzione delle ceramiche sono state condotte proprio sui reperti provenienti da molti insediamenti liguri, montani ed urbani; analisi che hanno dimostrato, per esempio, che esistevano anche scambi fra le tribù dei monti (6).

Si è visto però che queste analisi archeometriche, così chiamate per indicare che impiegano strumenti propri delle scienze naturali, possono aumentare anche di molto le informazioni contenute mei manufatti antichi in base agli studio archeografici, a patto che non si tratti soltanto di dati scientifici portati in appendice ad un lavoro archeologico, ma che instauri un vero dialogo tra i dati archeografici e i dati archeometrici, sotto il controllo delle regole della storia della cultura materiale. Queste, infatti, sono in grado di stabilire, per esempio: fino a che punto un vasaio ligure, sulla base del suo saper fare, che era basato come sempre su conoscenze empiricamente acquisite e trasmesse per apprendistato, avesse potuto migliorarle senza l’apporto di qualche vasaio proveniente da un saper fare più evoluto; oppure, la notevole diffusione dei recipienti da fuoco prodotti con la terra di gabbro della Riviera di Levante era dovuta a fattori formali , di scambio o funzionali, come la loro bassa conducibilità termica? (7).

Un altro importante allargamento archeometrico della conoscenza si è rilevato, ai fini delle ipotesi sui Liguri sopra esposte, quello che viene anche chiamato bioarcheologia o archeologia ambientale, che studia cioè i rapporti tra l’uomo e l’ambiente naturale: possibili risorse vegetali ed animali, selvatiche ed addomesticate; valutazione delle loro rese in materie prime e derrate alimentari ricavabili, e dall’impatto ambientale procurato. Anche in questi casi le analisi archeometriche forniscono solo le determinazioni delle specie e, quando possibile, le quantità della loro specifiche presenze; il trasformarle in dati utili alle ricostruzioni storiche richiede una discussione critica, non solo con gli altri dati archeografici del contesto studiato, come la possibile quantità di abitanti dell’insediamento, ma anche con quelli derivanti da altre discipline, come: l’antropologia fisica può studiare, per esempio, il regime alimentare in base a qualche resto osseo o dentario sopravvissuto all’incinerazione; la storia dell’agricoltura che si occupa anche dei metodi di coltivazione e delle loro rese sulle montagne rispetto alle pianure; ; non da ultima, infine, per i motivi detti prima, la cultura materiale dell’agricoltura, dell’allevamento, della caccia e della raccolta di vegetali selvatici (8).

Tutti questi allargamenti dei metodi conoscitivi sono stati comunque condotti per campioni e mai estesi sistematicamente a tutti i territori liguri per verificare la costanza o meno di certi dati. Non è d’altra parte possibile recuperare certi elementi, come quelli biologici, degli scavi del passato nei quali le ossa animali, i carboni, i semi ed i suoli contenenti i pollini, non venivano tenuti. Anche nel migliore dei casi si tratta, tuttavia, sempre di informazioni che riguardano: l’economia, le tecniche, i modi di costruire e di abitare, quegli aspetti della società che riguardano gli scambi fra gruppi di Liguri, ciò che proveniva da altre culture o, al massimo, elementi sulla densità e distribuzione della popolazione, che sono già molto, ma non uno scenario in grado di entrare nella mentalità di quel tempo.

Per integrare questi dati andrebbero studiate meglio in questa logica anche le fonti antiche, che si sono dimostrate già utili specialmente per ciò che i Liguri fornivano agli altri popoli, dai prodotti naturali del bosco, della caccia e dell’allevamento, ai soldati mercenari. Per quest’ultimo aspetto, circa i mercenari impiegati dai cartaginesi nel V e nel IV secolo avanti Cristo, sarebbe interessante studiare meglio se le altre popolazioni che li hanno forniti, secondo le descrizioni fatte da Diodoro Siculo e da Pausania, fossero nelle stesse condizioni socio-economiche dei Liguri dei monti, anche se provenienti da paesi con civiltà urbane molto sviluppate, come la Grecia, dove non mancavano tuttavia gruppi che vivevano nelle montagne con un’economia agro-silvo-pastorale (9).

