Tra gli strumenti villerecci della collezione Podenzana (Museo Civico della Spezia) è catalogato uno di quei collari di castagno coi quali i pastori zeraschi (l’esemplare proviene da Patigno) sogliono mantenere appeso al collo d’una capra o d’una pecora della mandria pascolante il sonaglio tradizionale. Non intendo richiamare l’attenzione del lettore o dell’etnografo sulla forma e sull’uso di questo collare (diffuso, del resto, in tutta l’Italia) ma siccome mi è parso che il suo modo di fissarsi al collo dell’animale presenti oltre che del caratteristico anche dell’ingegnoso, così ho voluto descriverlo.
Non si tratta d’una chiusura a base di fibbie o di lacci, ma di un vero e proprio chiavistello di legno, pratici e semplicissimo. Pratico e semplicissimo così come la vecchia anima dei liguri si è ovunque e con tanta insistenza manifestata. Il collare è ad U, un U a mo’ di diapason; tra, dirò così, i rebbi si serra il collo dell’animale, poi l’apparato si chiude in basso mediante una traversa di legno lavorato. Di legno lavorato, si, ma, al solito, rozzamente – senza passione. Nessuna traccia ornamentale sul collare; già si sa che l’ornamentazione in Lunigiana si limitava, generaliter, agli strumenti dell’arte muliebre, e si sa, che, che su questi istrumenti del lavoro tessile l’arte apuana si era esercitata con forte passione. Lo abbiamo constato e, relativamente, lo abbiamo confermato con l’abbondante materiale che in proposito ha potuto offrirci la collezione Podenzana.
Del chiavistello dò una rappresentazione grafica – si tratta di un lavoro rozzissimo, la cui rozzezza dal disegno qui allegato non traspare abbastanza. L’insieme sa di arte, ma di arte non svolta, come può intravedersi in un abbozzo; poiché all’artista è mancata la volontà di proseguire, tutto è rimasto lì. E pare sia così per tutti i lavori che i liguri orientali non destinavano alle loro femmine – abbozzi, abbozzi ovunque; anche alla loro architettura, che pure avrebbe potuto svolgersi con qualche concetto originale, è mancata la volontà dell’architetto. La volontà e non l’abilità.
Oggi poi nessuno intaglia più, e si comprende: scomparsi gli utensili della tessitura è mancata anche all’intaglio l’unica ragione d’essere. Non è la prima volta che il materiale della vecchia Lunigiana ci conduce ad una simile conclusione.

Il legno del chiavistello è stato lavorato, ma solo di quel tanto che è abbisognato per farne uno strumento pratico; nulla di superfluo, ogni particolare compie una funzione necessaria. E siccome per compierla non era necessario il dirozzarlo, così l’apparato, dal punto di vista artistico, non ha alcun pregio. Corrisponde, invece, perfettamente al suo scopo ed è di una semplicità assoluta. Inoltre dal punto di vista della psicologia etnica, si presenta interessantissimo. Per quanto rozzissimo e poco rispettoso della simmetria, esso rivela per contro, in chi lo ha lavorato un’eccellente attitudine a trarne fuori un piccolo oggetto d’arte. Anche davanti all’architettura di questa gente si è obbligati ad una simile deduzione. Non vi ha tra i Liguri un’epoca artistica in cui sia stata oltrepassata la forma rozza. In forza di quali fattori possa essersi prodotto e tramandato un simile rilasso della volontà in tutto il popolo non ci ancora possibile dimostrarlo – non ci è permessa nemmeno un’ipotesi. Speriamo di poterla fare in avvenire, ma fino ad oggi nell’anima lunigianese non abbiamo afferrata che una ben minima parte. Ad ogni modo il fattore etnico, se non lo escludiamo, lo portiamo in ultima linea. Non bisogna sfruttare troppo simile fattore e ricordare invece e molto più sovente il fattore storico. Questi paesi produssero dei germi di civiltà che però si arrestarono al principio del loro sviluppo, perciò in questo argomento non possiamo che tentare di chiarire alquanto la questione, mettendo in rilievo alcuni punti che per noi hanno un significato alquanto speciale. Le cause naturali ed immediate o almeno prossime non sono sufficienti a spiegare le lacune e le deficienze della civiltà lunigianese. Ciò di cui fu capace la volontà dei liguri su di un terreno infruttifero lo attestano i vigneti da Tramonti al Mesco.