Esiste poi almeno una fonte specifica nota sulle ragioni della forza e del coraggio dei liguri come frutto di una selezione dovuta alla durezza dell’ambiente, il passo di Diodoro Siculo già messo ben in evidenza da Nino Lamboglia nel capitolo “La tempra dei Liguri” della storia di Genova, e che è concordante con il quadro sintetico prima dedotto ipoteticamente dalle ricerche archeologiche sui Liguri dei monti (10).

Le fonti antiche che sono normalmente più utili di quelle archeologiche per quanto riguarda il pensiero esistenziale, morale e politico, sono state invece avare per quanto riguarda i Liguri. Senza qui entrare nelle ragioni critiche di tale comportamento, sarebbe comunque utile approfondire il problema. Non meno avari sono stati però anche gli archeologi in questo settore, giustificati dal fatto che i loro scarsi dati sulle attività spirituali, in assenza oltretutto di scrittura e di opere d’arte, possono venire interpretati in modi diversi, senza la possibilità di verifiche con delle leggi naturali , come avviene invece con i problemi di cultura materiale. Il sottrarsi da tentativo di interpretazione oggettiva lascia però questo importante settore per la conoscenza storica di una società nelle mani degli studiosi affascinati solo da problemi che ritengono misteriosi , con risultati certamente più disastrosi dal punto di vista del possibile avvicinamento alla realtà, come si può vedere sempre di più nel come la maggior parte dei mezzi di massa propina l’archeologia al grande pubblico.

Oggettività in questo campo, in mancanza di fonti scritte interpretate criticamente, vuole dire semplicemente quanto già prima esposto: fare delle ipotesi interpretative, o anche delle semplici congetture, sulla base di quegli elementi che sono oggettivamente presenti, o in qualche modo si ripetono, in tutti i casi disponibili. Come si potrebbe non solo pensare, ma dimostrare, per esempio, che l’incinerazione non costituisse per i Liguri, come per altri popoli, un rito voluto, tramandato e ben preciso? La costante presenza di alcuni caratteri su un numero sempre più elevato di ritrovamenti è sufficiente ad escludere probabilisticamente che si tratti di un puro caso. Che questo rito fosse legato a credenze su un aldilà non è dimostrabile presso i Liguri, che non hanno lasciato nulla di scritto o di raffigurato, ma tale scopo viene in senso generale ipotizzato anche per loro, non solo perché psicologicamente va d’accordo con il rito ( giudizio che potrebbe essere soggettivo, sulla base della nostra cultura), ma soprattutto perché così credevano le popolazioni coeve che ne hanno lasciato spiegazioni scritte e iconografiche, e lo spiegano ancora oralmente popolazioni attuali con livelli culturali simili, secondo i criteri più critici dell’ etnoarcheologia.

Essendo i problemi esistenziali esclusivi dell’homo sapiens, è naturale che gli unici allargamenti conoscitivi che si possono fare sono riferibili a comportamenti umani in situazioni uguali o perlomeno simili. Ciò che manca per quanto riguarda la cultura esistenziale dei Liguri è proprio la pianificazione delle ricerche, in questa direzione: rivedere attentamente le fonti antiche; scegliere quali potrebbero essere le popolazioni attuali con situazioni socio – economiche e culturali più vicine, perché il quadro completo di una tale società potrebbe proporre delle nuove ipotesi interpretative, e sollecitare anche delle maggiori attenzioni a certi indicatori nelle ricerche archeologiche. Questo tipo di analisi è sicuramente fondamentale per orientare le ricerche oggettivo sui culti liguri delle vette e delle statue-stele (11).