E ritornando all’arte dell’intaglio abbiamo le prove che essa fu trascurata perché non mancano intagli di qualche pregio eseguiti con notevole abilità, che non possono attribuirsi ad un artefice più intelligente perché si incontrano un po’ dappertutto ed ovunque con motivi propri. Il fatto che i cucchiai di legno di Bratto sono di stile assai semplice , quasi meschino, e che tutte, senza eccezione, le suppellettili di legno sono lavorate in modo alquanto grossolano da chi pur possedeva in grande l’arte di lavorare il legno e da essa traeva lucro, ci rammenta il collare da capre che forma l’oggetto del nostro studio.
L’arresto fu dunque generale – lo subì il pastore, l’agricoltore, l’operaio e l’architetto. Lo strano si è che non si può parlare di un regresso di civiltà, perché la civiltà lunigianese non fu mai maggiore di quello che ci si rivela nei suoi oggetti del passato – ciò che vi fu, fu un vero e proprio arresto di sviluppo.
Qualcuno potrà sorridere a queste nostre ipotesi, ma chi conosce la storia dei popoli sa che noi non diciamo cose nuove, e che parlando d’un popolo agile e robusto, rotto alle privazioni ed alle fatiche, pieno di forza di volontà ed abituato fin dai tempi arcaici a contare solo su sé stesso, sui propri mezzi e sulle proprie risorse, intendiamo parlare d’un popolo ben quotato, che se non è andato lontano ha ben dovuto essere immobilizzato da cause estranee alle condizioni naturali. V’ha nell’antica storia politica lunigianese una filosofia che ci sfugge ancora e nella quale è celata la rivendicazione di tutto un popolo ancora oggi mal giudicato e forse mal compreso fin dai tempi della sua lotta con Roma.
In questa lotta, e nemmeno al riguardo delle cause che la determinarono, non troviamo nulla di caratteristico. Popolo di turbolenti pastori della montagna, i lunigianesi ci si rivelano, come tutti gli altri popoli consimili, in urto coi sedentari vicini, ora per la necessità di spingere le mandrie a valle, ora per la necessità di discendere nella pianura per farvi preda.
Uomini robusti ed alti di statura, essi come i Celti ed i Germani, erano adatti agli assalti fulminei più che ad un sistema di guerra ponderato e intelligente. Nella storia dei popoli il ligure non è né fu mai un’eccezione; per quanto seguendo la via già nota, anzi troppo battuta, ci possa riuscire sommamente difficile trovare una spiegazione, noi non vogliamo scegliere una via nuova per dare forza al nostro giudizio. Ciò che tanto ha impedito e impedisce il progresso di certe parti dell’umanità non è tanto l’indole loro quanto sono le condizioni esterne. E’ di questo che siamo convinti; e questa convinzione noi intendiamo mantenere come punto di partenza.
Di fronte allo sviluppo della civiltà, essere agricoltori non significa nulla, come non significa nulla trovarsi su d’un suolo in condizioni sfavorevolissime per l’agricoltura. E’ vero che la civiltà generale ha alle sue origini una stretta connessioni colla coltivazione del suolo, ma nel suo sviluppo ulteriore tra questi due momenti non rimane più alcun rapporto necessario. Man mano che un popolo cresce, noi vediamo la sua civiltà liberarsi dal suolo. Nel coltivare dei campi vi è una debolezza innata, esso non ha l’abitudine delle armi, ama il suo podere e la vita sedentaria, e ciò indebolisce in lui l’ardimento e lo spirito di intrapresa.
Sono i cacciatori ed i pastori, i quali per molti rapporti sono agli antipodi del coltivatore, che portano nell’ambito politico la più elevata misura della estrinsecazione di forza. E specialmente i pastori che alla mobilità del cacciatore uniscono l’attitudine di recarsi in uno o in un altro luogo in grandi masse tenute insieme dalla forza della disciplina.