Non va dimenticata infine un’altra fonte importante sulla storia e la cultura dei liguri, quella linguistica: anche se non scrivevano, infatti essi pensavano e parlavano in una lingua, e non si può escludere anche più di una, che comunque non esistono più. Le fonti scritte fornite dall’archeologia si riducono: ad alcune iscrizioni in caratteri etruschi dei secoli VII – VI avanti Cristo effettuate su qualche statua-stele della Lunigiana (troppo poche e brevi per indagare una lingua), o dei secoli V – IV avanti Cristo su vasellame e un ciottolo dell’oppido di Genova (riferibili in buona parte ad una toponomastica etrusca); alle Tavole di bronzo di Polcevera e di Velleia (la prima si può considerare il frutto della più vecchia operazione di recupero archeologico effettuata in Liguria dagli umanisti del rinascimento), in lingua latina, ma dove è possibile indagare su suffissi e basi di toponimi e di qualche nome di persona preromani.

Qualche elemento di questo genere è stato reperito anche sulle fonti letterarie antiche che parlano dei Liguri e della Liguria, ma forse bisognerebbe intensificare una ricerca a ciò finalizzata. Esiste invece la possibilità di una grande ricerca da fare sui relitti preromani presenti nell’onomastica e nella toponomastica ricorrenti nella enorme quantità di atti notarili medioevali che caratterizza la Liguria, ma anche in quelle sopravvissute, nelle fonti orali nei territori, dove si parla ancora in dialetto tradizionale tramandato di padre in figlio, e dove serve ancora la denominazione dei luoghi che indicavano le attività della millenaria civiltà contadina.

Le fonti orali hanno il vantaggio di conservare meglio di quelle scritte anche le forme fonetiche che, senza lasciarsi coinvolgere eccessivamente da aspetti ancora troppo teorici su certe loro origini preistoriche, sono comunque molto importanti per raggruppare e identificare i relitti linguistici preromani, qualora la quantità dei dati raccolti scientificamente fosse elevata (12).

Conclusioni

Per tornare al punto di partenza di questo scritto, e rispondere alla domanda se l’archeologia potrebbe essere in grado di proporre in una mostra sui Liguri qualcosa di più attraente per un pubblico discretamente vasto, bisogna dire in primo luogo che quanto detto finora servirebbe certamente a migliorare le conoscenze storico-archeologiche, ma ciò non significa automaticamente che sarebbe altrettanto utile ad attirare l’attenzione del pubblico con lo scopo di raccontare una storia sicuramente interessante.

Non vi è dubbio, infatti, che le diverse linee di approfondimento e di vera e propria ricerca qui semplicemente accennate potrebbero portare, in tempi differenti di lavorazione, a non pochi scenari di vita quotidiana, lavorativa, domestica, religiosa e di scambio, nonché ad alcune sequenze rappresentative di alcuni principali cicli produttivi, e di trasformazioni avvenute in vari settori della società. Tutto questo, oltre a servire agli archeologi stessi, sarebbe di grande utilità come un insieme di strumenti per la didattica , ma costituirebbe certamente un’attrattiva in una mostra contemporanea, e anche in uno o più musei, per tutti coloro che hanno già degli interessi culturali per la protostoria in generale, e per i Liguri o in particolare, o che cercano in essi una radice in cui identificarsi.

Bisogna dire che non è poi così difficile far capire con semplicità la realtà storica e scientifica della povertà e della fatica quotidiana delle famiglie liguri che traevano il loro unico reddito dalle risorse delle montagne; così come non lo è per dimostrare la ricchezza prodotta dal commercio con cui avevano a che fare i Liguri urbani. Non pare però che siano argomenti in grado di attirare i non iniziati. Se la conoscenza non è frutto di una ricerca personale e volontaria, bisogna che essa produca qualche genere di piacere intellettuale per attirare l’attenzione; non è necessario che tale piacere sia prodotto dal contenuto principale dell’atto conoscitivo, ma può essere anche frutto di elementi meno importanti, o di percezioni che l’informazione principale può far venire in mente per associazione: la bellezza di un ambiente naturale ancora esistente; vedere che è stato affrontato e risolto in passato un problema che, sotto certi aspetti, si dovrebbe risolvere anche oggi; capire un problema che si presentava curioso.

Ebbene, la povertà ed il commercio suscitano associazioni negative: per la prima il motivo è abbastanza ovvio, specialmente per chi l’ha vista o ha avuto il timore di essa; sul commercio esiste una “mala fama” antica, rinforzata dal Cristianesimo e dal Marxismo, in quanto si vede in esso soltanto l’attività che non produce ma specula, e non si vedono anche i grandi benefici della difficile e rischiosa, specialmente in passato, diffusione dei prodotti di buona qualità e l’evoluzione culturale, sociale e di tolleranza delle società che la praticavano.

Esiste una ulteriore difficoltà. Non basta un nome per attirare delle folle, se non si tratta di un nome che già indica ad esse che cosa di bello e interessante può contenere. Non basta dire “Tutto sui Liguri”, perché troppi elementi indicano la mancanza di qualcosa di forte e interessante. Serve allora un aspetto ricorrente nella storia dei Liguri che possa assumere un forte valore simbolico. Tale aspetto potrebbe essere costituito, per esempio, da due entità in lotta tra di loro, come se fossero due divinità dei Liguri stessi, che quasi certamente esistevano: l’avarizia della montagna che molto chiedeva e poco dava, in cambio di una libertà guadagnata quindi con una grande fatica; la prodigalità delle vie del mare che legava però ad altre genti e a pericoli sconosciuti. Questa lotta è chiara nella sentenza incisa nella tavola della Polcevera, e non ha mai avuto alternative nella storia dei Liguri, anche dopo che persino il loro nome si è eclissato nella romanizzazione, quando cioè le grandi vie del mare hanno portato momenti culminanti di ricchezza e di cultura, ed è presente ancora in molti caratteri degli attuali abitanti di questa terra, difficili da capire nel loro vero significato per chi non conosca questa storia (13).

Tiziano Mannoni, Cosa sappiamo dei Ligures, in  Ligures : rivista di archeologia, storia, arte e cultura ligure, anno 2003

(1) Lamboglia, 1941, pp. 155/158

(2) Gli atti del Convegno Internazionale “Ligures Celeberrimi. La Liguria interna nella seconda età del ferro”, organizzato in collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte, l’Istituto Internazionale di Studi Liguri ed il Comune di Mondovì dal 26 al 28 aprile 2002, sono editi nella Collezione di Monografie Preistoriche e Archeologiche dell’Istituto stesso.

(3) Le ricerche sono state condotte in un primo tempo dal Gruppo Ricerche della Sezione di Genova dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, continuate dall’Istituto di Storia della Cultura Materiale e dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici della LIguria ( Scarani, Mannoni 1974, Ferrando Cabona et al. 1978, Mannoni, Tizzoni 1980, Fossati et al. 1982, Milanese, Giardi 1986, Maggi et al. 1987, Maggi 2003).

(4) Mannoni 2001

(5) Dopo lo scavo condotto da Nino Lamboglia nel 1952 che dimostrava la presenza archeologica dell’oppido sulla collina di Castello, l’archeologia urbana è stata organizzata e condotta per dieci anni, in accordo con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, dal Gruppo Ricerche della Sezione di Genova dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, per altri dieci dall’Istituto di Storia della Cultura Materiale e per i successivi dalla Soprintendenza stessa (Lamboglia 1955, Lamboglia 1973, Gardini, Milanesi 1979, Milanese 1987, la città ritrovata 1996, Mannoni 1999)

(6) Importanti collaborazioni dal 1965 della Sezione di Mineralogia applicata all’Archeologia, poi Geoarcheolab, dell’Università di Genova (Mannoni,1968, Mannoni 1970-71, Mannoni 1975)

(7) Questa caratteristica fisica è stata messa in luce di recente partendo dall’esperienza basata sul dialogo tra i dati archeografici , archeometrici, etnoarcheologici e di cultura materiale per spiegare la grande diffusione dei recipienti di pietra ollare nel periodo tardo antico: i recipienti a bassa conducibilità termica, come sono quelli di terra di gabbro, cuociono in profondità i cibi non bruciandoli in superfice, e si può in questo modo cuocere bene anche con fuochi deboli (Giannichedda, Mannoni 2002)