Ed anche qui le cause sono naturali e immediate, o almeno prossime, perché entra in azione ciò che rende difficile al coltivatore di sviluppare questa forza: la mancanza di sedentarietà, la mobilità, l’esercizio della forza fisica, il coraggio e la pratica delle armi. Ora, ovunque si getti lo sguardo, si constata che le più salde organizzazioni politiche e sociali dei popoli semicivili sono state prodotte e promosse dalla fusione di questi due elementi. Tutti i popoli decisamente agricoltori furono sempre soggetti ai popoli erranti – i Cinesi prima ai Mongoli e poi ai Mansciù, i Persiani ai signori turchestanici, gli Egiziani agli Iksos, gli Arabi ai Turchi. Nell’i9nterno dell’Africa i Vahuma nomadi fondano e conservano gli Stati più saldi dell’Uganda e dell’Unyere e nel Messico i rozzi Teltechi avevano assoggettati gli Aztechi, popolo di agricoltori più raffinato di loro.
Studiando i particolari della storia, e specialmente la storia della striscia di confine tra la steppa e il paese coltivato, noi arriviamo a concludere che questa regola sia quasi una legge. Ed il motivo per cui gli altopiani meno fertili e le zone immediatamente adiacenti agli altopiani sono state dappertutto favorevoli allo svolgersi di una civiltà più elevata e al formarsi di stati civili, non consiste già in ciò che essi hanno un clima più freddo e però danno luogo alla necessità di una agricoltura, ma bensì in ciò che quivi la forza conquistatrice e conservatrice dei nomadi si è sposata col lavoro assiduo dell’agricoltura, la quale per sé sola non è capace di formare gli stati. E’ da questo punto che dobbiamo partire se vogliamo spiegare ciò che vi è di enigmatico nell’immobilità lunigianese.
D’un genio ligure poco vigoroso, ancor meno perseverante sostenuto da una forza di volontà minima, di un popolo scarso di fantasia creatrice, non fatto per ideali o per sogni, anche se dorati, dell’avvenire, è inutile parlare. Difetto di forze non può essere (1) – la ragione dell’immobilità non deve essere nell’assenza ma bensì nell’esplicazione delle loro qualità. E’ troppo manifesto. I liguri orientali hanno una storia che anche come storia di nomadi è straordinariamente agitata.
Respinti dappertutto, cacciati e sorvegliati nella parte più arida del loro primitivo territorio, i liguri in confine con l’Etruria non potevano rappresentare che la ribellione -nomadi ancora nomadi, contro nomadi potenzialmente organizzati e divenuti dominatori di popoli sedentari, non potevano per vivere che rimanere predatori nei campi altrui. Confinate in una zona per natura più povera delle circostanti, le tribù apuane insieme alle tribù friniate dovettero formare per forza di cose il lievito nella fermentazione del popolo ligure.
Irritati diventarono per i Romani il nemico più pericoloso fra tutti. Respinti in sempre più angusto spazio, gli apuani vi rimasero assediati come in una rocca – ciò che in passato doveva costituire per loro un luogo di rifugio e di riunione non poteva utilizzarsi come fonte unica di vita. A parte la volontà propria, i confini dovevano forzatamente venire varcati per impulso esterno. Resa ormai quasi impossibile, a causa della ristrettezza dello spazio, anche la vita pastorale, quella di saccheggiare il territorio circostante doveva diventare una doppia necessità di alimentazione e necessità di rappresalia.
L’azione storica degli Apuani, la più mobile e la più guerriera tra le tribù dei liguri orientali, non poteva più consistere che in un tentativo, quasi continuamente ripetuto, di rompere la cerchia di civiltà etrusca. E ciò per forza di cose – e non in forza di cose dipendenti dalle condizioni storiche degli Apuani ma da quelle di tutti i popoli pastori al mondo.