(8) La sezione di Finale dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri ha un laboratorio per lo studio dei pollini e altri resti botanici; la sezione di Genova si è avvalsa della collaborazione con il Laboratorio di bioarcheologia dei Musei Civici di Como; collaborazione continuata, ed estesa al laboratorio di Archeologia Storico Ambientale dell’Università di Genova, dall’Istituto di Storia della Cultura Materiale, che ha anche realizzato propri laboratori di studio delle ossa animali, delle specie vegetali dei carboni e di dendocronologia. In questo quadro aperto si è inserita la linea preistorica della Soprintendenza, portando avanti importanti collaborazioni con università europee (Castelletti 1974, Milanesi 1982, Biasotti, Giovinazzo 1987, Maggi, Nisbet 1990, Archeologia dell’Appennino Ligure 1990, Lowe et al. 1994, Cevasco et al.1999, Arobba et al. c.s.)

(9) Alonso 2003, pp. 65-87

(10) ” I Liguri abitano una terra aspra e del tutto sterile, e vivono una vita dura e disgraziata in mezzo a fatiche ed al continuo lavoro per la comunità…..Il continuo esercizio fisico e la società del nutrimento rendono i loro corpi esili e robusti ad un tempo…. Conservano modi di vita primitivi e lontani da ogni comodità: le donne sono forti e vigorose come gli uomini, gli uomini come le fiere; e si suol dire che nei combattimenti il più corpulento dei Galli la cede ad un gracile Ligure…..E sono valenti e ardimentosi non soltanto in guerra, ma anche in tutte le altre più rischiose attività: si danno alla navigazione nei mari sardi e africani, sfidano arditamente i più grandi pericoli ….”(Lamboglia, 1941).

(11) Interessante la comunicazione di A. Echassoux sulle incisioni rupestri del Monte Bego nell’incontro organizzato dal Laboratorio di Antropologia Storica e Sociale delle Alpi Marittime al Museo Civico di Finale Ligure il 5 maggio 2000 (non pubblicato), Ambrosi 1975, Antenati di Pietra 1994, Di Lumley 2002, del Ponte 1999, pp. 99-142, Mannoni 2001, Mannoni 2003)

(12) L’indagine toponomastica a fini storici ha avuto una notevole considerazione fin dagli inizi nell’Istituto Internazionale di Studi Liguri (Lamboglia 1946, Lamboglia 1955, Petracco Siccardi 1962), ed oggi è stata riproposta in accordo con la Regione Liguria, con il controllo scientifico di G. Petracco Sicardi, nell’intento di salvare quanto è possibile del patrimonio orale che va scomparendo: http://www.iisL.it attività, Sezione di Genova ” Archivio di Toponomastica ligure”

(13) Questo lavoro è stato consegnato alla redazione nell’agosto 2003, prima che lo scrivente fosse stato invitato a collaborare alla mostra: “I Liguri. Un antico popolo europeo tra Alpi e Mediterraneo”; in questa collaborazione ha proposto che, sia per i Liguri dei monti, sia per quelli della costa, gli aspetti da trattare fossero, nell’ordine di importanza per il pubblico: il corredo personale, l’abitazione, i culti, l’alimentazione, le produzioni e gli scambi.

Bibliografia

Alonso EG, 2003, La Guerra en la Protohistoria. Heroes, nobles, mercanarios y campesinos, Barcelone

Ambrosi A.C. 1975, il Museo delle Statue Stele lunigianesi, Massa

Antenati di Pietra. 1994=Antenati di Pietra. Statue Stele della LUnigiana e archeologia del territorio, a cura di M. Ratti, Genova

Arobba D., Caraniello R., Del Lucchesi A., c.s., Archeobotanical investigations in Liguria: preliminary data on the Hearly Iron Age at Monte Trabocchetto (Pietra Ligure, Italy), in “Vegetation History and Archaeobotany”.

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