La guerra e la rapina sono strettamente connesse alla vita dei pastori – persino il loro bastone è un’arma. Ovunque, quando i cavalli ritornano con nuove forze dai pascoli, ed è compiuta la tosatura delle pecore, il nomade pensa sempre a qualche scorreria, a scopo di vendetta o di rapina, fino allora differita.
Questa reciproca influenza si trova anche presso quei nomadi non corrotti i quali non sono divenuti ladri o predoni su vasta scala pel sola fatto di non avere in vicinanza un paese civile che possa facilmente essere taglieggiato. Nel fatto che i pascoli dei nomadi non ci appaiono mai fissati precisamente, noi comprendiamo perché i confini degli apuani non potevano essere molto fermi – inoltre, siccome la ove le regioni dei pascoli confinano con una vasta zona, questa zona deve qualificarsi come un territorio di preda, così si comprende la perfetta normalità storica delle scorrerie apuane e quella conseguente dei numerosi conflitti colle potenze vicine. Roma credette dominare queste genti mercé il possesso dei alcuni punti che sono come chiavi di volta nella storia delle loro montagne, ma poiché credette riuscire a sopprimere queste gravissime e continue minacce mediante l’indebolimento proseguito sia pure per anni con tenace continuità, degli Apuani essa dovette troppe volte accorgersi quanto facilmente le onde di un popolo nomade irrompano contro i punti più avanzati di una civiltà ed ha provato a proprie spese che l’esistenza di questi punti non doveva essere assolutamente sicura se non quando fosse annientato il nomadismo. Vi è una zona, la quale attraversa obliquamente tutto il mondo antico, dal 10° di latitudine meridionale al 60° di latitudine settentrionale, estendendosi dall’Atlantico sino al Pacifico, che comprende regioni vastissime, costituite da deserti e steppe . Essa è abitata da popoli dotati di una tendenza a espandersi largamente, di una grande mobilità, ad esercitare una forte azione sui popoli vicini, dei quali continuamente usurpano i domini, non solo turbandone i confini, ma penetrando in mezzo a loro, ponendovi la loro stanza, assoggettandoli, danneggiandone e distruggendone la civiltà, mentre essi stessi alla lor volta per effetto di questa di questa penetrazione violenta solo lentamente ed entro a confini ben determinati progrediscono in civiltà. Le nostre carte de3lla civiltà nell’Africa e nell’Asia, coll’ampia estensione che vi ha il dominio dei nomadi ci dimostrano la vastità delle conquiste violente di questi popoli.
Per non allontanarci dai confini europei, ci servano di esempio i bassopiani dell’Europa orientale. Qui per tutto il corso della storia, fu un incessante incalzarsi di popoli, i quali si spingevano tutti verso occidente e verso mezzo giorno. Così gli Sciti cacciarono innanzi a sé i Cimmeri, e dopo gli Sciti vennero i Sarmati, dopo i Sarmati gli Avari, dopo gli Avari gli Unni, dopo gli Unni i Tartari e dopo i Tartari i Turchi. Per lo più le notizie storiche non ci permettono di seguire questi popoli se non fino ad Oriente del Don, ove le correnti barbariche hanno termine nel grande mare centrale di popoli asiatico europei. Ma nella loro storia, il tragico concetto apuano è un capitolo comunissimo i cui episodi si ripetono soventemente nella storia mondiale dei nomadi. Né nulla di caratteristico ci rivela il contegno di Etruria e di Roma nella loro lotta contro gli Apuani. In ogni episodio è sempre la grande storia del nomadismo che si ripete. I trasferimenti forzati furono, per esempio, un potente istrumento dei dominatori sul confine delle steppe, e la Russia e la Cina seppero e sanno maneggiarlo meglio di ogni altro popolo. Né i romani fecero per ciò cosa nuova colla deportazione degli apuani nel territorio Campano. Gli interessi della civiltà di fronte al nomadismo sono dappertutto gli stessi.
Quello di restringere in sempre più angusto spazio le tribù invadenti e rapaci dei nomadi, togliendo loro dapprima il territorio ove fanno le loro scorrerie e limitando poi a tal segno anche i loro pascoli da costringerli ad emigrare od a darsi alla vita sedentaria, è fino ad oggi considerato come il più pratico principio di politica. Nella steppa, la Russia ed i Cinesi lo applicarono sempre largamente. Avvinti così gli uomini alla terra, la natura forma il resto educandoli ad una vita faticosissima. E’ così che si ottennero dei popoli che nella sedentarietà forzata diventarono risoluti nella volontà e pronti nelle loro decisioni. Capaci di maggiori sforzi che non i loro simili, la loro attività intellettuale non è applicabile che agli oggetti immediati della loro vita unilaterale.
A leggere la loro vecchia storia politica dei popoli della steppa par di leggere quella dei vecchi apuani, a studiare il carattere delle loro recenti generazioni pare di trovarsi tra quei moderni discendenti della vecchia liguria orientale che per condizioni d’ambiente hanno conservato meglio che altrove l’antica maniera di vivere.
Non è dunque fuori dalla storia dei popoli che dobbiamo cercare il concetto dei liguri.
I fattori che hanno arrestato il progresso della loro civiltà non hanno nulla di straordinario. Ripeto: la psiche dei liguri, anche dei più regrediti equivale la psiche di altri popoli, compresi i più progrediti. La questione è di quantità e non di qualità. E’ una questione di grado vale a dire: tutto si riduce a una influenza profonda di fattori storici. A noi per proseguire i nostri studi etnici se non come vogliamo almeno un po’ più di quanto attualmente possiamo……Perché di trampolieri più disposti ad ostacolarci che ad incoraggiarci ne è piena la nostra vita pubblica in Lunigiana.
E ritornando alla descrizione dei nostri due piccoli oggetti, citerò una ingegnosa serratura di legno, proveniente da Arzelato (Zeri) e che nella collezione porta il n.
Abbiamo visto parecchie serrature di legno in uso presso altri popoli, e non meno ingegnose, ma non così semplici, molto complicate anzi.
E’ la semplicità che caratterizza ogni oggetto d’uso fabbricato direttamente dal nostro popolo. E’ quella dote nella quale ci sentiamo così spesso obbligati ad insistere perché essa stessa ci si presenta sempre e ovunque con così tanta insistenza.
L’oggetto si compone di tre pezzi di legno rozzamente lavorati, uno a cuneo, l’altro cilindrico, il terzo claviforme.
Il cuneo è la toppa, il cilindro la chiave, lo stecco, il cuneo si colloca dal lato interno della porta, il cilindro penetra nel cuneo introducendolo dal lato esterno della porta.
Nel cuneo è praticata un’apertura a base circolare – quando si vuol chiudere la porta, si introduce in quest’apertura la porzione conveniente del cilindro, poi si fissano le due parti mediante lo stecchetto claviforme. Questo penetra dall’alto nella porzione circolare per mezzo di un forellino praticato superiormente nel cuneo – un altro forellino del cilindro viene a porsi in corrispondenza di questo quando l’apparato è pronto per la chiusura – lo stecchetto fissa quindi le due parti, cuneo e cilindro, e la chiusura della porta è ottenuta.

In quanto alla maniera di disporre i vari pezzi, vi ha un foro nella porta in corrispondenza del quale viene a combaciare dal lato interno il foro nel cuneo (toppa). In questo foro si introduce dall’esterno il cilindro (chiare) e vi si introduce fino a che il forellino laterale che esso porta al suo estremo anteriore comunichi col forellino posto superiormente nel cuneo.
Il legnetto claviforme fatto passare poi attraverso i due forellini fissa il cuneo al cilindro per cui girando a mo’ di chiare quello si alza e si abbassa come un saliscendi.
Giovanni Sittoni, Su di un antico sistema di chiusura riscontrato nello “zerasco”, in Archivio per l’etnografia e la psicologia della Lunigiana
(1) L’uomo è sempre uomo, abbia egli sortito la culla di Roma o sulle Apuane. Le terrazze costrutte dai Liguri nella costa tra il Montenegro e il Mesco, sono un capolavoro di tenacia, di forza, di volontà e di robustezza.